È in corso una patetica cripto-campagna pubblicitaria tutta italiana che ha per protagonisti (chissà, forse inconsapevoli) Madonna e il suo ex Guy Ritchie: gli hanno cucito addosso una strampalata bufaletta giornalistica, cavalcata come sempre - indovinate! - da quei cialtroni di Repubblica (e poi come sempre, a partire dalla contagiosissima ebola-sidebar di Repubblica, la cosa s’è diffusa inerzialmente su dozzine di nanoblog copia-incolla e sitarelli vari ricicla-gossip), “una clamorosa rivelazione” la chiamano quelli di Repubblica, una deprimente intervista shock che sarebbe stata rilasciata nei giorni scorsi da Guy Ritchie a una fantomatica rivista inglese, Girl, nella quale il povero uke Guy Ritchie si lamenta delle perversioni sessuali di Madonna, così tragicamente narcisista che lo costringeva a scopare
“con il sottofondo delle sue stesse canzoni”
fosse stato per lui, invece, “io preferivo il sesso sul letto ma lei lo voleva complicato”, e nel bel mezzo di questo crudele penosissimo autoritratto masochista - “conosco a memoria Secret, Vogue, Holiday e tutte le sue oltre 500 canzoni perché ero costretto ad ascoltarle anche nei momenti più intimi” - ecco che Guy Ritchie improvvisamente si trasforma nel commesso secchione di un negozio di arredamenti,
“Amava particolarmente farlo sulla “Sound”, una poltrona dotata di un sistema audio integrato per l’ascolto stereofonico della musica, collegabile a un qualsiasi lettore mp3 ha due altoparlanti invisibili nella spalliera. Ne possedeva 10 di colori diversi. Era maniaca del Made in Italy, se le faceva arrivare dall’Italia perché andava matta per il design della prestigiosa griffe Natuzzi“
che sembra precisamente la cantilena robotica di una didascalia pubblicitaria, no?, e suona un po’ strana, eccome!, suona ancora più strana se considerate che appena un paio di giorni fa, sempre su Repubblica (uh ma tu guarda, che coincidenza!), è apparsa la notiziona bomba: Madonna s’è convertita al made in Italy, adesso va pazza per l’arredamento made in Italy (prima invece no, così così), ha cambiato tutti i mobili di casa e cosa non s’è comprata, toh,
la poltrona Sound e il divano Surround di Natuzzi, non a caso dotati di casse audio e dispositivi per collegare l’i-Pod, integrati nel poggiatesta e negli angoli, per unire l’utile al dilettevole e ascoltare la musica- ovviamente musica dance- in totale relax.
ma come, la poltrona non ce l’aveva già?, è strano, perché Madonna e Guy Ritchie si sono lasciati, dunque, vediamo, nell’ottobre del 2008, la poltrona dovrebbe avercela minimo da un paio d’anni - è strano eccome! - e allora forse è necessaria una guglata per sistemare le cose, per trovare la fonte originale della “clamorosa rivelazione” di Repubblica, e gugla che ti gugla, niente, non si trova niente, non c’è un solo sito straniero che riporti la “clamorosa rivelazione” delle chiavate musicali sulla Natuzzi - peggio ancora! non si trova da nessuna parte il minimo accenno al nuovo mobilio made in Italy di Madonna, al suo innamoramento per la roba Natuzzi - e poi del resto, adesso che ci penso, Guy Ritchie disse un po’ di tempo fa (qui) che lui e Madonna prima di divorziare non facevano sesso da due anni, cioè dal 2006, ehi!, e la poltrona Sound della Natuzzi è stata buttata sul mercato soltanto nel 2008, accipicchia, c’è qualcosa che non quadra. Saranno mica notizie farlocche? Dài, Non è possibile!
Che nome dareste voi a una cosa così, a un pirla cogli occhiali grossi colorati da pirla e coi vestiti alta-moda eccentrichetti da pirla che se ne va in giro per l’Europa sponsorizzato da una fabbrica di automobili per pubblicizzare un catorcio da parvenu vorrei-ma-non-posso immortalando con la sua inseparabile reflex ergo sum (pirla) un mucchio di altri pirla stranieri vestiti da pirla,

e intanto che immortala i suoi simili pirla stranieri contorcendosi per strada col culo pallido e le mutandone di fuori, annota e registra il tutto sui diari di bordo che sono un Twitter e un canale Youtube che totalizzano rispettivamente tredici e diciannove iscritti con una media per video di trecento visualizzazioni in due mesi - com’è che la chiamereste una cosa così, uhm, non so, una stronzata?, un’idea del cazzo?, una figura di merda?,
il think tank dei pirla creAttivi capitanati da Lapo Elkann che formano la squadra di Independent Ideas, loro che ne sono i responsabili, che questa cosa l’hanno “creata”, loro la chiamano Viral Marketing, o meglio,
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Il mascherone piatto e quadrato di plasticazza lucida stiracchiata insieme al parruccone sintetico stoppaccioso e fonatissimo da barbie (finalmente! dopo ken, shelley, il cane toby la roulotte e l’amica negra: la nonna di barbie!), quella sua boccona rossa informe tipo medusa spiaggiata morente, il truccazzo orrorifico-ittiano, i vestiti appariscenti coattissimi da cubista in pensione e gli atteggiamenti prepotenti qualunquistici e subculturali da volgare e arrogante cafoncella arricchita: mi sembrava che il colpo d’occhio fosse già sufficiente a nominare così su due piedi Daniela Santanchè candidata premier non solo dei postpostfascisti furbetti e maneggioni alla storace, ma direi anche e soprattutto dell’universo malvestito nel suo insieme; poi però ho fatto un giretto sul sito ufficiale, qui (Daniela Santanchè Story, come nei video commemorativi di Uomini e Donne), e mi sono letta di come Daniela in persona racconta certi episodi della sua tumultuosa e interessantissima esistenza (vedrete: quale incredibile, meravigliosa odissea malvestita!) e dunque mi sono detta che questa cosa di cui parliamo oggi, se ce n’era bisogno (e non ce n’era), spazza via ogni più piccolo minimo dubbio: Daniela Santanchè candidata premier delle malvestite, accipicchia, se lo stramerita.
Già dai suoi primissimi ricordi d’infanzia si capisce che Daniela Santanchè era una predestinata, dimostrava delle eccezionali malva-potenzialità per niente comuni: sua sorella, che era una bimbetta dalle normali inclinazioni malvestitine, era felice di giochicchiare con la casuccia delle bambole e le piaceva tanto vestirle pettinarle fargli prendere il tè e via dicendo, le solite cose, mentre invece Daniela si scocciava con le bambole e preferiva fare (a cinque anni, ci pensate? che incredibile precocità!) “la parte di quella povera e abbandonata, lasciata dal marito, che viveva in una soffitta e aveva tre figli”; grazie ai suoi più lontani ricordi è anche possibile spiegare gli scempi scarpari tipici del suo malva-equipaggiamento adulto, che sono la diretta conseguenza di un penoso episodio di maltrattamento infantile, “Il castigo peggiore era quando venivo chiusa al buio nello sgabuzzino. Stavo lì, con tutti quegli scaffali pieni di scarpe, che non so più quante volte ho contato. Ero morta di paura, con il buio, le scarpe diventavano fantasmi“; e certo il suo basso quoziente d’intelligenza l’ha aiutata non poco a intraprendere senza timore la strada che porta al lato oscuro del malvestitismo, “Non ero brava a scuola. Alle elementari mia mamma andava a parlare con i professori dei miei fratelli e le dicevano: due ragazzi intelligentissimi, ma non hanno la volontà, non si applicano. Poi andava a parlare con i miei professori e le dicevano: Daniela ha una volontà, un’applicazione! Ce la mette tutta!”.
In fondo si capisce, non è che i genitori fossero precisamente dei modelli ad alta concentrazione di collegamenti sinaptici, al contrario. Quando Daniela adolescente ambiziosa ma con le idee un tantinello confuse (”A diciassette anni volevo fare il ministro del tesoro. Nella vita è molto importante non essere un numero. Io volevo essere io: Daniela Santanchè e non Brambilla Mario Rossi… cioè, è noto che uno che fa il ministro del tesoro non è un cretino”) un bel giorno dice al daddy che vuole iscriversi a scienze politiche e lui incavolatissimo sbotta “allora sei una brigatista!” e Daniela poverina in difficoltà non sapendo cosa e come obbiettare (ah ce l’ho presente, la testa piena di scimmiette ballerine!) “quando mi ha detto che ero una brigatista, allora lì mi è crollato il mondo”: eh ma Daniela era una giovane così libera e anticonformista, è comprensibile che il papi (riccastro industrialotto di cuneo) si facesse delle strane idee, “Ero una ribelle. Non accettavo le regole della famiglia, il conformismo. Volevo fare sempre il contrario di tutto: andavo sui pattini a rotelle, una cosa per cui mio padre diventava pazzo”, come anche a diciotto anni quando tutti i rampolli della famiglie bbene del vicinato avevano in regalo una “A112 Elegant”, lei invece con rivoluzionaria determinazione pretese la “Renault due cavalli, una macchina libera, la macchina dei figli dei fiori! Fu una tragedia!”.
Alla fine Daniela ci si iscrive lo stesso a scienze politiche, e però il papi cocciuto non vuole darle i soldi necessari ed è una cosa di cui lei va molto fiera, d’essere riuscita con le sue sole forze a mantenersi (farci la figura della frivola scemina viziatissima pare brutto, se vuoi capeggiare branchi di fascistoni moralizzatori che inneggiano al mutuo sociale boicottando il grande fratello): questa parte qui della sua vita da studentessa lavoratrice è davvero commovente, Daniela ha faticato e sudato moltissimo, “ho fatto la dog-sitter di tre cani di una vicina che portavo al parco tutte le mattine e tutte le sere alle otto”
e poi la notte quando non dormiva nel suo appartamento in centro (”mi ero rifiutata di fare come le altre mie amiche che si erano messe in due o tre nella stessa casa, io volevo stare da sola”: qui effettivamente sarebbe meglio se qualcuno le spiegasse che le studentesse si mettono assieme per risparmiare, mica altro - giusto per non far perdere veridicità alla storiella, sarebbe un peccato), di notte faceva “le collanine, che andavano tanto di moda in quel periodo. Quando non dormivo, perché avevo paura dei ladri, allora infilavo le palline e le perline”, ma non basta, Daniela era una vera lavoratrice instancabile, non si fermava mai, faceva anche il “door-to-door per portare le cose… [non si sa bene “cosa”: anche qui magari sarebbe meglio che qualcuno le suggerisca "cosa" portava] e la cameriera al bar, dove però lavoravo solo due ore: avevo il mio grembiulino e servivo ai tavoli” (ah il grembiulino! l’elemento irrilevante ma essenziale che serve a dare consistenza al racconto: brava), davvero una donna che si è fatta da sola Daniela, si pagava gli studi (e trovava il tempo per i libri: “all’Università ero pure brava, perché studiavo…”), l’affitto, i pasti (”Con i miei che non mi davano soldi mica potevo andare a fare la spesa e comprarmi quello che volevo: vivevo a cappuccini e brioche“) e dopo pochi mesi s’era pure comprata una seconda macchina, “la Mini Clubman, color panna con le righe marroncine, la macchina più di moda in assoluto a quei tempi”. Meno male che tutta sta gran faticaccia è andata avanti un anno appena (oh, intensissimo!): a ventanni infatti Daniela conosce il suo principe azzurro.
E’ il signor dottor Paolo Santanchè, chirurgo estetico ben impaccato di origini nobili, trentacinquenne, a cui Daniela si rivolge per dare una drastica ritoccata al nasone gobbo (operazione che s’è ovviamente finanziata in proprio facendo pure - tiè - “la modellina per Enrico Coveri che cercava ragazze da far sfilare nello show-room”); passa un po’ di tempo (quanto basta a togliersi le bende per sfoggiare l’insulso sgorbietto affilato con le narici a cuoricino) e Daniela porta dal dottor Santanchè “un’amica che si vuole rifare anche lei il naso, ed è lì che è scoppiato l’amore!”: pochi mesi e i due piccioncini decidono di sposarsi, ma Daniela all’ultimo momento si sente soffocare (che emozione, la parentesi Runaway bride! “Ma come faccio, ho ventanni e mi impegno per tutta la vita? Nella buona e nella cattiva sorte? E se magari, tra un po’, lui non mi piace più?”), un momento appena e le passa, tutto va alla grandissima, un matrimonio pomposamente bombonieristico come nelle migliori favolette bburine, “Mi ricordo l’ingresso in questa chiesa fantastica, il quartetto d’archi, l’Ave Maria di Schubert“.
Sono anni travolgenti quelli che aspettano Daniela, gli anni che l’hanno portata dov’è oggi, candidata premier: “conoscevo un sacco di gente, ero la più giovane di tutte, molto corteggiata da tutti, sempre in prima fila alle sfilate di moda”; il lavoro da cassiera per il marito era molto gratificante, “facevo il campionario, gestivo gli studi e le cliniche, tenevo la contabilità, incassavo i soldi”, Daniela è una donna così brillante e insostituibile che quando decide di confessare al marito il suo amore per un altro uomo (uno con dei “valori”: “Questo, mi sono detta, è un uomo che mi parla di cose [ancora delle non meglio identificate "cose", non mi ci raccapezzo], non di sala operatoria, venti milioni, trenta milioni, il giornale, le fotografie, la festa, Hollywood, Cannes”) Daniela è distrutta al solo pensiero della separazione, sa bene quanto possa valere una gran donna come lei nella vita di un uomo, “Come farà senza di me? E’ un chirurgo eccezionale, ma non ha idea di come si paghi una fattura, non sa neppure cos’è l’Iva…”, e com’era prevedibile il marito straziato dal dolore della perdita ha un’ultima drammatica richiesta da farle: “Ah, va bene. Però ti chiedo solo una cosa. Potresti, prima di andare via, organizzare la festa dell’undici di agosto in Sardegna?”.
E credo sia giusto terminare così, con questa splendida citazione del dottor Santanchè che insomma mi sembra dia un quadro così perfettamente sintetico del personaggio, non avrei saputo immaginare di meglio. Vorrei aggiungere una cosina soltanto, come facevo sempre alla fine dei miei temini a scuola, una nota di positività e speranza - perché ok sono molto contenta che al gruppone delle fascio-bburinone s’è aggiunta Paola Ferrari (o almeno ciò che resta del suo corpo imbalsamato, che il marito riccone continua a portarsi appresso ovunque in grande stile weekend con il morto) - è tutto molto squallido e malvestito, ok, però io sogno qualcosina di più forte ancora, uno scontro al vertice Santanchè vs Michela Vittoria Brambilla, ohoh sì che goduria sarebbe! e chissà se un giorno prima o poi, tra qualche anno magari, be’ incrociamo le dita.
di Betty Moore, 3 marzo 2008
Categoria: malvageddon, semo bburini, very important malvestite
I tipi e le tipe che partecipano alle trasmissioni di Maria De Filippi sono cavernicoli subumani con un cervello piccolo così situato nei microtubuli di un centriolo di una cellula dell’unghia di un mignoletto: questo è palese, ok, lo sanno tutti. Se c’è una cosa però che forse ignorate - niente paura, ci penso io - è il sottobosco di ammiratori scatenati che ai suddetti cavernicoli subumani nanoencefalici ha dedicato dozzine di osceni altarini internettiani.
I web-fan dei protagonisti defilippici sono subumani pure loro, più sub ancora dei loro idioli [1], tanto che a prima vista ti viene da scambiarli per fake: dici ma no dài impossibile, sono parodie, troppo cretini, ahah che buffo quasi ci cascavo molto divertente. Guardatevi questo, o questo, o questo.
Ce n’è un po’ per tutti, tronisti più o meno popolari ma anche semplici corteggiatori (ok che la venerazione monoteistica da tronista defilippiano è sì abominevole e contronatura, ma insomma, il tronista è pur sempre al vertice della gerarchia lelemoriano-vipparola - il corteggiatore invece bleah, una mezza calzetta), maschi o femmine non fa differenza (i web-fan, loro, sono al 99.9% di sesso femminile), non soltanto quindi sbavicchi di incontrollabile passione groupie per il muscoloso figaccione analfabeta, no no e anzi, tra le più attive ed esaltate ci sono le ammiratrici adoranti che si riconoscono e rivivono nei panni della bburinetta defilippica di turno il sogno di un amore romanticamente pacchiano tra serate in discoteca, macchinozze grandi, rose rosse, frasette idiote da terza elementare e sbaciucchiamenti con lo scimpanzè (sullo stesso genere, romantico “tutto-è-bene-la-storia-coatta-che-finisce-bene”, hanno un gran successo i siti dedicati alle coppie, quelli che stanno ancora insieme e quelli che non ci stanno più, ma speriamo che ci tornano, ehhh, secondo me ancora si amano).
I siti internet degli ammiratori defilippiani hanno spesso la forma di un blog, e sono tutti molto simili: il titolo è quasi sempre “il blog di”, dove il “di” è seguito dal nome della divinità prescelta (il che causa spesso un antipatico fraintendimento nell’avventore occasionale, che lascia commenti emozionatissimi credendosi in diretto contatto col suo idiolo, “ciao sei bello come il sole vieni mai dalle parti di Fossombrone?” - ma l’idiolo non sa manco che esiste, il blog [2]). Alcune interessanti coincidenze strutturali:
1) finestrella di benvenuto stile errore di windows che esorta a votare il blog in una cosiddetta top cento di uomini e donne;
2) homepage pesantissima che ci mette un’ora e mezza a caricarsi intanto che effettacci flash popup e java di ogni genere [3] ti impallano il pc e qualsiasi altro elettrodomestico in un raggio di cento metri;
3) immagini bitmap da duemila terabaits infiocchettate al di là di ogni limite di saturazione visiva da un profluvio di glitteramenti, fuochi d’artificio, scritte e scrittine luminescenti, una tempesta di riflessi lampi e luccichii ovunque;
4) header gigantesco composto da un collage fotografico bestof;
5) tre colonne, una centrale per i post e due laterali zeppe all’inverosimile di qualsiasi possibile immagine esistente al mondo dell’idiolo in questione [4].
Oltre alle millemiliardi di immagini, le colonne laterali contengono:
a) la scheda del tronista copiaincollata dal sito di uomini e donne;
b) una tagboard che funge da spamboard per promotori di iniziative similmente cretine (”ciao! lo sapevi che abbiamo aperto un blog su quel gran pezzo d’un ubaldo col tatuaggio del drago che sta sullo sgabello in terza fila a corteggiare Angela? vieni a trovarci!”);
c) il numero di telefono e gli indirizzi email di programmi televisivi e riviste spazzatura a cui il bravo fan dovrebbe costantemente rompere le balle lamentando le poche apparizioni del suo protetto, non è giusto (sono davvero commoventi, sigh sob, i messaggi di incitamento “dai ragazze, forza! aiutiamo Serena a realizzare il suo sogno!”);
d) la pubblicità cubitale - senza alcuna indicazione sui costi - della chat line telefonica del tronista/corteggiatore (eh sì, quasi tutti i tronisti/corteggiatori c’hanno il numero 899, paghi uno sproposito ma loro in cambio ti concedono una chiacchieratina in diretta, non è meraviglioso?);
e) il sondaggio, forse in effetti un tantinello di parte (”secondo te Giovanni è più supermegameravigliosamente bello, iperstupendamente bello, stradecisamente bello, o bello e basta?”);
f) esposizione del trashfeticcio numero uno: la dedica autografata su fazzoletto da naso usato;
g) esposizione del trashfeticcio numero due: la foto delle webfans, tutte rosse per l’eccitazione, avvinghiate all’idiolo che poveretto non è riuscito a scappare.
A leggere i post [5], poi, si imparano un mucchio di cose. Per esempio, io ho capito finalmente per cosa è che li pagano, questi tizi, quando vanno a fare le “serate in discoteca” [6]. Funziona così: allestiscono un palchetto abborracciato alla meno peggio, con una tovaglia da sfondo sulla quale vengono proiettate diapositive del tronista o spezzoni di Uomini e Donne, e nel frattempo il boss della discoteca, microfono alla mano, fa un paio di domande al tronista, tutte sul filone “parlaci dei tuoi progetti, di quello che stai a fà”; siparietto-intervista che dura sì e no cinque minuti, il tronista allora saluta e balla un pochetto, si fa offrire qualche drink, smollica da tutte le parti, sbadiglia in console. Non male, eh? Fa venir voglia di cedere al lato oscuro.
Ah, e poi ho imparato - finalmente! - qual è una delle principali fonti di sostentamento di monella vagabonda e figlie: i webfan dei buzzurri defilippiani, ma certo!, che stanno sempre là prontissimi a interpellare il tronista/corteggiatore sulla marca di questo e quello, “cos’era quell’orologio che avevi oggi? E i jeans di ieri? E il portachiavi? Che assorbenti usi? Il ciondolo di karina dell’ultima puntata è di Facco Gioielli, wow!”.
Il mio preferito è “Il blog di Paola Frizziero“: ex corteggiatrice (ma ehi, si vocifera di una sua prossima promozione a tronista), ex pupa del tronista (questo coso qui, Salvatore Angelucci, lungimirante sponsor della lussuosa oro 24 carati), una bburinotta napoletana doc, sguaiata massaia cicciottella, con una simpatica vocetta gracchiante dall’accento marcatissimo - anche per questo, per la sua fiera ignoranza da bassa-popolanità partenopea, adoratissima dalle compatriote (il blog non c’ha nulla di originale, ma va studiato appunto nelle sue peculiarità folkloristiche: “Paola si o sole nostro”). Segnalo inoltre le chattate di Paola con le fan, strabilianti (es. 1 - Paola, ringraziandole per un regalo [7]: “Ragà, grazie per la waterman! Era stupenda!”; le fan, scaltrissime, che hanno comprato la penna sborona ma della marca non hanno idea: “Cheeeeee????” “Per cooosaaaaaa??” “Eeeeehhh??” “Marooooooo, scrivi italiano Paolèèèèèèèèè” “Che stai a dìììììììì” “Boooohhhhhh”; es. 2 - Paola: “Ragazze, mi dispiace ma la serata del due novembre mi sa che salta”; le fan, disperate: “Nnnoooooo!” “Maròòòòò” “Suicidio di massa!” “Io avevo pure convinto mio marito” “Io avevo prenotato l’aereo!”).
Un altro blog fantastico, geniale, è quello dedicato a “Maurizio, l’amico sballone di Paola” (la Frizziero, di cui sopra), che per il solo fatto di essere amico di una vipparola scarsa, per una sorta di incredibile fenomeno di contagio osmotico della vipparolità, c’ha il fanclub pure lui. Ah ma certo, non fatevi ingannare dal titolo, “Il blog di Maurizio”: no che non è il suo blog, come tutti gli altri è in realtà “il blog delle fan di maurizio”, ma non prendetevela, che cavolo, vorrete mica che colgano certe sottilissime finezze.
[1] “idiolo” è un mio brevetto che deriva dalla fusione di “idolo” con “idiota”
[2] nel migliore dei casi, quando il defilippiano sa del blog e non vuole farci la figura di quello che non gliene frega niente (ma in realtà sì, non gliene frega niente), invia una tantum alle fan-sgallettate qualche simpatico messaggio tipo “oh tutto bene un bacione forte e domani serata a gabicce, veniateci!”
[3] scritte scorrevoli, puntatori animati che lasciano scie chilometriche di cuoricini, musica di sottofondo così pesante che si carica dieci minuti dopo che tutto il resto ha già finito (occhio che io, ieri, m’ero dimenticata un sito di questi qua aperto, minimizzato, e all’improvviso mi sento la voce di Eros Ramazzotti che starnazza dal pc, m’è preso un colpo)
[4] immagini a volte enormi, non ridimensionate, che provocano un abnorme gonfiaggio delle colonne e di conseguenza della pagina, che va scrollata in orizzontale
[5] sempre che si abbia la pazienza di setacciare, alla ricerca di un articolo scritto, l’infinità di post tutti uguali con l’ennesima fan-art photoshoppatura glitterata
[6] che ad un certo punto, se raggiungi un buon livello di popolarità, puoi farne il tuo primo lavoro, “le serate”
[7] eh sì, da non crederci: i fan squattrinati organizzano collettone fantozziane perché all’idiolo non manchino il regalo di natale e quello per il compleanno e quello della befana e quello di pasqua e quello dell’onomastico e via dicendo; mica roba da niente, macchinette digitali, cellulari, gioiellume, abbigliamento di marca
di Betty Moore, 6 dicembre 2007
Categoria: l'amore ai tempi delle malvestite, malvageddon, maschioni, very important malvestite