L’idea è venuta ad ls (proprio lei, una delle Divine) osservando attentamente la studiatissima pendantizzazione delle ciabattine flaviobriatoriane di TuttaFuffa coll’arredamento etnichetto che gli stava intorno - quale sublime ispirazione! toh, eccole qua, c’è pure il meteorite di cartapesta che si illumina - così ls ha pensato bene che in effetti, spesso, durante i passati malvapride “valeva più lo sfondo (cerata, divano, pavimento - cacchio, si riesce a esprimere malvestitismo anche con il pavimento!) rispetto al malva-capo iscritto al contest” e da qui l’idea: “perché non facciamo un bel malvapride tutto dedicato agli interni, un MalvaInteriorDesign Pride o qualcosa del genere?”
E sì, facciamolo! Che ne dite? Dovrebbe funzionare così: vale qualsiasi cosa c’avete dentro casa, qualsiasi cosa che abbia una qualsiasi funzione struttural-decorativo-arredatoria, però vale soltanto se viene mostrata “live” (esposta, non chiusa nel magazzino a prender polvere) e non valgono le cose delle zie Ermelinda e Mauscrozia, tutti abbiamo zie Ermelinde e Mauscrozie con le porcellanone delle gitane ballerine a grandezza naturale, troppo facile: valgono soltanto le cose che appartengono ai vostri personali malva-interiors (poi, va be’, lo so che non vedete l’ora di sbeffeggiare le cose kitschissime di zia Ermelinda e zia Mauscrozia, però trattenetevi se potete, faremo un malvapride dedicato anche a questo magari: Mauscrozia interior design pride, eh?).
Se vi piace come idea, ditemi, che vado al mercatino delle pulci a procurarmi qualche bel malva-soprammobile da mettere in palio.
Ieri pomeriggio è venuta a trovarmi zia Ermelinda. Io la chiamo zia, ma in realtà è qualcosa come una cugina di quinto grado di mia madre, o amica della prozia del nonno di mio padre, insomma, una parente il cui punto di contatto con la mia famiglia risale occhio e croce al Medioevo. E’ la mia parente kitsch.
Ieri dunque, mentre me ne stavo in stato di semi-incoscienza sul divano, a prendere il tè con la parente kitsch, ho avuto questa profondissima illuminazione: che la parente kitsch, non c’è niente da fare, è una palla al piede universale. Chi non ne ha almeno una, da subire? Esiste forse casa al mondo che non abbia la sua più o meno ingiusta razione di archetti trionfali glitterati, mini bouquet di fiori capodimonte, e un qualche carillon di indubbio cattivo gusto (soggetti più gettonati: ballerina, bambina che suona il piano, coppia di danzatori tirolesi, coniglietti; musiche più gettonate: tema di lara del dottor zivago, tema del padrino, non meglio identificata canzone popolare tirolese, coniglietti che cinguettano), oggetti questi che - a meno che la parente kitsch non sia vostra madre (nel qual caso auguri) - sono frutto della generosità di una o più parenti kitsch, che sognano segretamente di invadere la vostra casa di ninnoli, per renderla così identica alla loro, di casa, che già sembra una piccola Versailles bombonierata in miniatura.
Comunque, sono sicura che un animella kitsch, ebbene sì, è presente ben nascosta in tutti noi, e si fa viva e si manifesta sempre implacabilmente dopo una certa età. Deve essere una specie di degenerazione delle cellule nervose. Per esempio, ditemi un po’ se non avete in casa una bella vetrinetta, eh, ce l’avete? Ecco, sappiate che la vetrinetta è un tipico emblema del malvestitismo arredatorio di tipo kitsch. E’ uno strano oggetto la cui utilità, percepita in qualche strano modo solo dalle cellule nervose kitschamente degenerate, è tuttora in fase di studio: solitamente posta in un angolo del soggiorno, è trionfalmente illuminata con lampadine interne per mostrarne ventiquattrore su ventiquattro lo splendido contenuto di statuine, bicchieri di cristallo, tazzine da caffé in porcellana finissima, liquorini rubati sull’aereo e souvenir dei ristoranti cinesi. Tutto inizia tutto con un semplice ed apparentemente innocuo gattino di swarovsky. Ma guarda che cariino - si dice - quant’è fatto bene, c’ha pure la codina e i baffetti. E’ il primo segnale di degenerazione. Poi arriverà il servizio di flute intarsiati, regalo di nozze o di compleanno. Urca che belli - direte - ma questi è un peccato tenerli in armadio. E zac, ecco che comincia a maturare, infido, il desiderio della vetrinetta.
Altro fondamentale emblema del malvestitismo kitsch da interni è la crosta incorniciata, a metà fra il dipinto realista e il bozzetto a matita preso in volata da mano sapiente, solitamente di ragazza malinconica con capelli lisci, seduta, coperta di un solo velo, oppure nuda, ma ahivoi con niente di interessante (parlo per i maschietti) in vista (capezzoli strategicamente celati dai capelli, o peggio, tette misteriosamente prive del capezzolo, gambe accavallate, ecc.). Variante ancora più kitsch: quadro con bambino che piange. Variante apoteosi irraggiungibile del kitsch nonché punto di non ritorno: quadro con bambino pagliaccetto che piange con cornice in oro massiccio da cinquanta chili stile Luigi XIV. Primi segnali d’allarme: quando ci si ferma quel secondo di troppo ad ammirare le croste della fiera artistica provinciale.
La parente kitsch, ovviamente, è una malvestita di stampo kitsch anche nell’abbigliamento. Riconoscerla è molto facile. I capi che indossa sono suddivisibili in quattro categorie:
1- cose che sarebbero andate di moda trenta anni fa se invece che esseri umani fossimo tutti confetti;
2- cose con inserti diamantati-lustrinati-glitterati (fondi di bottiglia, ovviamente), che starebbero benissimo come ornamento sull’uovo di pasqua;
3- spalline che quelle anni ottanta gli fanno un baffo;
4- tonnellate di gioiellazzi tutti intrecciati ed annodati in ottone finto-oro con pietre dure colorate alla Cuore dell’Oceano.
Per il resto, il capello deve essere tinto, e il colore della tinta deve essere biondo Carrà o rossiccio Spectra. Di solito la parente kitsch ha una parte del suo corpo che reputa particolarmente attraente, e cerca di mettere in mostra scegliendo gli abiti giusti (le magre di solito puntano sul polpaccetto secco; le grasse sulle tettone).
Io alla mia parente kitsch, nonostante tutto, un po’ le voglio bene. E così, accidenti ai sensi di colpa, non ce l’ho fatta a disegnarla. Ce la fate ad accontentarvi della ballerina che mi deturpa l’ingresso, eh?