Melissa Panarello aka Melissa P., Tre – il dito radioattivo, lo spermatozoo interplanetario, il cazzo morto del nonno, Marx, una pisciata a occhi chiusi, una posa un po’ vintage

Allora i cazzi che penetrano ci sono, le lingue che frugano ci sono, i sessi che pulsano (e pompano e si uniscono religiosamente) ci sono, i gemiti furiosi e i respiri impudichi e i capezzoli in tiro ci sono, che altro?, il buchetto del culo grinzoso c’è, gli anfratti da esplorare ci sono, un negro col cazzo enorme c’è pure quello – fin qui tutto perfetto, promettentissimo – cos’altro possiamo metterci in mezzo per farne un romanzo tutto intero?, ci sarebbe da buttare giù una storia all’altezza, è un bel problema!, Melissa Panarello aka Melissa P. lo risolve brillantemente in questo modo:

poetessa ninfomane con problemi genetici di vaginosi batterica divorzia dal marito marxista frigido e si mette col marxista fricchettone bisessuale che contemporaneamente se la fa col marxista fotografo bisessuale, threesome, schizzetto di sperma, gravidanza, chi è il padre? – sticazzi, orgia a Buenos Aires, THE END

che è una storia grandiosa!, superlativa!, facciamone un romanzo d’alta classe – colto! sofisticato! intellettuale! letterario! – ci mettiamo dentro:

– i personaggi caricatura che sono artisti depressi ubriachi zozzoni e sboccati (bestemmioni e torbidità animalesche anti-bidet) e però anche profondissimi pensatori e sovversivi rivoluzionari (cacciati da tutti i licei di Roma!, e coi quadretti-calamita di Marx sul frigorifero!) e si muovono dentro cartoline di malinconia boho-kitsch sigarette cocaina bicchieri di vino rosso oroscopi e Montmartre (Montmartre!);
la prosa tutta storta che si dà le arie di una desueta ampollosità declamatoria (sinonimi pomposetti a manetta, aggettivi buttati a casaccio davanti ai nomi, sgrammaticature d’ermetismo analfabeta);
– l’enfasi poetica visionaria sopra ogni minuscola cosuccia quotidiana (il melodramma dello spazzolino da denti spelacchiato!);
– le saggissime lezioni di vita e le predichette di anticonformismo trasgrescio (l’uomo comune che si scandalizza e gli esplode il cervello a causa dell’eccessiva trasgrescio) e in più – BONUS! – pistolotti misticheggianti di demenzialità new age.

Inchinatevi davanti a questo romanzo, Tre, che sembra fatto tutto quanto – tutto quanto! dalla prima all’ultima sillaba – per essere letto in pubblico ad alta voce, e ne uscirebbe fuori il reading più comico di tutti i tempi, da rotolarsi per terra piangendo e cagandosi addosso, occhio quindi!, questo è il nostro sommario:

1) La poetessa più giovane della città e la farina magica intangibile
2) La coscienza spermatica e il Saturno ostinato
3) Accoppiarsi con uno spazzolino orfano desolatissimo
4) L’allevatore di pappagalli sulle orme di istrici e donnole selvatiche
5) LA PELLICINA INFETTA AL SAPORE DI MERDA
6) L’energia del threesome, i Pink Floyd e i drammatici quesiti perbenisti
7) Il numero cinque è malvagio e tentacolare, il numero sette invece no
8) Il pianeta delle donne tonde, l’orgia, l’armonia, ciucciarsi gli avambracci

E cominciamo. Continua a leggere »

L’esistenza di Lapo Elkann è tutta quanta un grosso triste manuale How NOT to, il capitolo che vediamo oggi è Come NON si fa il viral marketing

Che nome dareste voi a una cosa così, a un pirla cogli occhiali grossi colorati da pirla e coi vestiti alta-moda eccentrichetti da pirla che se ne va in giro per l’Europa sponsorizzato da una fabbrica di automobili per pubblicizzare un catorcio da parvenu vorrei-ma-non-posso immortalando con la sua inseparabile reflex ergo sum (pirla) un mucchio di altri pirla stranieri vestiti da pirla,

e intanto che immortala i suoi simili pirla stranieri contorcendosi per strada col culo pallido e le mutandone di fuori, annota e registra il tutto sui diari di bordo che sono un Twitter e un canale Youtube che totalizzano rispettivamente tredici e diciannove iscritti con una media per video di trecento visualizzazioni in due mesi – com’è che la chiamereste una cosa così, uhm, non so, una stronzata?, un’idea del cazzo?, una figura di merda?,

il think tank dei pirla creAttivi capitanati da Lapo Elkann che formano la squadra di Independent Ideas, loro che ne sono i responsabili, che questa cosa l’hanno “creata”, loro la chiamano Viral Marketing, o meglio,
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Coppia malvestita #41

Coppia malvestita con jeans camapanto ai raggi XEsaminiamo un po’ nel dettaglio l’armamentario malvestito sfoggiato da questa simpatica coppietta di categoria io-sono-originale fricchetton-chic (mi piacerebbe potervi raccontare cos’è che facevano, di cos’è che parlavano: il problema è che non facevano un bel niente, se ne stavano là impalati muti e immobili a fumare scoccando altezzose occhiatine di superiorità figosa di qua e di là). Le prime due cose che saltano all’occhio sono: i jeans a campanona del tizio a sinistra (1), il cui rigonfiamento non può essere certo giustificato ipotizzando un semplice processo di inamidatura estrema, dev’esserci in ballo un’impalcatura interna di stecchetti tipo gonnella-dirigibile settecentesca che mantenga il tutto così ampio e rigidissimo, c’avranno sul fondo un diametro all’incirca di mezzo metro e chissà all’interno del cono-campanato potrebbe succederci di tutto, ci si potrebbe ad esempio portare a spasso il cagnetto mosca evitandosi un mucchio di noiose scocciature (lo si lega al polpaccio così ci passeggia intorno, non si bagna in caso di pioggia e non devi raccogliergli i bisognini, ti caga direttamente sulla scarpa); e poi il furbissimo cappelletto di Halloween in stile Boy-George-non-è-nato-calvo-nooo (2) che c’ha i rastini finti che gli pendono appiccicati con la colla dall’interno (qua e là, forse non si nota, ci sono impigliati delle strane perline e sassetti e schifezzuole colorate che si ottengono facilmente avvitando il cappello all’estremità di un bastone e passandolo come mocho sul pavimento di un McDonald’s al termine di una festa di compleanno tra bimbetti iperglicemici).

Dovreste anche notare però la cresta su in cima (3) che c’ha tutta l’aria di un tappetino srotolabile di moquette ammuffita, il braccialetto di plastica colorata uguale a quello di una qualunque iniziativa benefica sponsorizzata dal vippone ossessionato di wannabe-umanitarismo (ma no, è un tarocco: l’ha comprato dall’ambulante nero davanti al GS insieme al cd piratato di Paolo Conte – ma no, anche quello è un gabbo, d’accordo coll’ambulante nero zitto zitto s’è fatto mettere la copertina di Paolo Conte sul cd di Giusy Ferreri), la reflex ultratecnologica costosissima (4) per fotografare in macro le cicche appositamente scombinate nel posacenere (didascalia sul Flickr: “è una notte che sa di troppe fottute sigarette”), la camiciazza di flanella sbottonata (5) molto Seattle grunge (l’altro ce n’ha una meno trasandata, col colletto Star Trek – 6 – più propriamente fricchetton-chic), un calzino su e uno giù (7 – per niente casuale: è come per i bonsai, c’è una scuola speciale in cui s’impara a modellare artisticamente il fil di ferro che sta dentro i calzini), e infine il borsone a tracolla con gli elefanti (8) che sembra un coso etnico Made in Africa, in realtà te lo davano in omaggio comprando un materasso Eminflex.

Il nuovo cinema italiano secondo Vanity Fair, si mette male, c’è Accorsi che fa Indiana Jones appena uscito dalla doccia

Giovanna Mezzoggiorno come Rolando di Aldo BaglioOh rieccomi, scusate, volevo parlarvi di queste fotografie che sono in mostra a Milano (qua), “la più grande produzione che Vanity Fair abbia mai messo in piedi”, perché siccome esibire la centomillesima copertina con gli occhietti vispi vispi di un cartoncino belluccizzato non deve essergli sembrato pomposo a sufficienza (e insomma, vorrei vedere!, si stanno pur festeggiando i cinque anni della posta di Enrico Mentana), hanno pensato d’escogitare qualcosa di più grandiosamente celebrativo, “realizzare una produzione che rappresenti la nostra storia”, vale a dire qualche dozzina di scatti in cui “il nuovo cinema italiano” (ma no non impressionatevi, è volutamente fuorviante, si tratta di un cripto-giochino d’abilità che funziona così, ci sono due o tre attori veri e bisogna riuscire a distinguerli, travestiti, mescolati là in mezzo a un mucchio dei peggio minchioni – il gioco prevederebbe l’utilizzo di una batteria da automobile e cavi pinzettati da pinzettare ai testicoli e/o ai capezzoli del giocatore: se sbagli di brutto, per esempio indicando Beppe Fiorello o Daniele Liotti o Cristiana Capotondi, FFFFZZZZZ ti si frigge), dicevo, in cui il “nuovo cinema italiano” rende un virtuoso omaggio d’autore al “grande cinema italiano” (quei film cioè che nessuno c’ha più voglia di guardare, di cui nessuno sa niente, intorno ai quali ci si tramanda un entusiastico cicaleccio di luoghi comuni e scenette da cartolina) – e sì, lo so, non è ben chiaro neanche a me cosa di preciso ci sia da vantare nel rapporto tra Vanity Fair e il cinema italiano: “il cinema è il nostro pane” delira solennemente il direttore responsabile Luca Dini, boh, chissà, riferendosi forse a certi imperdibili articoloni di critica psicanalitica tipo Guarda che ti passa, in cui si esegetizzano alcuni titoli fondamentali alla ricerca di una originalissima lezioncina auto-terapeutica (Basic Instinct, “se avete paura di diventare troppo vendicativi nei confronti del partner”; Il gladiatore, “se avete nostalgia dei veri maschi”) –

Monica Bellucci fa Gina LollobrigidaMaria Grazia Cucinotta e Daniele Liotti

e quindi c’abbiamo questo popò di tristi minchioni fotografati all’interno di mediocri ricostruzioni costumistico-scenografiche d’epoca [1], e il compito dei minchioni sarebbe in teoria di reinterpretare (“non imitare” precisa Luca Dini) certi ruoli celeberrimi, ma il risultato nella pratica non è l’una né l’altra cosa, magari lo fosse (pure a imitare, oh, mica facile), somiglia piuttosto a quella attività artistica senza nome – in effetti troppo spesso sottovalutata – che si svolge nelle foto-ottiche dei grossi centri commerciali di periferia, in cui per immortalare il primo appuntamento con la bburinetta della sezione H si decide di far copiaincollare i reciproci grugni ghignanti sui modellini decapitati già pronti nello scenario che più ti piace, il Far West? l’antica Roma? i pirati? la dolce vita? non c’è neanche bisogno di scomodare un fotografo vero, fa tutto il computer (puoi anche stampartelo sopra un cuscino! o su una tazza per fare colazione!), e magari alla bburinetta le riesce persino di sospirare meno ridicolmente di “guarda l’uccellino! guarda l’uccellino!” Laura Chiatti (in basso, la foto).

Pietro Taricone fa Alberto SordiNicolas Vaporidis fa Alain Delon

I minchioni suddetti, fotografati da Douglas Kirkland (che non c’è dubbio palesa inquietanti segni di rimbambimento, oppure forse soffre di quintupla cataratta, chi lo sa: “questo è il lavoro più straordinario che io abbia mai fatto!”), si dividono in tre categorie principali: 1) quelli che si sono scatenati in una esagerata immedesimazione iper-melodrammatica che farebbe arrossire d’imbarazzo la pornostar più esperta in fatto di simulazione orgasmica, categoria di gran lunga dominata da Giovanna Mezzogiorno, che fa ciò che le riesce meglio, mandare in frantumi gli specchi dei telescopi in orbita intorno alla terra (“ha fatto venire i brividi a tutta la troupe” confessa il condirettore Cristina Lucchini [2]), ma non si possono non citare il cipiglio soffertissimo da diarrea fulminante di Nicolas Vaporidis [3], l’abbinamento collo inclinato / occhietto languido all’orizzonte / labbrone socchiuse del faccione stupefatto di Claudia Gerini (che starebbe interpretando, secondo gli ordini del Kataratta, “lo sguardo del futuro radioso”) e poi soprattutto la prova squisitamente masochista di Stefano Accorsi, che ci dà sul serio qualche bella soddisfazione (“si è calato nel suo ruolo così tanto da scorticarsi la schiena a frustate” [4]);

Laura Chiatti strabuzza La dolce vitaBeppe Fiorello pensa al karaokeClaudia Gerini ha lo sguardo del futuro speranzosoStefano Accorsi si frusta, yippie!

2) quelli che proprio non sono capaci di fare altro se non ostentare la placida piattezza del pesciolino da acquario (con quell’occhietto là, di quando galleggiano morti sulla superficie), tra i quali ricorderei il solito Ken piacione con la mascella guizzante e il sorriso paraculo Raoul Bova, Maria Grazia Cucinotta con le giunture marmorizzate che rispolvera alla grande il motto “una scopa su per il culo”, e poi Ambra Angiolini aka Il Nulla Ma Con Ironia, in reggicalze sulla scaletta a spolverare le persiane (e il Kataratta si commuove, che tenerezza, perché “gli fa tornare in mente il suo primo amore adolescente” [5]); e infine 3) quelli che si sono sbagliati e credono d’essere altrove, a fare altro, Francesca Neri che fa la pubblicità dell’Axe Africa (un dramma olfattivo-passionale, “non mi lasciare, ascella profumata, non mi lasciare!”), Cristiana Capotondi che mima il manichino di un negozio d’abbigliamento (e le riesce particolarmente bene, dato che ci si è laureata – facendo il manichino intanto che il tutor della Cepu le scriveva la tesi [6]), e poi Monica Bellucci che in effetti non saprei, potrebbe pensare d’essere ovunque, vacci a capire qualcosa della testa di quella, è sempre uguale ovunque e in qualsiasi circostanza, boh, magari pensava di passeggiare smorfiosa tra le rocce di un canyon marziano.

Raoul Bova è un molluscoAmbra Angiolini aka La Nullità Ma Con IroniaFrancesca Neri e Ascella Profumata di Axe AfricaCristiana Capotondi è laureata in manichinologia alla Cepu

[1] su Vanity Fair la raccontano così, come una divertente indagine di creativi e giornalisti: “Abbiamo appeso le gigantografie dei set che vogliamo riprodurre. Le analizziamo per tutta la mattina, vestito per vestito, accessorio per accessorio. Inizia la ricerca. Giovanni [il costumista] andrà a frugare nelle sartorie che hanno cucito i vestiti di scena originali”; nessun accenno – troppo prosaico sennò, bleah – alla disperata sponsorizzazione fashionara di ogni mimino pezzettino d’abbigliamento (persino all’informe gonna-plaidino sulle gambe della Littizzetto/Masina sono riusciti ad affibiargli uno sponsor: la gonna-pleiddino D&G, ah!)
[2] un’altra rabbrividente protagonista sparadecibel è stata Anita Caprioli (foto), che “sporca di sangue finto, ha urlato fino a sgolarsi”, ma nel suo caso direi che non importa, l’attonita stolidità urlatrice ci calza a pennello coi film di Dario Argento
[3] se la cosa vi disturba, pensate, in fondo c’è andata di lusso: avrebbe dovuto aggiungercisi Silvio Muccino (ce lo fanno capire subdolamente, un po’ piccati, “un attore e regista doveva essere sul set assieme a Vaporidis per Rocco e i suoi fratelli: ha cancellato la sera prima per fare una pubblicità”)
[4] sentite che magnifico aneddoto felliniano che s’è inventata tale Alessandra Donato (chi è, boh – ha scritto un mega resoconto del backstage, terrificante), una presenza dai contorni fantasmatici che le si rivela dal nulla per approvare il lavoro di Vanity Fair: “Durante una pausa, mi si avvicina un vecchio signore. Guarda la scenografia di 8 e 1/2. Mi dice «Le piace?». «Certo», rispondo. «Vede», continua, «io sul set di Fellini c’ero. Ed era proprio così»”.
[5] il Kataratta non è l’unico sul set ad essersi commosso, anche i cavalli si commuovevano (o meglio, forse dovrei dire “arrapavano” – e anche per quanto riguarda il Kataratta, del resto, quella storia del primo amore adolescenziale era solo un modo elegante per dire che gli è venuta voglia di farsi un giro di Viagra con la Angiolini): “Il cavallo nero di Claudio Santamaria continuava a baciare Daniele Liotti” e “Luisa Ranieri è stata strabiliante. Il cavallo sullo sfondo non si reggeva in piedi: colpa del caldo o del fascino?”
[6] “su Il conformista ha addirittura scritto una tesi quando studiava Scienze della comunicazione“, che dire? Scienze della comunicazione, cos’altro aggiungere, Scienze della comunicazione, Cristiana Capotondi

Malvestito #24 – tredici milioni di pixel

malvestito fotografoDifficile restarsene al riparo dal virus del malvestitismo fotografico, quando cioè ti compri la macchinetta da un sacco di pixel e vai in giro portandotela sempre appresso, scopri tutte quelle cosine sulle lenti gli obiettivi la messa a fuoco eccetera e stai sempre all’erta, sia mai che ti capiti qualche soggetto interessante da catturare in bianco e nero con sfondo sgranato in prospettiva – che ne so, tutte quelle cose originali tipo la crepa di un muro, un palazzo alto alto visto dal basso, la matassa di sporcizia sotto al divano, il gatto che si fa il bidet, il primo piano ravvicinatissimo della faccia rugosa di un barbone che sta facendo lo spelling di “vaffanculo” – ora poi che con internet puoi pubblicare le foto sui siti apposta e far finta che ci sono tutti i tuoi amici internettiani che se le vedono (tu, in cambio, fingi di guardare le loro) dal virus del malvestitismo fotografico davvero non si scappa.

Di solito colpisce intorno ai trent’anni, che uno c’ha soldi a sufficienza per comprarsi la macchinetta bòna, fa un lavoro di cacca che gli lascia poco tempo, l’idea del romanzo ormai (troppa fatica) l’hai abbandonata da un po’ e allora quale miglior modo per sfogare quell’impeto malvestito di artisticità io-sono-originale, non c’è più manco l’ingombro della camera oscura (finalmente! se qualche anno fa eri ganzo solo se t’eri montato la camera oscura al gabinetto, oggi no problem, puoi scoattartela anche con le digitali), e in fondo ad andarci in giro vuoi mettere, altro che romanzo (che fai, ti porti sotto braccio mille pagine di dattiloscritto? che sei, un commercialista?), mulinare rotelle, spingere bottoncini, regolare questo e quello, sdraiarsi a terra per trovare la giusta angolazione della luce sulla crepa, dico, sdraiarsi a terra! Che sogno: tutti i malvestiti io-sono-originale di stampo creativo-internettian-scemini dovrebbero averci una macchinetta fotografica.

Il malvestito numero ventiquattro è cotto, nel bel mezzo del suo periodo malva-fotografico, nella fase più irritante di tutte, quella dell’entusiasmo acuto (“scusa, puoi provare a tenere la sigaretta più così, pendula, sì sì, fai la nuvola di fumo, perfetto! espressivissima!”), se la porta dappertutto e da che c’ha la macchinetta (1) gli sembra di guardare al mondo in modo diverso, nuovo, non ci aveva mai fatto caso prima a quante crepe ci sono sui muri, pure sui marciapiedi – la città metropolitana è una giungla decadente (che è pure il nome del suo flickr) – sotto il divano poi, non c’aveva mai passato l’aspirapolvere!

Per immedesimarcisi meglio ha deciso di vestirsi in tema, e guardatelo accidenti se non incarna alla grande quel malvestitismo io-sono-originale un po’ chic-eccentricità da jazz club per pensionati: la scoppoletta (2 – vedi anche il capitolo Cappello ergo sum), l’insolito un-due viola giallo di giacca (3 – un reperto vintagiosamente infeltrito, strettina e corta sulle maniche, bohoissima) e camicia (4 – il collettone largo seventies disteso sul bavero della giacca, i polsini slacciati), i pantaloni jeans moscetti non troppo sbragaloni (5 – oh, è pur sempre jazz-chicchitudine), wayfarer d’ordinanza, un paio di sorpassatissime New Balance (6 – ma chissene, l’importante è il corto circuito io-sono-originale giacca similelegante versus scarpa da ginnastica) e la borsetta louis vuitton (7) che in effetti non c’entra molto, troppo agiata alto-borghese, ma lo perdoniamo sì che lo perdoniamo.