L’italiano più scaltro di tutti i tempi, il torneone deathmatch: candidature

Provate a immaginare un qualche stupefacente duello all’ultimo sangue del calibro: chi è più scaltro, l’imperatore antico romano che fa eleggere al senato il suo migliore amico cavallo [*] oppure il creAttivo bighellone milionario che per eludere i paparazzi e andarsene in missione top secret a casa della trans di fiducia parcheggia sul marciapede in divieto di sosta lo shuttle Ferrari giallo canarino che c’ha sul cofano la decalcomania delle fiamme con la scritta Lapo Rocks Saves Italy – chi è il più scaltro?

lasciamoci ispirare da quella cagatona incommentabile condotta dalla scimmia con le bretelle [**] e giochiamo a mettere in competizione i più scaltri di tutti i tempi, aizziamoli uno contro l’altro e vediamo chi vince, che ne dite?, giochiamo a scegliere chi è il supremo supersovrano senza tempo degli scaltroni italiani – e di scaltroni siamo pieni, da sempre! – si potrebbe fare che raccogliamo un due dozzine di nomi al massimo tra viventi e defunti, “italiani” (va be’, su, anche in senso molto lato, non importa), facciamo un tabellone a eliminazione diretta, li accoppiamo random e una volta a settimana votiamo per decidere le sorti di una tornata deathmatch – se vi viene in mente qualche degno scaltrone da combattimento segnalatemelo qua sotto, così ci riempiamo il tabellone.

[*] ok che non è mai successo, ma se anche fosse successo, dài, pensate mica che l’imperatore ci avrebbe guadagnato qualche chance di sconfiggere il Lapo – tzè, per favore
[**] io ne ho visto soltanto dei pezzi qua e là, il pezzo con Fiorello per esempio – un abisso di imbecillità senza fondo – e un altro pezzo ignobile in cui si diceva, sentite (da qui): “ci sono tanti politici che vengono votati ma dobbiamo ricordare che purtroppo non possiamo inserirli, però possiamo dire chi c’è tra i più votati, per nominarne alcuni in par condicio, ci sono sia Berlinguer che Mussolini, c’è Berlusconi e ci sono esponenti della destra e della sinistra”

L’esistenza di Lapo Elkann è tutta quanta un grosso triste manuale How NOT to, il capitolo che vediamo oggi è Come NON si fa il viral marketing

Che nome dareste voi a una cosa così, a un pirla cogli occhiali grossi colorati da pirla e coi vestiti alta-moda eccentrichetti da pirla che se ne va in giro per l’Europa sponsorizzato da una fabbrica di automobili per pubblicizzare un catorcio da parvenu vorrei-ma-non-posso immortalando con la sua inseparabile reflex ergo sum (pirla) un mucchio di altri pirla stranieri vestiti da pirla,

e intanto che immortala i suoi simili pirla stranieri contorcendosi per strada col culo pallido e le mutandone di fuori, annota e registra il tutto sui diari di bordo che sono un Twitter e un canale Youtube che totalizzano rispettivamente tredici e diciannove iscritti con una media per video di trecento visualizzazioni in due mesi – com’è che la chiamereste una cosa così, uhm, non so, una stronzata?, un’idea del cazzo?, una figura di merda?,

il think tank dei pirla creAttivi capitanati da Lapo Elkann che formano la squadra di Independent Ideas, loro che ne sono i responsabili, che questa cosa l’hanno “creata”, loro la chiamano Viral Marketing, o meglio,
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Gli stilemi della bandiera italiana: un perfettissimo preludio alla settimana della moda

Guardate c’è Lapo Elkann che s’è imparato la parola “stilema” [*] e la usa al posto di “colore”, che non è granché, “stilemi” e “stilemi” e ancora “stilemi” un’intervista dietro l’altra, “abbiamo recuperato gli stilemi”: è la parolina magica che serve a rendere in trasparenza chissà quale studiatissimo lavorio creativo, estetico, di ricerca, di “recupero” – stilemizzava a più non posso durante la Vogue Fashion’s Night Out, eccolo,

e sotto “stilemi” cosa c’è, un cratere buio e profondo senza lo straccio di un’idea, la banalità e la rozzezza e il cattivo gusto di un buzzurrone subumano qualsiasi – uno come lui, per dire, che gli “stilemi” di Lapo Elkann l’ha “recuperati” da un bel pezzo (e direi meglio); l’intenzione che passa tra queste due cose, i colori e gli stilemi, cioè tra il vuoto così com’è e il vuoto che pretende di non essere vuoto, è l’intenzione che dominava del resto tutto quanto c’era in ballo quella serata lì, la Vogue Fashion’s Night Out,


con le sue capo-cariatidi benedicenti che straparlavano della “moda finalmente aperta a tutti”, della “moda che è vicina alle persone comuni”, “gli stilisti e i creativi alla portata della gente”, Franca Sozzani [**] che auspicava “un momento in cui c’è anche il cittadino… perché noi non faremo degli inviti solo a poche persone” – tutti invitati!, chiunque può fare sciòppi dove gli pare!, che “apertura” che generosità!, che straordinario spirito di ecumenismo fescionario! – è la Fashion’s Night Out: tutta la notte in giro per negozi assieme a modelle e stilisti e viggieis e frotte e frotte di wannabe cazzeggioni storditi di Bacardi Breezer e vipparoli scarsi raccogli-molliche in modalità partita del cuore,


perché ovvio, non può mancare la beneficenza sponsorizzata dal sindaco polliceverde, come no!, bastava acquistare la maglietta bianca della salute con la scritta Vogue Fashion’s Night Out – questa qua sopra con le sborratine verdi, firmata: eh, giuro! – e il venticinque percento del ricavato contribuisce all’acquisto di un albero – cioè, calcoliamo, un albero costa trecento euro, una maglietta costa trenta euro (incredibile! una maglietta della salute che costa un decimo di un albero!, “prezzo irrisorio” dicono loro, bah, dev’essere intessuta coi peli pubici di cinesi rarissimi, cinesi albini cogli occhi verdi!), per ogni maglietta venduta l’albero si becca circa sette euro, sì, quindi per fare un albero parapapà ci vogliono quaranta magliette, e quindi sottraendo, uhm, per ogni albero da trecento euro c’è Vogue, o chi per Vogue, che ci fa su novecento euro di magliette della salute, mica male!


tutti assieme “consumatori e stilisti per contribuire a rendere più bella la nostra città” e per aiutare i “lavoratori del settore”, non dimentichiamoceli, “bisogna essere consapevoli che questo settore dà lavoro a milioni di persone”, per cui “l’acquisto di un capo” non è soltanto una gioia ma anche “un atto responsabile” (sempre lei, il vampiro), bellezza e socialità ed ecologia e vipparolitudine, che meraviglia!, non bisogna vergognarsi di spender soldi per le cose di moda, mai!, neppure ad acquistare un qualche stilema – gioia e responsabilità.

[*] nella mia lista Quelli da immergere un pezzetto alla volta molto lentamente nella piscina dei piraña appena mi capita l’occasione quelli che non hanno niente da dire ma ci mettono dentro “stilema” vengono subito prima di quelli che non hanno niente da dire ma ci mettono dentro “fruizione”, staccati di pochissimo dai “multi-livello” e dai “mainstream”
[**] la bambola! la bambola! io dico procuriamocela in qualche modo e facciamola finita

Jovanotti cuore Lapo Elkann: dall’occhiale allo stivale

Jovanotti e Lapo Elkann sullo stesso continente nella stessa città nello stesso baretto alla stessa ora, che s’incontrano e tubano lovvosi congratulandosi a vicenda delle rispettive nullità: è una coincidenza proibita che non dovrebbe verificarsi mai e poi mai, è come incrociare i flussi protonici, è male!, e a leggere il risultato della terribile collisione – l’intervista dell’ultimo GQ – viene su un certo fastidioso pruritino esattamente di quel genere là: la vita come la conosci che si ferma istantaneamente e ogni molecola del tuo corpo che esplode alla velocità della luce.

Lapo è uno che ti fa venire voglia di abbracciarlo, la sua è una comunicazione che cerca l’emozione nell’interlocutore. E’ per questo che in tanti gli vogliono bene

dice Jovanotti, che da vero maestro del linguaggio instupidito e spappolato – con quei suoi ruttini rancidi di sentimentalismo naïf analfabeta [*] – apprezza moltissimo le gutturalità sconclusionate di Lapo Elkann (ve le ricordate, sì?), ci trova qualcosa di umanissimo e commovente, addirittura riesce a trovarci un senso:

non ho preso appunti e nemmeno registrato quello che ci siamo detti. Ma ho tutto qui nel cuore, più che nella testa

e come gli innamorati pazzi che dopo un appuntamento galante si ricordano parola per parola tutto quello che si sono slumacati addosso, Jovanotti fa sgorgare dal suo cuoricino tachigrafico virgolettati e virgolettati lunghissimi, che prodigio!, e meno male, perché hanno parlato di cose serissime, capitali – di quasi tutto, dice Jovanotti introducendo la cosa:

di automobili, di musica, di sogni, della famiglia, di privilegi, di ebraismo, di stile, di business […] e di Michael Jackson. Perché Michael Jackson ovviamente rappresenta il succo della questione

la parentesi quadra coi puntini riempitela con altre due dozzine di parolone genericissimamente altisonanti (la crisi, l’arte, il progresso, ecc.) che no, non sono cose di cui hanno parlato – gli piacerebbe, sì, saperne dire qualcosa che sia più significativa di “ehrrrrr… il progressooooh…. ehrrr…. sì ehrrrr… i telefilm mmerigani?” e “l’arteeee…. sì allora l’arteeeee…. cioè secondo meeee…. l’emozioneeehrr?” – sono soltanto parole che spuntano a casaccio qua e là nel corso dell’intervista, spuntano e s’estinguono all’istante dentro vaghi superficiali discorsetti scemi fatti di cliché microscopici – lo stesso Michael Jackson, che accipicchia “rappresenta il succo della questione” (e bravo Jovanotti!, in perfetta zeitgeist-bimbominkia-sintonia col vetrinista del mediastore che piazza ovunque le magliettine Thriller pseudo-vintage che spopolano tra i ragazzini), è buffo, Michael Jackson non viene mai nominato durante tutta l’intervista, perché appunto, è soltanto un feticcio modaiolo da mettere là a far bella mostra in apertura, in vetrina, mica altro – le domande di Jovanotti sono quelle pregnantissime che si trovano nei test sui giornaletti per subumani rintronati,
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Ebraismo independent: Dyo Wanted (by Lapo Elkann)

Aspettatevi che nei prossimi tempi Dyo si faccia ancora meno reperibile del solito, perché pare che Lapo Elkann lo stia cercando. Ebbene sì, proprio lui, il nostro eroe dal barrito interiettivo: s’è incamminato di recente “sulla strada della conversione” ed è appena tornato da un “viaggio spirituale” in Israele, gliel’ha consigliato il suo amico fotografo Steven Klein, reclutatore di “cool jews”; il think tank dei Lapo-cloni dev’essersi già messo al lavoro su qualche lussuosissima magliettazza della salute (ottanta euro) col logo del prepuzio scalpato tricolore, sulle maschere kosher per lo snowboard (quattrocento euro) complete di treccine laterali peyot in fibra di carbonio – per adesso, intanto, hanno fatto queste scarpe qua, l’ha disegnate Lapo in persona (ci teneva perché lui è “patriottico”), le Superga israelianizzate (la foto l’ho presa dall’ultimo Vanity Fair)(un clic per vedere l’immagine più grossa).

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