Costume Institute Gala 2007, il Malvacarpet

Leggo che questa serata di beneficenza che si è tenuta ieri al Metropolitan Museum of Art di Nuova York, la cinquantanovesima edizione dell’ultra famoso Costume Institute Gala, sarebbe il più importante esclusivo e attesissimo evento fashion – alta società – sono un vero vip dell’anno (contributo minimo: seimilacinquecento dollari). Non a caso è firmato e sponsorizzato dalla guru modaiola Anna Wintour, la letterariamente crudelissima capoccia del Vogue statunitense. Non a caso è luogo di orrendi ed efferati crimini malvestiti.

anna wintour al gala del costume institute
miuccia prada al gala del costume institute
lapo elkann al gala del costume institute
jessica simpson al gala del costume institute

E cominciamo proprio dalla madrina della serata, la Wintour, che ci riserva un fantastico abitino di pelle nera lucida e inserti di pitonatura argentata, con spalline da fanteria dello spazio e frange da tappetino per il bagno (non che gli anni scorsi sia stata avara di malvestitismo). Tra gli ospiti, tre italiani di gran lusso: il nostro amatissimo Lapo Elkann, che dimostra il suo proverbiale cattivo gusto con uno smoking doppiopetto di colore e taglio improbabilissimi (è spiegazzato, gli sta stretto, i revers troppo grossi, che orrore), enorme criniera leonesca pettinata alla meno peggio (sì, sei un tipo eccentrico Lapo, la tua vita non è inutile), occhio allucinato e babbucce di velluto senza calzini (collo del piede depilato, of course) che sono un po’, diciamocelo, il suo marchio di fabbrica; Miuccia Prada che crede di trovarsi ad un revival over sessanta del carnevale di Rio, per cui indossa una gonna tutta sbrindellata uscita dal trita documenti del suo ufficio, le striscioline di carta colorate con l’evidenziatore arancione (Miuccia, ti si vede la sottoveste bianca); e Roberto Cavalli, con quella sua facciona bitorzoluta da vecchia rifatta, che si esibisce in bacetti e smancerie con la prorompente dea della menomazione intellettiva Cessica Simpson (tettone rifatte, capelli nuovi e mood da zoccolona), uno spettacolo che ha qualcosa di perversamente ributtante.

mary-kate olsen al gala del costume institute
kirsten dunst al gala del costume institute
lucy liu al gala del costume institute
cate blanchett al gala del costume institute

Se Mary-Kate Olsen indossa un goticissimo vestito di pelliccia ottenuto scuoiando uno Wookiee, con la cinturona borchiata degna di Skeletor, al contrario la sorellina Ashley si presenta più sobriamente, in bianco (trascuriamo il cinturone ortopedico: un vizio di famiglia); se lo stile anni venti riecheggia vagamente nella acconciatura con fermacapelli floreale di Kirsten Dunst, per il resto coperta da un immenso pezzo di stoffa da esposizione (quattro metri quadri) tenuto su con lo scotch insieme ad un massa informe e funerea di tulle (che pendantizza col fiorellone), l’abito lungo di Lucy Liu parte bene e, vista a mezzo busto, può anche passare: sotto al ginocchio si apre però in un delirio strascicoso di decorazioni in carta crespa (carta crepe, come vi pare, quella che si usa per i pacchi regalo) che spero sia stato calpestato e distrutto due minuti dopo la fine del red carpet. Lo stile zombie-anoressico quasi-morte è rappresentato in tutto il suo orrido splendore dalla gracilissima Cate Blanchett, il vestitino dorato che ne rende l’incarnato pallidissimo ancora più smorto e autoptico, scoprendo braccia e collo, e la pettinatura alta e raccolta che esalta l’aspetto egonschieliano del volto scavato.

charlotte gainsbourg al gala del costume institute
elizabeth banks al gala del costume institute
naomi campbell al gala del costume institute
scarlett johansson al gala del costume institute

E se queste qua vi son sembrate malvestite, be’, non perdete Charlotte Gainsbourg, che senza alcun pudore si presenta in un folle collage di robe che sembrano acconciate da una bambina ubriaca che gioca con i tessuti di scarto della nonna (ok, vi svelo l’arcano: la figlioletta della Gainsbourg fa la stilista per Balenciaga), e non distogliete lo sguardo dalle scarpe – le avete riconosciute? – ebbene sì, sono quelle che usava il piccolo Forrest Gump quando ancora soffriva di problemi alle gambine: ah Charlotte, tu sì che sai come commuoverci (*sniff*). Oppure, vediamo, c’è Elizabeth Banks, la segretaria di J. Jonah Jameson, che si sarebbe pure messa una cosina neanche troppo malvestita, non fosse che qualcuno deve averle incollato per scherzo un mazzolino di rose sulla cintura, e lei distratta ancora non se n’è accorta (ehi, ma le rose sono verdi bianco rosse, la bandiera italiana! vuoi vedere che è stato quella toscanaccia burlona di Cavalli?). Ci sta pure una rappresentate del sindacato ammerigano spazzine nere, che democratici questi del Costume Institute! e però i soldi per vestirsi bene la spazzina non ce l’aveva e così gli hanno dato da mettersi una versione sorpassata, con la gonna mini e il pelo tosato, dell’abito della Mary-Kate Olsen. Povera spazzina. Meno male invece che è allegrissima la meravigliosa Scarlett Johansson, nonostante il vestitino ornato di una strisciolina di schifezzuole dorate che formano il simbolo del dollaro sotto il decoltè, le tette orrendamente strizzate, la gonnellina larga di cartone spiegazzato e l’incomprensibile abbinamento con quelle calze a rete, nere. E’ troppo bella e vuole sminuirsi, è timida.

Malvageddon #11 – Lapo Elkann, Italia Independent

lapo elkannMi è difficile trovare le parole per descrivere lo sgomento che provo in questi giorni leggendo in giro di Lapo Elkann. Un po’ dappertutto si trovano resoconti della sua strombazzatissima performance di ieri, a Firenze, la presentazione di questa cosa chiamata Italia Independent: una società di moda che il Lapo ha fatto cogli amichetti e che si propone di realizzare e vendere in tutto er monno accessori stilosissimi per veri malvestiti con pedigree.
Per l’appunto, sul sito c’è scritto:

Italia independent è un marchio nomade e dinamico che si propone di realizzare “personal belongings” oggetti unici e innovativi, espressione diretta dell’esperienze e dei gusti delle persone indipendenti.

La parola chiave è “indipendente“. E se uno si chiede che vuol dire, ecco:

L’indipendente è colui che rifiuta l’omologazione di massa. Una persona libera, che non ha paura di essere se stessa; un beauty seeker che sceglie la bellezza a prescindere dalla griffe o dallo status symbol del momento. L’indipendenza è, quindi, un modo di pensare che trascende l’età, la nazionalità, la cultura, il sesso e la religione.

Lapo Elkann a FirenzeOra, voglio dire. Ma voi, ve lo ricordate a Lapo qualche mese fa, quando se la scoattava a New York che sembrava si fosse rotolato coi pantaloni contro un murales ancora fresco? Oppure prima ancora, che si metteva i completi tutti colorati o quelli in raso su misura con sotto le scarpettine sportive? E quando sembrava non poter uscire di casa senza una qualsiasi cosa (dal cappellino alla lingerie) che non avesse scritto sopra il monumentale acronimo di famiglia? Oppure, ah sì, quando la settimana scorsa s’è fatto vedere con quelle adidas a forma di cinquecento? Oppure anche ieri, l’avete visto come era conciato a Firenze, con le scarpine zebrate senza calzini, la magliettozza aperta sul petto villoso, i braccialettozzi da macellaio e la bandana al posto della cintura? E… e… sì, i tatuaggi che c’ha, dalla stellina in onore della prima morosa (principessa delle Malvestite) agli ideogrammi giap all’ultima incredibile bandiera italiana sull’avambraccio, che manco un carcerato, eh, ve li ricordate i tatuaggi?

Voglio dire, è una tragedia la sua, una cosa pietosissima. Ci crede sul serio Lapo di essere un nomade dinamico indipendente e originalissimo, e ci si impegna e ne fa di tutto i colori, poveretto, per essere un “beauty seeker”. Ci credeva davvero lui, ieri, che a farsi fotografare mezzo sdraiato tipo manichino con questi occhialozzi chiamati Sever (il tipico sputtanatissimo modellaccio discotecaro da mosca che andava dieci anni fa), qualcuno poi ci va davvero sul sito a comprarglieli, a mille e passa euro. Sever, giusto:

L’unico occhiale da sole realizzato interamente in carbonio. Le pelli di carbonio sono tenute in frigo ad una temperatura di 15 gradi sotto zero prima di passare alla lunga e sofisticata fase di stampaggio e di lavorazione, necessarie per verificare il controllo delle vibrazioni. Il design di Sever, caratterizzato da forme morbide e allo stesso tempo aggressive, ideato attraverso una impollinazione creativa tra i linguaggi della moda, della arte e dell’intrattenimento è stato ideato dal team interno di Italia Independent.

Oh poi può essere pure, anzi sono sicura che un paio di modelli qua e là tra gli amici li piazzerà, certamente. Così come può essere che tra qualche settimana se ne vedranno tarocchi d’ogni fatta spuntare per strada. D’altronde, la fiaba di Flavio Briatore, Neanderthal giunto tra noi attraverso qualche strano tilt temporale, in grado di attrarre a sé donne tra le più belle del pianeta, ci insegna che non c’è niente da fare, le vie del successo (anche malvestito) sono assurde e imperscrutabili. Lo dice anche il sito, nella pagina Feel-Osophy, tra una pillola di saggezza e l’altra:

Impercettibili puntini. Troppo distanti per riconoscerli. Sono i volti dei tuoi vecchi limiti.

Cari vecchi puntini.

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