Vorrei commemorare l’estinzione dei residui teporini autunnali presentandovi questa malvestita numero tretreotto, che affronta stoicamente i primi freddi nella sua sbracciata divisa equatoriale; così possiamo anche già sentire la mancanza di certe fenomenali attrattive canottiero irsutistiche tipicamente estive (1 - il classico Franchinismo) che saremo costretti a scordarci per i prossimi cinque o sei mesi.
La canottiera come vedete è della Yell!, ennesima marcaccia Guru-style che campa vendendo a peso d’oro i pezzi di sopra del pigiama col brand bello grosso stampato sopra (ne avrete sicuramente visto qualche esemplare in giro: e non sapete che altro, fatevi un giro sul loro sito ufficiale, è da non crederci, brandizzano pure il seggiolone business class del capitano Kirk, la misteriosa cinturona dimagrante e l’inginocchiatoio massaggiatore), poi c’abbiamo i jeans coi grossi aloni bianchicci di scoloritura (2) e con le strane saldature nere longitudinali (3), gli stivaloni da cavallerizza di pelle lucida (4) e il borsone con la fantasia carta da parati anni sessanta (5) e poi le unghiazze (6), che si mordicchia ossessivamente, pigliando dal gel smaltato violetto chissà quali fondamentali nutrienti.
L’ultimo baluardo dei cestoni pesca-mutande sta soccombendo sotto i colpi dell’inarrestabile ondata di malvestitismo low cost e non c’è niente che possiamo fare, da un giorno all’altro te ne esci di casa perché c’hai voglia di un bel mazzolino di mutande fiorellate e trovi l’ingresso dell’Oviesse sbarrato, i cartelli “chiuso per ristrutturazione” e un viavai di operai che buttano fuori i cari vecchi cestoni smembrati in ceppi da caminetto e trasferiscono all’interno i lampadarioni ciclopici di vetrini sbrilluccicosi tipo sala da ballo versaillese.
E’ il fenomeno della cosiddetta H&Mizzazione (si legge come uno starnuto: eccì!mizzazione) che ha travolto i pusher del malvestitismo mondiale, anche i grandi magazzini un tempo (quasi) esclusivamente riservati alle porcheriole da anzianotto squattrinato senza alcun definito gusto malvestito: così per la ex Oviesse, tutto quello che era improntato a una neutra (spesso desolante) anonimia Postalmarket, non soltanto le cose in vendita ma persino la struttura interna degli ambienti (prima, di solito, pallidi corridoi di paratie traballanti fatte col cartoncino Fabriano ruvido), persino il nome stesso dell’azienda (dal buffo e un po’ infantile Oviesse scritto per esteso al più secco e globalista OVS Industry: il che è solo in minima parte inteso a ringalluzzire il pubblico italiano, più che altro serve a presentarsi al meglio - senza del resto ingenerare eventuali problemi di pronuncia - sul fiorentissimo mercato dell’est europeo), tutto viene radicalmente trasformato secondo un modello che prevede di suscitare non più l’attenzione dell’acquirente disinteressato un po’ tordo ma quella ben più remunerativa del malvestito modaiolo aggiornato sulle ultime tendenze, possibilmente giovanissimo, a cui viene offerta una povera imitazione delle robacce più in voga a un prezzo tutto sommato abbastanza contenuto.
Il modello è quello appunto del low cost alla H&M: non ci vogliono mica tanti soldi per essere trendissimi all’ultimo grido! guarda qua che roba! quanto ti starebbe bene questo vestitino qua! e questa borsona? e guarda quanto costa poco! e poi è così semplice ma allo stesso tempo originale, così personale! (con la differenza che H&M mantiene uno stile leggermente più posato e maturo - così alla malvestita d’una certa età viene facile “io vado da H&M perché ha dei buoni prezzi, non perché va di moda” - la nuova OVS invece, come si dice, l’ha buttata un po’ in caciara); gli interni anzitutto, che diventano il set di un programma di Mtv, uno di quelli sbirulini dove c’è tutta una mescolanza eccentrichetta di cianfrusaglie non-c’entro-un-cappero che dovrebbero spandere un succulento profumino di creatività io-sono-originale, gli scaffali con le chitarre elettriche, gli snowboard appesi al muro, le poltroncine di pelle invecchiate ad arte, le finte pareti di mattoni scrostati coi graffiti, le scrittone al neon intermittenti, le corniciazze baroccate d’oro, le travi imbullonate di metallo grezzo, i suddetti lampadarioni di vetrini e così via; a ciascun assetto scenografico corrisponde ovviamente un diverso armamentario malvestito, per cui sotto le chitarre elettriche e lo snowboard ci trovate la sezione Uomo Cool Avventurosamente Casual, accanto alle poltroncine vintage la sezione Uomo Cool Ingiacchettato D’Altri Tempi, sotto i muri scrostati coi graffiti e i neon Gioventù Cool Urbana Ribelle e così via.
In generale tutte le linee di abbigliamento sono reboottate sulle direzioni principali boho (per le più grandicelle, con influenze variamente bburino-vintage: collanone di perle, pizzi pazzi, abitini flosci, ballerine, cappellini vintage, fuseaux - le trovate là, sotto il lampadarione ciclopico e tra le corniciazze baroccate d’oro) e bimbominkia (per i più piccoletti: scarpone da ginnastica anni novanta dai colori improbabili, diavoletti, pois, cappuccioni, righe orizzontali), e più nello specifico, per togliersi di dosso questa loro passata reputazione di sfigosità anzianotta senza tempo e per catturare con un colpo solo la più ampia fetta possibile di clienti, all’Oviesse hanno dapprima acquistato i diritti di alcuni famosi personaggetti/marchi (Disney, Warner Bros, Pukka, Nickelodeon ecc.), imprimendone gli avatar un po’ dappertutto, e hanno poi sottoposto il materiale che ne risultava al triplice trattamento imbburinire / invintaggiare / bimbominkizzare: abbiamo quindi, giusto per citarne un paio, le t-shirt (1 - imbburinire) dei Peanuts che si sono fatte un centinaio di loop sul nastro trasportatore in balia di una grandinata di brillantini colorati, i completini da notte Little Miss (sempre - 1 - imbburinire) con le scritte sul culo manco fossero un pantalone Rich qualsiasi, le magliette dei supereroi (2 - invintaggiare) con la stampa old style screpolata così fai finta che te le sei comprate negli anni ottanta, le felpe di Spongebob e di Campanellino (3 - bimbominkizzare) coi cappucci che c’hanno il risvolto pieno di scrittine o di righine o di stelline.
E così nonostante tutto sembra che l’abbiamo sfangata, nonostante quella terribile profezia di Nostradamus che cantilena beffarda “guardatevi piuttosto dalla capellona col ratto portatile / che firma i vestiti col muso del ratto sopra / scemi cosa vi credevate / la storia dell’acceleratore di particelle era soltanto un diversivo / (ahah, tiè)”; nonostante il bieco squallore di questa robaccia fatta per lo più con Paint di Windows e gli a4 trasferibili e le magliette della salute (e una mandria di cinesi ingabbiati che ci alitano sopra - troppa spesa sennò: il ferro da stiro costa troppo);


nonostante un mucchio di cose siano state evidentemente trafugate dai magazzini dell’esercito della salvezza (dov’erano conservate negli scatoloni “niente da fare: i barboni obiettano che è out”); nonostante il micragnosissimo impegno creativo degli stilisti-ombra (che stanno appena appena al livello dei ragazzini che infittiscono le pagine del diario di scuola coi collage di simboletti presi a casaccio qua e là per il puro gusto di riempire più spazio possibile - “il cosino della pace già l’abbiamo usato, i cuoricini pure, le righette pure, i teschietti pure, le stelline pure, la bandiera dell’Inghilterra pure, i font anni settanta-ottanta li abbiamo usati tutti, la faccia di Paris con tutti gli occhiali da sole dell’universo pure, che cazzo ci mettiamo su ’sta maglietta? un momento, ma certo! un cazzo, un cazzetto! che ne dite di un bel cazzetto?”);





nonostante cioè non sia altro che l’ennesima scopiazzatura cialtrona di stereotipi malvestiti combinati alla meno peggio (è la mania imperante del lowcost come-il-tuo-vip-del-cuore-oggi-puoi! da grande magazzino, i soliti fondamenti boho fritti e rifritti - mosciumi, gilettini, sbuffosità, vintagismi vari, blusette, cravatte, skinny jeans, ecc - più alcune botte di sincero semo-bburinismo senza tempo e qualche inutilità tappabuchi),




nonostante fosse l’antipasto già terribilmente indigesto di quel ciclone di scombiccherata demenzialità para-modaiola che turbina intorno alla settimana delle sfilate (senza il cui turbinio del resto non funziona un bel niente: perché insomma chi è altrimenti che s’interesserebbe delle sfilate quelle vere - a parte dico Cristina Parodi ed equivalenti entusiaste redattrici di servizi marchettari - se non ci si incappasse per caso intanto che si sta sghignazzando come matti a proposito delle mutandine anal-interdentali di Valeria Marini, dei tutoni di moquette di Simona Ventura, dei trikini e dei tacchi all’incontrario e degli accompagnatori fantasma di Pamela Anderson e delle bandierine da cocktail copri-culo e di altre varie amenità collaterali); nonostante ci si trovasse davanti la responsabile di un nuovo spaventoso reality show (lo scopo: trovare il migliore amico tra tutti gli sbroccati che le si propongono via internet) che quasi quasi manco è iniziato già ha prodotto dei fenomeni mentecatti di cui avremmo forse preferito non sapere mai nulla (il mio preferito è Leonid, che potete ammirare nel video qua sopra; ma anche il cretino del video sotto, uhm, non è male - e anzi sapete che vi dico, nello specifico credo sia il più adatto);
nonostante l’arsenale nutritissimo di boiate “uno stile sexy ma adatto a tutte le ore, capi con cui andare a fare shopping, a ballare o a una riunione” (”mi piace cucinare, soprattutto le lasagne”, “mi piace fare shopping, brucia le calorie”) e previsioni raggelanti “mi piacerebbe avere famiglia e figli, in futuro prevedo una famiglia”; nonostante tutto - ché secondo me una sassaiola come minimo ci stava (cento euro per il pigiama di tata Francesca? cos’è, ci stanno i novantacinque di resto cuciti nella targhetta?) - nonostante tutto, dicevo, sembra che Paris Hilton abbia inaugurato questa sua collezione e se ne sia volata via senza causare grossi sconvolgimenti - siamo ancora qui, no? tutti interi, e il pianeta ne è uscito indenne (credo) - o almeno nessun grosso sconvolgimento se non nella testa degli sventurati masochisti che si trovavano alla Coin venerdì pomeriggio, come ad esempio il nostro Mattia, che racconta
Paris appare. bassissima. coi tacchi. e col 42 di piedi. in pratica un mostro. una massa di capelli biondissimi gigantesca. cerone a volontà. lenti a contatto azzurre. viene fatta posizionare vicino ai suoi abiti, dove le commesse sono orgogliosissime di stringerle la mano tra mille moine. i fotografi e la gente impazziscono, spingendo, urlando e assalendola. ragazzine matte tra i 12 e i 14 anni strillano come pazze, arrampicandosi sui banconi per vedere meglio la Hilton.
dopo 5 minuti Paris si sposta nella postazione per firmare autografi. ai vincitori [*] era stato precedentemente regalato un sacchetto rosa contenente campioncini di profumo, un cappellino (rosa per le ragazze, nero per i ragazzi), una gruccia imbottita rosa e un ventaglio rosa.
Paris avrebbe firmato i cappellini, rigorosamente con un pennarello argento (non ne voleva altri). non si poteva farle firmare qualsiasi altra cosa, motivo: si indispone. non era possibile toccarla, solo starle vicino per fare la foto. pare che odi le mani sudate.
[*] vincitori di cosa? sul forum, qua, c’è Mattia che spiega tutto
Sappiamo già che i produttori di magliettacce mono-cretinata [1] sono la muffa pelosa viscida e schifosetta che si riproduce allegramente nel luridume analfabeta delle più squallide periferie dell’universo malvestito: ne spuntano ovunque senza sosta, campano qualche mese caccheggiando ridicole pubblicità televisivo-rotocalchiche [2], magliettizzano un paio di vipparoli scarsi ma di quelli scarsi veramente e poi alla fine spariscono così, flop! nel nulla - salvo poi ripresentarsi verginelli con un nuovo nome e un nuovo marchio poco tempo dopo, felici di reinvestire sugli stessi vipparoli scarsi e sulle stesse ridicole pubblicità.
Capita spesso che nascano delle vere e proprie famiglie di marchi malva-tiscertari che approfittano tutti insieme di un’unica miserrimma micro-ideuzza, un spunticino qualsiasi da cui deriva uno sconfinato esercito di cloni. E’ successo con Monella Vagabonda & Figlie (mono-cretinata: l’animaletto e/o l’oggettino antropomorfo tenerello col nome sbiruleggiante [3]), sta succedendo coi marchi ipermalvestiti che proliferano ultimamente, ispirati tutti quanti al medesimo scombussolato modello dell’italo-mmerigano da filmetto spaghetti vintage con implicazioni più o meno marcate che riguardano lo spaccio la mafia la discoteca la violenza il vandalismo le scemate poliziottesche la spacconeria gratuita - esaminiamone qualcuno nel dettaglio.
Il primo della serie, l’innocente adamo ed eva, l’ideale progenitore di tutto il triste ambaradan del genere spaghetti mmerigani vintage, credo sia stato Frankie Morello: non c’entra granché con le altre marcacce usa-e-getta perché Frankie Morello si occupa più o meno di abbigliamento “vero” (passatemi il termine), fa collezioni complete e non solo magliettine da copisteria col logo-simboletto (non ce l’ha neanche, un logo-simboletto) da incollare ogni dieci centimetri quadrati di polivinilcloruro cinese; ma d’altra parte il suo nome da ristorantino little italy, così come del resto la fiction-storiella del marchio, creato da due italiani wannabe cosmopolitan-newyorkesi (frankie è un cane italiano immigrato in america: il padre clandestino è stato rispedito in italia, lui è solo in terra straniera che aspetta la partenza dalla sicilia della promessa sposa cagnetta, carmela), son state di sicuro le scariche elettriche che zappando ripetutamente il malva-brodo primordiale hanno dato vita alle originarie molecole di idiozia spaghetti mmerigani vintage.
Nasce così Joe Rivetto, che è ad oggi la marca leader delle suggestioni “anni settanta centrifugati in un video trendy di Mtv” (ne abbiamo già parlato, ricordate? malva 248): la scrittona cicciosetta dai credits di austin powers e il logo di marrabbio imparruccato afro basettoni e occhiali a goccia che ha lanciato la moda del faccione stencilizzato da graffitaro cittadino; nasce così anche Fred Mello, che c’ha il logo ricalcato sugli stereotipi grafici da college mmerigano, la data in bella vista 1982 (wow, retrò!) che richiama the very glorious yuppies age e la scrittona “established in new york city” la cui provincialotta pretenziosità è sputtanata e ha un effetto comicissimo in homepage, quando leggi poco sotto “padana superiore, cernusco sul naviglio”.
E poi quel capolavoro malvestito che è Frankie Garage: il nome che rivela chiaramente il suo debito frankiemorelliano, il logo chiaramente scopiazzato da Joe Rivetto (ma Joe è molto più raffinato come tipo, frankie è piuttosto un trucido matto alla hulk hogan - o meglio, enrico montesano che imita hulk hogan: nasone grosso, basette mammut, baffoni vichinghi, occhialozzi da discotecaro ipertamarro), gli slogan macchine alcool pupe che sono tanto simpatici e irriverenti. Per dire del suo enorme successo (strano però, mi segnalano che a Roma è pieno di autobus brandizzati Frankie Garage) sul sito c’è una sezione che si chiama “Frankie’s Friends”: compri una cosa di Frankie Garage, ti fai la foto e gliela mandi (si sono messi d’impegno a scattare foto che sembrassero vere, di gente vera, non è che ci sono riusciti tanto bene); c’è una sezione direi identica nel sito di Joe Rivetto, solo che qui le foto sembrano quasi vere, incredibile (sarà che non è necessario fotografarsi con qualcosa di JR indosso, basta un pezzo di carta).
E poi da non crederci c’è persino di meglio, Joe Marmellata (”moda per… quei bravi ragazzi”), un miracolo malvestito a tutti gli effetti: la scopiazzatura di Joe Rivetto è palese, il faccione stampato sulle magliette è a colori e non stencilizzato, ma il capello afro e gli occhialoni a goccia non mentono. E’ evidente dunque che dal punto di vista strettamente vestiario Joe Marmellata è un semplice banale caso di clonaggio [4]; è invece nella fiction-storiella del personaggio - progettata da un vero genio del crimine che ha operato una fusione nucleare di elementi malvestiti per riscuotere consenso dalle più varie frange della popolazione di coattolandia - è là che troviamo alcune malva-prelibatezze davvero superstraordinarie. Joe Marmellata è una specie di mezzo gangster scagnozzo del boss (per i coattoni bulli mafia style), ma è pure un nero che gioca a basket e fa musica rap (per i coattoni hippoppari), s’acchitta come John Travolta in saturday night fever (per i coattoni disco vintage) e si ossigena i capelli (per i coattoni io-sono-originale), il grosso della sua carriera malavitosa si svolge tra i 13 e i 17 anni (l’utenza è pur sempre quella, pischelli idiotini undersedici): nel sito, “la vita di Joe”, potete leggervi la sua biografia (abbassate le casse ché lo speaker finto siculo è un impulso assassino).
Le cose più divertenti sono: 1) Joe che si chiama così, Marmellata, perché lui “consuma chili di marmellata”, un mmeriganismo ingenuotto da quartiere popolare anni cinquanta “marmellata, latte, mostarda” (del resto la cameretta di Joe, come si vede nel filmatino, è uguale a quella di Nando, piena di gagliardetti I love NY); 2) Joe che a un certo punto della storia, dopo che c’hanno raccontato di sparatorie e avventure pericolosissime di tutti i tipi, si scopre di punto in bianco che è un megaobeso (e subito, come lo scopri, ti dicono che è riuscito a dimagrire cinquanta chili - quale categoria di coattoni volessero sedurre con questo particolare non l’ho capito, gli ex ciccioni fanatici di pesi e steroidi forse, boh); 3) la pubblicità del profumo di Joe Marmellata qui a sinistra, in-su-pe-ra-bi-le, che si chiama “Bronx” dove “Bronx” però è anche un’onomatopea, “Bronx” è il rumore che fa il deodorante quando te lo spruzzi.
Infine, sempre a proposito di malva-marche che tentano di cavalcare la medesima tendenza vintage anni settanta un po’ bulla e stronzettina io-sono-originale anticonformista (in questo senso sì c’è una parentela, seppure no non c’entra niente con la famiglia dei faccioni spaghetti-mmeriganici) vorrei sottoporvi la neonata malvestitissima Arancia Meccanica (sito - non vi dico le decine di segnalazioni).
Lo sfoggio di ultraviolenza è ovviamente molto annacquato per non scatenare le ire delle associazioni moigesche (le magliette c’hanno su dei disegni osceni, Alex e i drughi che diventano inoffensive superchicche manga con gli occhioni luccicosi grossi così): si parla di “ragazzate”, “Alex e i suoi compagni teppistelli” e ci tengono a sottolineare che “Arancia Meccanica non vuole dare un cattivo esempio di vita; ma in fondo ognuno di noi è stato almeno una volta ragazzaccio di strada”, e nell’animazione flash iniziale, per favore, gustatevi che spettacolosa giravolta di ipocrita paraculite da pubblicità progresso: i cinque drughi [5] entrano nel bar (ai manichini hanno messo le mutande, che ridere) e ordinano “Latte +” il primo “Latte +” il secondo “Latte +” il terzo “Latte +” il quarto e poi l’ultimo “A me solo latte senza +… stasera tocca a me riportarvi a casa sani e salvi”. Stupendo! E che dire della pischelletta che, in un forum, si intromette nella discussione kubrickiana ed esclama con gran candore e tanto di faccine perplesse auto-martellantesi “ma arancia meccanica nn era una marca d vestiti o qualcosa del genere??????”
[1] mono-cretinata perché basta una singola minuscola cretinata e ci si costruisce su un’itera azienducola malvestita: la ranocchia zoppa? perfetta! stampate la ranocchia zoppa sopra un milione di magliette tutte uguali! uhm cos’altro… la foca miope? ottima! stampate due milioni di magliette con la foca miope! la chiameremo Oftalmofokyna!
[2] nei programmacci di maria defilippi e nelle riviste sandromayeriane vanno alla grandissima: dove trovino i soldi e cosa ci guadagnino, boh, resta un mistero
[3] il tutto disegnato da un bambino di sei anni con le mani legate dietro la schiena che tiene i pennarelli con la bocca, durante un terremoto
[4] eppure, chissà come, la Dollar Line (che è il nome sobrio sobrio dell’azienda proprietaria di JM) c’ha tanti soldi da sponsorizzare addirittura una squadra di calcio
[5] certo ne hanno aggiunto uno, ragazza, per sedurre malvestiti maschi e femmine - che intelligentoni
C’è niente che sia più malvestito di una malvestita così, eccitatissima, che si spara cinque ore di fila stritolata in mezzo a un mucchio di altre malvestite eccitatissime, che s’è allenata per settimane allo scatto fulminante alla gomitata costale e allo sgambetto bastardo (e per l’occasione, oh, s’è guardata mille volte quella scena là delle bighe, istruttiva davvero!), che appena riesce a varcare le porte del negozietto livida e dolorante si getta a peso morto sulle prime stampelle a portata di mano e strappa tira via appallottola e difende a costo della vita qualsiasi cosa le riesca d’accaparrarsi, non importa cosa, basta che c’abbia sopra lo stemmino Roberto Cavalli.
Poco più di ventiquattro ore e tutta - dico tutta - la roba Cavalli per H&M (ricordate? ne avevamo già parlato qui) è andata esaurita. E be’, considerando che tra le varie cosine in vendita c’erano rare quintessenze di stilosità cavalliana - il suo solito tocco, non c’è che dire, di gran classe - toh, il ciondolo a pugnale diamantato e il cornetto col serpentello, per non parlare poi della solita infinita sfilza di animalerie pellicciate - be’, l’inverno che arriva può vantare una overture malvestita di tutto rispetto, altrochè.
[*] a proposito, la pubblicità televisiva di cui parlavo il mese scorso, “I’m the party”, eccola qui
Nella foto qui accanto Roberto Cavalli e il suo braccio destro Cubo Leopardato esaminano un modello per l’imminente nuova linea H&M firmata Cavalli. Notate come, se Cubo Leopardato mantiene una sua composta quasi altera dignità, al contrario Roberto Cavalli impersona il tradizionale ruolo (mutuato dalla tragedia greca) dello stilista rifattissimo di quattrocento anni che vive rinchiuso in una bara di formaldeide ma quando raggiunge (sotto forma di pipistrello) i servizi fotografici si concia come fosse un bulletto di quattordici anni con i jeans attillati le scarpette da ginnastica e la camicia di raso oscenamente aperta sul petto in decomposizione.
Ci sarebbe da chiedersi, boh, perché rivolgersi a Cavalli e non per dire a mia zia, che ha capacità creative e una fantasia in fatto di moda che nulla hanno da invidiare a Roberto Cavalli (ho fatto la prova un paio d’ore fa: le telefono e le chiedo “zia, se ti chiedono di disegnare un abito, dimmi la prima parola che ti viene in mente” e mia zia subito, neanche m’ha fatto finire di parlare, “maculato”) - che gusto c’è così, guardate qua l’espressione sconsolata (sta pensando: “ma daaai!”) che ha sta ragazza a sinistra mentre Cavalli in piena trance artistica (con un enorme biscotto per cani in bocca) le sistema la palandrana, immancabilmente animalier.
Aspetto con ansia la campagna pubblicitaria (la linea dovrebbe essere in vendita da novembre). Quello che se ne legge in anteprima
promette grandiosità malvestite mai viste prima: il tutto si svolge nella Xanadu toscana del nostro, tra stuoli di modelle in (sì! sì!) leopardato, lussuosi arredamenti da giardino e gabbione liberty con uccelli tropicali annessi (ce n’è una nella foto) e Roberto Cavalli in persona che scende le monumentali scale di casa, suscitando nella folla di modelle (sì! sì!) leopardate urla di giubilo, e quando una gli chiede “Mr. Cavalli! Mr. Cavalli! Si è perso il party!” lui messianico che risponde: “E come potrei perdermi un party? Io sono il party.”
L’ultima volta che abbiamo parlato di Francesco Totti e Ilary Blasi, un’orda assassina di tifosi romanisti ha tentato l’invasione del blog (eh, lo so: niente in confronto alle carampane dei Tokio Hotel). Vediamo che succede oggi, che è il turno di una malvasegnalazione di Max (grazie Max!), che mi invia queste foto qua sotto, cartelloni pubblicitari della collezione autunno/inverno della Never Without You, la linea di abbigliamento firmata Totti Blasi.
La prima foto (sinistra) ci racconta di questi due bburinazzi adolescenti un po’ scemi, entrambi multi-ripetenti, lui scoglionatissimo perché la madre non gli voleva dare le chiavi del motorino e gli ha rotto le scatole per il tema in classe andato male (titolo: L’integrazione degli immigrati nella società occidentale; svolgimento: So’ utili che fanno i lavori umili. Noi in cucina c’avemo un laziale che fa lo sgabello.), lei che s’è acchittata tutto er pomeriggio ar gabinetto a farsi i labbroni e gli occhioni e le unghiazze alla mola e c’ha l’espressione sognante di quella che si sta per comprare gli stivaloni in saldo da Zara. Dietro di loro, chissà perché, cielo plumbeo e nubi cariche di tempesta, aria elettrica da giudizio universale, quasi l’epilogo di Terminator.
Lo stesso assurdo contrasto (infantilità bburina versus apocalisse climatica) lo si ritrova sul sito ufficiale. Nell’intro ci sono questi due orridi figurini, pessime caricature di Ilary e Francesco (ci scommetto che son opera di Cristian), che assemblano il nome NeverWithoutYou trasportando le lettere in font cicciosetto e glitteroso sullo sfondo rosa shocking. Il web, cioè, come fosse il diario scolastico di Ilary adolescente (per non parlare della home: sembra la Cartoonia di Roger Rabbit reinterpretata da Carletto Mazzone). Tutto caramelline e zucchero filato, sì - poi però dai uno sguardo alla sezione foto e tac, rieccoti l’apocalisse: la foto segnaletica dei due adolescenti burinazzi col faccione serissimo e arrabbiato, la serata è andata male, hanno fatto il botto col motorino e so’ stati messi ar gabbio (come spiegare altrimenti quella rete lì, in mezzo ai faccioni di Totti e Ilary, non so proprio). E ora, chi si prenderà cura della povera Chanel?
Dite la verità, quante tra voi sono andate in sollucchero alla notizia che Malvah Jessica Parker sarebbe stata l’ennesima vim a firmare una ennesima linea d’abbigliamento per l’ennesima catena low cost (Steve & Barry’s); lo so lo so, siete rimaste accecate dall’inaspettata concreta possibilità di emulare finalmente quel melensamente eclettico malvestitismo alla Carrie Bradshaw, quell’io-sono-originale fiera-di-esser-femmina frivola-ma-intelligente.

E tuttavia Malvah Jessica Parker non è Sally Spectra, e Malvah Jessica Parker da sola, poverina, pur se coadiuvata dai gay-cervelloni di Steve&Barry’s, non è riuscita a produrre altro se non una triste e squallida incommentabile collezione da cestoni Oviesse. Ma no, neanche da Oviesse - mi son stufata di prenderlo ad esempio negativo, ché le mutande oviesse coi fiorellini mi stanno pure simpatiche - diciamo, meglio, una collezione da outlet cinese di periferia, da catalogo Postalmarket; una roba che, se inserita a forza nell’immaginaria starway to the malvaheaven dei vari altri malvaconsorzi lowcost, se Madonna sta sulla cima e Kate Moss decisamente in zona retrocessione (Jennifer Lopez e le gemelle Olsen che navigano a metà classifica), questa roba qua (ah quasi dimenticavo, si chiama Bitten) sta giù giù al termine della scala dentro una botolina senza fondo fatta apposta (e piena di lava incandescente).
Toh, due esempi presi a caso dal sito: la maglietta con la piuma di pavone stampata sopra che ha tutta l’aria di una macchia di caffelatte e uovo al tegamino (andato a male) che neanche nei sogni più funesti della scimmia ballerina che disegna le linee Monella Vagabonda; oppure, toh, ’sto accrocco che simula vestitino più camicia (e sì, ce ne sono altri basati sullo stesso concetto dell’illusione questo più quello tutto in uno - boh, forse un’involuzione della boho mania per le sovrapposizioni demenziali, chissà), mi ricorda un pochino quei barboni che col freddo si infilano la camicia e il maglione nelle mutande e le mutande se le tirano su fin sotto le ascelle (ah, ma allora, forse, eccoti qui l’ispirazione).




E c’hanno speso così tante energie (poveretti, hanno fatto pure il documentario con gli zoom sulle foto in biancoenero di MJP profondamente pensierosa come nei documentari quelli seri con le riunioni al vertice del presidente kennedy angustiano per la crisi cubana) e alla fine quindi è comprensibile che siano diventati un tantinino permalosi: avvocati che telefonano minacciosi al blogger criticone intimandogli di togliere le foto dal blog ché sennò si vede che i vestiti son brutti; e lei in persona che risponde ai blogger ammerigani (un coro unanime: bitten fa schifo) e dice che no, non si può criticare la bitten perché il suo scopo è esattamente questo, soddisfare la malvestita morta di fame che darebbe la vita per un calzino firmatissimo della sua star preferita e però non c’ha i soldi per comprarselo, e così allora finalmente può permettersi della robetta che sarà pure una schifezza approssimativa e squallidamente wannabe, ma è comunque sponsorizzata dal faccione famoso e va bene per tutte le tasche e saremo tutti malvestiti felici e contenti (lo dice chiaro e tondo: These clothes are about people all over the country who don’t have access to really well made clothing).
E se questo non è un meraviglioso principio fondante di interclassismo malvestito, eh, avercene.