Vi ricordate quella marca di intimo malvestito di cui avevamo parlato tanto tempo fa, quella che c’ha il nome del cattivo di un romanzo fantasy e produce delle robe che sembrano fatte apposta per le malva-zitelle sessantenni che giocano a fare le sexy in reggigambaletti color carne davanti al barboncino con la prostatite, quella marca che metteva i cartelloni giganteschi dappertutto con manuela arcuri sdraiata seminuda (e be’ in effetti, appunto, sarebbe stata più consona una modella sul genere della signorina Krabappel), ma sì dai certo che ve la ricordate, si chiamava Lormar (pronuncia: Loooormar) e alla mezzanotte di oggi la sua nuova linea di intimo schifezzuole (Privilegio di donna [1]) debutta con una pubblicità televisiva che è, più o meno, una specie di reinterpretazione semplificata tradotta in dialetto ahò-bburinone di quel bignami di spicciola psicologia amorosa da salottino scemo-borghese che era la pubblicità mucciniana di Intimissimi [2].
Il tango è il tango e mica se ne può fare a meno, è una costante intimo-malvestita che ha a che fare con le leggi inviolabili che governano l’universo, perché necessariamente così come ogni donna quando vede un rude stalliere sporco e sudaticcio si sente subito all’istante bruciare dentro di passione, lo stesso succede quando ci si trova davanti un leggiadro scarmigliato tanghero a petto nudo, se poi c’ha la barba di un paio di giorni e la cravattina che gli oscilla sulla pellazza unta, oh-oh no non si scappa. Musichetta e danzerecciume rimangono dunque sempre quelle; lo stesso vale per gli interni, che si rifanno al gusto malva-arredatorio della scenografia antiquario-porcellanesca con rifiniture squadrate stile impero (nella pubblicità Intimissimi con maggiore melenso realismo; nella pubblicità Lormar, un blu onirico-mentecatto ridicolmente io-sono-orginale [3]). Tutto il profondissimo didascalìo muccino-metaforico sulle “varie anime di una donna” (la casalinga repressa, la pettegola furbetta, la porcona disinibita) va snellito drasticamente, troppo complicato sennò: l’intreccio pur banale di muccino è abbattuto in favore di una rozza messinscena nonsense che dovrebbe suggerire una suggestiva sensuale killer-misteriosità (perché gli omini seppizzati c’hanno i cerchietti luminescenti, a cosa servono? perché dal pompon incipriante di manuela arcuri non hanno tolto la targhetta? [4]); e delle “varie anime di una donna” se ne sceglie una soltanto, quella più vicina al sentimento mutandaro semo-bburino: la porcona disinibita. Di conseguenza si sceglie una protagonista che sia agli antipodi della diva esterofila sospirosa e intellettualizzante che soffre di smultiplamento della personalità: si sceglie il verace donnone ben piantato, la mascellona trucida mangiauomini col capello cotonato e la falcata assassina che sa precisamente quel che vuole, spiezzarti in due (be’ precisamente: le basta un bacino per retro-michaeljacksonizzarti), e non importa poi tanto che reciti così così (lo scattino sorpreso che fa all’inizio, accorgendosi del tanghero riflesso, mi ricorda certi spettacolini che facevo alle elementari, è molto commovente), quello che conta è l’occhietto socchiuso, la monoespressione intensissima da pornodiva incazzata, gli slogan sussurrati da 144 e il sobbalzare chiappico della controfigura.
[1] sul sito c’è il backstage e anche il countdown (mamma mia, io son settimane che lo refrescio mille volte al giorno, un ansia)
[2] il regista lormariano è Luca Tommassini, passato alla storia come Re Coatto tra i ballerini storici di Madonna, coreografo nientepopodimeno di Geri Halliwell
[3] oh, nessuno ha mai pensato di girare una pubblicità di queste qui ambientandola nel finale di duemilauno? mi sembra il set ideale
[4] va be’ ma poi, su, come si fa a sensualizzare uno spottino così che comincia con la scritta infantile brilluccicosa in corsivetto stortignaccolo, non si può