Il cyborg di Maria De Filippi: Pierdavide Carone, il libro (la storia formidabile dei Whiskey & Cedro)

KRAKATHOOOOM! – un fulmine si abbatte sulla torre diroccata del laboratorio supersegreto di Maria De Filippi e la scarica potentissima corre giù dall’antennone sulla cima della torre attraverso i grossi cavi e i macchinari crepitanti giù giù fino agli elettrodi avvitati da una parte e dall’altra sulle tempie della Creatura distesa, inanimata, e in quel preciso momento, col ghigno malefico illuminato dalle scintille delle esplosioni elettriche, Maria De Filippi capisce che finalmente, dopo otto lunghissimi anni di febbrili esperimenti e di innumerevoli mostruosi frullati genetici tra cellule cerebrali di cavie adolescenti bimbominkia, finalmente il trionfo – la Creatura muove un dito, sta muovendo un dito! – finalmente il cyborg di Amici vive! vive! vive!

Questa penosa Creatura, che ha firmato la cosa che ha vinto Sanremo e che si fa chiamare Pierdavide Carone, è il primo abbozzo riuscito di omuncolo cantautore prefabbricato da talent show televisivo: è stato progettato sul prototipo del cantautore intelligente / sensibile / eclettico – ma con cautela, senza allontanarsi troppo dal prototipo vincente del belloccio inetto di Amici – e tenta così di simulare un qualche minimo (minimo) accenno di pensiero, di personalità, di consapevolezza e dignità artistica (il che si ottiene facilmente tramite le solite scorciatoie del repertorio “io sono diverso, sono bizzarro, sono strano, sono autistico” – v. sotto), ma insomma, la sceneggiatura cantautoriale lascia un po’ a desiderare, è amorfa e ridicola e inverosimile come tutte le sceneggiature defilippiane, che volete, gli storpi mentecatti che lavorano nel laboratorio supersegreto di Maria De Filippi sono abituati a sceneggiare il corteggiamento tra derelitti subumani che si annusano il culo come animali, figuratevi come possono cavarsela montando pezzo per pezzo un cantautore che pretenda di essere minimamente plausibile – un pasticcio.

Il cyborg Pierdavide Carone è stato fornito di un mucchietto di canzoncine low cost (di cui il cyborg è autore e responsabile, sospetto, nella misura in cui Ambra Angiolini era autrice responsabile dei batticuore-amore-ascensore d’epoca Boncompagni/Nocera), canzoncine che mescolano parecchi differenti cliché di ignobile poppitudine allo scopo di agganciare a tutti i costi, in un modo o nell’altro, il piccolo cattivo gusto del telespettatore bimbominkia,
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Italia’s got freaks: STROOONZIIIIIIIII

È da un po’ di tempo che quando vedo alla televisione Maria De Filippi mi viene in mente una cosa, ogni volta sempre la stessa cosa, e lo so che non è una cosa precisamente appropriata perché il genere maschile è sbagliato e perché non siamo per strada e perché non siamo in rotta di collisione, e però non so com’è ogni volta che vedo Maria De Filippi mi viene in mente quella scena di Otto aka Kevin Kline che sterza bruscamente per evitare un’automobile che gli viene addosso e poi sgommando furioso grida “STROOONZOOOOOOOOO” – l’altro giorno, mentre mi vedevo un pezzetto di questo nuovo reality freak show che si chiama Italia’s Got Talent, cioè Maria De Filippi intensissima scrutatrice di anime tra Gerry Scotti che piagnucolava commosso e Rudy Zerbi presidente Sony che faceva la parte del cinico pipparolo, non so com’è, mi è sembrato di sentire Otto che lo gridava al plurale,

Mi sa che non lo avete visto (no che non lo avete visto e avete fatto bene), questo reality freak show che si chiama Italia’s got talent viene fuori da un format internazionale che già nasce dall’incesto abominevole X-Factor più dilettanti allo sbaraglio – il che si capisce non promette nulla di buono – ma ai tizi di Mediaset non dev’essergli sembrato sufficientemente abominevole, perché la versione italiana riesce a peggiorare il format originale dandogli una bella aggiustatina secondo il canone defilippiano, ovvero: tutto è accuratamente sceneggiato per simulare la caricatura di una spontanea sincera subumanità, e siccome la gorgogliante schiuma subumana, secondo il canone defilippiano, è l’unica cosa che può dar corpo a uno spettacolo di intrattenimento, allora si capovolge il format originale, che prevede la proporzione “molti aspiranti artisti e pochi buffi cazzoni”, e lo si fa diventare nella versione italiana “moltissimi buffi cazzoni e zero aspiranti artisti”) – e il miracolo di questo nuovo reality freak show, il miracolo del canone defilippiano!, è che nonostante lo squallore esplosivo dei freak che piroettano inconsapevoli sul palco – e fanno venire da piangere (date un’occhiata giù giù al video degli estratti) – la sceneggiatura defilippiana è così ovvia e invadente e così stupida e rivoltante che si capisce al volo, i freak veramente spaventosi non sono loro, i concorrenti, ma chi ha pensato e scritto tutto questo,
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Darkness surrounds tutti noi: un viaggio allucinante nello pseudo-cinema deforme che si nasconde dentro le mutande di Maria De Filippi

Dove vanno a finire, tutti quei repellenti invertebrati che brulicano nei più infimi pertugi della più infima televisione?, dico: quando non se ne stanno là in bella vista a contorcersi tra un reality e una televendita e un’italiasuldue e un costanzosciò e una defilippata, nel frattempo, dove vanno a finire? Si infilano sottoterra, lo sappiamo; perché qualcosina, di quel vastissimo antiuniverso fatto di putridi scantinati dove si rifugiano e prosperano gli invertebrati tappabuchi televisivi, qualcosina già la conosciamo: è l’antiuniverso delle rivistacce a cinquanta centesimi, dei servizi fotografici e degli amorazzi tarocchi, delle serate, delle accompagnatrici, delle discoteche, delle ragazze immagine che non sono escort, dei privé innevati, delle sponsorizzazioni, delle marcacce tutte storte – e adesso, grazie ahinoi alla faccenda Noemi Letizia, possiamo aggiungerci un pezzetto tutto nuovo, terrificante!, che è quello dello pseudo-cinema deforme fatto apposta,

orrende produzioni peggio che amatoriali, con legami spesso diretti e strettissimi con le sorgenti del percolato televisivo, che raccolgono la schiuma della quasi-vipparolità brulicante, tutto uno straordinario intreccio di tristissimi artistucoli e mendicanti fustaccioni e registi della domenica e agenti rapaci e attricette stordite; per lo più cortometraggi di cui nessuno sa un accidente, non fosse per la mezza calzetta ex-realitara di turno che si vanta “eh sì il mio sogno è recitare sto facendo un film debutto nel mondo del cinema”, nessuno ha mai pagato una lira per vederseli eppure proliferano inarrestabili – come si rifacciano delle spese, boh, mistero: lo stesso mistero delle marcacce tutte storte, che sono dei terribili fiaschi commerciali, sì, e però continuano a farsi pubblicità ovunque a tutto spiano
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L’uomo giusto per me, il romanzo di Uomini e Donne: l’iperuranio di Maria de Filippi

Questo libraccio qua di cui vi parlo oggi, L’uomo giusto per me [1], ci permette di fare una visitina in punta di piedi tra i luccicanti ideali iperuranici che trascendono il nauseante tele-(de-)realismo del carnaio defilippiano, cioè a dire: possiamo sbarazzarci per qualche istante del fittissimo riempimento infernal – boschiano di papponi, ruffiani, servetti sleccazzanti, cortigiani in ginocchio, schiavi sessuali, sgualdrinelle ululanti, tossicomani devoti di padre pio, palestrati prostituti cripto-omosessuali; possiamo sbarazzarcene e ascendere leggeri leggeri, sfogliando le pagine di L’uomo giusto per me, e dall’alto gettare un’occhiatina al nucleo distillato dell’intreccio amoroso-passional-sentimentale che costituisce le fondamenta di questa rancida sbobba televisiva chiamata Uomini e Donne; cioè a dire che grazie a L’uomo giusto per me possiamo farci un’idea del modo super-semplificato in cui il cervello storpio dello spettatore subumano tipo percepisce le orripilanti messe in scena orchestrate da Maria de Filippi: Uomini e Donne ai suoi minimi termini, cioè, così com’è concepito sulla carta dai suoi autori [2].

Che è forse una visione persino più allucinante e repulsiva, nel suo idillico sentimentalismo da quattro soldi, dell’inferno brulicante raiset-boschiano che dicevo sopra; inferno di cui il cervello storpio dello spettatore subumano non è ovviamente consapevole, per cui tutto, tra una sinapsi scarica e l’altra, gli si riduce a una genuina emozionante storia di corteggiamento che fa così: è tutto vero, il sentimento esiste, il sentimento è grande e soverchiante, Uomini e Donne è sentimento, no!, di più!, solo a Uomini e Donne c’è sentimento

Fuori succede che incontri uno, ti ci metti subito e dopo scopri che non ci vai d’accordo [...] Lì hai tutto il tempo di conoscere una persona. Ci esci, ci parli, scopri come la pensa, capisci il carattere e tutto il resto. Insomma, se non è l’uomo giusto per te lo capisci prima di esserci stata.

E i protagonisti di uomini e donne non sono quello che sono, patetici analfabeti buoni a nulla che si sbracciano disperati elemosinando un avanzo rimasticato di televisione-popolarità-denarofacile (per ottenere il quale sarebbero disposti a tutto: per esempio, quando annunciano orgogliosi “per me la famiglia è al primo posto” tradotto significa “concedimi un’altra mezzoretta a strepitare su canale cinque e in cambio ti faccio recapitare a casa una borsa-frigo con tutte le parti intime dei miei consanguinei già tagliate in tranci – so che Maurizio ne va matto”), invece no, nell’iperuranio defilippesco i protagonisti di Uomini e Donne sono persone giudiziose, intelligenti, cerebrali, piene di Valory: come la nostra protagonista, Rossella,

non le interessava la televisione, tanto meno un futuro nel mondo dello spettacolo. Le sue aspirazioni erano ben altre (le sarebbe piaciuto fare la giornalista, ma anche tentare la carriera universitaria)

non è una sciacquetta qualsiasi, Rossella, non lasciatevi ingannare dalle apparenze:
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Maria De Filippi: traduttrice dal gonzese e domatrice di Gonzi, appassionata di cucina scatologica

Approfitto della incestuosa co-conduzione raisettara di Sanremo [1] per spiegarvi una volta per tutte cos’è che ne penso di Maria De Filippi. Perché insomma, ve la liquido sempre molto sbrigativamente chiamandola di volta in volta “il raschio catarroso che mandano in filodiffusione giù all’Inferno”, “il tripode maligno”, “Lui, che Dio scacciò”, “il dildo peloso di Maurizio Costanzo” ma non è sufficiente, che cavolo – visto il suo megatonico arsenale di super-idiozie [2], be’, immagino sia giusto spenderci un paio di paroline in più.

Maria De Filippi lo zombieE ho pensato che per spiegarvelo potrei cominciare dalla sua faccia – se cliccate sulla gif animata, questa qua a destra, dovrebbe aprirvisi più grande [3] - che meglio di qualsiasi altra cosa testimonia il carattere, le idee e le aspirazioni di Maria De Filippi. Eh, la faccia. La faccia di Maria De Filippi è il minimo comun denominatore di una faccia: è un mascherone bianchiccio dai particolari appositamente candeggiati, segnato soltanto dalle chiazze scure degli occhi, dai buchini del naso e dalla dentiera sbiancata contornata di rosso. Ed è così che vogliono apparire i programmi di Maria De Filippi, come la sua faccia: delle cose piatte, semplici, benevole e facilmente riconoscibili, dai contorni essenziali, quasi quasi modeste. E Maria De Filippi, in sintonia con la sua faccia, ci si muove dentro con ostentata cautela, dimessa, interferisce solo se necessario, s’accuccia per terra e abdica caritatevolmente in favore dei veri protagonisti, che possano così esibirsi in una situazione che privilegi la spontaneità, la verità e la naturalezza.
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