Fabri Fibra è uno che a sentirsi dare del coglione gode tantissimo perché “cazzo cioè mi fate pubblicità”; gode tantissimo a darselo pure da solo, del coglione, e su metà delle canzoni del nuovo disco ci ha incollato in appendice delle finte interviste ai passanti per strada che confermano tutti quanti “in effetti sì pure a me sembra un coglione” – ed è bravissimo, per carità, centinaia di migliaia di dischi soltanto being a proud coglione, è un fenomeno – ci gode tantissimo perché secondo lui “Fabri Fibra coglione” sarebbe nient’altro che la reazione stizzita dei vigliacchi benpensanti (e dei reppe’ da strapazzo sonosoloinvidiosi) che non digeriscono la sua audacissima furia iconoclasta; questo solo per dire che non c’è da preoccuparsi, lasciate stare gli assurdi contorsionismi anti-querela e andate tranquilli, se vi va chiamatelo direttamente così, coglione, che è molto più pratico (e lui gode ed è felice). Ma veniamo al dunque. Fabri Fibra ha appena pubblicato un nuovo disco, Controcultura, che “si basa su un concept” che fa così (cito):
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La prima cosa che m’è venuta in mente è stata: tutti e cinquantasei nello stesso posto nello stesso momento – tutti assieme pieni di trasporto a fare il coretto christian rock volemose bbene diretti da Jovanotti che si sbraccia ispiratissimo – che occasione d’oro! quando ci ricapita una occasione così?, a saperlo prima ci si poteva organizzare, si faceva una colletta e s’affittava un lanciarazzi, una bomba, qualcosa, della dinamite, qualcosa del genere – guardate qua sotto, ho preparato un piccolo video che sì, appunto, parla di questo mio triste rimpianto:
Nobile iniziativa, certo, perché tirar su quattrini per la ricostruzione è cosa buona e giusta, sembra, in qualunque modo lo si faccia, e allora non si può che parlarne bene (al limite benino) e bisogna pure abbozzare se c’è chi bieco (molto bieco – e un tantino ignorante, pure) s’approfitta strumentalmente del santissimo e intoccabile podio umanitario per lanciare strali contro il maledetto sciacallaggio peer to peer; io direi piuttosto che non è vero, un’iniziativa così non ha necessariamente alcunché di nobile, soprattutto là dove si vorrebbe sollecitare l’impegno e la partecipazione altrui attraverso uno spettacolino d’impegno e partecipazione di quart’ordine, mediocrissimo, che ha richiesto uno sforzo e un sacrificio pari a zero [*], nessun rilevante coinvolgimento ma soltanto il recupero lowcost di una brutta canzoncina b-side parecchio muffita, paraculamente ritoccata qua e là (alla Elton John cuore Lady Diana, per capirsi, solo che qui non c’abbiamo Elton John ma Caparezza), e quindi
il mare
diventa
i sassi
e poi c’è l’ovvia
aquila che vola
e l’imbarazzante (copyright Caparezza)
scrivo e non riesco forse perché il sisma m’ha scosso
Le cose belle, decenti, che richiedono un minimo di lavoro e cervello, quelle no, bisogna tenersele strette per i dischi commerciali, l’umanitarismo messianico fate-come-noi non prevede altro se non il riciclo istantaneo di piccole caghette penose, un qualsiasi accrocco di cliché musicali spremi-emozioni; e poi oh c’è anche da dire che bisogna fare in fretta! che cavolo, l’importante non è mica concentrare l’attenzione pubblica su quel problema là, l’importante è arrivare in tempo e riflettere il più possibile su se stessi l’attenzione pubblica già ben concentrata su quel problema (presto! presto! non dopo che la cosa abbia superato la terza pagina di un quotidiano nazionale – sennò a che serve?):
fai il meno possibile ma fallo come facciamo noi, sàziati di queste microscopiche caccoline di caritatevolezza ma mentre lo fai, mi raccomando, fai in modo che ci sia qualcuno che ti guarda, toh, ispirati al nostro gioioso teatrino dell’impegno microscopico, i sorrisoni di bontà e comprensione, gli abbracci commossi, i virtuosismi vocali incrinati dalla disperata emozione [**], è come una nauseante Telethon televisiva cogli sms da casa ma con la tipa cupa cupa dei Baustelle al posto di Milly Carlucci – e perché mai, ora che ci penso, insieme all’mp3 non ci danno una bella suoneria per il cellulare?, Domani cantata dal gattino virgola, sai allora che aiutoni all’Abruzzo, ehi!, Caterina Caselli: pensaci!
[*] non venite a dirmi che c’hanno rimesso in denaro, che ‘sta puzzetta l’hanno finanziata per conto proprio, che si sono pagati da soli l’Eurostar per Milano, insomma, su – di pubblicità non parliamone, dai, perché non è questo il punto: cioè, non solo – ma insomma, una campagna pubblicitaria tanto fruttuosa, in altre circostanze, è banale dirlo: gli sarebbe costata mille volte di più
[**] buffissimi: ognuno, in quei suoi due tre secondi di spazio, ha sfoderato tutto il suo repertorio di sopraffina vocalità, sembra quasi di sentire quegli imitatori che passano da un’imitazione all’altra in un secondo, cambiando smorfia e cappellino
Lo so io che uno come Marracash [1] altrimenti non ci arriva, allora glielo spiego in termini facili facili così magari chissà gli viene qualche dubbio, ci ripensa e torna a spacciare i biscotti porta a porta con le coccinelle scout: se risulta che tutto quello che fai, tutto quello che dici e come lo dici, tu stesso tutto intero – per esempio quando spieghi del tuo ultimo video: “una roba ispirata a 300, cioè quindi Annibale che arriva sull’elefante e l’esercito” – se risulta che ti si potrebbe prender su di peso, uguale uguale senza neppure un piccolo aggiustamento di copione (a parte ok un po’ di risate pilotate del pubblico qua e là – per esempio in coda a versi rap che sembrano fatti apposta per suscitare ilarità tipo “sono così il capo che dovrei stare a Città del Capo zio!”) e ficcarti nel cast di un qualsiasi programma comico-satirico e davvero non ci sarebbe modo di distinguerti da un qualsiasi fittizio personaggio coglioncione da sfottere allegramente, ecco, allora non è che serva a granché citare nelle interviste un paio di titoletti della biblioteca del Buon Quindicenne (John Fante, nientemeno! e gli aforismetti “Mi sveglio sempre dopo mezzogiorno come diceva Bukowski”, robetta da enfasi trasandata usa-e-getta per disgraziatissime Melisse Pì [2]) citazionismo da quarta di copertina così per il gusto speciale di farsi vedere borgatari sì ma anche finemente self-acculturati (una trovata parecchio comica del resto: non ne sai un’acca, non ne hai mai letta una pagina e la butti in caciara, immedesimandoti ad esempio nel ritrattino del Raskolnikov dostoevskiano [3], “un po’ come ero io, rubavo gli zainetti in discoteca e pensavo che se lo meritavano perché erano stati disattenti”), non c’è niente da fare allora, perché sei peggio di un coglioncione fittizio da palcoscenico, tu sei un coglioncione per davvero.
Ogni tanto sulla scia di qualche herpes-tormentone da classifica compaiono in giro i faccioni inebetiti di questo genere di cazzari hip hop – e adesso è il suo turno, del cosiddetto “Marra” (sito) – poveri sempliciotti egomaniaci a cui vengono rivolte in varie salse le solite domandine facili e carine suscita-scandaletto-ma-daaaai (“Era così terribile la scuola che frequentavi?”, “E’ vero che rubavi”, “Cosa rubavi? E daaaaaai, diccelo, muoio dalla curiosità!”) che ruotano tutte intorno allo stesso domandone da un milione di dollari “Perché i giovani sono così stronzi? E perché quelli squattrinati di periferia sono ancora più stronzi?”, domandone a cui i cazzari hip hop sono ben felici di rispondere, prontissimi!, essendo maestri indiscussi di verità moraleggianti formato mignon (per dire, “Io possiedo i soldi non sono posseduto da loro” oppure “Io non credo che la cultura istituzionalizzata possieda un predominio rispetto alla istintività o alla ignoranza che trovi in strada” [4] oppure “La gente cerca certezze e con le certezze trova l’omologazione che è una specie di morte in vita”) ed essendo espertoni di gioventù bruciata on the road (nel senso che cazzeggiano tutto il giorno con le comitive di ignorantoni cosplayer disoccupati – ah sì perché gli fa gioco raccontare che loro hanno fatto mille lavori diversi, è il gioco del “hai visto prima nessuno capiva il mio genio, facevo una vita modesta facendo lavoretti modesti, ma dentro di me c’era il beat del cuore d’artista“, non è vero niente, in ogni intervista il Marra tira fuori un lavoro diverso, ne dimentica qualche altro, dice che ha fatto l’elettricista e l’intervista dopo dice che non è capace di avvitare una lampadina, cose così, le spara a casaccio [5] – un branco di stupidoni post-post-post-adolescenti conciati da bimbominkia un bel po’ troppo cresciuti che si travestono da rappe’ mmerigani [6] e giocano a fare gli induriti dalla vita bastarda e rappano sconclusionati rinforzandosi l’un l’altro dicendosi che sono musicisti e che scrivere cretinate in rima “è cioè zi’ grande storytelling” – questa l’hanno presa dai programmi Paola Maugeri – altro che Dostoevskij – che sia maledetta nei secoli dei secoli, e che s’apponga alla sua progenie il marchio dell’infamia).
Il problema è che questi cazzari hip hop non rappresentano un bel niente, se non uno squallido e sconfortante ripieno lievitante di stereotipi di bassissima lega: sono interpellati in carica di consapevoli portavoce del nulla, ma loro sono il nulla, un pezzettino del nulla per lo meno – e non ne hanno la minima idea! – se la scoattano galletti da outlaw ribelli e anticonformisti, quelli che hanno capito come va er monno e che se la comandano cantandolo sinceri e coraggiosi “senza peli sulla lingua”, convinti che ci sia qualcosa di interessante e significativo nella loro collaudata catena di montaggio pseudo-musicale (con tocchi sporadici – lo riconosco – di geniale poesia mentecatta: “da bimbo non avevo l’uovo Kinder, cercavo le sorprese dentro gli Eastpak”) che combina variamente i tipici blablabla sfanculanti del kit di idiozie surgelate Rappettone Sfrontato che dice le cose vere e scomode, Oggi Puoi! Con audiocassetta per rappettoni ciechi e/o analfabeti: lo scazzo – la droga [7] – la periferia alienante – il gergo mocciesco [8] - la volante della pula – le mignotte – televisione cacca – le parolacce col bip autocensurante con lo sghignazzo (hai capito, che lenze? lo fanno per sfottere noi altri benpensanti che ci scandalizziamo per un nonnulla) – la grana – i locali – il rispetto paramafioso [9] - ehi bambina – l’autoreferenzialità paracula anti-major (”il sistema mafioso che non mi pubblica” eh sì, perché racconto le robe di denuncia-cha-cha [10])
e ovviamente i minchioni sono convinti di produrre un qualche non meglio identificato profondo contenuto (“Il mio pezzo è riuscito ad arrivare multi livello. Può agganciarti solo per il ritornello, ignorando il testo e il messaggio del disco. C’è della gente che guarda in superficie e c’è chi scava in profondità”: forse parla delle profonde metafore tipo il “parallelismo tra i personaggi che abitano la metropoli e gli animali della giungla: per questo vedi ad esempio il gorilla che mi guarda contare i soldi, il serpente che mi fa la soffiata, la tigre, la giraffa che si becca la cazziata“) e credono persino che nelle loro cose ci sia dell’originalità quasi quasi d’avanguardia [11] (quasi, ehi, meno male che si trattengono – il Marra dice “Ho voluto favorire la comprensibilità del mio messaggio anche perché io sento fortissimo il bisogno di comunicare con il rap e voglio che la gente capisca quello che dico: non mi piacciono molto le avanguardie… voglio essere nel mio tempo, non più avanti di anni. Ci sono pezzi nel disco in cui mi lascio andare ancora a qualche gioco di parole un po’ complesso ma in generale ho voluto essere il più comprensibile possibile… c’è qualche punto un po’ difficile, con un linguaggio abbastanza di rottura“: immagino c’abbia in mente “sono bi-polare troppo po-polare per un bi-locale” oppure – ah sì, sicuramente questa – “Pimp My Ride qua già dal ’95, cresciuto con in testa questo, vruuum vruuuum waaaaa“), ci mettono dentro le citazioni vintage nella speranza di distinguersi un tantinello in ricercatezza e creatività (il Marra lo giustifica dicendo “Eh sì io in macchina da piccolo con miei genitori ho imparato a memoria tutte le canzoni anni sessanta, sono un grande appassionato” – in realtà è tutta farina del sacco di qualche abile produttore – l’intervistatrice gli chiede “La riconosci questa? Gira il mondo gira nello spazio senza fine, con gli amori appena nati con gli amori già finiti” e il Marra grattandosi la testa “Ah no, boh, non la conosco”); se c’è un motivo d’interesse, nel sentire questi trucidi stupidoni concionare sul perché e il percome di questo o quello stato di disagio giovanile, be’, è precisamente lo spettacolo tutto intero della loro stupidità e ignoranza e ripetitività e disperata imitazione, sono le ovvietà e la seriosità narcisa con cui s’esprimono sgangherati, quello sì, che è rappresentativo di qualcosa, loro malgrado.
[1] oh ma bello il nome, simpatico, un giorno lo troveremo questo signor chissà-chi e sfogheremo su di lui trenta anni di frustrazioni da Joe Yellow a Den Harrow a Red Ronnie a Don Joevanni – com’è che in trenta anni nessuno l’ha mai beccato? dove vive? come si chiama? è sotto scorta?
[2] quanto sia cicciotta la sua cultura letteraria – e non solo, pure musicale – la dimostrano anche perle autobiografiche come questa qua: “Sono un fan storico di Vasco, che ha influenzato tutti in Italia e sicuramente anche me, del resto mi piace la letteratura e quindi un certo cantautorato ha sicuramente avuto la sua influenza su di me.”
[3] no no, tranqui fra’, non c’è bisogno che lo gùgli, te lo dico io: sarebbe il protagonista di quel romanzo che citi sempre, Delitto e castigo (e no! no! quante volte te lo devo dire? Non faceva il maestro di tennis!)
[4] ah be’ certo, sempre per tornare in tema di Melisseppiàte, che bello: “Onestamente penso che la cultura sia soltanto dare un nome a qualcosa che già hai dentro, una specie di reminiscenza: per farti un esempio quando ho letto Baudelaire mi sono ritrovato subito nello spleen”
[5] ma lui ci tiene “avendo un rapporto diretto con certe realtà non posso permettermi di infangarle sparando cazzate”, e infatti, per l’appunto: non fa altro
[6] il Marra si lamenta “I media hanno dei preconcetti clamorosi, sono molto appiattiti sui modelli americani: escono sempre paragoni con artisti come ad esempio 50 cent… paragoni che lasciano decisamente il tempo che trovano”: e va bene, Marra, capisco che tu preferisca la più dimessa stilosità da kebabbaro della banlieue parigina, però non so se hai notato che quella banda di pacchiani sfigatoni che t’accompagna, i Club Dogo, c’hanno i cappellini oversize mmerigani girati sulla testa, le pentole antiaderenti sul petto, le catene e i pantaloni sbragaloni, insomma, ehi, sono le comparse di un video di P. Diddy che va nella giungla e insegna ai primati a non strapparsi di dosso i vestitazzi della sua linea d’abbigliamento (perché sì non è che basta sostituire lo sfondo su cui vi muovete gonzi con quegli stessi gestucoli da papponi strafottenti d’oltreoceano, mettendo i metalmeccanici di periferia e le birrette discount al posto delle limo e dello champagne, gli alberghetti putrescenti a una stella al posto delle grandi suite coi plasma giganti, la ex compagna di liceo che fa la cassiera che dimena la cellulite in bikini al posto delle mignottone snodate di prima classe: questo non è realismo, questo siete voi che sbavate, è vorrei ma non posso)
[7] “è come con l’amaro dopo cena”, leggendario: guardatevi il video delle Invasioni Barbariche qua sopra, se vi va
[8] gli “zii” e i “fra” non si contano, ma pensate il Marra che forza, c’ha pure voglia di pigliare per i fondelli quel tiro-a-segno-umano di Mondo Marcio perché usa “uomo come intercalare”, be’, chissà che flammoni nei rispettivi forum, una guerra tra bande, si tireranno le caramelle
[9] m’è piaciuto molto quando Giancarlo De Cataldo, sempre alle Invasioni Barbariche (potete vederlo nel video, qua sopra), ha definito “un codice para-mafioso” il “rispetto” violento e bullesco sul quale sproloquiava tutto contento Marracash (m’è piaciuto di meno, De Cataldo, quando ha detto che il Marra fa cultura, che dice ai ragazzi che leggere è figo e questo è un bene: ma ahimè non dice questo, il Marra, dice che sapere a memoria il titolo di qualche libro e andare a sbandierarlo in giro senza saperne un accidenti è figo, ecco cosa dice, altro che cultura, è la teoria della cultura cava ecco cos’è)
[10] anche quella cima di Linus c’è cascato, e ne apprezza “l’originalità del linguaggio, soprattutto quel senso di appartenenza a una periferia un po’ emarginata ma non per questo rassegnata. E’ un po’ quello che avevo scritto dopo l’intervista coi Club Dogo, mi rivedo sempre in questi milanesi con l’accento pugliese, cresciuti senza soldi e con tanti problemi ma non per questo depressi e apocalittici” (eh sì, infatti, come quando i Club Dogo cantano “mi hanno detto che l’industria è una puttana, zio te lo mette nel culo come Dolce con Gabbana” oppure “brucia e calpesta se ti va male, infesta le galere zio”)
[11] non vuole essere spettacolarizzato, lui che c’ha il cuore puro, e se la prende con le boyband (ah, che impavido!) e in generale con quel sistema che “cerca sempre il fenomeno, il pazzoide, lo spacciatore, il complessato, sempre qualcosa oltre la musica, a me interessa solo la musica” (u-uh, c’hai ragione c’hai, come quei fenomeni che cantano “rimo da quando le tipe non c’avevano la figa rasata” o quei pazzoidi “se nomini me subito dopo fatti beccare, zio, meglio due schiaffi se ti rispondo ti fa più male!” o quegli spacciatori “dal vicino ritiro un kilo, lo tratto con l’olio del motorino e lo rifilo” o quei complessati “io il re delle fogne, assaggia le gogne, i soldi che non ho, l’arte dell’arrangiò, e quella di trovarsi rogne”)