Ci si diverte tutti quanti a far brindare Berlusconi con Noemi e Padre Pio, Ratzinger e Walter Veltroni, spassoso sì, ok, ma io non riesco a togliermi dalla testa certi brutti pensieri sul nostro futuro prossimo, che ci riserva chissà quali incredibili, ripugnanti copule a sorpresa

(e guardatevi pure questo piccolo video qui, se vi va, l’ha fatto Sir Perceval per il forum)(oh! il disegno sulla sidebar? bello! è un disegno di Davide La Rosa - grazie Davide! - che preannuncia l’evento clù della settimana prossima, la mega-recensione di 2012 La fine del mondo, il librazzo apocalittico di Roberto Giacobbo)
di Betty Moore, 6 maggio 2009
Categoria: allucinazioni, l'amore ai tempi delle malvestite, very important malvestite
Il mascherone piatto e quadrato di plasticazza lucida stiracchiata insieme al parruccone sintetico stoppaccioso e fonatissimo da barbie (finalmente! dopo ken, shelley, il cane toby la roulotte e l’amica negra: la nonna di barbie!), quella sua boccona rossa informe tipo medusa spiaggiata morente, il truccazzo orrorifico-ittiano, i vestiti appariscenti coattissimi da cubista in pensione e gli atteggiamenti prepotenti qualunquistici e subculturali da volgare e arrogante cafoncella arricchita: mi sembrava che il colpo d’occhio fosse già sufficiente a nominare così su due piedi Daniela Santanchè candidata premier non solo dei postpostfascisti furbetti e maneggioni alla storace, ma direi anche e soprattutto dell’universo malvestito nel suo insieme; poi però ho fatto un giretto sul sito ufficiale, qui (Daniela Santanchè Story, come nei video commemorativi di Uomini e Donne), e mi sono letta di come Daniela in persona racconta certi episodi della sua tumultuosa e interessantissima esistenza (vedrete: quale incredibile, meravigliosa odissea malvestita!) e dunque mi sono detta che questa cosa di cui parliamo oggi, se ce n’era bisogno (e non ce n’era), spazza via ogni più piccolo minimo dubbio: Daniela Santanchè candidata premier delle malvestite, accipicchia, se lo stramerita.
Già dai suoi primissimi ricordi d’infanzia si capisce che Daniela Santanchè era una predestinata, dimostrava delle eccezionali malva-potenzialità per niente comuni: sua sorella, che era una bimbetta dalle normali inclinazioni malvestitine, era felice di giochicchiare con la casuccia delle bambole e le piaceva tanto vestirle pettinarle fargli prendere il tè e via dicendo, le solite cose, mentre invece Daniela si scocciava con le bambole e preferiva fare (a cinque anni, ci pensate? che incredibile precocità!) “la parte di quella povera e abbandonata, lasciata dal marito, che viveva in una soffitta e aveva tre figli”; grazie ai suoi più lontani ricordi è anche possibile spiegare gli scempi scarpari tipici del suo malva-equipaggiamento adulto, che sono la diretta conseguenza di un penoso episodio di maltrattamento infantile, “Il castigo peggiore era quando venivo chiusa al buio nello sgabuzzino. Stavo lì, con tutti quegli scaffali pieni di scarpe, che non so più quante volte ho contato. Ero morta di paura, con il buio, le scarpe diventavano fantasmi“; e certo il suo basso quoziente d’intelligenza l’ha aiutata non poco a intraprendere senza timore la strada che porta al lato oscuro del malvestitismo, “Non ero brava a scuola. Alle elementari mia mamma andava a parlare con i professori dei miei fratelli e le dicevano: due ragazzi intelligentissimi, ma non hanno la volontà, non si applicano. Poi andava a parlare con i miei professori e le dicevano: Daniela ha una volontà, un’applicazione! Ce la mette tutta!”.
In fondo si capisce, non è che i genitori fossero precisamente dei modelli ad alta concentrazione di collegamenti sinaptici, al contrario. Quando Daniela adolescente ambiziosa ma con le idee un tantinello confuse (”A diciassette anni volevo fare il ministro del tesoro. Nella vita è molto importante non essere un numero. Io volevo essere io: Daniela Santanchè e non Brambilla Mario Rossi… cioè, è noto che uno che fa il ministro del tesoro non è un cretino”) un bel giorno dice al daddy che vuole iscriversi a scienze politiche e lui incavolatissimo sbotta “allora sei una brigatista!” e Daniela poverina in difficoltà non sapendo cosa e come obbiettare (ah ce l’ho presente, la testa piena di scimmiette ballerine!) “quando mi ha detto che ero una brigatista, allora lì mi è crollato il mondo”: eh ma Daniela era una giovane così libera e anticonformista, è comprensibile che il papi (riccastro industrialotto di cuneo) si facesse delle strane idee, “Ero una ribelle. Non accettavo le regole della famiglia, il conformismo. Volevo fare sempre il contrario di tutto: andavo sui pattini a rotelle, una cosa per cui mio padre diventava pazzo”, come anche a diciotto anni quando tutti i rampolli della famiglie bbene del vicinato avevano in regalo una “A112 Elegant”, lei invece con rivoluzionaria determinazione pretese la “Renault due cavalli, una macchina libera, la macchina dei figli dei fiori! Fu una tragedia!”.
Alla fine Daniela ci si iscrive lo stesso a scienze politiche, e però il papi cocciuto non vuole darle i soldi necessari ed è una cosa di cui lei va molto fiera, d’essere riuscita con le sue sole forze a mantenersi (farci la figura della frivola scemina viziatissima pare brutto, se vuoi capeggiare branchi di fascistoni moralizzatori che inneggiano al mutuo sociale boicottando il grande fratello): questa parte qui della sua vita da studentessa lavoratrice è davvero commovente, Daniela ha faticato e sudato moltissimo, “ho fatto la dog-sitter di tre cani di una vicina che portavo al parco tutte le mattine e tutte le sere alle otto”
e poi la notte quando non dormiva nel suo appartamento in centro (”mi ero rifiutata di fare come le altre mie amiche che si erano messe in due o tre nella stessa casa, io volevo stare da sola”: qui effettivamente sarebbe meglio se qualcuno le spiegasse che le studentesse si mettono assieme per risparmiare, mica altro - giusto per non far perdere veridicità alla storiella, sarebbe un peccato), di notte faceva “le collanine, che andavano tanto di moda in quel periodo. Quando non dormivo, perché avevo paura dei ladri, allora infilavo le palline e le perline”, ma non basta, Daniela era una vera lavoratrice instancabile, non si fermava mai, faceva anche il “door-to-door per portare le cose… [non si sa bene “cosa”: anche qui magari sarebbe meglio che qualcuno le suggerisca "cosa" portava] e la cameriera al bar, dove però lavoravo solo due ore: avevo il mio grembiulino e servivo ai tavoli” (ah il grembiulino! l’elemento irrilevante ma essenziale che serve a dare consistenza al racconto: brava), davvero una donna che si è fatta da sola Daniela, si pagava gli studi (e trovava il tempo per i libri: “all’Università ero pure brava, perché studiavo…”), l’affitto, i pasti (”Con i miei che non mi davano soldi mica potevo andare a fare la spesa e comprarmi quello che volevo: vivevo a cappuccini e brioche“) e dopo pochi mesi s’era pure comprata una seconda macchina, “la Mini Clubman, color panna con le righe marroncine, la macchina più di moda in assoluto a quei tempi”. Meno male che tutta sta gran faticaccia è andata avanti un anno appena (oh, intensissimo!): a ventanni infatti Daniela conosce il suo principe azzurro.
E’ il signor dottor Paolo Santanchè, chirurgo estetico ben impaccato di origini nobili, trentacinquenne, a cui Daniela si rivolge per dare una drastica ritoccata al nasone gobbo (operazione che s’è ovviamente finanziata in proprio facendo pure - tiè - “la modellina per Enrico Coveri che cercava ragazze da far sfilare nello show-room”); passa un po’ di tempo (quanto basta a togliersi le bende per sfoggiare l’insulso sgorbietto affilato con le narici a cuoricino) e Daniela porta dal dottor Santanchè “un’amica che si vuole rifare anche lei il naso, ed è lì che è scoppiato l’amore!”: pochi mesi e i due piccioncini decidono di sposarsi, ma Daniela all’ultimo momento si sente soffocare (che emozione, la parentesi Runaway bride! “Ma come faccio, ho ventanni e mi impegno per tutta la vita? Nella buona e nella cattiva sorte? E se magari, tra un po’, lui non mi piace più?”), un momento appena e le passa, tutto va alla grandissima, un matrimonio pomposamente bombonieristico come nelle migliori favolette bburine, “Mi ricordo l’ingresso in questa chiesa fantastica, il quartetto d’archi, l’Ave Maria di Schubert“.
Sono anni travolgenti quelli che aspettano Daniela, gli anni che l’hanno portata dov’è oggi, candidata premier: “conoscevo un sacco di gente, ero la più giovane di tutte, molto corteggiata da tutti, sempre in prima fila alle sfilate di moda”; il lavoro da cassiera per il marito era molto gratificante, “facevo il campionario, gestivo gli studi e le cliniche, tenevo la contabilità, incassavo i soldi”, Daniela è una donna così brillante e insostituibile che quando decide di confessare al marito il suo amore per un altro uomo (uno con dei “valori”: “Questo, mi sono detta, è un uomo che mi parla di cose [ancora delle non meglio identificate "cose", non mi ci raccapezzo], non di sala operatoria, venti milioni, trenta milioni, il giornale, le fotografie, la festa, Hollywood, Cannes”) Daniela è distrutta al solo pensiero della separazione, sa bene quanto possa valere una gran donna come lei nella vita di un uomo, “Come farà senza di me? E’ un chirurgo eccezionale, ma non ha idea di come si paghi una fattura, non sa neppure cos’è l’Iva…”, e com’era prevedibile il marito straziato dal dolore della perdita ha un’ultima drammatica richiesta da farle: “Ah, va bene. Però ti chiedo solo una cosa. Potresti, prima di andare via, organizzare la festa dell’undici di agosto in Sardegna?”.
E credo sia giusto terminare così, con questa splendida citazione del dottor Santanchè che insomma mi sembra dia un quadro così perfettamente sintetico del personaggio, non avrei saputo immaginare di meglio. Vorrei aggiungere una cosina soltanto, come facevo sempre alla fine dei miei temini a scuola, una nota di positività e speranza - perché ok sono molto contenta che al gruppone delle fascio-bburinone s’è aggiunta Paola Ferrari (o almeno ciò che resta del suo corpo imbalsamato, che il marito riccone continua a portarsi appresso ovunque in grande stile weekend con il morto) - è tutto molto squallido e malvestito, ok, però io sogno qualcosina di più forte ancora, uno scontro al vertice Santanchè vs Michela Vittoria Brambilla, ohoh sì che goduria sarebbe! e chissà se un giorno prima o poi, tra qualche anno magari, be’ incrociamo le dita.
di Betty Moore, 3 marzo 2008
Categoria: malvageddon, semo bburini, very important malvestite
C’è una cosa su Michela Vittoria Brambilla che non riesco a raccapezzarmici. Da quando Berlusconi l’ha sparata grossa sui mille milioni, il pdl eccetera, la Brambilla non è più la stessa: da quel giorno là, ogni volta che Michela Vittoria va in tivvì, si lega i capelli.
Capisco che ai meno intelligenti tra voi possa sembrare una pura coincidenza, una robetta da niente, una superficiale constatazione. Ma appunto siete i meno intelligenti. Sapreste altrimenti che nella pratica soap-operistica - di cui MVB, come dicevo, è una agguerrita rappresentante - un parrucco-cambiamento del genere non è mai casuale, anzi, è un fatto importantissimo, capitale: sopratutto in relazione a personaggi come la Brambilla - che il parruccone insolito è l’unica cosa che la differenzia da qualsiasi altra starnazzante mediocrissima bassa politichetta da bar caricata a slogan da papersera - personaggi sansoniani da soap come lei, che la parrucca è tutto, è proprio attraverso la parrucca che mandano al pubblico un preciso messaggio di carattere emotivo-sentimental-intenzional-shampistico.
Se il manto sciolto sul petto era una soluzione che mirava a creare una cornice coerentemente nonsense ai discorsi sgangherato-fumettistici della Brambilla, con quel tocco essenziale di presuntuosa spregiudicatezza outsider di rottura (del vecchiume da grigia permanente phonata), bisogna chiedersi qual è oggi lo scopo del capello legato: be’, è facile ipotizzare che si tratti di una studiata evoluzione del primo Brambillismo, il tentativo di rendere il contesto visivo meno spregiudicato sboroncello ma più serio, più impegnato, più normale anche e rassicurante, ora che ci si avvicina ad un concreto brambillismo istituzionale - il che è molto interessante da un punto di vista malvestito, se considerate che i discorsi brambilliani - a fronte di questa evidente mutazione tricologica - rimangono però sempre gli stessi uguali noiosi illogici arroganti e insensati urletti da quattro soldi: se ne conclude quindi che pure i capelli, quelli giusti al posto giusto, possono avere un loro notevole peso politico, il che ora che ci penso, insomma, non è poi questa grande novità.
di Betty Moore, 9 dicembre 2007
Categoria: chiacchiericci vari, very important malvestite
Può darsi che questa estate ce la ricorderemo tutti a lungo e per un sacco di tempo, voglio dire, con la stessa allegra spensieratezza che avrebbe un giapponese nel ricordare i giorni d’attività del progetto manhattan.
No, non intendo parlare dell’imbottitura invernale delle crocs (ma dai, è chiaramente una boutade, chi mai accetterebbe di mettersi ai piedi una cosa che sembra ideata da un paramedico sherpa), no, neanche del fatto che pare sia finalmente arrivato il momento di smetterla con quell’immorale disgustoso darla via al primo politico pelato cicciottello minidotato di turno per uno spazietto in tivvì - adesso pare che basti semplicemente accoppare o quanto meno essere sospettati di averci a che fare nell’accoppamento di qualcuno (e magari esser fighetti e farsi una bella comparsata funeralesca con alle spalle una non-stop di un paio di giorni da parrucchiere ed estetista [1]) e via con le serate in discoteca - e no, non intendo parlare neanche del matrimonio briatore-gregoraci (per quanto, ehi, qui mi sa che dovremmo aggiungere una nuova festività al calendario malvestito - che ne so, tipo nozze di Canaan).
Piuttosto, invece, vorrei parlare di come st’estate, forse, si sono poste le basi per trasformare la nostra nella prima repubblica occidentale guidata da una malvestit-tì-tì-tissima di prima classe, una semo-bburini d’origine controllata, Michela Vittoria Brambilla - parliamo di questo (ah già che stupida, c’è scritto nel titolo, era evidente).
Mi capita spesso di sentir dire che la Brambilla sarebbe una specie di calco xx di Berlusconi, ma invece secondo me no, non è esatto. Se Berlusconi, un po’ come il Tom Baxter di Woody Allen, ci scommetto, dev’essere fuggito di straforo dallo schermo di chissà quale filmone vanziniano (probabilmente perché non ci si sentiva a suo agio, poveretto, lui che è troppo più avanti di una semplice vanzinata - e lo stereotipo dell’anziano cummenda petto in fuori pancia in dentro, avvizzita virilità ostentatissima, dentiera spalancata e cordiali ganascini a destra e a manca, lui, se lo pappa a colazione [2]); Michela Vittoria Brambilla, al contrario, non è saltata fuori ma sta invece disperatamente tentando di ficcarcisi, in uno schermo, e non quello di un film qualsiasi ma dentro lo schermo di una soap opera, sapete, del tipo di quelle italiane del pomeriggio: Michela Vittoria Brambilla è la rampante donna politica aggressiva ma sensuale (funziona meglio se venuta dal basso [3], ve l’immaginate? da segretaria saccente un po’ zoccola, strappato con l’inganno il 100% delle azioni societarie al suo ex boss e amante, a imprenditrice di successo e quindi giù in politica) come l’avrebbe potuta scrivere uno degli abili sceneggiatori di Vivere (con qualche piccolo ritocco, del resto, io ce la vedrei alla grande pure come vetrinista in Cento vetrine, o come scoglio del golfo di napoli in Un posto al sole), e guardarla concionare pubblicamente sul palco è quasi come godersi le sfilate palesemente fake che ci sono in Beautiful (passerella lunga un metro per tre, uno sparuto gruppino di giornalisti su sedie da picnic, le stesse due modelle che fanno su e giù, un paio di vestitini della collezione Barbie).
Lo sceneggiatore di Vivere ricorre alle più ovvie convenzioni del genere soap: di costruire un personaggio anche solo lontanamente realistico non gliene frega niente, il racconto della soap non ha nulla a che fare col realismo, non importa che la recitazione sia approssimativa, che le battute siano farcite di demenziali banalità imparate a memoria e ripetute a pappagallo con faccia di bronzo, che persino l’aspetto e il modo d’abbigliarsi siano improbabili e ridicoli - non potrebbe essere altrimenti, una soap è fatta così;
ed ecco i capelli cartooneschi (che per risparmiare son tinti con lo stabilo boss - e chissà quale grave indecisione tra l’arancione fanta e l’azzurro manga), liscissimi e sempre sciolti sulle spalle, con l’onda pietrificata di lacca, il cui significato è “fieramente femmina e femminile così a mio agio con me stessa che posso permettermi sto osceno casco di spaghetti al salmone, zexy”; il viso slavato e privo d’imbellettature (le orecchie a sventola sempre ben nascoste, che non è opportuno scalfire con simili deformità tale ariana perfezione), niente gioielli se non la micro collanina, ovvero “una donna semplice ma sincera, non mi nascondo dietro a niente, non ho tempo di concedermi inutili frivolezze”; i tailleur neri tutti uguali (boh, c’avrà il guardaroba di pezzi tutti uguali come mr Bean) che ci dicono “una donna seria e praticissima, una lavoratrice tutta d’un pezzo, con un indole forte e irremovibile”; e tuttavia la gonna sempre molto corta e l’autoreggente che rimane in bilico sempre lì lì ad un passo dal far capolino (e lei, uuuuh, non vede l’ora!), perché in fondo non esiste caratterizzazione più classica e fondamentale per una donna da soap di quel suggerimento più o meno esplicito sulla sua carica erotica (il resto, in confronto, è un superficiale ghiribizzo, un optional), e non esiste soap in cui la Donna Di Potere o aspirante tale (sotto gli ottanta anni, ovvio) non sia anche una sensualissima e irresistibile mangiauomini d’impostazione marcatamente dominatrix (leccami i tacchi a spillo, toh, e la punta acuminata delle scarpette pure, aritoh, ti ci schiaccio i capezzoli come fossero mozziconi).
Guardate il video qui a destra. Sarebbe il messaggio della Brambilla agli studenti dei circoli della libertà cosiddetti Universitas [4]. Tutto è stato regolato perché fosse il più possibile in sintonia con l’argomento: essendo l’argomento, appunto, “qualcosa che ha a che fare con gli studenti”, la Brambilla preferisce liberarsi del tailleur vedovile in favore di qualcosa che suoni più rassicurante, meno sensuale, più da maestrina, una camicetta sbarazzina coi laccetti, le maniche tirate su (non le gambe quindi ma le braccia in mostra, più innocue e materne), al posto della sobria collanina un’enorme croce sbrilluccicosa, coattissima, che fa il paio con i braccialettoni argentati e ne rivela tutta la più intima semobburinità (eh va be’, tra giovani ci si lascia un po’ andare); per quanto riguarda l’ambientazione, lo sceneggiatore di Vivere dà al suo scenografo di fiducia il compito di mettere in piedi una stanzetta che abbia qualcosa a che fare con gli studenti, con l’università, e lo scenografo allora grazie forse ad un qualche provvidenziale sondaggio (meno male che è abbonato a Panorama - altrimenti, accipicchia, lui aveva optato per un poster di Tony Renis sullo sfondo) viene a sapere che spesso ci si trova una libreria in casa di studenti, nientemeno. E così lo scenografo fila dritto a comprarne una (da Ikea, e la poltroncina anche: l’inconfondibile Scömodj), e poi però, una volta montata, quando c’è da decidere cosa di preciso mettere sulle mensole, spiazzato e in preda al panico, non trova di meglio che un vasetto pieno di sassolini, l’orario dei treni, qualche rivista (meno male che è abbonato a Panorama), un telefono. Neppure malvagio come insieme, in perfetto stile soap, magari giusto il telefono scollegato, quello se lo potevano risparmiare.
Non so voi che ne pensate, ma io tutto sommato, forse, preferirei votare Brooke (al limite Stephanie).
[1] non guasta essere due complete mentecatte capaci di spacciare per vero un fotomontaggio che gli fa mangiare la polvere a Ed Wood, congratulazioni
[2] l’avrete certamente già visto e stravisto con quel suo completino travoltiano, da maître di un gay-bar d’ambientazione vintage - e non a caso dico gay-bar, accidenti, con quella manina moscetta un po’ così; e come non apprezzare la geniale pennellata da magnaccia televisivo: il pendaglio sbrilluccicoso al collo, manco fosse la salma incartapecorita di Costantino Vitagliano, va be’ che pare stia tirando parecchio ultimamente, il magnaccia style
[3] eh, lo so, state pensando che l’interpretazione soffre delle reali origini della Brambilla, ma che volete che sia una tigre da salotto, e poi che cavolo, per spernacchiare certe sciocche obiezioni hanno creato apposta il concetto di “invidia sociale”
[4] ma sti circoli della libertà voi ne avete mai visto uno, a me sembrano un po’ come gli ufo, decine di migliaia di iscritti ai circoli della libertà - dice la Brambilla - e io non ne ho mai avvistato uno, attendo con un pizzico di timore il mio primo incontro ravvicinato
di Betty Moore, 30 agosto 2007
Categoria: malvageddon, semo bburini, very important malvestite