Tra i tanti ricorrenti ruttini vintagisti ottanta-novanta che m’è capitato di incrociare negli ultimi tempi, be’, questa ancora mi mancava, la codona di cavallo laterale (1 - versione eighties-tricologica del pappagallo piratesco da spalla; o anche: io e il mio gemello siamese nano ipertricotico siamo congiunti per la testa): l’ultima volta che ne ho vista una dal vivo dev’essere stato quando spuntava dalla testolina di Mirketta la compagnuccia di banco rintronata che ciucciava i pennelletti di coccoina (e poi si puliva la bocca con la codona laterale - appena aveva finito di darsi una bella caricata ruotandola velocissima a manovella). Non saprei dirlo con certezza ma speriamo di sì, che si tratti di un caso isolato (in alternativa, ditemi, com’è che si faceva venti anni fa? al cinema dico: ci si comprava tutti un paio di posti ciascuno?); comunque, su questa malva qua (che è senza dubbio una dotta conoscitrice del repertorio mmerigano vintage di stampo Cercasi Susan disperatamente), la codona di cavallo laterale che le piove sulla spalla è quanto mai in sintonia con tutto il resto dell’ambaradan malvestito (fanno eccezione le chiavi della Smart - 2 - incatenate al passante, d’ispirazione direi troppo recente): c’ha gli occhialoni wayfarer io-sono-originale con montatura bicolore (3 - la parte superiore è di perla luminescente), gli orecchini-totano dorati in padella (4), il giacchettino di pelle quasi-chiodo Fonzarelli (5), lo zainetto finto-militaresco usurato ad arte (6), la camicetta viola poisizzata come quella che usava nel tempo libero il proprietario gay (dai, si capiva) del Peach Pit (7), gli stivali a spillo col doppio strato di frangette vellutate della lampada kitsch da comodino (8) e i pantaloni skinny strettissimi (9 - nelle tasche non le sarebbe entrato un micro-spilletto: quei bozzetti dietro quindi è ovvio, c’aveva i brufoletti sulle chiappe).
L’altro giorno a parlare di reality americani con le paleo-celebrità disoccupate che cercano di raggranellare qualche spicciolo per rinchiudere in rehab il figlioletto di cinque anni sex-crack-amaroaverna-collanazzedoro-ak47 addicted (nome d’arte CollMasterBastardDJ), m’è venuta voglia di guardarmi la prima puntata di questo reality recentissimo su Pamela Anderson (debutterà qui in Italia la settimana prossima [1]) che si chiama Pam girl on the loose e c’avrebbe sulla carta tutto il necessario per diventare una pietra miliare del genere Dopo questo cosa mi rimane? (Far parte della giuria internazionale di Miss Italia? Ho sbagliato tutto la vita mi fa orrore non avrei mai dovuto abbandonare l’istituto radioelettra): ci sono i personaggi squinternati ridicolissimi (a cominciare dall’ex boyfriend Tommy Lee che s’acconcia come un bimbominkia qualsiasi col cappellino al contrario e le borchiette e i ciondoletti e le collanine e c’ha quel suo sorrisetto strafottente da giovane ribelle che gli accartoccia il faccione ebete in una ragnatela di rugosità fittissime tipo Charlton Heston - com’è oggi, dico, se lo si andasse a esumare), c’è il lusso coattone superostentato (gioiellazzi e pelliccioni [2] e case da diecimila metri quadri e televisioni al plasma cinemascope e Cristal a fiumi ovunque sugli aerei privati e sui macchinoni giganteschi coi cingolati), c’è la santissima trinità droga sesso rocherolle (ma soprattutto c’è quell’irresistibile saporino di squallore e decadenza che è tipico dello strafattismo tappabuchi senza alcun mistero, in situazioni per nulla cool e trasgressive ma anzi moscissime e tragicamente noiose), ci sono un sacco di vipponi impaccati e bling bling che vanno e vengono (yo fratello!) e poi va be’ soprattutto c’è lei, Pamela Anderson, che non so come la pensate voi ma io non ci riesco a pensarla come una tipa qualsiasi.
E’ vero che ci si potrebbe accontentare di classificarla come la solita pin-up con la meningite e il parruccone biondissimo e le tettone aerostatiche e la vocina squittosa da chipmunk, il solito stereotipato bambolotto da paginone srotolabile tutto mossette ammiccanti di frivolume ninfomaniacale - a parte che adesso, insomma, è da un pezzo che s’è avviata sulla strada dell’imbellettamento ringiovanente morte-a-venezia e in quattro e quattr’otto ce la ritroveremo ignuda e attorcigliata in copertina da qualche parte là sulla rastrelliera della Carrefour accanto al numero del National Geographic “Nuova radiografia per l’Uomo di Similaun” e sfido io, allora, a non comprarsi la rivista sbagliata - e in effetti sì non è che sia mai stata altro che questo, una specie di assurda incarnazione del chimerico essere-tetta philiprottiano, ok, se considerate però le particolari circostanze tecnologiche che l’hanno trasformata nel potentissimo totem masturbatorio che è stata a cavallo del millennio per una intera generazione di maschietti pubertosi - erano gli anni in cui le connessioni a manovella facevano boom dappertutto, il periodo che i jpg con le donnine nude venivano faticosamente caricati pixel dopo pixel (le nuvolette, i palmizi, i cocchi sui palmizi, l’orizzonte sull’oceano, un peschereccio laggiù che galleggia sull’oceano, i primi capelli, i primi capelli! e poi la fronte, i sopraccigli, un due tre quattro trecentottantamila sopraccigli contati uno per uno, un occhio - finalmente! - l’altro occhio, una caccolina sull’occhio! e via giù così, intanto che ti si formava una cornicetta di stalagmiti intorno al monitor), uno stillicidio sudatissimo infinito e ansiogeno (la mamma in agguato nell’altra stanza che bussa alla parete urlando “hai fatto? sto aspettando una telefonata! hai fatto?” - proprio adesso che sei a qualche cellula epiteliale appena dal primo capezzolo!) - dovreste capire allora quale razza di superpotere nucleare c’aveva tra le mani chiunque controllasse l’immagine di Pamela Anderson durante quegli anni là dell’internet a vapore (l’immagine cioè più lungamente e attentissimamente esaminata dalla più grande quantità di persone nel più breve lasso di tempo nella storia del pianeta terra): avrebbe potuto che so io, utilizzarla come strumento d’una operazione di condizionamento psicologico su scala globale, una spyop subliminale in piena regola, l’ipnosi di milioni e milioni di adolescenti ovunque nel mondo - pensate ad esempio, giusto per fantasticare un po’ sulla cosa più spaventosa di tutte, se Pamela Anderson fosse stata parte della scuderia di Lele Mora - sarebbe bastato un microscopico invisibile messaggino iscritto con uno straterello di crema abbronzante nella peluria interna della coscia di Pamela Anderson e legioni e legioni di schiavi-zombie coi pantaloni alle caviglie si sarebbero riversati nelle strade scandendo robotici “Heil Mora!”: capite quindi che potenziale superarma senza precedenti è stata Pamela Anderson, in virtù certamente di circostanze irripetibili (resterà per sempre la sola e unica Pippa Idol 56k), il che non c’è dubbio le conferisce tutto sommato una sua speciale forma di grandezza.
E quindi insomma capite la delusione nel constatare che le vestigia incartapecorite di una superarma così potenzialmente superdistruttiva siano trattate in modo così sciapetto e noioso: il reality è davvero poca cosa [3], una serie di siparietti per lo più insignificanti e prevedibilissimi che dovrebbero servire immagino a raccontarci di una Pamela Anderson che è ovviamente una superstar richiestissima, ovvio, ma è anche simpaticissima, frizzantella, madre integerrima (non si contano le dichiarazioni-lacrimuccia sulla falsa riga di “i miei figli mi hanno cambiato la vita”), un po’ porcellina va be’ (c’è la voce fuori campo che le chiede “cosa dobbiamo aspettarci?” e lei, tirandosi su la maglietta, “queste!” e poi, tirandosi su il gonnellino, voltandosi “e un po’ di questo!” - ma è un bluff, non ci cascate: non si vede niente) un tantino sbevazzona (”mio figlio fa una limonata buonissima… posso aggiungerci un po’ di vodka?”) ma sotto sotto intelligentissima (c’è l’architetto di casa sua in visibilio che assicura “è un genio! mi ha suggerito tutto lei! è un genio!” - nota: casa sua è praticamente un cubo con due stanze col gabinetto innestato nella canna fumaria), per cui nell’ordine abbiamo lei che passa l’aspirapolvere e si vanta di fare tutte le pulizie di casa in prima persona (se guardate bene nella foto si vede il cane - cliccando si apre più in grande - che la guarda sconvolto pensando “questo vuol dire che dopo sarai tu e non Juanita a togliere la merda che ho appena lasciato sulla moquette in salotto?”), lei che si mette il balsamo nei capelli (almeno credo fosse balsamo, è la stessa bottiglietta della maionese che c’ho io nel frigorifero), lei che cucina i dolcetti con la mammina adorata (dialoghi scoppiettanti: “dove li tieni i cucchiaini da tè?”, “uhm ecco - passandole un mestolo - tieni”, “ma questo non è un cucchiaino da tè!”, “ah scusa pensavo fosse un cucchiaino da tè”, “ma allora ce l’hai o no i cucchiaini da tè?”, “no credo di no”, “ricordati di comprare i cucchiaini da tè!”), lei che si fa il bagno prona nella vasca impegnatissima a far emergere in superficie uno spicchietto di sedere (fate caso ai libri di polistirolo appoggiati ad arte là sul bordo), lei che va in studio a farsi fotografare da David Lachapelle (presente no? quello che aveva capito Valeria Marini) e poi tutte e due (lei e LaChapelle, che accidenti è un bburinone colossale, non l’avevo mai visto dal vivo - meno male - giacchetta di pelle nera, cappellino Blu Oyster Bar, jeans infilati negli scarponi da astronauta dieci misure troppo grandi) prendono l’aeroplanino privato e se ne vanno a Las Vegas per il compleanno di Hugh Hefner (uno dei più lampanti geni del ventesimo secolo: appena la incontra, poti-poti, non ci pensa due volte e le dà una clacsonata - quando si dice saper utilizzare al meglio il proprio status di vecchio rincoglionito), lei che sta in camera d’albergo con quell’inqualificabile tamarro di Criss Angel e per dimostrare al mondo che è capace di intrattenere piacevolmente gli ospiti si mette a fare il ponte e la giravolta (poi dopo, entusiasta: “penso che ogni donna dovrebbe saper fare delle cose divertenti da fare durante i party”), e alla fine dulcis in fundo c’è lei che torna a casa per organizzare un’asta di beneficienza nel giardino dietro casa (i proventi vanno alla PETA, perché “le due cose che amo di più sono il sesso e i diritti degli animali” - disse Jessica Rizzo alla premiere del suo Il cane e la poliziotta) e si vendono cose pregevolissime come i suoi quarantasette ex-materassi (”ho fatto sesso su tutti”) e bigiotteria di gran classe come il braccialetto da capezzolo (e qui c’è l’unica scenetta degna d’un qualche interesse: uomo che se lo rigira tra le mani chiedendosi com’è che funziona quel cerchietto piccolino, moglie che s’avvicina e gli dice maliziosa dandogli di gomito “maybe it’s a cock ring” e lui tutto rosso che ribatte indignato “it’s too small!” e tutti che ridono come matti [4]).
[1] questi giorni qui Pamela Anderson è a Roma, a firmare le mutande rosse dell’inviato simpaticone di turno
[2] non lei però, non scherziamo, lei è una Marina Ripa di Meana americana (e mi sa che stanno messi meglio loro)
[3] dico sul serio, ehi, lo so che come ve ne parlo io, be’ modestamente, viene fuori divertente (”Betty ma è uno sballo! voglio vederlo anche io!”): ma sul serio, non ci perdete tempo, è una palla colossale
[4] e Tommy Lee? oh ma niente, questa puntata niente, peccato: appena pochi secondi, giusto il tempo di salutare Pamela con un affettuoso “ehilà ciao scimmia” (la prossima puntata invece, l’ho visto negli highlights - altro che Tommy Lee! - c’è lei che s’accorge d’essere seduta sopra uno sgabello di pelle di foca e lo getta via schifata, imprecando)
La letteratura per malvestite trentenni subacculturate e shopaholiche che sognano una vita avventurosa frizzantina e di successo con il guardaroba di Barbie e le amichette bla-bla-confidenzamaniache nel caotico spietato mondo impiegatizio metropolitano moderno pesca sempre dallo stesso ristrettissimo assortimento di mattoncini narrativi da montare variamente a seconda del risultato desiderato (più bionda? meno bionda? ha tradito? tradirà? tradita?), che rimane dunque in ogni caso una scialbo debole noioso mescolìo delle solite cretinerie shakerate sul tema “si può essere incarriera senza perdere in Femminilità?”.
Che è una di quelle stupide domandone da libro delle risposte (risp: “Mangia meno carboidrati”) su cui è stato costruito più o meno il novanta percento dei filosoficissimi redazionali da settimanunucolo femminile negli ultimi vent’anni (il restante dieci per cento: “bisogna mangiare meno carboidrati?”), una domandona cioè certamente di gran successo, un immortale evergreen del vuoto ciarlare autoreferenzial-malvestito. Ed ecco allora che arriva dalla ‘mmeriga, che in questo campo qua del telefilm patinato frivoletto e malvestito sono avanti anni luce, una produzione nuova di zecca lussuosamente infiocchettata che copiaincolla sì molte cose dal fratello maggiore sex and the city ma si presenta in salsa più matura, più drammi esistenziali da sgallettata overquaranta piena di responsabilità lavorativo-casalingo-familiari, zero bizzarrie surreal-umoristiche (che era forse l’unico motivo per spararsi una puntata l’anno di sexandthecity: i deliranti pruriti di Samantha Kim Cattrall).
Guardatevi qui sotto il didascalico videuccio che ho tratto dalla prima puntata di Lipstick Jungle. C’è dentro tutto quanto possa stuzzicare la fantasia della malvestita-tipo che sì sì sì voglio essere così, intelligente impegnata realizzata col power-tailleurino ma anche Donna Vera Vera, che significa in pratica ok va bene il lavoro la famiglia e tutto ma anche la Chloé di pelle bianca la serata con le amiche a spettegolare bevendo tavernello e le Blahnik tacco 10.
Gli ingredienti sono quelli giusti, tutti solidi classicissimi stereotipi narrativi chickletterari: la sequenza d’apertura delle scarpette che si fanno largo nel grigio ingorgo cittadino con musichetta allegra-gasante (e notate vi prego il profondissimo sottotesto per cui di una Donna Vera Vera il carattere lo si può intuire dal tipo di scarpa: la goffa dolce ce l’ha comode basse da vecchina, l’aggressiva cattivona c’è l’ha spillate con un po’ di zeppa roooar, la fashionaria eccentrica c’ha i tronchetti mezzi rossi mezzi leopardati); ultraquarantenni al top del top iperstressate con un miliardo di cose da fare ma ancora bellissime dinamiche giovanili e attraenti (oh quasi mi viene voglia di iscrivermi ad un Circolo della Libertà); l’alta borghesia sì che fa gola ma neanche troppo alta alta, che sennò la cassiera della Conad come fa a identificarcisi (e poi non le viene voglia di bruciare due mensilità per la Chloé di pelle bianca e le Blahnik tacco 10, “ah! sono la Carrie italiana!”); sono ricche e potentissime ma in fondo ebbene sì persone normali e semplici coi problemi delle persone normali semplici e quando gli dice male si mettono in pigiama e frignano sulle spalle delle amichette del cuore (al posto del cioccolato caldo, però, la più sofisticata vinazza); una delle protagoniste alle prese col tipico dilemma sondaggistico-studioapertiano della donna lavoratrice, posta di fronte alla scelta famiglia o carriera, col marito fighetto che si sente umiliato perché lui non fa niente ed è mantenuto (uuuh che pathos, mai visto, il capovolgimento della coppia tradizionale!) e si scambiano sms a proposito della separazione in bimbominkiese; un’altra che c’ha il marito professorone intellettuale con la testa tra le nuvole e non ci fa più sesso da una vita così lo tradisce col tronista pompatissimo ma poi se ne pente (be’ ma che coraggiosi, affrontare così di petto il problemone della routine che uccide la passione!); e poi infine la fashiondesigner single un po’ svampita che se la fa col maschilista strabilionario che ci fa l’arguto provocatore cuor di pietra ma che alla fine si scoprirà, lo sappiamo tutti, che invece era buono buono inside.
Direi che non c’è miglior commento di questo qui che ho trovato su ibs - ah sì giusto perché LJ è tratto da uno dei capisaldi della chick lit, l’omonimo romanzo di Candace Bushnell - cito: “Scorrevole e carino… Voto 4 perchè mi è piaciuta la borsettina!” (in omaggio col libro c’era “la borsettina”).
Sappiamo già che i produttori di magliettacce mono-cretinata [1] sono la muffa pelosa viscida e schifosetta che si riproduce allegramente nel luridume analfabeta delle più squallide periferie dell’universo malvestito: ne spuntano ovunque senza sosta, campano qualche mese caccheggiando ridicole pubblicità televisivo-rotocalchiche [2], magliettizzano un paio di vipparoli scarsi ma di quelli scarsi veramente e poi alla fine spariscono così, flop! nel nulla - salvo poi ripresentarsi verginelli con un nuovo nome e un nuovo marchio poco tempo dopo, felici di reinvestire sugli stessi vipparoli scarsi e sulle stesse ridicole pubblicità.
Capita spesso che nascano delle vere e proprie famiglie di marchi malva-tiscertari che approfittano tutti insieme di un’unica miserrimma micro-ideuzza, un spunticino qualsiasi da cui deriva uno sconfinato esercito di cloni. E’ successo con Monella Vagabonda & Figlie (mono-cretinata: l’animaletto e/o l’oggettino antropomorfo tenerello col nome sbiruleggiante [3]), sta succedendo coi marchi ipermalvestiti che proliferano ultimamente, ispirati tutti quanti al medesimo scombussolato modello dell’italo-mmerigano da filmetto spaghetti vintage con implicazioni più o meno marcate che riguardano lo spaccio la mafia la discoteca la violenza il vandalismo le scemate poliziottesche la spacconeria gratuita - esaminiamone qualcuno nel dettaglio.
Il primo della serie, l’innocente adamo ed eva, l’ideale progenitore di tutto il triste ambaradan del genere spaghetti mmerigani vintage, credo sia stato Frankie Morello: non c’entra granché con le altre marcacce usa-e-getta perché Frankie Morello si occupa più o meno di abbigliamento “vero” (passatemi il termine), fa collezioni complete e non solo magliettine da copisteria col logo-simboletto (non ce l’ha neanche, un logo-simboletto) da incollare ogni dieci centimetri quadrati di polivinilcloruro cinese; ma d’altra parte il suo nome da ristorantino little italy, così come del resto la fiction-storiella del marchio, creato da due italiani wannabe cosmopolitan-newyorkesi (frankie è un cane italiano immigrato in america: il padre clandestino è stato rispedito in italia, lui è solo in terra straniera che aspetta la partenza dalla sicilia della promessa sposa cagnetta, carmela), son state di sicuro le scariche elettriche che zappando ripetutamente il malva-brodo primordiale hanno dato vita alle originarie molecole di idiozia spaghetti mmerigani vintage.
Nasce così Joe Rivetto, che è ad oggi la marca leader delle suggestioni “anni settanta centrifugati in un video trendy di Mtv” (ne abbiamo già parlato, ricordate? malva 248): la scrittona cicciosetta dai credits di austin powers e il logo di marrabbio imparruccato afro basettoni e occhiali a goccia che ha lanciato la moda del faccione stencilizzato da graffitaro cittadino; nasce così anche Fred Mello, che c’ha il logo ricalcato sugli stereotipi grafici da college mmerigano, la data in bella vista 1982 (wow, retrò!) che richiama the very glorious yuppies age e la scrittona “established in new york city” la cui provincialotta pretenziosità è sputtanata e ha un effetto comicissimo in homepage, quando leggi poco sotto “padana superiore, cernusco sul naviglio”.
E poi quel capolavoro malvestito che è Frankie Garage: il nome che rivela chiaramente il suo debito frankiemorelliano, il logo chiaramente scopiazzato da Joe Rivetto (ma Joe è molto più raffinato come tipo, frankie è piuttosto un trucido matto alla hulk hogan - o meglio, enrico montesano che imita hulk hogan: nasone grosso, basette mammut, baffoni vichinghi, occhialozzi da discotecaro ipertamarro), gli slogan macchine alcool pupe che sono tanto simpatici e irriverenti. Per dire del suo enorme successo (strano però, mi segnalano che a Roma è pieno di autobus brandizzati Frankie Garage) sul sito c’è una sezione che si chiama “Frankie’s Friends”: compri una cosa di Frankie Garage, ti fai la foto e gliela mandi (si sono messi d’impegno a scattare foto che sembrassero vere, di gente vera, non è che ci sono riusciti tanto bene); c’è una sezione direi identica nel sito di Joe Rivetto, solo che qui le foto sembrano quasi vere, incredibile (sarà che non è necessario fotografarsi con qualcosa di JR indosso, basta un pezzo di carta).
E poi da non crederci c’è persino di meglio, Joe Marmellata (”moda per… quei bravi ragazzi”), un miracolo malvestito a tutti gli effetti: la scopiazzatura di Joe Rivetto è palese, il faccione stampato sulle magliette è a colori e non stencilizzato, ma il capello afro e gli occhialoni a goccia non mentono. E’ evidente dunque che dal punto di vista strettamente vestiario Joe Marmellata è un semplice banale caso di clonaggio [4]; è invece nella fiction-storiella del personaggio - progettata da un vero genio del crimine che ha operato una fusione nucleare di elementi malvestiti per riscuotere consenso dalle più varie frange della popolazione di coattolandia - è là che troviamo alcune malva-prelibatezze davvero superstraordinarie. Joe Marmellata è una specie di mezzo gangster scagnozzo del boss (per i coattoni bulli mafia style), ma è pure un nero che gioca a basket e fa musica rap (per i coattoni hippoppari), s’acchitta come John Travolta in saturday night fever (per i coattoni disco vintage) e si ossigena i capelli (per i coattoni io-sono-originale), il grosso della sua carriera malavitosa si svolge tra i 13 e i 17 anni (l’utenza è pur sempre quella, pischelli idiotini undersedici): nel sito, “la vita di Joe”, potete leggervi la sua biografia (abbassate le casse ché lo speaker finto siculo è un impulso assassino).
Le cose più divertenti sono: 1) Joe che si chiama così, Marmellata, perché lui “consuma chili di marmellata”, un mmeriganismo ingenuotto da quartiere popolare anni cinquanta “marmellata, latte, mostarda” (del resto la cameretta di Joe, come si vede nel filmatino, è uguale a quella di Nando, piena di gagliardetti I love NY); 2) Joe che a un certo punto della storia, dopo che c’hanno raccontato di sparatorie e avventure pericolosissime di tutti i tipi, si scopre di punto in bianco che è un megaobeso (e subito, come lo scopri, ti dicono che è riuscito a dimagrire cinquanta chili - quale categoria di coattoni volessero sedurre con questo particolare non l’ho capito, gli ex ciccioni fanatici di pesi e steroidi forse, boh); 3) la pubblicità del profumo di Joe Marmellata qui a sinistra, in-su-pe-ra-bi-le, che si chiama “Bronx” dove “Bronx” però è anche un’onomatopea, “Bronx” è il rumore che fa il deodorante quando te lo spruzzi.
Infine, sempre a proposito di malva-marche che tentano di cavalcare la medesima tendenza vintage anni settanta un po’ bulla e stronzettina io-sono-originale anticonformista (in questo senso sì c’è una parentela, seppure no non c’entra niente con la famiglia dei faccioni spaghetti-mmeriganici) vorrei sottoporvi la neonata malvestitissima Arancia Meccanica (sito - non vi dico le decine di segnalazioni).
Lo sfoggio di ultraviolenza è ovviamente molto annacquato per non scatenare le ire delle associazioni moigesche (le magliette c’hanno su dei disegni osceni, Alex e i drughi che diventano inoffensive superchicche manga con gli occhioni luccicosi grossi così): si parla di “ragazzate”, “Alex e i suoi compagni teppistelli” e ci tengono a sottolineare che “Arancia Meccanica non vuole dare un cattivo esempio di vita; ma in fondo ognuno di noi è stato almeno una volta ragazzaccio di strada”, e nell’animazione flash iniziale, per favore, gustatevi che spettacolosa giravolta di ipocrita paraculite da pubblicità progresso: i cinque drughi [5] entrano nel bar (ai manichini hanno messo le mutande, che ridere) e ordinano “Latte +” il primo “Latte +” il secondo “Latte +” il terzo “Latte +” il quarto e poi l’ultimo “A me solo latte senza +… stasera tocca a me riportarvi a casa sani e salvi”. Stupendo! E che dire della pischelletta che, in un forum, si intromette nella discussione kubrickiana ed esclama con gran candore e tanto di faccine perplesse auto-martellantesi “ma arancia meccanica nn era una marca d vestiti o qualcosa del genere??????”
[1] mono-cretinata perché basta una singola minuscola cretinata e ci si costruisce su un’itera azienducola malvestita: la ranocchia zoppa? perfetta! stampate la ranocchia zoppa sopra un milione di magliette tutte uguali! uhm cos’altro… la foca miope? ottima! stampate due milioni di magliette con la foca miope! la chiameremo Oftalmofokyna!
[2] nei programmacci di maria defilippi e nelle riviste sandromayeriane vanno alla grandissima: dove trovino i soldi e cosa ci guadagnino, boh, resta un mistero
[3] il tutto disegnato da un bambino di sei anni con le mani legate dietro la schiena che tiene i pennarelli con la bocca, durante un terremoto
[4] eppure, chissà come, la Dollar Line (che è il nome sobrio sobrio dell’azienda proprietaria di JM) c’ha tanti soldi da sponsorizzare addirittura una squadra di calcio
[5] certo ne hanno aggiunto uno, ragazza, per sedurre malvestiti maschi e femmine - che intelligentoni
di Betty Moore, 22 gennaio 2008
Categoria: io sono originale, malvageddon, semo bburini
Dite la verità, quante tra voi sono andate in sollucchero alla notizia che Malvah Jessica Parker sarebbe stata l’ennesima vim a firmare una ennesima linea d’abbigliamento per l’ennesima catena low cost (Steve & Barry’s); lo so lo so, siete rimaste accecate dall’inaspettata concreta possibilità di emulare finalmente quel melensamente eclettico malvestitismo alla Carrie Bradshaw, quell’io-sono-originale fiera-di-esser-femmina frivola-ma-intelligente.

E tuttavia Malvah Jessica Parker non è Sally Spectra, e Malvah Jessica Parker da sola, poverina, pur se coadiuvata dai gay-cervelloni di Steve&Barry’s, non è riuscita a produrre altro se non una triste e squallida incommentabile collezione da cestoni Oviesse. Ma no, neanche da Oviesse - mi son stufata di prenderlo ad esempio negativo, ché le mutande oviesse coi fiorellini mi stanno pure simpatiche - diciamo, meglio, una collezione da outlet cinese di periferia, da catalogo Postalmarket; una roba che, se inserita a forza nell’immaginaria starway to the malvaheaven dei vari altri malvaconsorzi lowcost, se Madonna sta sulla cima e Kate Moss decisamente in zona retrocessione (Jennifer Lopez e le gemelle Olsen che navigano a metà classifica), questa roba qua (ah quasi dimenticavo, si chiama Bitten) sta giù giù al termine della scala dentro una botolina senza fondo fatta apposta (e piena di lava incandescente).
Toh, due esempi presi a caso dal sito: la maglietta con la piuma di pavone stampata sopra che ha tutta l’aria di una macchia di caffelatte e uovo al tegamino (andato a male) che neanche nei sogni più funesti della scimmia ballerina che disegna le linee Monella Vagabonda; oppure, toh, ’sto accrocco che simula vestitino più camicia (e sì, ce ne sono altri basati sullo stesso concetto dell’illusione questo più quello tutto in uno - boh, forse un’involuzione della boho mania per le sovrapposizioni demenziali, chissà), mi ricorda un pochino quei barboni che col freddo si infilano la camicia e il maglione nelle mutande e le mutande se le tirano su fin sotto le ascelle (ah, ma allora, forse, eccoti qui l’ispirazione).




E c’hanno speso così tante energie (poveretti, hanno fatto pure il documentario con gli zoom sulle foto in biancoenero di MJP profondamente pensierosa come nei documentari quelli seri con le riunioni al vertice del presidente kennedy angustiano per la crisi cubana) e alla fine quindi è comprensibile che siano diventati un tantinino permalosi: avvocati che telefonano minacciosi al blogger criticone intimandogli di togliere le foto dal blog ché sennò si vede che i vestiti son brutti; e lei in persona che risponde ai blogger ammerigani (un coro unanime: bitten fa schifo) e dice che no, non si può criticare la bitten perché il suo scopo è esattamente questo, soddisfare la malvestita morta di fame che darebbe la vita per un calzino firmatissimo della sua star preferita e però non c’ha i soldi per comprarselo, e così allora finalmente può permettersi della robetta che sarà pure una schifezza approssimativa e squallidamente wannabe, ma è comunque sponsorizzata dal faccione famoso e va bene per tutte le tasche e saremo tutti malvestiti felici e contenti (lo dice chiaro e tondo: These clothes are about people all over the country who don’t have access to really well made clothing).
E se questo non è un meraviglioso principio fondante di interclassismo malvestito, eh, avercene.
di Betty Moore, 15 giugno 2007
Categoria: boho chic, io sono originale, very important malvestite