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Malvageddon #24
La genìa delle tshirt spaghetti mmerigani vintage

Sappiamo già che i produttori di magliettacce mono-cretinata [1] sono la muffa pelosa viscida e schifosetta che si riproduce allegramente nel luridume analfabeta delle più squallide periferie dell’universo malvestito: ne spuntano ovunque senza sosta, campano qualche mese caccheggiando ridicole pubblicità televisivo-rotocalchiche [2], magliettizzano un paio di vipparoli scarsi ma di quelli scarsi veramente e poi alla fine spariscono così, flop! nel nulla - salvo poi ripresentarsi verginelli con un nuovo nome e un nuovo marchio poco tempo dopo, felici di reinvestire sugli stessi vipparoli scarsi e sulle stesse ridicole pubblicità.

Capita spesso che nascano delle vere e proprie famiglie di marchi malva-tiscertari che approfittano tutti insieme di un’unica miserrimma micro-ideuzza, un spunticino qualsiasi da cui deriva uno sconfinato esercito di cloni. E’ successo con Monella Vagabonda & Figlie (mono-cretinata: l’animaletto e/o l’oggettino antropomorfo tenerello col nome sbiruleggiante [3]), sta succedendo coi marchi ipermalvestiti che proliferano ultimamente, ispirati tutti quanti al medesimo scombussolato modello dell’italo-mmerigano da filmetto spaghetti vintage con implicazioni più o meno marcate che riguardano lo spaccio la mafia la discoteca la violenza il vandalismo le scemate poliziottesche la spacconeria gratuita - esaminiamone qualcuno nel dettaglio.

joe rivetto, il re del trendy spaghetti mmerigani vintageIl primo della serie, l’innocente adamo ed eva, l’ideale progenitore di tutto il triste ambaradan del genere spaghetti mmerigani vintage, credo sia stato Frankie Morello: non c’entra granché con le altre marcacce usa-e-getta perché Frankie Morello si occupa più o meno di abbigliamento “vero” (passatemi il termine), fa collezioni complete e non solo magliettine da copisteria col logo-simboletto (non ce l’ha neanche, un logo-simboletto) da incollare ogni dieci centimetri quadrati di polivinilcloruro cinese; ma d’altra parte il suo nome da ristorantino little italy, così come del resto la fiction-storiella del marchio, creato da due italiani wannabe cosmopolitan-newyorkesi (frankie è un cane italiano immigrato in america: il padre clandestino è stato rispedito in italia, lui è solo in terra straniera che aspetta la partenza dalla sicilia della promessa sposa cagnetta, carmela), son state di sicuro le scariche elettriche che zappando ripetutamente il malva-brodo primordiale hanno dato vita alle originarie molecole di idiozia spaghetti mmerigani vintage.

Nasce così Joe Rivetto, che è ad oggi la marca leader delle suggestioni “anni settanta centrifugati in un video trendy di Mtv” (ne abbiamo già parlato, ricordate? malva 248): la scrittona cicciosetta dai credits di austin powers e il logo di marrabbio imparruccato afro basettoni e occhiali a goccia che ha lanciato la moda del faccione stencilizzato da graffitaro cittadino; nasce così anche Fred Mello, che c’ha il logo ricalcato sugli stereotipi grafici da college mmerigano, la data in bella vista 1982 (wow, retrò!) che richiama the very glorious yuppies age e la scrittona “established in new york city” la cui provincialotta pretenziosità è sputtanata e ha un effetto comicissimo in homepage, quando leggi poco sotto “padana superiore, cernusco sul naviglio”.

frankie garage, enrico montesano che imita hulk hoganE poi quel capolavoro malvestito che è Frankie Garage: il nome che rivela chiaramente il suo debito frankiemorelliano, il logo chiaramente scopiazzato da Joe Rivetto (ma Joe è molto più raffinato come tipo, frankie è piuttosto un trucido matto alla hulk hogan - o meglio, enrico montesano che imita hulk hogan: nasone grosso, basette mammut, baffoni vichinghi, occhialozzi da discotecaro ipertamarro), gli slogan macchine alcool pupe che sono tanto simpatici e irriverenti. Per dire del suo enorme successo (strano però, mi segnalano che a Roma è pieno di autobus brandizzati Frankie Garage) sul sito c’è una sezione che si chiama “Frankie’s Friends”: compri una cosa di Frankie Garage, ti fai la foto e gliela mandi (si sono messi d’impegno a scattare foto che sembrassero vere, di gente vera, non è che ci sono riusciti tanto bene); c’è una sezione direi identica nel sito di Joe Rivetto, solo che qui le foto sembrano quasi vere, incredibile (sarà che non è necessario fotografarsi con qualcosa di JR indosso, basta un pezzo di carta).

frankie garage, enrico montesano che imita hulk hoganE poi da non crederci c’è persino di meglio, Joe Marmellata (”moda per… quei bravi ragazzi”), un miracolo malvestito a tutti gli effetti: la scopiazzatura di Joe Rivetto è palese, il faccione stampato sulle magliette è a colori e non stencilizzato, ma il capello afro e gli occhialoni a goccia non mentono. E’ evidente dunque che dal punto di vista strettamente vestiario Joe Marmellata è un semplice banale caso di clonaggio [4]; è invece nella fiction-storiella del personaggio - progettata da un vero genio del crimine che ha operato una fusione nucleare di elementi malvestiti per riscuotere consenso dalle più varie frange della popolazione di coattolandia - è là che troviamo alcune malva-prelibatezze davvero superstraordinarie. Joe Marmellata è una specie di mezzo gangster scagnozzo del boss (per i coattoni bulli mafia style), ma è pure un nero che gioca a basket e fa musica rap (per i coattoni hippoppari), s’acchitta come John Travolta in saturday night fever (per i coattoni disco vintage) e si ossigena i capelli (per i coattoni io-sono-originale), il grosso della sua carriera malavitosa si svolge tra i 13 e i 17 anni (l’utenza è pur sempre quella, pischelli idiotini undersedici): nel sito, “la vita di Joe”, potete leggervi la sua biografia (abbassate le casse ché lo speaker finto siculo è un impulso assassino). joe marmellata se te lo spruzzi fa Le cose più divertenti sono: 1) Joe che si chiama così, Marmellata, perché lui “consuma chili di marmellata”, un mmeriganismo ingenuotto da quartiere popolare anni cinquanta “marmellata, latte, mostarda” (del resto la cameretta di Joe, come si vede nel filmatino, è uguale a quella di Nando, piena di gagliardetti I love NY); 2) Joe che a un certo punto della storia, dopo che c’hanno raccontato di sparatorie e avventure pericolosissime di tutti i tipi, si scopre di punto in bianco che è un megaobeso (e subito, come lo scopri, ti dicono che è riuscito a dimagrire cinquanta chili - quale categoria di coattoni volessero sedurre con questo particolare non l’ho capito, gli ex ciccioni fanatici di pesi e steroidi forse, boh); 3) la pubblicità del profumo di Joe Marmellata qui a sinistra, in-su-pe-ra-bi-le, che si chiama “Bronx” dove “Bronx” però è anche un’onomatopea, “Bronx” è il rumore che fa il deodorante quando te lo spruzzi.

Infine, sempre a proposito di malva-marche che tentano di cavalcare la medesima tendenza vintage anni settanta un po’ bulla e stronzettina io-sono-originale anticonformista (in questo senso sì c’è una parentela, seppure no non c’entra niente con la famiglia dei faccioni spaghetti-mmeriganici) vorrei sottoporvi la neonata malvestitissima Arancia Meccanica (sito - non vi dico le decine di segnalazioni). arancia meccanica ma c'è sempre il drugo astemio che ci riporta a casa sani e salviLo sfoggio di ultraviolenza è ovviamente molto annacquato per non scatenare le ire delle associazioni moigesche (le magliette c’hanno su dei disegni osceni, Alex e i drughi che diventano inoffensive superchicche manga con gli occhioni luccicosi grossi così): si parla di “ragazzate”, “Alex e i suoi compagni teppistelli” e ci tengono a sottolineare che “Arancia Meccanica non vuole dare un cattivo esempio di vita; ma in fondo ognuno di noi è stato almeno una volta ragazzaccio di strada”, e nell’animazione flash iniziale, per favore, gustatevi che spettacolosa giravolta di ipocrita paraculite da pubblicità progresso: i cinque drughi [5] entrano nel bar (ai manichini hanno messo le mutande, che ridere) e ordinano “Latte +” il primo “Latte +” il secondo “Latte +” il terzo “Latte +” il quarto e poi l’ultimo “A me solo latte senza +… stasera tocca a me riportarvi a casa sani e salvi”. Stupendo! E che dire della pischelletta che, in un forum, si intromette nella discussione kubrickiana ed esclama con gran candore e tanto di faccine perplesse auto-martellantesi “ma arancia meccanica nn era una marca d vestiti o qualcosa del genere??????”

[1] mono-cretinata perché basta una singola minuscola cretinata e ci si costruisce su un’itera azienducola malvestita: la ranocchia zoppa? perfetta! stampate la ranocchia zoppa sopra un milione di magliette tutte uguali! uhm cos’altro… la foca miope? ottima! stampate due milioni di magliette con la foca miope! la chiameremo Oftalmofokyna!
[2] nei programmacci di maria defilippi e nelle riviste sandromayeriane vanno alla grandissima: dove trovino i soldi e cosa ci guadagnino, boh, resta un mistero
[3] il tutto disegnato da un bambino di sei anni con le mani legate dietro la schiena che tiene i pennarelli con la bocca, durante un terremoto
[4] eppure, chissà come, la Dollar Line (che è il nome sobrio sobrio dell’azienda proprietaria di JM) c’ha tanti soldi da sponsorizzare addirittura una squadra di calcio
[5] certo ne hanno aggiunto uno, ragazza, per sedurre malvestiti maschi e femmine - che intelligentoni

Monella Vagabonda & Figlie III, la clonazione

le puntate precedenti: uno e due

Volete che la miracolosa, esponenziale, in crescendo clonazione di marche magliettare tutte simili tra loro, oscene e malvestitissime, tutte similmente sponsorizzate da vipparoli televisivi di terza categoria, oggetto di orride e insensate pubblicità che costellano programmacci della peggior specie, volete che un fenomeno così grandiosamente e squallidamente malvestito mi lasci quieta ed indifferente? Per favore.

monella vagabondaNe abbiamo parlato l’ultima volta, forse ricordate, che era ottobre: le figlie di Monella Vagabonda prosperavano facendo bella mostra di sé sul petto di vipparole più o meno scarse (puntando in particolar modo sulla spazzatura umana usa e getta da reality - grande fratello e Defilippate in testa). Ci eravamo interrogati sullo strano fenomeno per cui, in un quadro di complessiva crisi del settore tessile italiano, proliferassero allegramente aziende su aziende, tutte concentrate sullo stesso tipo di prodotto, qualcosa che riunisse in modo piuttosto contraddittorio una pessima qualità (standard meno che cinesi) e allo stesso tempo uno sbandieratissimo made in italy. Ci eravamo interrogati sulla strana coincidenza per cui tante di queste aziende sono di fatto legate l’una all’altra, copie su copie di un unico prototipo, tutte con sede a Barletta, e tutte con un padrone che, nella maggior parte dei casi, sembra sempre il medesimo.

Ma l’interrogativo più cocente, basato sulla semplice constatazione del loro oggettivo e schiacciante flop commerciale, e sul parallelo e continuo sfornare nuove marche (e, be’, anche sulla valanga di denaro necessaria a cotanti spot televisivi), l’interrogativo rimane: come fanno a guadagnarci? E ancora: perché tante marche?

anna tatangelo per monella vagabondaSarete sicuramente curiosi di sapere come sta oggi l’allegra famigliola: ebbene, c’è qualche nuova pargoletta, e le figlie grandi hanno avuto destini differenti. La progenitrice Monella Vagabonda ha decisamente alzato il tiro. Giusto un pochettino però, non fatevi strane idee. Nuova testimonial, Anna Tatangelo, vipparola scarsina anche lei, ok, ma almeno sulla carta d’identità, alla voce professione, non ha scritto “boh” (Eva Henger, la vecchia testimonial, una volta abbandonato il porno cos’è che poteva scriverci, “spalla del gabibbo”?): ultimamente poi - non dimentichiamolo - è salita di un gradino nella scala vipparola grazie alla strombazzatissima liaison con il boss neomelodico Giggi D’Alessio (il figlio del quale, Claudio, è impegnato anch’egli - pensate un po’ - nel lancio di una marca d’abbigliamento, dal nome tipicamente partenopeo, Playa Nevada - sito). C’è anche un lieve innalzamento dei prezzi, come testimoniato da ebay, dove le orrorifiche magliette con la rana amorfa sono in asta intorno ai 25 euro, a fronte dei 10 dell’anno scorso (non che l’aumento di prezzo le abbia rese più appetibili, eh, non se le compra nessuno uguale).

Tra le figliole, Follettina Girl ha ingaggiato una testimonial perfettamente in tema con la totale desertificazione del gusto di cui è portatrice, Sara Tommasi, mentre Miss Ribellina, che solo qualche mese fa, appena nata, poteva a malapena permettersi una economicissima ex corteggiatrice, è riuscita a convincere la gatta nera Ainette Stephens. Bambolita, neonata orfanella in attesa di adozione, si piglia una mezza calzetta senz’arte né parte, Linda Santaguida, il cui picco di artisticità televisiva consiste nell’aver dato del frocio ad un suo ex collega dell’isola dei famosi (ah sì, giusto, è anche la fidanzata di Costantino, ma chi se lo fila più Costantino?).

C’è anche chi è rimasto tale e quale, come ad ottobre scorso, un pezzettino di nulla cosmico. Miss Pirù, ad esempio, e il maschile Partito Preso, i cui siti (qui e qui) stanno lì ad ammuffire, con le stesse foto della Radchenko e Rannisi in home; ma anche Miss Clò e Ampollina Jeans (qui e qui), che manco si son potuti permettere una testimonial di quelle eva henger per fragolitache accarezzano i materassi nella televendita di Aspettando Beautiful. Va detto però che all’Ampollina, almeno, sembrano essersi accorti che quell’orrido frullato di incongruenze che gli faceva da mascotte, il pinguino col papillon, una corona sulla testa e un cuore sulla pancia, era davvero troppo al di là della comprensione umana, e l’hanno quindi soppiantato con una più sobria e originalissima “a” stilizzata. Quelli di Furbetta (sito), furbetti, tentano invece di gabbare l’occhio dell’incauta cliente miope prendendo come testimonial una delle più insipide ex-troniste defilippiche, tale Flora, il cui viso ricorda lontanamente la ben più costosa Elisabetta Canalis (diciamo: Elisabetta Canalis appena uscita da una terapia al cortisone).

La neonata Fragolita (sito), contro la cui odiosa musichetta in midi avrete forse bestemmiato prima dell’inizio di Uomini e Donne, ci offre per la prima volta una mascotte ortofrutticola (una fragola, appunto, cosa altro). Testimonial ufficiale è la storica trainatrice di monella vagabonda, Eva Henger. Nulla di nuovo, le solite noiose magliette piene di scrittine di paillette luccicanti in inglese maccheronico (”for only vip”), con la mascotte (la fragola appunto) che fa capolino qui e là, e qualche deprimente tentativo di riciclare attuali tendenze (v. la felpa stellata in foto). Ma la giocosa e bambinesca Fragolita nasconde una seconda identità, più cupa e trasgressiva, che risponde al nome di Exen Jeans (qui). Nonostante il patetico tentativo di celarsi dietro il nome di due diverse società barlettane (CF group s.r.l. Fragolita, NICOS s.r.l. Exen Jeans), si son fatti fregare sia dai numeri di telefono, che coincidono, sia dalla presentazione delle aziende (sulle rispettive homepage), identica per entrambe, persino con lo stesso copiaincollato errore di punteggiatura (1 e 2 - non è una meraviglia, Nina Moric in preda ad un attacco di diarrea?).

den harrow per donkyDel resto, si tratta della ormai conclamata pigrizia dei creativi barlettani (eh sì, perché non c’è una di queste marche che non sia di Barletta), per cui anche Miss Pirù e Six Shout (sito) sono entrambe identicamente “griffe di moda e tendenza. Puro Made in Italy da indossare”, come si legge sui rispettivi siti.

Ma non è finita. Alcuni nuovi marchi Monella Vagabonda Style sono nati negli ultimi tempi persino nella ricca e industriosa Padania (eh, che volete, le cattive idee si diffondono facilmente). Quanto a banalità, squallore e potenziale malvestito non hanno nulla da invidiare alla famiglia Monella Vagabonda; rispetto alla quale però risultano un tantino più tollerabili, se non altro perché evitano le amorfe e improponibili mascotte animali e ortofrutticole, e i nomignoli da vezzeggiativo scemo che un bambino non troppo sveglio di cinque anni, ci scommetto, riuscirebbe a fare di meglio. Quanto ad intrallazzi, be’, se la battono alla grandissima con le cugine barlettane.

Considerate la precoce Sweet Years di Bobo Vieri e Paolo Maldini, o la Hollywood Milano (sponsor di Costantino Vitagliano - ispirata alla omonima discoteca milanese implicata nello scandalo Cocaina Vallettopoli and Friends): basta fare una visitina ai loro siti (tac, tac) e ci si accorge di come entrambi siano contenuti all’interno di un bel sitone più grosso e multiforme, www . mediastarcorporate . com, che contiene tra l’altro cosine come:

loghi

Sarebbe l’agenzia che si occupa della gestione web delle aziende i cui loghi vedete qui sopra, tra le quali spiccano certamente la sconosciuta Nutrix Più (una marca di cibo per cani: Carmen Russo come testimonial), la Mooby gioielli (un triste emulo padano di Breil) e la Chronotech (malvamarca di orologi, che ne fa pure di firmati Sweet Years).
Tra le aziende un tempo rappresentate dalla mediastar, ma oggi non più (seppure il loghetto - eh, ché fa figo - è ancora presente sul sito), oltre alla stranota Guru di Matteo Cambi (che sponsorizza con la Chronotech la F1 Renault di cui è direttore generale Flavio Briatore), oltre al trascurabilissimo megafloppone intergalattico Vite Spiate (un web-reality ambientato in un appartamento di Milano, stracolmo di malvestiti all’ennesima potenza, tutti rispondenti allo stereotipo “belloccia/o che sogna di fare la/il modella/o”), figura niente meno che la LM, aka la Lele Mora management (qui nella sua nuova veste “non è vero che sono un maniaco, assomiglierò pure a Jabba ma sono un tipo tranquillo e inoffensivo, giusto po’ eccentrico”).

Non è stupenda, tutta questa rete di simpatiche relazione tra colleghi in affari? Che infatti, per dire, i testimonial semivip di queste marche qui della mediastar sono (o sono stati) tutti pupilli massaggiatori di Lele Mora: c’è Francesco Arca (ex fattoria, prima Holsen poi Mooby gioielli), c’è Costantino, c’è Federica Ridolfi (schedina, Exe), c’è Aldo Montano (ex fattoria pure lui, Chronotech).

Ma mi sto perdendo, è un buco nero.

ps - ah sì, quei due nella foto sono Den Harrow e signora, in posa per Donky (che no, a quanto pare non ha niente a che fare con le marche sopracitate)

di Betty Moore, 17 aprile 2007

Categoria: malvageddon, semo bburini

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Malvestitina #10 - Monella Vagabonda Shoes

le scarpe di Monella VagabondaHo citato solo la malvestitina nel titolo del post perché la malvestita #200 la voglio lasciare a lunedì (scusate, eh, ma io ci tengo a questi avvenimenti). E poi, comunque, è la malvestitina quella più interessante fra le due. Povera, faceva di tutto per attirare l’attenzione della mamma, e quella non ha trovato di meglio che usarla come tavolino per appoggiarci l’aranciata intanto che pagava il conto (da Mc Donald’s).

Leviamocela subito dalle scatole - la mamma - con una breve descrizione. Anche qui, come in molte malvestite delle ultime settimane, il marrone fa la parte del leone (che fa anche rima) con giacca e stivali di pelle in perfetto pendant. Notevoli sulla prima il collo di pelliccia (1), e sui secondi la grossa fibbia d’oro intarsiato (3). Anche la strana toppa che aveva sul popò (2 - ma che è? un’apertura d’emergenza tipo pigiamone di Super Pippo?), che non c’entrava assolutamente niente coi pantaloni grigi di flanella, era fatta della stessa pelle marrone. Gli accessori: un paio di enormi orecchini d’oro traforati raffiguranti una rosa (5), che però da lontano sembravano due calendari maja in miniatura (se vogliamo dire così, miniatura), e la borsa di cotone Penny Black (4 - marrone anche quella) con le iniziali della marca a caratteri dorati.

La bambina indossa un giubbotto completamente rivestito di lamè dorato (6), con un bellissimo effetto lampione ambulante. Sulla testa (oltre all’aranciata della madre - 7), una nuvoletta di capelli ricci tra cui spiccavano alcune meches fra il biondiccio e il rossastro (9). Come orecchini aveva due coniglietti Playboy (8).

Lascio per ultime le due cose più rilevanti. I jeans, con risvolto da acqua alta in casa, non ho capito se erano davvero Monella Vagabonda, o se c’aveva semplicemente messo sopra una spilletta con la rana malefica (10).

Per le sneakers, invece, non ci sono dubbi. Fra i commenti dei vecchi post qualcuno mi aveva segnalato che quest’anno Monella Vagabonda ha deciso di mettersi a fare anche scarpe. Non volevo crederci, o meglio, ci credevo, ma pensavo (speravo) ingenuamente che nessuno avrebbe mai osato acquistarne un paio. Mi sbagliavo naturalmente. Queste della bambina, erano una vergognosa imitazione delle mitiche Converse a stivaletto. Già ero schifata da quanto erano fatte male: tutte rigide, con le cuciture grosse, la plastica stortignaccola, sembravano le Converse tarocche che si trovano al mercato. Quando però ho visto che quei disgraziati della Monella Vagabonda (non riesco a trovare un altra parola: disgraziati) avevano osato mettere al posto della storica stella blu All Star la faccetta impertinente della rana deforme, stravolta da un crampo sono crollata svenuta.

di Betty Moore, 10 novembre 2006

Categoria: allucinazioni, infanzia perduta

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Malvageddon #7 - le figlie di Monella Vagabonda

Quando un anno fa circa vidi per la prima volta il marchio Monella Vagabonda, pensai che non poteva esserci nulla di peggio: un brutto nome, un brutto simbolo, bruttissimi vestiti. Non riuscivo a capire come poteva essere finito in televisione, sponsor di vipparoli più o meno conosciuti (meno, soprattutto). Poi, vista la storia dell’avvocato D’onofrio (l’avvocato delle star, “amico” del creatore di Monella Vagabonda e di chissà chi altri), ho capito che avevano gli agganci giusti, ecco perché.

Ultimamente, però, sono stata costretta a ricredermi, c’è qualcosa peggio di Monella Vagabonda: le figlie di Monella Vagabonda.

miss clonata - click per ingrandireCi avete fatto caso? Nel corso dell’ultimo anno sono nate un’infinità di marche sfigatissime - se ne vedono le pubblicità su televisione e giornali - accomunate da una serie di caratteristiche ben precise:
- un nome orribile, spesso privo di senso, che trasuda sfiga da ogni sua lettera;
- un animaletto per simbolo, che dovrebbe fare simpatia, ma che in realtà fa solo tanta tristezza, disegnato malissimo, tanto da sembrare la mascotte di una marca di cerali discount;
- un design mediocrissimo dei capi, paragonabili in qualità e vestibilità alle magliette made in vietnam che vendono al reparto abbigliamento dei supermercati discount (la corsia dopo i cereali);
- di contro al punto precedente, un’insistenza quasi ossessiva sul rigoroso Made in Italy di tutti i capi (ma davvero?);
- una vipparola scarsa (o un vipparolo per le marche che puntano sui maschi) come testimonial, spesso e volentieri reduce del Grande Fratello o ex-tronista/corteggiatrice ai programmi della De Filippi (quelli che costano di meno immagino);
- spazi pubblicitari all’interno dei peggiori programmacci Mediaset (la Pupa e il Secchione, Uomini e Donne, Amici, ecc.).

Ho fatto una guglata, e c’è davvero da prendere paura, sono un’infinità: Miss Piru, Ampollina Jeans, Follettina Girl, Animagemella, Miss bollicina sexy4u, Exen, Miss Ribellina, Miss Clò, Furbetta, Bambolita, Sixshout, senza dimenticare i due marchi dedicati alla moda maschile: Partito Preso e Jonk46 (tre a dire il vero, se ci mettiamo in mezzo anche la neonata Holsen, di cui ho scoperto l’esistenza meno di un minuto fa). Fatevi un giro sui siti perché sono qualcosa di indimenticabile.

Ci sono un paio di curiose stranezze legate a questi marchi. Innanzitutto ognuno di essi fa riferimento ad una diversa s.r.l. con sede a Barletta, in Puglia. Diverse società ma tutte di Barletta, curioso no?
Alla progenitrice Monella Vagabonda è riconducibile direttamente soltanto Jonk 46, che viene presentato come il suo corrispettivo maschile (simbolo: una scimmia coatta col cappellino; testimonial: Alessandro Genova, ex tronista ex puttano di Vero Amore).
E tuttavia, nonostante la cosa non sia dichiarata esplicitamente, scopro che la sede di due marche sorelle, Miss Pirù (simbolo: una coccinella; testimonial: Ludmilla Radchenko, ex Fattoria) e Six Shout (nessun simbolo particolare: una semplice imitazione dello stile Baci & Abbracci), è allo stesso identico indirizzo di Monella Vagabonda: coincidenza?

La cosa comunque ha dell’assurdo. Mi piacerebbe fare una ricerca statistica, e chiedervi quanti capi di queste marche avete visto in giro nell’ultimo anno. Io, a parte due o tre (non di più) Monelle Vagabonde, e la Miss Ribellina di qualche giorno fa, nessuno. Eppure, che strano, in televisione sembrano essere i capi preferiti delle vipparole, una vera invasione!

La domanda quindi è: come cavolo fanno a tirare avanti, queste aziende, se non vendono? Come fanno a permettersi tutta quella pubblicità? E soprattutto: perché ne spuntano sempre di nuove, tutte similmente brutte e sfigate, e tutte di Barletta? Come è possibile nel periodo di peggiore crisi che sia capitato al tessile italiano (e pugliese in particolare) negli ultimi cinquant’anni, questi sfornino marchi a un ritmo infernale?
Comunque, le mie preferite sono:

Ampollina Jeans (click per il sito). Innanzitutto per il nome. Da dove salta fuori Ampollina? Cioè, in che senso, un piccolo contenitore per liquidi? Sembra il nome che avrei potuto dare io ad una marca inventata per gioco quando andavo alle elementari. E infatti, quando giocavo a giralamoda, le mie case di produzione avevano tutte nomi simili, senza senso, con qualche parola in inglese buttata lì a casaccio.
Poi il simbolo: hanno preso un animale dall’enciclopedia, l’hanno frullato nella lavatrice di Philippe Daverio, ed è venuto fuori: un pinguino con la corona in testa, un papillon al collo e un cuore disegnato sulla pancia.

Miss Clò (qui il sito) è l’abbreviazione (giuro) di Miss Clonata. A parte tutta sta fissa per le Miss (Miss Piru, Miss Bollicina, Miss Ribellina), perché proprio Clonata? E se proprio vuoi chiamare una marca Clonata, almeno mettile come simbolo una pecora, in memoria della storica Dolly. No, c’hanno messo una tartaruga (vedi immagine sopra). Contenti loro.

La peggiore, comunque, e devo dire la verità, anche quella che mi fa più tenerezza perché mi sembra meno ‘nel giro’ (per dire: non ha nessun testimonial famoso), tanto da farmi pensare che sia solo un triste tentativo di tarocco, è Miss Bollicina sexy4u (sito). Il logo è una bolla con le tette (che sarebbero due bollicine coi capezzoli, una cosa oscena) e una coda di cavallo tutta frastagliata che sembra fatta con una stampante ad aghi. Guardate qui un paio di magliette, e ditemi se con queste non hanno toccato il fondo.

Rosario Rannisi per Partito PresoDue parole, per finire, sui marchi maschili: Jonk 46 e Partito Preso. Il primo ha il nome di un noto calciatore dell’Inter primi anni ‘90 (Vim Jonk). In realtà, penso che le alte sfere della Jonk 46 nulla sapessero del calciatore, e si siano limitati a tirare fuori dal cappello una parola dal suono vagamente americaneggiante, unendola poi al numero più evocativo per i coattelli di periferia: il 46 di Valentino Rossi. Il testimonial di punta, come dicevo poco sopra, è l’ex Defilippiano Alessandro Genova. Il povero Filippo del Grande Fratello 6, testimonial precedente (qui con Eva Henger), che ancora fa qualche comparsata fuggevole (si vede per non più di una decina di fotogrammi) negli spot Tv assieme alla fidanzata, manco lo degnano di finire sul sito, poveraccio.
Molta più fortuna è andata a Rosario Rannisi, dello stesso GF, testimonial della marca Partito Preso, che punta tutto sul gioco di parole (geniale!). Il Partito ha come simbolo una Banana, su cui è stata apposta una bella X (la X del voto), e tutta la campagna pubblicitaria mostra Rosario alle prese con delle conferenze stampa fasulle. Che puntino ad invadere, oltre alle mensole dei negozi, anche le poltrone in parlamento? Che bello.