Vi ricordate quella marca di intimo malvestito di cui avevamo parlato tanto tempo fa, quella che c’ha il nome del cattivo di un romanzo fantasy e produce delle robe che sembrano fatte apposta per le malva-zitelle sessantenni che giocano a fare le sexy in reggigambaletti color carne davanti al barboncino con la prostatite, quella marca che metteva i cartelloni giganteschi dappertutto con manuela arcuri sdraiata seminuda (e be’ in effetti, appunto, sarebbe stata più consona una modella sul genere della signorina Krabappel), ma sì dai certo che ve la ricordate, si chiamava Lormar (pronuncia: Loooormar) e alla mezzanotte di oggi la sua nuova linea di intimo schifezzuole (Privilegio di donna [1]) debutta con una pubblicità televisiva che è, più o meno, una specie di reinterpretazione semplificata tradotta in dialetto ahò-bburinone di quel bignami di spicciola psicologia amorosa da salottino scemo-borghese che era la pubblicità mucciniana di Intimissimi [2].
Il tango è il tango e mica se ne può fare a meno, è una costante intimo-malvestita che ha a che fare con le leggi inviolabili che governano l’universo, perché necessariamente così come ogni donna quando vede un rude stalliere sporco e sudaticcio si sente subito all’istante bruciare dentro di passione, lo stesso succede quando ci si trova davanti un leggiadro scarmigliato tanghero a petto nudo, se poi c’ha la barba di un paio di giorni e la cravattina che gli oscilla sulla pellazza unta, oh-oh no non si scappa. Musichetta e danzerecciume rimangono dunque sempre quelle; lo stesso vale per gli interni, che si rifanno al gusto malva-arredatorio della scenografia antiquario-porcellanesca con rifiniture squadrate stile impero (nella pubblicità Intimissimi con maggiore melenso realismo; nella pubblicità Lormar, un blu onirico-mentecatto ridicolmente io-sono-orginale [3]). Tutto il profondissimo didascalìo muccino-metaforico sulle “varie anime di una donna” (la casalinga repressa, la pettegola furbetta, la porcona disinibita) va snellito drasticamente, troppo complicato sennò: l’intreccio pur banale di muccino è abbattuto in favore di una rozza messinscena nonsense che dovrebbe suggerire una suggestiva sensuale killer-misteriosità (perché gli omini seppizzati c’hanno i cerchietti luminescenti, a cosa servono? perché dal pompon incipriante di manuela arcuri non hanno tolto la targhetta? [4]); e delle “varie anime di una donna” se ne sceglie una soltanto, quella più vicina al sentimento mutandaro semo-bburino: la porcona disinibita. Di conseguenza si sceglie una protagonista che sia agli antipodi della diva esterofila sospirosa e intellettualizzante che soffre di smultiplamento della personalità: si sceglie il verace donnone ben piantato, la mascellona trucida mangiauomini col capello cotonato e la falcata assassina che sa precisamente quel che vuole, spiezzarti in due (be’ precisamente: le basta un bacino per retro-michaeljacksonizzarti), e non importa poi tanto che reciti così così (lo scattino sorpreso che fa all’inizio, accorgendosi del tanghero riflesso, mi ricorda certi spettacolini che facevo alle elementari, è molto commovente), quello che conta è l’occhietto socchiuso, la monoespressione intensissima da pornodiva incazzata, gli slogan sussurrati da 144 e il sobbalzare chiappico della controfigura.
[1] sul sito c’è il backstage e anche il countdown (mamma mia, io son settimane che lo refrescio mille volte al giorno, un ansia)
[2] il regista lormariano è Luca Tommassini, passato alla storia come Re Coatto tra i ballerini storici di Madonna, coreografo nientepopodimeno di Geri Halliwell
[3] oh, nessuno ha mai pensato di girare una pubblicità di queste qui ambientandola nel finale di duemilauno? mi sembra il set ideale
[4] va be’ ma poi, su, come si fa a sensualizzare uno spottino così che comincia con la scritta infantile brilluccicosa in corsivetto stortignaccolo, non si può
A strappar via la scritta Intimissimi dai cartelloni pubblicitari dove c’è la drag queen col casco spaziale stracotonato e il completino sexy canotta-mutandina wilma flinstone [1] verrebbe da pensare a una trovata simpatichetta comico-parodistica, e infatti per dire io (che il mio primo cartellone me lo sono beccato smangiucchiato senza scritta) ho pensato “ma guarda un po’ fanno un altro film con la tata francesca” – oppure in alternativa si potrebbe pensare (come ho pensato io stessa più tardi, riflettendoci meglio) “ah ma no dev’essere il biopic su gina lollobrigida, e va be’, avrebbero almeno potuto aspettare che morisse”.


Il diabolico supercriminale che sta dietro la campagna invernoduemilasette di Intimissimi ha realizzato che nulla più di una bburinità esasperata di questa categoria qua, da fiction sulle mogli scollacciate dei calciatori, è capace di guadagnarsi l’approvazione e il portafogli delle malvestite di tutto il mondo, per cui ha lanciato e messo in moto questo ingegnoso piano di conquista che prevede non soltanto la diffusione capillare dei cartelloni col travestitozzo ghepardato, ma soprattutto – dico soprattutto – il ritmo rimbambente dello spot televisivo più idiota che si sia mai visto, Heart Tango, si chiama così.
Il diabolico supercriminale ha azzeccato alla grande la scelta di protagonista e regista: e infatti, insomma, chi meglio della coppia Bellucci Muccino può mettere in scena una simile trafila di melodrammatiche banalità e appiccicoso sentimentalismo radio birikina? Guardatevi il video qua accanto, lo spot nella sua versione estesa. Non esiste al mondo un mascherone encefalogrammaticamente neutro che meglio di quello bellucciano riesca nell’impresa di zompare da uno sciocco personaggio-luogo-comune all’altro [2] con una tale piatta faciloneria (e meno male che le cambiavano le parrucche, che già non si capisce niente); e quale occhio al mondo può raccontare con la stessa vuota esaltata pomposità una storiella così stupidamente imbottita di barbose e spicciole lagnette pseudo-maliziose-amorose-passionarie da pagina astrologica – chi può rivaleggiare con il fungo di banalizzazione atomica che è deflagrato nella testa di Muccino, chi? Nessuno.
E quindi insomma ad Intimissimi hanno fatto centro: è tutto talmente scemo che ti viene da coprirti la faccia per l’imbarazzo e chiedere indietro la drag queen tata francesca; sono sicura che le malvestitone apprezzeranno, godranno della versione experience (il video che si ferma ogni dieci secondi e ti dice quali pezzi del catalogo indossa la bellucci) e sarà un successone stellare di vendite. Ma anche Muccino devo dirlo secondo me ha fatto centro, ché in questo ruolo qui di quello che gira le pubblicità bburine finto-modaiole io ce lo vedo benissimo, e più ancora che con l’intimo secondo me potrebbe sfondare con gli spot dei telefonini, secondo me c’è portato, ci provasse, che ha dimostrato un innegabile talento.
[1] scusate sono di pessima qualità: le ho scattate di notte dalla macchina, di nascosto (temevo mi prendessero per matta)
[2] ah be’ sì certo, rappresentano i “tanti cuori” di una donna, certo, perché si tratta di una specie di storia metaforica sui conflitti interiori che una donna, ah be’, certo, il soggetto è di raffaele morelli, giusto?
di Betty Moore,
Categoria: chiacchiericci vari, semo bburini, very important malvestite
Termina dunque la prima edizione del Pisella Award con un micidiale testa-a-testa in entrambe le categorie, Victoria Beckham versus Britney da una parte, Maria De Filippi versus Fabrizio Corona dall’altra. E’ stata una battaglia serratissima ricca di colpi di scena: la spuntano d’un soffio Britney per un voto soltanto e Fabrizio Corona per due. Si sono accumulati un mucchio di commenti divertenti – sullo scontro al vertice delle malva-internescional soprattutto – di cui vi propongo qui di seguito una piccola selezione (insieme alle immagini di alcune malva-candidate sconfitte – coi tradizionali malva-propositi per l’anno nuovo). E se il duemilasette vi è sembrato malvestito, vedrete, ci scommetto che il duemilaotto lo sarà mille volte di più!


Britney Spears.
L’unica e indiscussa vincitrice del “pisella” è la Spears, non solo perché gli dà il nome, ma perché è l’unica lì in mezzo che è indecentemente e perennemente malvestitissima, senza ritegno, senza sprazzi di ravvedimento, con un’irrefrenabile tendenza a peggiorare, insomma senza che neanche una volta si possa dire “toh oggi non è tanto inguardabile”. [Hanabi]
Sarà scontato ma è l’emblema della malva – giovane star – miliardaria senza meriti – strafatta – festaiola – che crede di essere talmente fica da potere uscire con qualsiasi straccio addosso – pessima madre – pessimo esempio – tanto stupida da sposarsi quel furbone e senza neanche l’onestà di guardarsi allo specchio e capire che no, un balletto di lap dance dopo due maternità e svariati tentativi di disintossicazione proprio non ci sta. [Tortapuffa] E’ meravigliosa, nei suoi video sembra perennemente strafatta e il suo look è quanto noi malvestite possiamo sognare, supera i confini che nessuna malvestita hai mai superato prima, crea abbinamenti che io neanche in un milione di anni sarei capace di creare. Ti stupisci, poi vedi la sua prossima mise e ti stupisci ancora di più. [Costanze] Ero molto combattuta, poi però ho visto chiaramente la Verità: BRITNEY SPEARS. Perché quest’anno è quasi riuscita a commuovermi con la sua vicenda umana. Dico quasi: dopo averci trapanato le orecchie per anni con le sue inutili canzoncine e le retine con le sue incessanti apparizioni catodiche, ora vuole anche la nostra compassione? Ma mi faccia il piacere. [CeciZ] Honoris causa… per i motivi di cui sopra ad eterno monito per le future generazioni (una specie di Pinocchio al contrario da pischella burinazza a burattino-bambola gonfiabile). [Ghismunda]
Victoria Beckham.
Si venderebbe la mamma per apparire in copertina di qualcosa, qualsiasi cosa, fosse anche “cucinare bene” o “pesca in mare”, una capace di fare harakiri per due etti in eccedenza, una che quando entra allo stadio si aspetta che tutta la tifoseria amica & avversaria distolga l’attenzione dalla partita che ha pagato profumatamente per vedere e si giri per vedere come Ella è vestita, una che della sua vita (no, non della sua carriera, della sua vita.
Ma poi, c’è differenza?) c’ha già pronti i piani quinquennali dettagliati studiati a tavolino con un pool di esperti, una che c’ha il marito che in trasferta si porta il parrucchiere personale. [SaintJust] Britney per lo meno ha le turbe psichiche a parziale giustificazione. Una che dice “David ce l’ha come il tubo di scappamento di un camion” (in riferimento alla pubblicità di Armani, in cui ha delle protuberanze sospette, per alcuni create con photosop) è veramente Malvestita! [LoTR] Meriterebbe il primo posto solo per quelle tette che sembrano due metà di noce di cocco attaccate allo sterno, per giunta su di un corpo talmente sottile che secondo me scivola attraverso le fessure tra le travi dei pavimenti di legno. [Suppish Queen] E’ orribile, nana, porta a spasso il silicone peggio impiantato sulla faccia della terra, non sa cantare, non si sa vestire… ma è riuscita non si sa come a far credere al mondo che è figa e a tenersi anche quel popò di marito! Si oscilla tra il disprezzo infinito ed una punta di ammirazione malata. [Chiara]
Paris Hilton: perché regalare al chihuahua il cellulare, il diario, gli abiti di Chanel ed un set di valigie è un vero schiaffo alla miseria. Senza contare che per lei il vero problema dell’India sono gli elefanti ubriachi. [Fa] Bai Ling perché dopo che ha sedotto jack di lost lo ha fatto pestare a sangue dai suoi cuginetti karateki: malvestita e crudele. Monica Bellucci perché l’unica parte interessante che le ho visto in venti anni di carriera, il culo, ho poi scoperto che era di una controfigura: malvestita e poco sincera. [fndldseuocclsrlgn1978am] La Loren per l’esotico cognome che sta al posto del suo; per il “ph” che sta al posto della “f” del suo nome e che “fa cussì fine”; perché è anche grazie a lei che ci scaramelliamo la nipote e la sorella, una con ricrescita nera e una rosso papavero, entrambe con bocca da murena come l’illustre parente. [Siminsen]. La Bellucci perché se ne parla a destra e a manca ma nessuno sa che film abbia fatto (è rilevante?) e chi lo sapeva l’ha rimosso – perché è monofacciale e fossilizzata nella stessa espressione in tutte le novecentocinquanta foto che circolano di lei (paura di farsi venire le rughe? paura di far trasparire – o di NON far trasparire – qualche pensiero?); perché incarna l’ultimo avamposto di quella borghesia finto-colta radicalscicche tanto Francia anni 70 che abbiamo imparato a odiare ed evitare come la peste grazie a Claude Chabrol, e che credevo estinta (purtroppo a quanto pare non lo è); perché quando la penso penso a lei e suo marito, che con un paio di amici francesi sufficientemente sciccosi, si incamminano attraverso un campo deserto verso una non identificata cena di gala in perfetto silenzio, con lo sguardo perso nel vuoto, e quando lei apre bocca il rumore di un aereo che passa ci occulta il suo discorso (per fortuna). [SaintJust] La Bellucci, perché se c’è una cosa che mi irrita di più di un truzzone è una truzzona che si autoconvince di essere tres-chic soltanto se parla con la boccuccia all’infuori e dà risposte riciclate da altre VIM (‘Il tuo stilista preferito?’ ‘Diorrrrr, esalta la femminilità della donnaaaaa’). [Liv] Ma perché ve la prendete tanto con la Brambilla? E’ così in gamba. Piuttosto guardate la senatrice Franca Rame con il suo lifting, il suo look e la continua promessa delle dimissioni ma sempre dopo aver dato un voto determinante sia anche quello per la guerra. [Nina]
E va be’ che ci volete fare, i film così così (a parte questo qua) e un sacco di gente minuscola che se la malvacarpettizza manco fossero gli oscar, gente che piuttosto si meriterebbe appena appena la sagra della polpetta, forse (che ne so, nel caso mengacci dia forfait). Tipo per esempio la Monica Bellucci – direi che è d’obbligo cominciare da lei – niente di eccezionale il vestitone nero con lampadario da collo, ok, ma la Bellucci rappresenta un malvestitismo d’altro genere, ben più profondo e scandaloso, direi di natura quasi biologica, che ha a che fare con questa sua insopportabile ambiguità: da una parte ciò che lei è, lampante, una attricetta bburina di infimo livello e una inespressività lichenica che appena proferisce verbo non ce la fai, chiudi gli occhi e pensi “energia, signor Spock!”, e da una parte invece la squallida legnosa messinscena dell’attrice impegnata e intelligente con gli occhialoni scuri e l’accento un po’ rrrotondo alla francese, schiva enigmatica ma suadente, quello cioè che Monica vorrebbe essere, poverina, mentre sotto sotto – neanche tanto, ché si vede benissimo – il cervellino avicolo sta sempre lì a gridarle “ahò so’ qua, guardateme ahò, ahò, guardateme come sto a inclina’ er collo e sto a fa’ i sorrisetti appena accennati da monnalisa, scicche no?, e così poi non me se vedono le rughe ahò, ieri m’hanno pure imparato una parola nuova, fondamentalmente, che dicheno nelle interviste fa un sacco scicche, amazza ahò, porco due”.
E poi tutta una marea infinita di vipparole scarse che non si sa bene perché e percome, una gran malinconia. Dalle tettone di Melita Toniolo, col suo tradizionale vestitino rosso scollacciato che altrimenti già è difficile riconoscerla (per fortuna ha avuto il buongusto di non mettersi quello sponsor-trasferellato Puerco Espin); al tragico mascherone di Rosanna Cancellieri, che si esibisce in una orrenda pendontizzazione da guinness malvestito (gonna viola lucida, giacca pelosa blu scuro e boa pelliccioso di cartone animato); alla valletta in raso nero fustone della spazzatura (notate infatti che si sta auto-buttando qualcosa in bocca) Camilla Morais, con la giacchina corta fatta tutta a ciuffetti di pelo che è una citazione èdile dei tetti d’ardesia; alla prezzemolina Yvonne Sciò, davvero molto convita nel ruolo della diva tiratissima, e non so bene io com’è che abbia impiegato il suo tempo negli ultimi dieci quindici anni, a parte voglio dire farsi menare da Naomi Campbell (ah, certo, nel sito dice che ha studiato i metodi Shasberg, Brook e Meisner – nella wiki, che secondo me s’è scritta da sola, alla fine dice, stupendo: “La Campbell ha dichiarato di essere arrabbiata con la Sciò poiché indossavano un vestito molto simile. La giustizia, tempo dopo, ha dato ragione a Yvonne Sciò”).
A Valeria Marini come sempre un paragrafetto tutto per lei, che se lo merita. Non so io chi è il responsabile delle cose che indossa la Marini, ma qualcuno deve pur fermarlo; bisogna andar là dalla Marini e dirle una volta per tutte, ehi, Marini, guarda che la super donnona dalle forme procaci burrose morbide e sensuali che credi di essere, be’, esiste solo nella tua delirante immaginazione – quello che vediamo noi altri è questo, il tronco mozzo appassito e sgraziato di una pianta grassa sporchettata dentro mini abitini indecenti dai quali spuntano coscioni enormi senza forma e quel faccione rotondo e gonfio che sembra una camera d’aria che sta lì lì per esplodere. Mamma mia. Per non dire del blu elettrico, accidenti, credevo fosse estinto io il blu elettrico (e il pellicciotto ascellare, che è il fratellino di quello della Cancellieri? mica male pure quello). E a proposito di pelliccia, è andata fortissimo al festival il pezzetto portatile di pelliccia, ce l’avevano un sacco di vips (ce l’aveva Valeriona, ce l’aveva Sharon Stone sul vestito lamè asfaltato, ce l’aveva pure Sofia Coppola, tutte impellicciate al galà dell’Amfar – stucchevole mondanata umanitarismo-wannabe).
E Asia Argento? Quanto gli vogliamo bene ad Asia Argento da uno a dieci? Cento! Eh (sospirone), che malvestita di prima categoria che è Asia Argento (al festival per l’ennesimo capolavoro del papà, La Terza Madre – il trailer promette bene: uno script pieno di dialoghi interessanti che ad Asia le calza a pennello). Adesso, siccome al suo infantile anticonformismo probbblematico aggressivo-darkettone (bei tempi quelli, appena sei mesi fa) non ci prestava attenzione più nessuno, e siccome che era così anticonformista e probbblematica e aggressiva-darkettona che a nessuno gli veniva più duro, Asia Argento ha deciso che è ora di piantarla e di mettere in piedi se le riesce un personaggio tutto nuovo, quello dell’artista rinata modesta e riflessiva, che ha alle spalle una vita di eccessi e follie ma che c’è passata sopra, è cresciuta, è più matura, più donna, basta slinguazzate coi rottweiler, la vecchia Asia trasgressiva sesso droga roccherolle “la disgusta”. E per ufficializzare il cambio di ruolo, cosa c’è di meglio se non una malvacarpettata col costumone da damigella d’onore (il pezzo sotto, se non sbaglio, è la tenda da campeggio in Gore Tex con zanzariera incorporata che c’ho pure io, utilissima!).
Cate Blanchett, che è stata un po’ l’attrazione femminile numero uno del festival, ha dimostrato pure lei un discreto quoziente di malvestitismo. Già al photocall pomeridiano ha dato del suo meglio, con questo abito azzurrino oscenamente rinsaccato sulle ginocchia e una svomitazzata di stelle filanti dorate sul davanti (c’era il sole e non si vedeva, ma si illuminano anche). E però è nel malvacarpet notturno che s’è sbizzarrita: un’armatura di raso nero provvista del reggitettine più imbruttente mai visto, degli inopportuni bozzi che le sporgevano ad altezza fianchi, spacchi distribuiti a casaccio sulla gonna ed un mentecattissimo strascico asimmetrico color verde guacamole che sembrava la coda di un lucertolone spaziale.
Non male, ma la mia preferita resta Diablo Cody, sceneggiatrice del vincitore Juno, ex-stripper, che se la sbulleggia alla grande facendosi fotografare in mille pose diverse, un sontuoso sfoggio di estrosità io-sono-originale: smalto nero (goth-underground), vestitini di pizzo bianco prima comunione con calze a rete puttanone (ironia-trasgression), improbabili pied-de-poule viola e neri con giaccone leopardato (nonsense-demenziality), immancabile cappello ergo sum e tatuaggioni di donnine nude scaricatore di porto style (scuola Amy Winehouse) in bella vista il giorno dell’incoronazione (ooooh, provocante!).
Una noterella finale per Sofia Loren, premio alla carriera come miglior donatrice ambulante di organi: il solito cespuglione posticcio di capelli cotonatissimi dal solito colore improbabile, il solito mezzo metro di ciglia finte da arancia meccanica, il solito vestitone nero luccicoso con la solita horror scollatura sulla pellaccia lampadata cascante e in decomposizione, quel solito rabbrividente occhieggiare delle tettozze rifatte di plasticaccia dura appropriate come può esserlo una pitturata di rossetto sulle labbra screpolate di una mummia. Smetta di soffrire al più presto, abbattetela.
Lo so che in questo periodo, forse, tira di più non mettersi niente sotto (come la cara vecchia Britney insegna), ma due parole due sulla biancheria intima, che cavolo, le ho promesse e voglio spenderle lo stesso.
In fondo, io, con i primi veri spottoni sull’intimo ci sono cresciuta. Per esempio, ve la ricordate Anna Falchi che mezza nuda, aggrappata ad un enorme reggiseno della Infiore, si paracadutava tra i grattacieli (un po’ Robert Langdon un po’ gigantessa), oppure la Paola Barale ancora grassottella e ruspante che sfoggiava reggiseno e culotte coordinati della Lepel, o meglio ancora le mitiche rotonde e sodissime chiappotte con micro tanga ascellare firmato Roberta che fecero perdere la testa a Ramazzotti, o anche la Eva Herzigowa in wonderbra con frasi maliziosette e sguardo assassino, e così via, passando per la sciapezza di Monica Bellucci (foto – all’epoca ancora in ciociaria-mode) alla più recente e per nulla sexy Yespica (a che serve, ingaggiare una che tanto la si vede in reggiseno – e anche senza – due volte la settimana?), insomma, se avete venti anni o più, certo che ve le ricordate. A me, a ripensarci, viene pure un po’ di nostalgia (e quei primi anni novanta mi piace ricordarli, per noi femmine, come l’era del Paracadute: ve lo ricordate? anche cogli assorbenti ci si buttava dagli aerei).
Per quanto riguarda la pubblicità, oggi come oggi, per sponsorizzare biancheria intima si fa a gara: e a gareggiare non sono più soltanto ragazzotte in cerca di fortuna (che so, svizzere semisconosciute, mezzofinlandesi con le tette nuove di zecca o umili gira-caselle) ma starlette di una certa levatura. Un fenomeno che si è affermato con lo strepitoso successo della lingerie da passerella Victoria’s Secret, grazie ad un manipolo di topmodel pagate a peso d’oro (Gisele Bundchen, Tyra Banks, Heidi Klum e compagnia) e megasfilate pacchianissime in streaming. Così, mentre da noi si esibiscono ex sciatrici avanti con l’età (leggi: Compagnoni) e pessime aspiranti attricette (leggi: Arcuri e Santarelli), c’è chi produce patinatissimi videoclip con Kyle Minogue che si dimena sul toro meccanico, o Kate Moss che addirittura interpreta una serie di corti erotici (entrambe, lei e la Minogue, per Agentprovocateur, che c’ha pure la collezione per donne incinta, pensate un po’, al grido di “maculato forever!”).
D’altra parte, c’è questa cosa a cui hanno pure dato un nome, si chiama Starwear: una tendenza ben diffusa, quella di vestire (male) ispirandosi ai vips (voglio dire: ai vims). E che volete farci, ogni paese c’ha i vims che si merita. Per dire, a proposito di intimo, noi c’abbiamo le Anne Oxa (quanto vorrei dimenticare quel perizoma che le faceva capolino dai pantaloni), i Costantini (anche le sue mutande con elasticozzo di fuori e la scritta Hollywood, anche quelle vorrei dimenticarle), le Simone Venture (il reggiseno che le spuntava qua e là dal vestito da sera, a San Remo, quello l’avevo quasi dimenticato) e via dicendo. Lo ha capito pure Valeria Marini, che in un’intervista a proposito di quella Apoteosi dell’Inguardabile che è la sua linea di intimo subatomico, confessa:
Voglio offrire alla gente lo stesso abbigliamento delle celebrities: uno stile che porti nella quotidianità il sogno televisivo, rendendo spettacolare ogni momento della giornata e protagonista qualsiasi donna che lo indossi.
Ah-Ah. Perché il sogno televisivo, secondo lei, sarebbe mettersi un filo di perle e diamantini tra le cosce? Accidenti, che scomodo.
E comunque, alle povere e comuni malvestite, cosa resta poi, di fatto? Resta il dominio ormai incontrastato di Intimissimi. Una decina di anni fa era “il posto dove vendono cose ok ad un prezzo ok”. Me lo ricordo bene, se eri alla ricerca di una mutanda carina, semplice e a buon prezzo, potevi andare da Intimissimi. Negli ultimi anni, però, i prezzi sono lievitati e, di pari passo, si sono complicati ed imbruttiti i modelli. Un esempio su tutti (e mi dispiace di non poter citare la memorabile collezione natalizia): la canotta coi microbuchini che è uguale sputata a quella da convalescenza ospedaliera, a parte per i reggicalze annessi e quella perturbazione cosmica sul fianco sinistro.
Restano marche autenticamente malvestite come Yamamay e Fruscìo: la prima, che ci accoglie sul sito con un simpatico copricapezzoli di perline e swarovsky, offre capi dalle texture improponibili (fotografati in un già di per sé malvestitissimo interno finto rococò), dalla fodera del divano ad una specie di assurdo leopardato floreale misto azzurro su vestito con bavaglino, dallo stra-abusato raso lucido al pigiama da pappone col dollaro; la seconda, invece, che già in homepage tenta pateticamente di sfruttare la moda nascente del cappellaccio retrò (tuba e bombetta, vedrete), propone noiose collezioni incentrate su leopardi, tigri e pitoni, con reggiseni tendine-muniti sotto alle coppe, utili a camuffare eventuali maniglie dell’amore, bustini dorati corti con guanti da vecchia di paese in lutto, e così via, scusate, ma non ho più la forza di continuare.