le povere vittimelle tutte uguali con le teste intercambiabili che reclamano giustamente un pubblico più nutrito di bimbominkia, perché se lo meritano – con l’imperdibile chiosa finale di Morgan, che ci parla del suo amico poeta di Roma Mauro Mazzetti, le nuvole e i buchi neri
Sull’ultimo numero di XL c’è il servizio di copertina che dice BASTA tutto maiuscolo, basta con “la rabbia” e “la rassegnazione”, è ora di farla finita con “la mancanza di meritocrazia” che mette i bastoni tra le ruote a questa “scena musicale italiana ricca di qualità e originalità”, che sarebbe secondo XL “la scena” capitanata dai tizi qua sotto nella foto di gruppo in copertina (non precisamente la foto che trovate su XL, quasi: perché siccome lo vedete, sono tutti uguali – facile, saranno abbonati pure loro a XL, la rivistaccia che ti dice “ehi bella fratello, questa è la musica giusta che fa per te” e due pagine dopo, pubblicità “ehi bella fratello, questo è il look giusto che fa per te, che ascolti quel tipo là di musica giusta” – impossibile indovinare quali, io mi sono divertita a scambiargli le capocce, guardate)(qui l’immagine originale, per un confronto)
Se c’è una cosa più deprimente del sapere com’è che funzionano le cose qui da noi, e funzionano in modo schifoso, è starsene a sentire dei piccoli pomposi intruglietti di bassa mediocrità che in virtù del proprio consistentissimo pregio artistico e culturale (di cui sono tutti molto consapevoli) si lamentano e bestemmiano il complottone mondiale anti-cultura perché tutto sommato c’hanno poco spazio, proprio loro! che in Italia sono quelli che fanno “la musica di qualità”, se li cagano in pochi, la televisione non li vuole, i giornali non ne parlano e le groupie che gli toccano a loro c’hanno i brufoli sul culo, quelle di Eros Ramazzotti invece no – e si lamentano torvi, pensierosi, maliziosamente ironichetti e scapellati secondo maniera, coi cappellini giusti, il taglio giusto e la giacchetta giusta, dalle pagine della rivistaccia scema sostituisci-Cioè-dopo-i-dodicianni concepita per adolescentelli bimbominkia io-sono-originale e fatta dai giornalistucoli baggiani, la rivistaccia che introduce lo specialone Quello che non c’è così, vantandosi d’essere da sempre impegnata in prima linea:
Continua a leggere »
Io direi di cominciare la settimana nel migliore dei modi, con una slavinata di cose scemissime da perderci la ragione: sono orgogliosa di presentarvi – in occasione del raggiungimento dei sessantamila commenti – la quarta edizione della sagra del commento demenziale. Che non è soltanto una giocosa vetrinetta di buffe cretinerie, lo sapete, ma un evento di capitale importanza che rischia ogni volta di aggiornare stabilmente il vocabolario di questo blog, trasmettendoci per contagio alcune geniali invenzioni sconosciute a noi altri comuni mortali (ricordiamo tra le tante “tossici indipendenti”, “galline azzoppate” e lo storico “super ragazza ok”); e anche questa sagra, vedrete, è stracolma di trovate fantastiche e inimmaginabili (la mia preferita, ve lo anticipo, è quella di Padre Pio e Pino Daniele, è sublime, mi fa schiantare) – ma dateci un’occhiata voi stessi, ecco:
Continua a leggere »
Ci sono questi tre programmacci televisivi che sono destinati a incrociarsi ogni settimana, lo sapete, sono i reality cosiddetti “talent” che dovrebbero elevare qualche modesto sconosciuto agli onori d’un successone di qualche genere: c’è il programma condotto dalla scimmia con le bretelle (l’unica scimmia cioè che mentre le altre zompettavano intorno al monolite, incrementando la loro intelligenza, se ne stava nella caverna a leccarsi l’uccello), dove si prende un cantantucolo scarso da piano bar e gli si insegna a imitare (male) qualcun altro, già famoso, e gli si cuce addosso una canzonetta scema ingegnerizzata appositamente per far concorrenza alla suoneria del gattino emofiliaco castrato; c’è il programma che vinci se “sei te stesso”, cioè una persona molto originale e diversa e sorprendente, ogni anno ci sono persone più originali e diverse, esagerate e sorprendenti, e non manca molto che ci ritroveremo con un unico super-concorrente super-provocatorio che riunisca in sé le caratteristiche di – elenco – frocio, sessualmente operato (prima gay, adesso, lesbico, poi ancora bisessuale), cieco e sordomuto, ex rom clandestino, pupillo di Lele Mora, pilota Alitalia e attore di film porno, valletta con una sesta di reggiseno, secondo a Miss Padania, allevato in gioventù da un branco di lupi nella giungla e come se non bastasse ex maggiordomo e leccafiga di Marina Doria di Savoia; e c’è il programma dove un mucchio di sfigatelli scappati dalla scuola Radio Elettra si scannano l’uno contro l’altro indossando orrendi pigiamoni e fingendo di interessarsi ai giudizi artistici d’un gruppo di bollitoni anziani, beandosi dei favori sessuali delle quindicenni bburinette e poi, alla fine di tutto, tornandosene mesti a farsi bocciare per la quarta volta di seguito alla scuola Radio Elettra assieme al figlio di Bossi (il prossimo anno nel cast del programma anche lui, come cantautore lumbard).
Vi ho preparato questo piccolo video esplicativo, che riassume le qualità dei tre programmacci in questione – conduzione, gara, sbocchi professionali:
Se volete saperlo, io penso questo: penso che se guardi uno qualsiasi di questi tre programmacci e vieni colto da una reazione simile a quella del giornalista “sartriano” del Corriere – Paolo Di Stefano si chiama: l’avete letto quel suo articolo? leggetevelo, è una delle più comiche e sconclusionate marchette che abbia mai letto,
Nella prima mezz’ora, forte della tua incorruttibile lucidità critica, ti chiedi dove sei finito e trattieni a fatica la voglia di dartela a gambe. Poi, abbandonata la tua fiera rigidità sartriana, ti rilassi, abbassi il sopracciglio ed esibisci per un’oretta un approccio più sciolto e autoironico, tra il desiderio di capire e la condiscendenza populistica. E alla fine ti accorgi che di mezz’ora in mezz’ora ogni difesa si è a poco a poco sgretolata e le tue macerie ideologiche si sono lasciate inghiottire nel circo, non sei più un intruso ma ne fai già parte e con un ruolo che ti calza a pennello
se cioè vieni colto dalla reazione per cui ti immedesimi e t’appassioni sinceramente alla cosa, dài i voti ai partecipanti e tifi per i tuoi preferiti, discuti seriamente di chi c’ha più talento, delle classifiche e dei giudizi, dei professori (o della giuria, o del televoto) e dei battibecchi, e magari spedisci pure (bestemmia delle bestemmie!) uno o più sms per votare, be’, se vieni colto da una reazione del genere allora il tuo posto, nella scala evolutiva là sopra, te lo dico io qual è: non ti si vede perché il disegno è tutto nero, ma sei il brufolo purulento sulla gamba dell’habilis, quello gobbo; perché sì, l’unica reazione veramente sapiens sapiens davanti a uno spettacolo del genere è [*]: pochi secondi di disgusto e odio fulminei neutralizzati subitissimo da una melassa appiccicosa e stordente di noia assoluta (con qualche rarissimo picco encefalogrammatico durante certi siparietti di involontaria demenzialità: ti si socchiude brevissimamente una palpebra e bofonchi un ilare “AH!”).
[*] la reazione del giornalista sartriano – mi stavo dimenticando – s’avvicina a un altro stereotipato genere di reazione, ugualmente deprecabile, meno ingenuotto e più posticciamente intellettualizzante, quello di chi credendosi molto esperto di come va il mondo (e la televisione – “che male può fare la televisione?”), disincantato e compiaciutamente frivoletto, adora formulare con tono allegro ironico-dariabignardesco piccoli pensierini che devono suonargli parecchio arditi e anticonformisti del tipo “Maria De Filippi è un genio!”, il che significherebbe, esteso, “io sono intelligente ed è ovvio che di norma una trasmissione così mi farebbe cagare sangue, e però allo stesso tempo sono così intelligente che riconosco quanto è stata brava la De Filippi a indovinare un modo così ben funzionante per inchiappettare tutti quei bburinoni subacculturati che le sbavano dietro” – perché questo fanno i programmi così, la televisione così, puoi divertirti e sentirti ganzo quanto ti pare a elogiare le geniali strategie acchiappa-subumani di Maria De Filippi, ma i programmi così sono progettati per questo – mica per altro, e bisognerebbe magari ricordarselo, qualche volta – sono progettati per inculare i subumani
Dimostrerò qui di seguito con argomenti superbamente incontrovertibili, tratti dall’analisi del librazzo più scemo dell’anno duemilaotto, In pArte Morgan, che Marco Castoldi aka Morgan è uno squallido e insignificante cretinetti poco intelligente e molto ignorante in preda ad un isterico trip di megalomania adolescenziale – dimostrerò cioè, in una parola, che Marco Castoldi aka Morgan è un coglione (e il fatto che gli argomenti qui di seguito siano superbamente incontrovertibili, be’, significa che se dopo aver letto questa cosa chilometrica non sarete d’accordo con me, come dire, siete messi male pure voi).
Il libro è una lunga intervista che Morgan immagina così:
si parlerà di musica, matematica e letteratura, di politica e filosofia, delle lettere e del modo in cui si gioca al mondo. Tutto sarà mischiato, senza comparti separati. Come nel Quattrocento, dove la conoscenza era un sapere unitario
E da qui, eccolo che arriva, perfettamente compiuto, il manifesto intellettuale di Morgan:
Perché il sapere è unico. Significa saper riconoscere le cose e le connessioni: guardare l’acqua e capire l’acqua, guardare le foglie e assimilarne il senso. E allora puoi parlare di filosofia ed etica anche se non le conosci, perché le guardi
di Betty Moore,
Categoria: io sono originale, malvageddon, very important malvestite
Allora io vi avverto, i prossimi giorni saranno giorni di tregenda, il barometro dell’idiozia è schizzato su su e segna tormente di fulmini e precipitazioni meteoritiche: lo sapete, c’aspettano finalmente il libro di Morgan e l’ultimo capitolo della trilogia alleviana, non avete idea, robaccia mai vista di tutti i colori, a me che già lo so mi basta pensarci un istante e mi vengono i capelli dritti. Vi propongo un piccolissimo giochetto a premi: metto in fila qualche ameno estratto dai due libri e non vi dico chi l’ha scritto, cercate di indovinarlo voi (scrivetemelo qua nei commenti o in mail, come volete). Al primo che c’azzecca gli mando i cereali carfagnizzati, mentre ai successivi risolutori un disegno malvico autografo, che è il sogno di tutti i bambini. Ecco gli estratti:
Non amo definirmi pianista, ma uno che suona il piano. E’ diverso. Per me la musica è un’attitudine spontanea.
Mi interessa soprattutto che le canzoni mi sorprendano. Sono loro, le canzoni, che si lasciano scrivere e comandano. E che mi portano per mano dove vogliono andare.
Quando creo io non penso alla musica: mi occuperebbe uno spazio che invece deve essere libero perché mi serve per realizzare seriamente l’idea che ho in testa. Tutto questo permette una maggiore approssimazione alla perfettibilità dell’idea, nella misura in cui riesci a pensarla. E’ una presa d’atto di tutte le possibilità che hai a disposizione che si realizzano proprio nella misura in cui non le pensi.
Mi dicono, esagerando, che già da quando ho cominciato a emettere i primi suoni li organizzavo in modo “creativo”.
Come un fenomeno fisico può essere spiegato da un modello matematico, anche il campo elettromagnetico universale può essere descritto da un’equazione. Appunto quella elaborata da Schrödinger, che descrive matematicamente l’intero universo. E’ breve, si può portare comodamente in tasca. Avete mai pensato di avere l’universo in tasca? Schrödinger mi è sempre stato simpatico. Era anche convinto che il suo gatto, per via di una conseguenza del principio di indeterminazione di Heisenberg, fosse vivo e morto contemporaneamente.
Con la musica esprimevo la malinconia che non riuscivo a tirare fuori altrove, così a nove anni ho iniziato a scribacchiare quartetti d’archi, le prime partiture: immaginavo il timbro e l’estensione degli strumenti.
Da piccolo avevo una dipendenza, una strana forma di compulsività: ero dipendente dall’aria.
Che ne dite? E considerate è solo un assaggio, e pure sciapino (emoticon che si strappa i capelli ululando in preda al panico).