The curious case of Romilda Villani, La mia casa è piena di specchi, ovvero: cos’è che avrebbe visto Jack Torrance accendendo la televisione nella camera 237

La vita di merda di Romilda Villani aka la madre di Sophia Loren (clic sull’immagine qui a destra), trama: Romilda vuole andare a Hollywood per fare l’attrice ma i genitori glielo proibiscono e allora Romilda scopa con un bellimbusto sedicente cinematografaro che le promette grandi cose ma il bastardo millantatore la ingravida così su due piedi e scappa via senza lasciarle niente; quindici anni dopo la figlia grande di Romilda, Sofia, scopa con un repellente cinematografaro in andropausa e le va di lusso, diventa famosissima in tutto il mondo, Romilda rosica da matti e la figlia Sofia le sta sul cazzo.

(sullo sfondo – interessantissimo – la figlia minore, quella insignificante, supera mille avversità per prendere la licenza media; sullo sfondo dello sfondo: vecchiarde fasciste e maggiordomi gay) – tutta la fiction strizzata dentro un solo mirabolante fotoromanzo, eccolo:


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Festival di Sanremo 2010: dall’autarchia alla Coppa Campioni

È stato un Festival di Sanremo memorabile che ha sancito un ulteriore decisivo aggravarsi della contagiosissima epidemia iper-televisiva di musica plop, di quel ciarpame usa-e-getta cioè che nasce – è pensato e appositamente impacchettato – si consuma e muore dentro la televisione: il Festival di Sanremo diventa da quest’anno la Coppa Campioni dei reality talent show generatori di musica plop.

E non poteva andare diversamente. Sanremo è da sempre un monumentale cimitero di musica plop, e non solo, è in un certo senso il padre (il nonno) degli attuali reality talent show televisivi: coi suoi protagonisti semi-decomposti colanti formaldeide e le sue marcite pataccacce musicali, tutto quanto dentro Sanremo è progettato per resistere ai vermi e alle muffe appena appena quelle poche ore di esposizione televisiva; e con i suoi pettegolezzi, le rivalità, le interviste, i dopofestival, gli isterismi vipparoli, i dietro le quinte, con tutto questo suo spettacolo collaterale di terrificante subumanità pseudo-realitara, Sanremo va considerato non soltanto un primo storico generatore di musica plop, ma anche e soprattutto il progenitore delle attuali più potenti macchine generatrici di musica plop, i reality talent show televisivi.

E se fino a poche edizioni fa la musica plop di Sanremo sopravviveva in una condizione direi tutto sommato autarchica – la musica plop e i cantanti plop nascevano prosperavano morivano e resuscitavano esclusivamente dentro la bolla sanremese – quest’anno il Festival ha abdicato definitivamente al proprio status di mini-reality plop-autarchico e si è spalancato una volta per tutte alla concorrenza più solida aggiornata e remunerativa – super sanremoni anabolizzati contro i quali l’obsoleta formula autarchica non ha la minima speranza di competere – trasformandosi così in una specie di abominevole campionato trasversale dei reality musicali televisivi.

È una trasformazione già in buona parte celebrata l’anno scorso – vittoria del cripto-gay afono defilippiano – che ha avuto degli effetti evidentissimi sulla gara di quest’anno, per cui nella finalissima sono state rappresentate le due principali varianti della musica plop, quelle realitare,

la musica plop per adolescentelli bimbominkia (e quindi: inebetiti pischelletti bellocci con la data di scadenza – brevissima – tatuata con l’inchiostro simpatico sulla fronte, pilotati da un qualche scaltro bavoso specialista del riciclo di appiccicume sentimentalista), variante incarnata da Valerio Scanu;
la musica plop per trentenni rincoglioniti wannabe (e quindi: fallitoni impomatati con gli occhiali grossi vestiti come buffi pirla del villaggio vacanze che strepitano convintissimi qualche stupido accrocco di cliché musicali roccherolle-autoriali), variante incarnata da Marco Mengoni;

e l’unica possibile alternativa alla musica plop dei fuoriusciti realitari diventa: il piccolo scandaletto e il prezzemolismo televisivo, quindi ancora una ragione extra-sanremese, extra-musicale, ma tutta televisiva, tutta plop,

la musica plop d’occasione per anziani teledipendenti (e quindi, nel caso specifico: reduci parrucchinati del melodismo d’antan più deteriore, viscidissimi cartoni salottiero-televisivi, stentati urlatori da varietà della domenica pomeriggio), ovvero il Trio Merda;

e nonostante il Festival sia stato sempre tradizionalmente orientato verso la sponda anziani teledipendenti – ma chi se li incula, ovvio, ché manco sanno televotare (“nonna non è il cellulare è il cazzo di salvavita Beghelli!”) – è stato schiacciante il calcolato predominio delle due varianti realitare Adolescentelli bimbominkia e Trentenni rincoglioniti (a cominciare del resto dalla selezione dei concorrenti); e l’impostazione coppa dei campioni s’è fatta sentire pure sulle reazioni parossistiche del pubblico e dell’orchestra in rivolta, che sono naturalmente – secondo sceneggiatura (i ribelli incazzatissimi che protestavano schiantandosi dal ridere) – la versione sanremese delle irritanti tifoserie dopate e aizzate a orologeria sugli spalti dei reality talent show (c’era la scimmia con le bretelle in prima fila, c’era); e tra le varianti plop, bimbominkia adolescenti vs trentenni rincoglioniti vs anziani teledipendenti, chi pensavate potesse spuntarla, la mostruosa chimera plop a tre teste non aveva speranze.

Sarà anche colpa mia che non sono riuscita a raccogliere abbastanza funz del Trio Merda (e tremila commenti in due serate di forum non sono stati sufficienti, va be’ – ma ci siamo divertiti tantissimo).

La mia fanfiction porno slash NSFW

19 dicembre 2009 / , , ,

Mi ero dimenticata che per chiudere la trilogia sulle fanfiction (1, 2, 3) volevo scrivere una fanfiction anche io, mi sono ricordata e così eccola qua, ne ho scritta una nello stile di quelle slash più svitate ed esplicite – ve lo dico subito sennò poi vi piglia un colpo: è abbastanza svitata ed esplicita, è una specie di ottovolante apocalittico orgiastico coi vampiri e cogli zombie e coi licantropi e con un asteroide mortale che ci farà secchi tutti quanti – cliccate sul continua a leggere soltanto se siete maggiorenni e/o accompagnati da un adulto maniaco irresponsabile. Il mio sogno nel cassetto di giovine fanfictionara esordiente è che diventi presto un classico immortale (l’ho pubblicata pure qua, vediamo che ne pensano le esperte):

CAPITOLO UNO

“Ho deciso qual è il mio ultimo desiderio – disse Bella spostando il suo sguardo appassionato dagli occhi gialli di Edward a quelli nerissimi di Jacob – voglio che mi prendiate tutti e due contemporaneamente, uno da davanti e uno da dietro”
Edward e Jacob annuirono cupamente in silenzio. Continua a leggere »

La maledizione della mummia esiste eccome, e colpisce ancora

Oh sì!, scusatemi per questi giorni che sono stata via, adesso bisogna che ci rimettiamo in pari, eh?, due parole sul würstel-pompino, il secondo malvacarpet veneziano, un’altra eccitante puntata di New Moon, il romanzone nuovo nuovo di Dan Brown (eh? che ne dite? lo so!, non state nella pelle), e poi sì, prestissimo!, il post monografico sul Jovanotti pensiero (ho messo il bannerino lassù a destra – che forse non lo sapete, ha a che fare con questo suo recentissimo schifezzone – tra un po’ faccio partire il countdown)

Costume Institute Gala 2009, il malvacarpet

E il Costume Institute Gala, la competizione ultra-vipparola patrocinata da Anna Wintour vince chi sfoggia il più spudorato e imprevedibile cattivo gusto, che facciamo, non lo malvacarpettiamo? Ma sì, dài, malvacarpettiamolo: quest’anno, poi, è stato più ridicolo del solito, addirittura – pensate! – per sopperire all’assenza di Mickey Rourke (ché senza di lui, ormai, come si fa?, è il trendissimo fulcro sbronzo di ogni serio malvacarpet che si rispetti) hanno ingaggiato una specie di nano puzzolente, un piccolo barbone pescato là fuori in strada che somiglia a John Galliano, l’hanno unto per bene di olio d’oliva, spruzzato di Tavernello, gli hanno messo il cappelletto da contadino con le meches finte appiccicate, un vestitaccio (unto pure quello) da piccolo spacciatore sudamericano e via, nella speranza che da dietro non si noti, magari qualcuno ci casca; nel frattempo la padrona di casa, la Wintour, s’offriva ai flash nel suo cartoncino rettangolare di scaglie Chanel (appropriatissimo: insipido, piatto e inespressivo come lei) sul cui retro, a giudicare dalle facce sconvolte dei fotografi (clic sull’immagine qua sotto), doveva esserci qualcosa di terribilmente attorciglia-budella (secondo me, uhm, quel vestito è un sagomino di cartone che le stava appeso alle spalle con lo scotch: dietro era nuda – immaginatevi le chiappette rugose, secche, disidratate, violacee della Wintour); e intanto l’altra grande vecchia della serata, l’amicona di Anna Wintour, la sirenetta tumefatta Donatella Versace, si trascinava come sempre al seguito quel triste esserino disgraziato della figlioletta non-morta, Allegra, che come la metti la metti – è incredibile! – sembra di profilo anche quando non lo è.
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