Maria De Filippi: traduttrice dal gonzese e domatrice di Gonzi, appassionata di cucina scatologica

Approfitto della incestuosa co-conduzione raisettara di Sanremo [1] per spiegarvi una volta per tutte cos’è che ne penso di Maria De Filippi. Perché insomma, ve la liquido sempre molto sbrigativamente chiamandola di volta in volta “il raschio catarroso che mandano in filodiffusione giù all’Inferno”, “il tripode maligno”, “Lui, che Dio scacciò”, “il dildo peloso di Maurizio Costanzo” ma non è sufficiente, che cavolo – visto il suo megatonico arsenale di super-idiozie [2], be’, immagino sia giusto spenderci un paio di paroline in più.

Maria De Filippi lo zombieE ho pensato che per spiegarvelo potrei cominciare dalla sua faccia – se cliccate sulla gif animata, questa qua a destra, dovrebbe aprirvisi più grande [3] - che meglio di qualsiasi altra cosa testimonia il carattere, le idee e le aspirazioni di Maria De Filippi. Eh, la faccia. La faccia di Maria De Filippi è il minimo comun denominatore di una faccia: è un mascherone bianchiccio dai particolari appositamente candeggiati, segnato soltanto dalle chiazze scure degli occhi, dai buchini del naso e dalla dentiera sbiancata contornata di rosso. Ed è così che vogliono apparire i programmi di Maria De Filippi, come la sua faccia: delle cose piatte, semplici, benevole e facilmente riconoscibili, dai contorni essenziali, quasi quasi modeste. E Maria De Filippi, in sintonia con la sua faccia, ci si muove dentro con ostentata cautela, dimessa, interferisce solo se necessario, s’accuccia per terra e abdica caritatevolmente in favore dei veri protagonisti, che possano così esibirsi in una situazione che privilegi la spontaneità, la verità e la naturalezza.
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Il decoder Sky con le effe di Fendi? Bleah, chi se lo impippa: fatevi piuttosto il decoder col ritrattino medievale di Franca Sozzani (piacerebbe pure al Rasputin)

Uh-oh, mi stavo dimenticando che a Milano la settimana scorsa c’era una festicciola coi tramezzini offerti da Vogue Italia, un’ottima occasione per tanti microscopici vipparoli nostrani d’affollarsi alticci e ridanciani attorno alle statue di cera con le rotelle Victoria e David Beckham (che però nisba, col cavolo che posano insieme ad una qualunque smaniosa Valeria Marini – “Vigdoria! Vigdoria! You remember? I send you the tangas of my fashion line made with the salame piccante very afrodisiac and the precious rocks!” – sono stati affittati esclusivamente per farsi immortalare accanto al centenario vecchietto anoressico con la parruccona sintetica di Barbie Raperonzola, la potentissima regina della decomposizione profumata Franca Sozzani), e cosa si festeggiava? si festeggiava questa ideona che c’hanno avuto i tipi di Sky [*], il decoder imbburinito dalla firmetta dello stilista famoso.

Una fesseria low cost – minimo sforzo, nessuna fantasia – che fa leva sulla seduzione bburina per l’attufamento ornamentale, quell’idea malata cioè (che vale per mutande, borse, automobili, telefonini – tutto) secondo cui qualsiasi cosa, più viene riempita di marchietti scritte e loghini vari, meglio è; così, appunto, attraverso la semplice applicazione sul decoder Sky di centomila decalcomanie da copisteria del loghino stilistico, tadàn, ecco a voi l’esclusivissimo decoder firmato Fendi – da spacciare ovviamente in “serie limitata”, così si garantisce al bburinazzo boccalone un certo crasso sentimento di privilegiosità haute couture (“anvedi!”). Dopo Fendi ci sarà, cosa?, il decoder tempestato di Dì e di Gì, immagino – bah, chi se ne frega, lasciate perdere e fate così, se proprio vi siete stufati del decoder tutto nero o tutto bianco, toh, vi ho preparato la riproduzione di un ritrattino medievale di Franca Sozzani (cliccateci sopra: si ingrandisce un bel po’), stampatevelo e portatelo dal vostro copisteraio di fiducia, gli dite di prepararvi una dozzina di decalcomanie ed è fatta, c’avete il decoder Sky tematizzato sul Vogue valacchiano, una meraviglia – se c’avessi un decoder me lo valacchierei anch’io (oh, ehi! quasi quasi vado a valacchiarmi la radiosveglia).

[*] e non solo, quella stessa serata s’è festeggiato anche il debutto delle idiotissime t-shirt cento-euro-l’una concepite da tale Andrea Sablier (marca – boh, mai sentita – Doodski), amichetto perdigiorno del boho-perdigiorno per antonomasia Pierre Casiraghi (entrambi in look eccentrichetto finto-povero: scarpacce da ginnastica slacciate, Marlboro Lights come un qualsiasi anonimo tabagista dodicenne e giacche artisticamente sdrucite – tutto finto-povero eccetto le fidanzate, perticone topmodel biondissime e col cervello denocciolato), pensate: si tratta di magliette doubleface! con le scritte da una parte e il disegno dall’altra! così le puoi indossare da una parte ma pure dall’altra! praticamente c’hai due magliette in una! e le scritte sono in russo! oddio, mi gira la testa solo a pensarci – e vederle così, poi, col faccione spiritato di Rasputin vicino a Franca Sozzani, be’, accidenti, pure alla Sozzani se la avveleni, le spari, la picchi a bastonate e la poi butti nel fiume, niente, lei si dà una pettinata e torna come nuova

Malvestita #336 – MMILF

malvestita MMILF(Partecipate al malvapride! Partecipate al malvapride!) Oggi ci occupiamo di un malva-tipo evergreen da sempre diffusissimo, per indicare il quale useremo l’acronimo MMILF (che no non è un errore, è un’altra cosa, significa Malvestite Menopausate Insalamate Laccate e Fantasticamente bburine – si vede che ho avuto problemi con la F, eh?): le MMILF sono quelle malve di una certa età, diciamo più o meno nella fascia cinquanta sessanta (troppo oltre i sessanta meglio non avventurarcisi, ché si sconfina facilmente nel campo(santo) delle MMMILF, vale a dire le Malvestite Menopausate Mummificate secondo un’Inarrestabile Lollobrigidazione Fracassona), sono quelle malve che si tirano e s’acconciano come si tirerebbe e s’acconcerebbe una tredicenne bburinetta che volesse giocare a travestirsi, così come se la immagina, da distinta signorotta matura in carriera sexy ma con classe (oppure, se preferite una definizione più stringata, toh: sono la deriva mezzaetà del Tatangelo Style): una MMILF si distingue dall’elevato fattore di attillanza (1 – i pantaloni di raso lucido ficcati negli stivaletti; la camicia con mega-colletto e maniche spuntoniformi inamidate – 2 – il maglioncino spruzza ciccetti – 3), dalla scollatura blob-maravenierana sempre generosissima (4), dai tacchi alti alti (5 – accidenti, c’hanno pure pure le fascette ornamentali) che – incrociamo le dita – forse slanciano la gamba e insodano le chiappone flaccide (possibilmente in combinata coi mutandoni contenitivi anti-fallout nucleare), dai capelli lunghi sciolti sulle spalle, fonatissimi e stratinti (6 – la fresca consistenza della pelliccia di un ratto canuto), dagli occhialoni-visiera da pilota di caccia (7 – che servono a occultare, in caso di luce sfavorevole – cioè tutte le luci, tranne quella della luna piena – borse e rugosità varie scavate e annerite dallo smog sigarettoso) e dalla presenza di pretenzioso raffinatissimo accessoriume rettiliano (8) e bigiotteria aurea (9 – l’orologio-pizza multidiamantato dalla miniera di re Salomone).

Miss Italia, qualche ipotesi sulla parlantina di Enzo Mirigliani, Carlo Conti all’inferno, il giovane Uèrte e sul perché non funziona

Enzo Mirigliani parla le lingue morte: si chiama xenoglossiaOk sgombriamo subito il campo dalla questione più importante di tutte, così poi passiamo oltre – e cioè appunto: di che cos’è che parla da solo, ininterrottamente, Enzo Thutmosi Mirigliani? C’avete fatto caso, ogni volta che viene inquadrato a seguito di uno svogliato applausetto “il fondatore, Enzo Mirigliani!” lui se ne sta lì sul suo seggiolone per neonati (con cintura di sicurezza) che sobbalza con la faccia disperata e un po’ sorpresa di uno che pensa “ehi, questo vuol dire che fino adesso non mi stavate ascoltando?”, continuando comunque imperterrito a macinare senza tregua il suo muto discorsone solitario – e fateci caso, c’è una specie di divieto assoluto di posizionare microfoni in un raggio di due metri minimo da Enzo Mirigliani: come mai? Ecco c’ho pensato e mi ci sono fatta su qualche ipotesi, che vorrei presentarvi in ordine decrescente di plausibilità: 1) Enzo Mirigliani è morto e la sua smilza carcassa senza vita funge da amplificatore medianico per voci e rumori dall’aldilà, cioè tipo le urla e gli strepitii dei dannati all’inferno (il che in diretta nazionale non sta bene, insomma, sopratutto poi se ogni tanto gli escono fuori certe macabre profezie sul girone “presentatori del cazzo da far soffrire più di chiunque altro” indirizzate a Carlo Conti – be’, che bello!); 2) Enzo Mirigliani è un pupazzo che la task force di creativi rai (una che faceva i pompini all’autista di un ministro, più uno che faceva i pompini al ministro, più uno che cacava in testa al ministro mentre lui si faceva fare un pompino da quell’altro) ha concepito negli anni settanta per fare concorrenza alla ranocchia Kermit e alla sua banda di pupazzi mmerigani: doveva funzionare in trio assieme al pupazzo di Sandra Mondaini e al corvo Rockfeller, ma non sono mai riusciti a sistemare quel meccanismo difettoso nella bocca che non la smetteva mai di ciancicare; 3) Enzo Mirigliani è un maniaco in stato confusionale che non riesce a smettere di fare apprezzamenti spintissimi su quella vaga e indistinta massa di pelle rosea laggiù lontanissima sul palco (è che non ci vede una mazza poverino, c’ha una tripla cataratta da una parte, l’occhio di vetro dall’altra – avete mai notato quando gli fa fare le capriole all’indietro?), trascorre tutta la serata ripetendo lascivamente cose tipo “ah la medusona rosa, bella medusona rosa, ah medusona mia, porcona di una medusona rosa”.

ciao mi chiamo Volfanga ho diciotto anni e vengo da Colleferro, la mia tartarughina si chiama CatulloEcco, liberatami di questo peso, volevo dire: che Miss Italia è una cosa vergognosa. No no, non per il fatto delle ragazzette scosciate che si vendono blabla come fossero dal macellaio eccetera (al contrario: io le farei esibire in topless su un toro meccanico a forma di pene con le nappine rotanti appiccicate ai capezzoli), non per il fatto che difficilmente si può anche solo concepire riunioni ad un più basso quoziente medio di intelligenza (chi se ne frega? anzi, ci si dovrebbe far leva – ché non c’è nulla di più divertente dell’immergersi in certi abissi oceanici di stupidità: così abissali che pure se si tenta di nasconderli per benino – che furboni! – imbeccando le concorrenti su qual è il loro libro preferito, uscirà fuori inesorabile: “il mio libro preferito è il giovane uèrte”, “ah sì di che parla?”, “parla di un uomo innamorato che dice le frasi belle”, “e chi l’ha scritto?”, “oddio adesso così cioè non me lo ricordo” – ma è successo di peggio), è una cosa vergognosa per il semplice fatto che così su due piedi – uhm, sì, no – non mi viene in mente nessun altro programma televisivo che dimostri una tale mostruosa totale assurda e ingiustificabile incompetenza sotto tutti i punti di vista: dal presentatore al regista agli autori [1] ai costumisti ai parrucchieri ai giurati a quelli che attizzano il pubblico in sala e così via, tutti, sono una banda di incompetenti che non capiscono un accidente di intrattenimento e spettacolo, un gruppone di miracolati che non è neppure capace di metter su in modo dignitoso un teatrino collaudato (nella sua ovvietà) come Miss Italia – non dico fare qualcosa di meglio, no (esagerati! [2]), dico semplicemente confezionare a dovere questa noiosa caghetta che si ripete uguale da vent’anni, robe facili facili, banalità!, evitare per esempio che ci siano continue voragini in scaletta, silenzi imbarazzatissimi, improvvisazioni caciarone, sketch agghiaccianti, telecamere schizofreniche, battute tappabuchi da sedia elettrica subito (subito! “sei di Napoli? campana? din don dan”), ragazze che non sanno dove andare, musiche sbagliate, musiche che proprio non arrivano, il pubblico che non applaude, un macello. Miss Italia lo sapete è come San Remo, destinato a rimanere quello che è, una schifezza nei secoli dei secoli: ma non funziona e fa pochi ascolti mica perché è congenitamente una schifezza, o perché ci sono troppe serate, o perché si va troppo in là fin dopo la mezzanotte; non funziona perché è fatto male, è una roba da dilettanti incapaci – perché è una schifezza fatta coi piedi, ecco perché.

[1] tra gli autori televisivi italiani c’è una categoria piuttosto ben rappresentata di ridicolissimi individui che sembrano impigliati nella solita stucchevole trametta virziniana (qui, per esempio), si credono e si dichiarano milioni di volte superiori delle cose che scrivono, si riuniscono a bere chinotto coi loro vanitosi amichetti (produttori, giornalisti, registi, editor ecc.) sulle terrazze bbene e a darsi pacche sulle spalle facendo commentini sarcastici sulle idiozie che hanno appena finito di scrivere per rai o mediaset, compiacendosi sommamente della distanza che passa tra quella roba là e la tesi heideggeriana sulla quale si sono laureati (“centodieci e lode con bacio accademico, e adesso scrivo Il sangue e la rosa!”), compiacendosi di quanto in effetti ci si senta pieni di spirito (a mostrarsi così lucidamente consapevoli) così intelligenti e brillanti (e sprecati soprattutto! che goduria sentirsi sprecati! non bisogna fare niente, basta starsene seduti al gabinetto tagliandosi le unghie dei piedi e dirsi “sono sprecato”) a vivacchiare nella mediocrità più assoluta avendo sempre ben presente la differenza tra ciò che si fa e ciò che si potrebbe fare (quel romanzo là che ho nel cassetto originalissimo in cui mescolo Borges e i tatuaggi tribali e Bruce Springsteen e Wittgenstein, “per ora ho scritto il titolo, senti qua, dovrebbe essere Tractattoos: eh? geniale, eh?”)

[2] un paio di settimane fa sono stata qualche giorno a casa dei parenti ricchi che c’hanno il satellite (e la lavastoviglie!) così mi sono messa a teledipendentizzarmi un po’ davanti a quel canale che si chiama E! Entertainment, lo conoscete di sicuro, è quello tutto dedicato alle vipparolità mmerigane, il reality della starlette alcolizzata che nessuno se la caga più di striscio (quella che ha appena lanciato la linea di moda con la cintura dell’accappatoio intorno alla testa tipo Rambo), il reality della attrice groupie multi-sperminata che nessuno se la caga più di striscio (quella con la pisella alla griglia coi tentacoli), il reality del puttanone con le tette pneumatiche che nessuno se la caga più di striscio (quella che nella pubblicità pro-vegetarianesimo dice “sei tu che decidi cosa metterti in bocca… il più delle volte… ihihih”) e poi i classificoni sui corpi da spiaggia più tonici e seducenti (che fusto quello! che fusto quell’altro!) e sui momenti più scioccanti dello showbiz (il bacio sulla guancia tra Angelina Jolie e suo fratello, uuuh incestuoso!) e cose del genere, una specie di Disneyland televisiva tutta spudoratamente dedicata alle più sfiziose mentecattate hollywoodiane (e funziona proprio come Disenyland: devi prenderla a piccole dosi, altrimenti c’è da rischiare un’intossicazione iperglicemica) – che c’entra? oh be’, niente, a proposito di cretinerie fatte come si deve

Veronica Lario e l’arredamento creativo (l’arpa dorata, la collezione di zebre di ceramica e una copia del Foglio artisticamente spiegazzata sul divano maculato di ghepardo)

l'effetto serra provoca lo scioglimento di Veronica LarioTutte le complicate elucubrazioni e le spiritose storielle “lo lascia non lo lascia che bastardo eh be’ la dignità di una donna l’orgoglio lascialo! oddioddio guardate si tengono la manina! ci sarà di mezzo l’eredità?” sulle quali parecchie sciampo-giornaliste amano esercitarsi di tanto in tanto a proposito di Veronica Lario [1] – facendone nel peggiore dei casi un simbolo di coraggiosa e indomita affermazione femminista – risentono tutte di un fondamentale equivoco grosso così, alimentato negli anni da una sottile campagna di promozione pubblicitaria (messa in atto col contributo delle stesse agguerrite sciampiste e di un manipolo di compiacenti minchioni – ultimo in ordine di tempo quel paramecio comatoso di Walter Veltroni) per cui si parte ogni volta dallo stesso sgangherato assunto di fantasia: che Veronica Lario sia una donna ricca di stile molto intelligente molto colta e molto garbata molto raffinata (che in pratica cioè sarebbe molto meglio del marito – che come si sa è rozzo, sguaiato, volgare e un po’ tonto).

Per capire Veronica Lario quella vera, spogliata di questa sua sopravvalutante reputazione fatta di saliva, non c’è niente di meglio che immaginarsela nei panni della biondona ignorantissima di Criminali da strapazzo, che accidenti le stanno su a pennello (certo con le dovute differenze – per dirne una: che a suo marito, suo di Veronica, il colpaccio gli è riuscito prima ancora di sposarsela), e la storia è questa: che a un certo punto Veronica Lario deve essersi scocciata di starsene in panciolle a galleggiare nel piscinone sotterraneo con le pareti tappezzate di televisioni, deve essersi scocciata di trascorrere infiniti pomeriggi spostando zebre di ceramica e pierrot ingioiellati e arpe di cristallo da un salotto all’altro e dev’essersi pure scocciata di giocare con i domestici nella camera delle torture e di telefonare a vuoto “no signora guardi è a colazione con Dell’Utri e la signorina Tetta Matta del Drive In”, tanto più che il marito s’era messo a invitare prestigiosi uomini di cultura per una visitina del suo splendido giardino più mausoleo, non le andava a genio di passare per la frivola ex-attricetta fallita e sfaccendata che fa da soprammobile riproduttivo del boss, e poi che strazio ai party con la meglio dirigenza der bigonzo averci da vantare appena quella misera particina nel film più brutto del mondo e tutti allora che si mettono a pregarla “e dai facci il braccio mozzato che sanguina! e dai facci il braccio mozzato che sanguina!” e lei che corre in cucina a prendere il ketchup e ci si insozza il vestito da sera, ah be’ che cavolo, che umiliazione! era necessario prendere al più presto qualche drastico provvedimento;

e così, come capita alla biondona ignorantissima (“trasformare una zozzona come me in un articolo di classe?”), Veronica Lario decide di farsi cucire addosso una controfigura pubblica un pochino meno inutilmente inutile che fosse il più possibile vicino a quel genere ideale di virtuoso angelo del focolare dedito ad attività e piaceri profondamente intellettuali letterari e artistici (ovvero: la casalinga stramiliardaria con le mani in mano senza neanche un rubinetto da lustrare [2] che interpreta l’iconcina della sofisticata nobildonna di bianco merlettata che legge assorta alla luce del caminetto al plasma): detto fatto! fedele all’insegnamento del marito, Veronica Lario sa bene che non c’è nulla di più facile, basta saperla raccontare nel modo giusto – e poi ok tocca trovare qualche gonzo che faccia girare la voce: ma quello è un gioco da ragazzi, c’è la fila fuori – e così piano piano il bruco-bburino si trasforma in una bburino-farfalla: da promettente artista a riposo, Veronica Lario proclama il teatro la sua grande passione (oh, come la Marini! del resto c’hanno entrambe un carrierone teatrale che se la battono), da piccolina è stata temprata sui classici del pensiero occidentale (amava Proust sopra ogni altra cosa: “ogni volta che assaggio una cotoletta, nel momento che le briciole di impanatura mi toccano il palato, ah!, avviene in me qualcosa di straordinario”), prende a firmare qua e là ridicoli articolini dove si cita gente di cui lei non sa niente ma gli studentelli imprigionati a pane e acqua giù in cantina le hanno assicurato che sono tutti tipi famosissimi (“scusate ma chi, Mary Popper la tata volante?” “ehm no signora Lario, il filosofo”),

l’elevata educazione dei figlioletti sempre al primo posto (li spedisce in esilio nelle scuole coi nomi strani che lei nemmeno riesce a pronunciare così diventano intelligentoni e gli fa leggere i ritagli di giornale con le notizie più importanti per stimolare il dibattito – “ops che stupida scusate è più forte di me, l’ho ritagliato di nuovo a forma di omini che si danno la mano”), esibisce banali pensierini moderatamente in opposizione con quelli del marito (che è molto più fine ed elegante e poi in fondo che sarà mai, si tratta di robine prudentemente progressiste così inoffensive – e tutti stupiti le dicono “oh ma che donna dalla brillante indipendenza!”), si compra un giornalaccio vanitosetto finto-anticonformista di quart’ordine (non c’avrà a disposizione un fascinoso mentore alla Hugh Grant, ok, ma anche Giuliano Ferrara c’ha un sacco di cose interessanti da insegnare – per esempio come si fa a spararsi millemila ore di allucinanti sproloqui televisivi e beccare un consenso zero virgola zero periodico, che non è mica facile) e poi ovviamente quando per un attimo è sembrato fossimo lì lì sul punto che alle conferenze stampa del consiglio dei ministri il marito avrebbe cominciato a chiedere un parere al suo pisello “e tu Pierwilly che ne pensi?”, allora hanno colto l’occasione per sfoggiare lo scambio di fake letterine e con queste inaugurare un genere nuovissimo di telenovela via quotidiano che siamo tutti felicissimi di sorbirci e commentare molto seriamente (e che goduria, mucchi di anzianotte rinco-femministe andate in solluchero con un niente, tutte emozionate che scuotono i pugnetti artritici e gridano vendetta) – così facciamo finta che Veronica Lario non sia soltanto una cascante e sfatta versione in via di scioglimento del solito stereotipato donnino Mediaset, la salma dell’ex-ex-ex-pupa del capo che si imbelletta da pagliaccio si frisetta il capellone si gonfia e stiracchia dappertutto e sputa fuori le tettazze mosce come una giovane cafonissima wannabe-soubrettina qualsiasi col faccione da pugile suonato, facciamo finta che non sia più soltanto quella stessa triste ragazzotta bburinona senza speranze che Berlusconi vide per la prima volta tanti anni fa mezza nuda e pensò “dopo se c’ho tempo questa me la faccio, tu che ne pensi Pierwilly?”.

[1] che forse non lo sapete (io non lo sapevo), è un omaggio in gran stile alto-brianzolo alla biondona d’altri tempi Veronica Lake
[2] perché sì la consorte casalinga del sovrano, che non c’ha un tubo da fare, può permettersi di realizzare appieno lo spaventoso luogo comune dell’eterea femminilità predisposta alla cura dello spirito e del mondo immateriale delle emozioni e del sentimento (e quindi certo adatta alla delicata empatica gestazione del marmocchiume schifoso – ehi sono queste qui le cosette per cui le femminelle son fatte; tutto il resto, le concrete materialissime pratiche di tutti i giorni, quelle sono riservate ai più terreni e rudi omaccioni)

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