Patrizia Mirigliani, per una biografia non autorizzata

la famiglia mirigliani, il golem e il gargoyleLa cosa che davvero mi fa cascare le braccia di Miss Italia è che bisogna cuccarsi tre ore di noia assoluta, condite della vuota routine a manovella del solito sempre gobbo e svampito Mike Bongiorno – più l’ostentato insopportabile ilare entusiasmo a tutti i costi di “sfido l’abolizione della pena di morte rifacendo ancora una volta sbirulino e cantando New York New York” Loretta Goggi – tre ore di tortura da santa inquisizione per godersi quelli che in tutto saranno due o tre minuti di puro divertimento: i faccioni orrendi di quelle miss befanone non-si-sa-bene-cosa che uno si diverte a pensare le peggio cose sui familiari trafficoni che le hanno raccomandate spietatamente (ma è solo un gioco, cosa pensate mai, il concorso è onesto e pulitissimo – che sciocchine maliziose!), e poi soprattutto la cosa più bella di tutte, le sostenutissime pose di quel paffuto gargoyle medievale che risponde al nome di Patrizia Mirigliani.

Chi è Patrizia Mirigliani? Non lo so – a guglare non si trova niente. Va be’, figlia di Enzo. E? Cos’è Miss Italia, una monarchia ereditaria? Boh, chi è, non si sa. Però, a giudicare da quel poco che si vede, posso provare a immaginarmelo. Proviamo.

Patrizia Mirigliani è una di quelle persone che nascono da un genitore già anziano e tutti quando son piccole a guardarle pensano commossi “eh poveretta, quando avrà dieci anni suo padre sarà così vecchio, forse non ci sarà più”, e invece poi la bambina arriva lei stessa a superare i cinquanta e il genitore già anziano all’epoca, non si sa grazie a quale straordinaria tecnologia extraterrestre, sembra ancora vivo e tutti inorriditi pensano “gesù cristo, è come in quel film dell’orrore, come si chiama, Psycho, solo che questo qua un po’ cammina”.

alien versus predator: progenie mortaleIl genitore già anziano non si sa bene come e perché (provatevici a guglare Enzo: niente) capeggia un concorso nazionale di bellezza, super famoso, pieno di corteggiatissime femmine poppute e coscelunghe. La piccola Patrizia incarna purtroppo lo stereotipo opposto, quello della gnappa meridionale larga e bassa, tutta scura, col musetto rotondo pongoso e ingrufolato di un personaggio alla Uderzo (uhm, Beniamina direi – ma anche Automatix, il fabbro, a cui l’accomunano peluria e baffoni a manubrio). Hai voglia a convincere il papino anziano che alla svolta del millennio (il primo, dico) gli standard di bellezza son lì lì per cambiare, e che sia meglio precludere l’accesso a quelle più alte di un metro e quaranta: il vecchiardo cocciuto non c’è mai cascato.

patrizia mirigliani disegnata da uderzoA sto punto, se non è possibile cambiare il sistema subito, dall’esterno, la giovane Patrizia decide di impegnarcisi da dentro, pian pianino, facendo non si sa bene cosa nella gestione del concorso: riserva un odio mortale per le concorrenti che non si accorgono di lei e ci inciampano sopra dietro le quinte, si esprime acida e tenta di boicottare tutte quelle che non rappresentano l’ideale di bellezza italica che sente più vicino (il più italico di tutti! assolutamente!), quello da mondina etichettata sulla pastasciutta; fa il suo esordio in televisione come porta-padella della cariatide e, intanto, impara anche lei ad utilizzare la tecnologia aliena per sistemarsi quel suo aspetto da parrucchiera di provincia, così che dopo lunghissimi sforzi (non so – spero per lei che quel naso là a chicane non sia il frutto di un’operazione di chirurgia estetica), finalmente, può farsi passare per una parrucchiera di città.

Passano gli anni ma il vecchio non molla, è più tosto di una ciabatta cotta alla griglia. Ma non importa, perché la fase della successione s’avvia ugualmente: in fondo, il vecchio è ormai ridotto ad un involucro senza vita, un golem arteriosclerotico al servizio della figlia, che se lo trascina dietro al guinzaglio e ogni tanto lo porta ai giardinetti. E’ pure utile farselo sedere accanto in platea: guardarlo in faccia è come guardar dritto negli occhi il tristo mietitore; così che a distogliere lo sguardo e a posarlo più in là, toh, quella simpatica cicciottella che s’atteggia tiratissima a gran dama di gran classe, ma dai, è quasi piacevole darle un’occhiatina. L’unica scocciatura è che il vecchio, disperatamente sordo, ogni volta che s’accorge che qualcuno sul palcoscenico parla di lui, si volta sconcertato verso Patrizia e le mormora “cazzo ha detto quella? e chi cazzo è? cazzo vuole? chi cazzo sono io? e tu? cazzo se sei grassa”.

patrizia meets frankensteinPatrizia ci s’è abituata, col tempo, a tenersi appresso il fastidioso ronzio del vecchio. E oggi eccotela, soddisfatta e giuliva: il concorso rimane la minestra muffita di noiose banalità che è sempre stato, Patrizia ha abbandonato l’ambizione rivoluzionaria di veder incoronare una vedova calabrese, s’accontenta di mettersi in prima fila, truccatissima e firmatissima, muta come un pesce (ah no, ogni tanto dice delle robe, molto buffe), sorridente sempre, aspettando col batticuore quell’unica occasione l’anno che ha di sentirsi più bella delle belle, più importante delle Miss: il momento dell’ospite internazionale, la superstar dei filmi, l’attorone hollywoodiano a cui è dedicata la seggiolina accanto alla sua, propria la sua, di Patrizia. E non è una emozione grande grande, vederla alzarsi ingioiellata come in uno spot pubblicitario per sbaciucchiare amichevolmente Bruce Willis o Sylvester Stallone, e poi sedircisi accanto tutta dritta come un fuso, lei, finalmente padrona di casa, questo donnino qualsiasi tutto pieno di regal contegno, che emozione.

Non vedo l’ora sia domani: chissà qual è il super ospite straniero che hanno invitato quest’anno per non cagarsela di striscio.

professoressa Moratti

O anche: ogni singolo nucleotide della mia doppiaelica fa di me la perfetta incarnazione della professoressa di scuola media, quella anziana un po’ rimbecillita, imbalsamata, ovviamente malvestita, che non c’è verso di farla ragionare e ti fa la predica acidissima ogni volta che ti sgama a chiacchierare col vicino di banco (tzè).

mi hanno insegnato che così si fa per dare l'idea che sto pensandoLetizia Moratti, se Tim Burton la conosceva, c’è il rischio che la metteva a fare una particina in quel piccolo paese di plastica dove va ad abitare Edward mani di forbice. Certo, toccava darle un tocco di colore e vivacità e frivolezza in più – diversi tocchi a dire il vero – ma la base c’era. Più colore, appunto, meno naftalina, meno ragnatele, ma insomma, forse forse che avrebbe pure rubato il posto di Joyce a Kathy Baker. La cofanona di capelli, quel casco fonatissimo dall’aspetto improbabile (a cominciare dal colore, da falegnameria: ma che è, mogano? noce?), così come anche la faccia grinzosa e incattivita, ma col grugno sempre pronto a trasformarsi in un bel sorrisone di quelli falsi a dentiera completa, be’ oh, che cavolo, ci stavano proprio a pennello. Anche il sex appeal da divano sfondato, perfetto. Sui vestitoni lunghi e castissimi sempre sotto alle ginocchia, invece, ste palandrane pastello che non finiscono mai, o quei tailleur robotici sulle tonalità dell’antimateria, be’ su quelli avrei qualcosa da ridire, come anche sui foulard da hostess, o sul gioiellume da cofanetto in madreperla gelosamente custodito dalla nonna (rispolverato in pompa magna solo ed esclusivamente per la messa la domenica). Anche sulle unghiette lunghette ma non troppo, curate sì e arrotondate al millemetro, da signora bene, anche su quelle ho qualche dubbio. Ma poi, boh, perché si mette questo trucco smorto, un tantino cadaverico (ehi ora che ci penso,letiza moratti nel ruolo di joyce perché no, pure una particina in La morte ti fa bella, non ce la vedete?), con queste macchioline azzurrine intorno agli occhi che sembrano i resti del trucco di sei mesi prima (dopo che hai fatto la fine di Laura Palmer… toh, un’altra possibilità – che cavolo, una carriera buttata alle ortiche). Poi, ok, bisognava far anche qualcosa per la parlata, monocorde e inespressiva, noiosissima, a vanvera: c’era pure da doppiarla.

No, scusate eh, ma il corteo di ieri m’ha fatto tornare alla mente dei vecchi ricordi che credevo sepolti: quelle torture di gite scolastiche in cui nessuno voleva essere dov’era, tutti volevano andarsene via, ed era un continuo “tu! lì! tu! qui!” della prof. Che appunto, la Moratti sarebbe la prof, quella organizzatrice; Berlusconi – uhm – lui ce lo vedo bene come prof accompagnatore, quello vecchio e panzuto di ginnastica, che però va in giro tutto tronfio pancia in dentro e petto in fuori, che ancora poverino si crede un adone fascinosissimo. Be’, oh.

Letizia Moratti malvagallery (pescate a caso su google): 1, 2, 3, 4, 5, 6

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