Un’altra settimana che s’apre a colpi di malvacarpet, quanto ci piace? Questa volta tocca agli Mtv Europe Music Awards, la versione sfigatella in piccolo dei Video Awards mmerigani, un eventino così desolantemente trascurabile che non soltanto guardie cecchini e buttafuori sono sprovvisti di identikit segnaletici Dead or Alive con le faccione sorridenti di quelle vesciche pruriginose dei Finley [1], ma addirittura (pensate!) si prendono le vesciche e le si mette ufficialmente in lizza per un Award (non so cosa, di preciso: ma dato che erano in competizione coi Tokio Hotel [2], uhm, immagino fosse un Most Idiot Carampan Supporters). E il desolante eventino non poteva che esser presentato da una desolante scemina [3], la Katy Perry di I kissed a girl (uuuh! scabroso! sapesse cos’è che combinava la Asia Argento dei bei tempi - ah, sigh sob, nostalgia canaglia!), una bamboluccia da quattro soldi programmata per inanellare con disinvoltura stupidi eccessi di esagitata io-sono-originalità miniclub (i vestitini simpaticissimi guarda-là-che-burlona-fuori-di-testa) e trasgressività ironichetta maestra-ha-detto-pupù!!! (uuuh! scabroso! il rossettone gigante che rappresenta un… oh, no no, divento rossa, non riesco a dirlo!), un inarrestabile cataclisma di comicissime smorfie maliziose e ingenuotte e spiritate che non si ferma mai, e il risultato è che bastano un paio di minuti appena di Katy Perry e non desideri altro che farti una pera di raggi gamma, diventare verde e grosso e spaccare tutto (per la cronaca - nel susseguirsi velocissimo di travestimenti buffoncelli - vi segnalo il coso di raso blu con le tette vedenti e la borsetta luccicante a forma di pasticcino alla crema, il magliettone con l’inspiegabile asse rigido sulla pancia, il costume ermafrodito, la gonnella col carillon rotante).
Un’altra cheapissima originaletta canterina è Katie White dei Ting Tings, che s’accoda pure lei al mucchione di cartonati very cool che cavalca senza ritegno la dilagante rivisitazione boho del coattume anni ottanta (e che cavolo però, che fantasia questi agenti costruisci-bamboline: c’ha il vestitino coi rigoni orizzontali che hanno trovato sulla pagina Wiki di Katy Perry, i cui agenti a loro volta hanno scopiazzato dall’estetista bburinona de Le ragazze della terra sono facili). Mi è piaciuto anche il frontman dei Killers, Brandon Flowers, che (sempre a proposito d’anni ottanta) c’aveva il giacchino con le spalline e lo stemmino nobiliare ornati con vero piumaggio di fagiano come ce l’hanno i dignitari di Zamunda - e non erano da meno i suoi compagni di merende, quello che sembra Red Ronnie dopo una vasca di Crescina col pezzo di sopra del pigiamone di Tigro, Nick Cave col giacchetto porta borsa-dell’acqua-calda da pensionato del club di briscola e Paolo Brosio elegantissimo con lo smoking e il toupet della madre quand’era giovane. E sempre in tema d’io-sono-originalettume anni ottanta (versante trasandescion), ci credereste, c’è il tizio dei 30 Seconds to Mars, il frangettuto eyelinerato Jared Leto, che sfoggia il camicione flanellato da boscaiolo annodato in vita [4], l’ultima volta che ne ho visto uno portato così, boh, mi sa che ce l’aveva Robbie Williams ragazzino (oh, a proposito, i Take That l’avete visti? se lo sarebbero voluto giocare all’ultima rughetta con Bono, il premio per i Bolsi più Bolsi della serata, ma mi sa che no, non c’è stata storia: il visierone arancione, la camiciazza jeans attillata sulla panza, la collana etnichetta a pallettoni sul petto glabro sudaticcio, la mano in immersione a ravanarsi la paccottiglia - no che non c’è storia, che straordinaria laida Bolsità! Bono se la stravince).
Poi, va be’, dell’orrendo involucro “omino di latta del mago di Oz” [5] che s’è messa Beyoncé ne hanno parlato un po’ tutti: la versione originale prevedeva i pantaloni pendantizzati e le scarpe ortopediche, ok, ma dovete capire che è contrario all’etica da sexy bburinona urlatrice lasciarsi scappare una qualsiasi occasione per esporre i ghetto-coscioni, al diavolo la filologia fashionara!, piuttosto si può pendantizzare lo scafandrone con un bel mono-guantino cardinato Freddy Krueger goes to the manicure (e le unghie pittate sulla stessa tonalità grigio metalmeccanica); come al solito invece si butta sul demenziale la sorellina scarsa di Beyoncé, Solange Knowles, che non conosce altre valide strategie per farsi notare (a parte il classico uomo sandwich col cartello a forma di freccia “E’ la sorella di Beyoncé!” che la segue giorno e notte), vestitino corto con le paillette giganti e giacchetto con manicotte gonfie da sbandieratore del Palio di Siena. E finiamo con Estelle, arrotolata nell’isolante termico strizzatette sul malvacarpet, e poi sul palco, a bordo del mega-deltaplano azzurro.
[1] c’era anche Tiziano Ferro, ma che c’entra, lui serviva le tartine durante l’after-party
[2] la parruccona di Bill Kaulitz mostra una sconcertante somiglianza col materiale del gilettino pelliccioso, ed entrambi mostrano una sconcertante somiglianza con la pelliccia d’orso dei colbacchi delle guardie reali inglesi (a-ah! ecco una bella soluzione al loro problema: scalpizziamo il cretinetti!)
[3] co-conduceva Perez Hilton in tenuta da prima comunione
[4] e sì sì c’avevano tutti quanti, Leto e i suoi amichetti, la magliettina di Barack Obama: che è andata fortissimo, ehi! ce l’aveva pure Katy Perry (immagino assisteremo nei prossimi mesi ad un clamoroso inflazionamento dell’Obama-faccia: può darsi che arrivino a raccontarci che Joe Rivetto era stato concepito così dall’inizio, che era Barack Obama da giovinotto)
[5] questa non è mia, me l’ha suggerita Sara: grazie Sara!
Se c’è una cosa che mi diverte un sacco nello sciropparmi gli instant-libracci prendi-i-soldi-e-scappa di questo o quel vipparolo in rampa di lancio, è lo spettacolo clownesco dei salti mortali effettuati dal triste scribacchino di turno per garantire a questa loro sbobbaccia inutile senza capo né coda un minimo sindacale di contenuti e forme interessanti, gioconde e simpatichette (a volte seriose, gravi e solenni: là in quei capitoli dove si imposta la vociona baritonale per sentenziare d’argomenti tanto tanto importanti, vita morte dolore, “là dove ci si mette a nudo l’anima” - questo ovviamente in minima parte, ché lo sanno benissimo, ci si compra il libraccio vipparolo sperando di trovarci qualche atroce gossippata topsecret [1], mica per altro, non certo per scoprire che l’ultimo dei presentatori coglioni crede di essere la reincarnazione logorroicizzata - bum! - di Osho):
Continua a leggere »
Lo so io che uno come Marracash [1] altrimenti non ci arriva, allora glielo spiego in termini facili facili così magari chissà gli viene qualche dubbio, ci ripensa e torna a spacciare i biscotti porta a porta con le coccinelle scout: se risulta che tutto quello che fai, tutto quello che dici e come lo dici, tu stesso tutto intero - per esempio quando spieghi del tuo ultimo video: “una roba ispirata a 300, cioè quindi Annibale che arriva sull’elefante e l’esercito” - se risulta che ti si potrebbe prender su di peso, uguale uguale senza neppure un piccolo aggiustamento di copione (a parte ok un po’ di risate pilotate del pubblico qua e là - per esempio in coda a versi rap che sembrano fatti apposta per suscitare ilarità tipo “sono così il capo che dovrei stare a Città del Capo zio!”) e ficcarti nel cast di un qualsiasi programma comico-satirico e davvero non ci sarebbe modo di distinguerti da un qualsiasi fittizio personaggio coglioncione da sfottere allegramente, ecco, allora non è che serva a granché citare nelle interviste un paio di titoletti della biblioteca del Buon Quindicenne (John Fante, nientemeno! e gli aforismetti “Mi sveglio sempre dopo mezzogiorno come diceva Bukowski”, robetta da enfasi trasandata usa-e-getta per disgraziatissime Melisse Pì [2]) citazionismo da quarta di copertina così per il gusto speciale di farsi vedere borgatari sì ma anche finemente self-acculturati (una trovata parecchio comica del resto: non ne sai un’acca, non ne hai mai letta una pagina e la butti in caciara, immedesimandoti ad esempio nel ritrattino del Raskolnikov dostoevskiano [3], “un po’ come ero io, rubavo gli zainetti in discoteca e pensavo che se lo meritavano perché erano stati disattenti”), non c’è niente da fare allora, perché sei peggio di un coglioncione fittizio da palcoscenico, tu sei un coglioncione per davvero.
Ogni tanto sulla scia di qualche herpes-tormentone da classifica compaiono in giro i faccioni inebetiti di questo genere di cazzari hip hop - e adesso è il suo turno, del cosiddetto “Marra” (sito) - poveri sempliciotti egomaniaci a cui vengono rivolte in varie salse le solite domandine facili e carine suscita-scandaletto-ma-daaaai (”Era così terribile la scuola che frequentavi?”, “E’ vero che rubavi”, “Cosa rubavi? E daaaaaai, diccelo, muoio dalla curiosità!”) che ruotano tutte intorno allo stesso domandone da un milione di dollari “Perché i giovani sono così stronzi? E perché quelli squattrinati di periferia sono ancora più stronzi?”, domandone a cui i cazzari hip hop sono ben felici di rispondere, prontissimi!, essendo maestri indiscussi di verità moraleggianti formato mignon (per dire, “Io possiedo i soldi non sono posseduto da loro” oppure “Io non credo che la cultura istituzionalizzata possieda un predominio rispetto alla istintività o alla ignoranza che trovi in strada” [4] oppure “La gente cerca certezze e con le certezze trova l’omologazione che è una specie di morte in vita”) ed essendo espertoni di gioventù bruciata on the road (nel senso che cazzeggiano tutto il giorno con le comitive di ignorantoni cosplayer disoccupati - ah sì perché gli fa gioco raccontare che loro hanno fatto mille lavori diversi, è il gioco del “hai visto prima nessuno capiva il mio genio, facevo una vita modesta facendo lavoretti modesti, ma dentro di me c’era il beat del cuore d’artista“, non è vero niente, in ogni intervista il Marra tira fuori un lavoro diverso, ne dimentica qualche altro, dice che ha fatto l’elettricista e l’intervista dopo dice che non è capace di avvitare una lampadina, cose così, le spara a casaccio [5] - un branco di stupidoni post-post-post-adolescenti conciati da bimbominkia un bel po’ troppo cresciuti che si travestono da rappe’ mmerigani [6] e giocano a fare gli induriti dalla vita bastarda e rappano sconclusionati rinforzandosi l’un l’altro dicendosi che sono musicisti e che scrivere cretinate in rima “è cioè zi’ grande storytelling” - questa l’hanno presa dai programmi Paola Maugeri - altro che Dostoevskij - che sia maledetta nei secoli dei secoli, e che s’apponga alla sua progenie il marchio dell’infamia).
Il problema è che questi cazzari hip hop non rappresentano un bel niente, se non uno squallido e sconfortante ripieno lievitante di stereotipi di bassissima lega: sono interpellati in carica di consapevoli portavoce del nulla, ma loro sono il nulla, un pezzettino del nulla per lo meno - e non ne hanno la minima idea! - se la scoattano galletti da outlaw ribelli e anticonformisti, quelli che hanno capito come va er monno e che se la comandano cantandolo sinceri e coraggiosi “senza peli sulla lingua”, convinti che ci sia qualcosa di interessante e significativo nella loro collaudata catena di montaggio pseudo-musicale (con tocchi sporadici - lo riconosco - di geniale poesia mentecatta: “da bimbo non avevo l’uovo Kinder, cercavo le sorprese dentro gli Eastpak”) che combina variamente i tipici blablabla sfanculanti del kit di idiozie surgelate Rappettone Sfrontato che dice le cose vere e scomode, Oggi Puoi! Con audiocassetta per rappettoni ciechi e/o analfabeti: lo scazzo - la droga [7] - la periferia alienante - il gergo mocciesco [8] - la volante della pula - le mignotte - televisione cacca - le parolacce col bip autocensurante con lo sghignazzo (hai capito, che lenze? lo fanno per sfottere noi altri benpensanti che ci scandalizziamo per un nonnulla) - la grana - i locali - il rispetto paramafioso [9] - ehi bambina - l’autoreferenzialità paracula anti-major (”il sistema mafioso che non mi pubblica” eh sì, perché racconto le robe di denuncia-cha-cha [10])
e ovviamente i minchioni sono convinti di produrre un qualche non meglio identificato profondo contenuto (”Il mio pezzo è riuscito ad arrivare multi livello. Può agganciarti solo per il ritornello, ignorando il testo e il messaggio del disco. C’è della gente che guarda in superficie e c’è chi scava in profondità”: forse parla delle profonde metafore tipo il “parallelismo tra i personaggi che abitano la metropoli e gli animali della giungla: per questo vedi ad esempio il gorilla che mi guarda contare i soldi, il serpente che mi fa la soffiata, la tigre, la giraffa che si becca la cazziata“) e credono persino che nelle loro cose ci sia dell’originalità quasi quasi d’avanguardia [11] (quasi, ehi, meno male che si trattengono - il Marra dice “Ho voluto favorire la comprensibilità del mio messaggio anche perché io sento fortissimo il bisogno di comunicare con il rap e voglio che la gente capisca quello che dico: non mi piacciono molto le avanguardie… voglio essere nel mio tempo, non più avanti di anni. Ci sono pezzi nel disco in cui mi lascio andare ancora a qualche gioco di parole un po’ complesso ma in generale ho voluto essere il più comprensibile possibile… c’è qualche punto un po’ difficile, con un linguaggio abbastanza di rottura“: immagino c’abbia in mente “sono bi-polare troppo po-polare per un bi-locale” oppure - ah sì, sicuramente questa - “Pimp My Ride qua già dal ‘95, cresciuto con in testa questo, vruuum vruuuum waaaaa“), ci mettono dentro le citazioni vintage nella speranza di distinguersi un tantinello in ricercatezza e creatività (il Marra lo giustifica dicendo “Eh sì io in macchina da piccolo con miei genitori ho imparato a memoria tutte le canzoni anni sessanta, sono un grande appassionato” - in realtà è tutta farina del sacco di qualche abile produttore - l’intervistatrice gli chiede “La riconosci questa? Gira il mondo gira nello spazio senza fine, con gli amori appena nati con gli amori già finiti” e il Marra grattandosi la testa “Ah no, boh, non la conosco”); se c’è un motivo d’interesse, nel sentire questi trucidi stupidoni concionare sul perché e il percome di questo o quello stato di disagio giovanile, be’, è precisamente lo spettacolo tutto intero della loro stupidità e ignoranza e ripetitività e disperata imitazione, sono le ovvietà e la seriosità narcisa con cui s’esprimono sgangherati, quello sì, che è rappresentativo di qualcosa, loro malgrado.
[1] oh ma bello il nome, simpatico, un giorno lo troveremo questo signor chissà-chi e sfogheremo su di lui trenta anni di frustrazioni da Joe Yellow a Den Harrow a Red Ronnie a Don Joevanni - com’è che in trenta anni nessuno l’ha mai beccato? dove vive? come si chiama? è sotto scorta?
[2] quanto sia cicciotta la sua cultura letteraria - e non solo, pure musicale - la dimostrano anche perle autobiografiche come questa qua: “Sono un fan storico di Vasco, che ha influenzato tutti in Italia e sicuramente anche me, del resto mi piace la letteratura e quindi un certo cantautorato ha sicuramente avuto la sua influenza su di me.”
[3] no no, tranqui fra’, non c’è bisogno che lo gùgli, te lo dico io: sarebbe il protagonista di quel romanzo che citi sempre, Delitto e castigo (e no! no! quante volte te lo devo dire? Non faceva il maestro di tennis!)
[4] ah be’ certo, sempre per tornare in tema di Melisseppiàte, che bello: “Onestamente penso che la cultura sia soltanto dare un nome a qualcosa che già hai dentro, una specie di reminiscenza: per farti un esempio quando ho letto Baudelaire mi sono ritrovato subito nello spleen”
[5] ma lui ci tiene “avendo un rapporto diretto con certe realtà non posso permettermi di infangarle sparando cazzate”, e infatti, per l’appunto: non fa altro
[6] il Marra si lamenta “I media hanno dei preconcetti clamorosi, sono molto appiattiti sui modelli americani: escono sempre paragoni con artisti come ad esempio 50 cent… paragoni che lasciano decisamente il tempo che trovano”: e va bene, Marra, capisco che tu preferisca la più dimessa stilosità da kebabbaro della banlieue parigina, però non so se hai notato che quella banda di pacchiani sfigatoni che t’accompagna, i Club Dogo, c’hanno i cappellini oversize mmerigani girati sulla testa, le pentole antiaderenti sul petto, le catene e i pantaloni sbragaloni, insomma, ehi, sono le comparse di un video di P. Diddy che va nella giungla e insegna ai primati a non strapparsi di dosso i vestitazzi della sua linea d’abbigliamento (perché sì non è che basta sostituire lo sfondo su cui vi muovete gonzi con quegli stessi gestucoli da papponi strafottenti d’oltreoceano, mettendo i metalmeccanici di periferia e le birrette discount al posto delle limo e dello champagne, gli alberghetti putrescenti a una stella al posto delle grandi suite coi plasma giganti, la ex compagna di liceo che fa la cassiera che dimena la cellulite in bikini al posto delle mignottone snodate di prima classe: questo non è realismo, questo siete voi che sbavate, è vorrei ma non posso)
[7] “è come con l’amaro dopo cena”, leggendario: guardatevi il video delle Invasioni Barbariche qua sopra, se vi va
[8] gli “zii” e i “fra” non si contano, ma pensate il Marra che forza, c’ha pure voglia di pigliare per i fondelli quel tiro-a-segno-umano di Mondo Marcio perché usa “uomo come intercalare”, be’, chissà che flammoni nei rispettivi forum, una guerra tra bande, si tireranno le caramelle
[9] m’è piaciuto molto quando Giancarlo De Cataldo, sempre alle Invasioni Barbariche (potete vederlo nel video, qua sopra), ha definito “un codice para-mafioso” il “rispetto” violento e bullesco sul quale sproloquiava tutto contento Marracash (m’è piaciuto di meno, De Cataldo, quando ha detto che il Marra fa cultura, che dice ai ragazzi che leggere è figo e questo è un bene: ma ahimè non dice questo, il Marra, dice che sapere a memoria il titolo di qualche libro e andare a sbandierarlo in giro senza saperne un accidenti è figo, ecco cosa dice, altro che cultura, è la teoria della cultura cava ecco cos’è)
[10] anche quella cima di Linus c’è cascato, e ne apprezza “l’originalità del linguaggio, soprattutto quel senso di appartenenza a una periferia un po’ emarginata ma non per questo rassegnata. E’ un po’ quello che avevo scritto dopo l’intervista coi Club Dogo, mi rivedo sempre in questi milanesi con l’accento pugliese, cresciuti senza soldi e con tanti problemi ma non per questo depressi e apocalittici” (eh sì, infatti, come quando i Club Dogo cantano “mi hanno detto che l’industria è una puttana, zio te lo mette nel culo come Dolce con Gabbana” oppure “brucia e calpesta se ti va male, infesta le galere zio”)
[11] non vuole essere spettacolarizzato, lui che c’ha il cuore puro, e se la prende con le boyband (ah, che impavido!) e in generale con quel sistema che “cerca sempre il fenomeno, il pazzoide, lo spacciatore, il complessato, sempre qualcosa oltre la musica, a me interessa solo la musica” (u-uh, c’hai ragione c’hai, come quei fenomeni che cantano “rimo da quando le tipe non c’avevano la figa rasata” o quei pazzoidi “se nomini me subito dopo fatti beccare, zio, meglio due schiaffi se ti rispondo ti fa più male!” o quegli spacciatori “dal vicino ritiro un kilo, lo tratto con l’olio del motorino e lo rifilo” o quei complessati “io il re delle fogne, assaggia le gogne, i soldi che non ho, l’arte dell’arrangiò, e quella di trovarsi rogne”)
Che cosa succede quando una sfrenata ambizione all’imbburinimento ganzetto in stile Lenny Kravitz goes to Brianza si scontra con un insopprimibile (e tragicamente inconsapevole) temperamento ridicoletto alla Carlton lo gnomo buffo del Principe di Bel-Air (come sarebbe che non ve lo ricordate, ma dai, lui!) - che cosa succede?
Succede che ne esce un malvo di questo tipo qua, che se ne va in giro tutto ciondoloso e dinoccolato coi capelli sbrilluccicosi e gli occhialazzi a specchio da maestro di sci anni ottanta (1), esibendosi negli schiocchi digitali a tempo (2) e in una mugugnosa litania gargarismatica storpia-inglese (3 - non saprei dirvi cos’è che stava ascoltando sull’iPod verde pisellino primavera - 4 - probabilmente qualche annichilente schifezzona house, anche se a giudicare dai suoi strani rumorini labiali sembrava più una roba ambient sul genere cinguettino rilassante di uccellini che soccombono sotto le macerie durante il crollo di una fabbrica di fisarmoniche - che sarebbe meglio della robaccia house, comunque), nella sua magliettina attillata Abercrombie & Fitch (5 - ovviamente tarocchissima, una versione tamarrizzata della marca da fighettini bbene con tanto di mega-orpellone pettorale, numerone e scritte varie senza senso), l’orologio enorme a pannello solare (6), gli stivali da astronauta (7), il pezzo di sotto del pigiamone invernale (8) e l’inutile braccialettone di pellazza grezza da Cimmero (9).
Questa settimana su XL (la rivista cioè - ricordiamolo per gli sprovveduti - intesa a solleticare l’ego dell’esaltato pischellino io-sono-originale che vorrebbe vivere scontornato al photoshop dentro una pubblicità di quelle appariscenti ed eccentrichette di Mtv [1]) c’è un grosso spazio riservato alla cosiddetta Vita da emo, un lungo reportage firmato da tale Valeria Rusconi che parla delle greggi emo-bimbominkia che il sabato pomeriggio pascolano in Piazza del Popolo a Roma, corredato da una doppia intervista-colloquio a due mentecatti purissimi che si chiamano Dario (il front-idiot dei dARI, cioè i Tokio Hotel che incontrano i Finley che incontrano una tac al cervello - “ehi! ma c’è un pennarello qua dentro!” - che incontra una band di fuoriusciti da Amici di Maria De Filippi) e Francesco-C (sì sì come la Spice Girl; è uno “ke sognava d fare la SuperStar e ascoltava un sakko d vekki 45 giri kantando e saltando”, parole sue, dalla sua biografia): la cosa degna di interesse - oltre che di biasimo, e di pernacchia - è che tutta la faccenda emo-bimbominkia viene raccontata in modo così ottusamente serioso da attestare, enfatizzare e addirittura tragicizzare l’auto-leggenda (che è parte essenziale del personaggio, lo sapete, sono loro stessi che l’attizzano e la fanno circolare) dell’emo problematico che viene deriso e disprezzato da tutti a causa della sua speciale unicità, così che finisce per venirne fuori un cretinissimo inno mitizzante “poveri emo viva gli emo” che procurerà sicuramente brividi di gioiosa realizzazione ad ogni pubero-frangettato nessuno-mi-capisce perché “voglio essere diverso dalla massa” (cit. Sakon Lightning - eh?! chi?! nota [2]). L’articolo di Valeria Rusconi, vediamo un po’, infila da subito una serie di fattacci terribili che dimostrerebbero quanto i poveri emo-bimbominkia siano ingiustamente perseguitati ovunque nel mondo:
La sera del 21 marzo scorso, a Città del Messico, Nayeli è appena scesa in metropolitana. Ha 15 anni. Sei giovani la buttano per terra e la riempiono di calci. Se non fosse intervenuta una donna di passaggio, probabilmente l’avrebbero uccisa.
A parte che di questa Nayeli presa a calci, boh, non c’è traccia da nessuna parte (in questo video della tivvì messicana si parla di generici scontri tra bimbominkia emo vs bimbominkia punkettoni - niente di che - in più, bonus, la buffa apparizione finale degli Hare Krishna coi tamburelli), per non lasciare dubbi sul fatto che l’hanno menata proprio perché emo, sentite qua, Valeria Rusconi riece a farne un discorso generale che riguarda un movimento discriminatorio anti-emo che imperverserebbe nella società messicana (¡Ay, caramba!):
In Messico, gli adolescenti emo sono visti come una minaccia alla virilità del Paese, a causa della loro corporatura esile e del loro look.
Poi ci sono i suicidi, ovviamente (la musica emo! è terribile! è infernale! ci sono i messaggi subliminali cantati alla rovescia che ti fanno venire voglia di cambiare il tuo nome in quello di un personaggio di Naruto!):
Il 12 maggio in un quartiere popolare di Bucarest, in Romania, Andrada Mocanescu viene trovata riversa sul marciapiede. Aveva 12 anni, il suo gruppo preferito erano i Tokio Hotel. I giornali scrivono che si è suicidata a causa di una loro canzone, paradossalmente intitolata Don’t Jump.
(non so di quali giornali rumeni stia parlando - scommetto che ha giusto un tantino manipolato la cosa per renderla più succulenta - l’unico giornale rumeno disponibile online che vi accenna si limita a dire che Don’t Jump era una delle canzoni preferite della defunta e parla molto vagamente della possibilità di una correlazione, tutto qui) e poi ci sono i suicidi che non è solo colpa della musica, pure gli emo-capi d’abbigliamento vanno temuti come possibili strumenti di morte:
Hannah Bond, una ragazzina inglese di 13 anni, viene trovata impiccata dai genitori. Ha usato una cravatta. Il suo gruppo preferito erano i My Chemical Romance.


I grandi organi di stampa contribuiscono a perseguitarli:
il Daily Mail aveva definito gli emo come “una setta che pratica l’autolesionismo e ascolta band che predicano il culto del suicidio”
(anche qui, la citazione - se è quella che ho trovato io, “it is a largely teenage trend and is characterised by depression, self-injury and suicide” - sembra volutamente imprecisa, col più enfantico e oscuro “setta” - fighissimo! - sostituito al neutro e più corretto “trend”) Persino le istituzioni si prendono la briga di rompergli le balle:
In luglio, la Duma di stato, la camera bassa del Parlamento russo, annuncia una proposta di legge per contrastare la cultura emo e goth, bandendo la loro presenza dai pubblici uffici.
Eh, bella forza! Ad andare a spulciare l’infinito ammasso di assurdità passatempo che si sparacchiano nei parlamenti di tutto il mondo, lo sapete, ci si imbatte in cose di tutti i generi, ai confini della realtà (dagli UFO alle scie chimiche), ma a Valeria Rusconi le basta questo per sentenziare “in Russia li considerano un pericolo sociale”; e come se non bastasse, toh, spunta pure un deputato italiano anti-emo:
Il 7 maggio scorso, l’onorevole Antonio De Poli dell’UdC presenta un’interrogazione parlamentare per bandire gli emo, in cui si parla di “tribù che online esalta l’autolesionismo”
ma va be’ questa suona così mostruosamente ridicola (qui l’interrogazione tutta intera) che se ne accorge e deve ammetterlo suo malgrado anche lei, perché quella cima del De Poli andava citando come fonte
la poco meno che attendibile Nonciclopedia, parodia grottesca di Wikipedia
non che Valeria Rusconi (poveretta, del tutto sprovvista di senso dell’umorismo - secondo me, con un vent’anni in meno, sarebbe stata una perfetta emo bimbominkia) sia capace di comprendere e distinguere il carattere innocuamente demenziale di certe smargiassate concepite così giusto per farsi due risate, per cui
le prime avvisaglie [di "un'ondata di odio di tali dimensioni"] emergono già nell’aprile del 2006: l’Encyclopedia Dramatica, l’enciclopedia statunitense di satira online creata sul modello di Wikipedia, istituisce il “National Emo Kid Beat Down Day”, la Giornata Nazionale di Abbattimento del Ragazzo Emo. La data prescelta è il 6-6-06.
(non vi fa impazzire questa secca frasetta conclusiva che enfatizza tutta seria seria la coincidenza demoniaca? è stupenda!) e l’immagine qua sopra della “caccia all’emo 2008″ tratta da Nonciclopedia, pensate un po’, incredibile ma vero, diventa secondo Valeria Rusconi “un macabro volantino italiano” (oh ma questa c’ha tutte le carte in regola per fare la portaborse di De Poli, no?). Ancora lei:
La depressione. La sofferenza. In pochi sanno spiegare perché si sentono così.
La punteggiatura sincopata, che sentimento!, hai studiato alla scuola Holden o che? Bravissima! Gli emo bimbominkia che ha interpellato le spiegano:
l’emo è più sensibile degli altri, prova le emozioni in modo più amplificato, più profondo e la prende più seriamente. Le canzoni dicono “quella stronza mi ha lasciato” oppure “ti amo, vieni da me”
ma questo è Nino D’Angelo, lo riconosco! (e ora che ci penso, ehi ehi ehi, ferma tutto! anche lui c’aveva il frangettone!)
Io sono stato cacciato dalla comitiva perché mi vestivo da emo e mi facevo gli spike [i capelli a punta, ndXL]
tutto un nauseante pastone di vittimismo stracompiaciuto
ogni volta che torno al sud la gente rimane scioccata. Mi chiede se ho dei problemi. Ma ne ho come tutti. Quando mi deprimo, ascolto musica “screamo”
e ancora, come piccoli impazziti Asii Argentii [3]
mia madre quando vede la tv mi dice “guarda che bella quella, perché non diventi anche tu una velina? Perché non sei come tutte le altre?
E c’è chi sull’emo bimbominkizzazione dell’universo ci campa, come ad esempio i due che vi dicevo sopra, Dario dei dARI e Francesco-C [4], di cui vorrei riportarvi in conclusione questo scambio geniale (considerate che questi tizi già sono belli che maggiorenni, anzi, Francesco-C ha passato i trenta - “ma nn li dimostra un kazzo ed è + inkazzato d prima”):
Mi farebbe piacere che la gente ascoltasse il cd. Sono sicuro che alla fine capirà che nei testi ci sono cose profonde nonostante il linguaggio da sms.
e l’altro
Trovo il vostro linguaggio da sms molto bello perché “pome” per dire pomeriggio non l’ha mai usato nessuno! Io ho usato “non ci sto più dentro” ma è già più che superato. Niente a che vedere con “pome” e “stase”
e la redattrice (qui tale Lorenza Biasi), ben consapevole del quoziente d’intelligenza medio del lettore di XL, ha sentito il dovere d’aggiungere in coda a “stase” la parentesi quadra [stasera, ndr]
[1] posso dire una cosa a mia discolpa? la dico: non sono un habitué di XL, me lo sono preso soltanto per guardarmi l’anteprima del secondo volume di Twisted Toyfare Theatre, da cui è tratta l’immagine lassù in cima, de La Cosa che ribalta la carrozzella (il ciuffo ce l’ho aggiunto io, in realtà era quel pelato di Charles Xavier)
[2] la scimmietta truccata da tokiotellino che si vede in questo video qua (”eccoci”, “dove?”, “in cam” - fantastico!) insieme al suo amichetto brutal-yorkshire (nel senso del cane reso cieco dal suo stesso pelo) sarebbe “uno scene kid, una specie di celebrità all’interno della comunità di emo romani che si ritrova a Piazza del Popolo”
[3] oh a proposito, ho scoperto che esiste un tipo di musica emo che si chiama “effimeral”, di cui sto disperatamente cercando qualche pezzo da mezza giornata ma niente, mi date una mano?
[4] sono molto fieri dei loro nickname, o almeno, c’è Francesco-C che se la sbulleggia “mi piace il nome che hai scelto: Dari, togliendoti una lettera sei riuscito a dare il nome al gruppo, io ho fatto lo stesso aggiungendomene una”, l’altro però deve ammettere che non è farina del suo sacco, “mia mamma mi ha sempre chiamato Dari”
M’ero scordata di dirvi dei malva-rapporti che mi sono arrivati un paio di settimane fa a proposito del concertone di Madonna, o no meglio, a proposito della fauna madonnara in attesa del concertone là nel piazzale fuori dallo stadio. M’hanno raccontato (Agostino e Alessandra: grazie) che i fan madonnari si riunivano e fondevano assieme come tante micro-goccioline a formare una specie di terrificante e nitidissimo malva-arcobaleno (se vi ricapita: di qua e di là, ai piedi del malva-arcobaleno, gli Umpa Lumpa al servizio di Cavalli sotterrano delle pentole piene di tessuti leopardati magici) che quasi quasi copriva da solo la totalità dello spettro malvestito (e c’era da aspettarselo, per una così che cambia travestimento una volta al mese - e lungo ben venti anni - punkettona, ladychic, cowgirl, discotecara, cartomante, gotichetta e via dicendo qualsiasi altro costume di carnevale tra Winnie the Pooh e Dracula), c’era di tutto: dai malvestiti più cool e opportunamente tematizzati, i gay trendinetti (con magliettine attillate, cappelletti gangster anni trenta o camionisti con retina posteriore - 1 - jeans stretti a zompa fosso - 2 - occhiali di plastichetta al neon - 3 - e sneakers colorate - 4) ai più rudi De Filippi Style (pizzetto, impomatatura, canottierino col muscoletto glabro guizzante, cinturone bianco borchiato, jeans strappati e scarpette anatomiche) alle cinquantenni bburinone tutte attillate nere e dorate (a far merenda col panino porchettato e a spiluccarsi i denti col ciondolo-cornettone) alle immancabili bimbominkia adolescenti (con gli scaldamuscoli, le ciocche tinte con lo spray e gli zainetti Eastpak col bianchetto che dice G4briele86 T lovvo).
E insomma eccovene qua sopra un esempio, malvestito doc di categoria gay trendinetti, che prima di tuffarsi nella mischia (poveraccio, destinato a finire là in mezzo agli altri che annaspavano penosi arrampicandosi uno sull’altro in cerca di una boccata d’aria: ore e ore impiramidati sotto al sole con la milza spappolata contro le transenne per guadagnarsi un posto sotto il palco e potersi quindi docciare beati - forse! - d’uno sputacchietto di Madonna, “non me la lavo più! giuro che non me la lavo più! la faccia! non me la lavo più!”) s’è messo a contrattare un esclusivo cappelletto di strass luccicosi coll’abominevole ambulante di turno, rappresentante non proprio in gran spolvero (panzone tesissimo all’aria aperta - 5 - riportino unto con l’olio di colza - 6 - unghietta cava-cerume - 7) d’una categoria quel giorno sorprendentemente numerosa e aggressiva (o almeno, mi raccontano di scenari apocalittici con ambulanti vendi-chincaglieria che pop-uppavano da tutte le parti caricando come rinoceronti impazziti coi tentacoli che schizzavano di qua e di là, “dieci euri! cinque euri! lo voi er cuscino de madonna [*]? me sembri stanca! seconno me c’hai bisogno de riposo! comprate er cuscino de madonna! e daje! quindici euri!”, Alessandra terrorizzata confessa: “Mi sentivo Biancaneve nel bosco stregato”).
E già che siamo sull’argomento, perché no, vorrei spendere due parole due sul libro di Christopher Ciccone, Life with my sister Madonna, che mi sono comprata (sì, ehm) all’unico scopo di trovare risposta alla cocentissima domanda “cos’è che faceva/fa precisamente questo tizio nello staff della sorella?”, e incredibile a dirsi non me lo sono dovuta manco sciroppare tutto quanto fino in fondo, è bastata l’introduzione: e infatti tra i pezzetti in cui racconta che lei no, non è mai stata la zozza trucidona che tutto il mondo ha conosciuto, per niente!, nemmeno agli inizi quando c’aveva le treccine sotto le ascelle e riusciva a toccarsi le sopracciglia con la lingua e mangiava i pipistrelli e scriveva canzoni sulle avventure delle Sorelle Ketchup, in realtà tutte le notti se stava sveglia a gambe incrociate sul futon (sul futon!) meditando e leggendo poesie (eh? cosa? hai detto Giovanna d’Arco?),
she was usually reading poetry - often Anne Sexton, whose lines sometimes inspired her lyrics, or the diaries of Anaïs Nin, who, along with Joan of Arc, is one of her heroines
perché in privato è sempre stata così timidina e riservata e timorata di Dio (”diametrically opposed to her sex goddes image”), nei camerini appende il crocifisso della madre sullo specchio e addirittura chiama a raccolta i ballerini e fa la preghierina di gruppo mano nella mano ogni volta prima di un concerto (comincia benino, si conclude così così)
Dear god, it’s the opening night of the tour in London. Please watch over my dancers and my band. Please help us make this great show. I love you all. Go out and kick some ass. Amen.
tra pezzettini di questo genere qua (Madonna non è un robot, Madonna è umana e sensibile) e pezzettini in cui si capisce quale grande rapporto di amicizia e profonda comprensione ci sia tra i due - lei non se lo caga di striscio e manco gli parla, è lui che s’è studiato un sistema elementare di comunicazione emotiva, a gesti, come si fa con le scimmie ammaestrate (ma ad un livello appena appena superiore: le scimmie di solito non si pittano le unghie)
When my sister places her hands on her hips, I know there’s trouble. When she starts picking on her nail varnish, usually red, I know she’s nervous. And when she tucks her thumb into the palm of her hand and wraps her fingers around it, I know she needs reassurance
ecco che si capisce a cos’è che serve questo Christopher Ciccone (oltre a farle da prestanome per questo mattonazzo autoapologetico finto-scandoloso-oooh-chissà-che-rivelazioni), serve da punchball su cui riversare un mucchio di infantili paranoie anoressiche
“Christopher, do you really think they were right? Does my midriff really look fat?” I tell her that of course they were wrong, and she is happy
e poi, soprattutto, da portacenere
Before she takes her place onstage, I hold my palm and she spits her Ricola cough drop straight into it
[*] (8 - ora sapete che fine fanno i cinesi cremati)
p.s. volevo ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutata ieri con la nuova grafica, che adesso c’ha lo spazio dei post un po’ più largo (come avevano suggerito loforestieroprolisso, raffigoa, elisa, Bubu, SilviaB), funziona sulle vecchie versioni di explorer (grazie alle segnalazioni di tommaso, gio, Mariella, cri), c’ha l’interlinea dei post che è aumentata (grazie a crocodile e ad angelwiththe) ed è aumentato il numero di feed richiamati nel boxino del forum (da tre a cinque: grazie divara)
Oh ecco, adesso che ci siamo liberati - e da un bel pezzo - di tutto il suo rincitrullente contorno di estenuanti battibecchi prima-l’uovo-o-la-gallina, delle comiche bretelline della scimmietta pirla e delle trivialità della vegliarda sboccata e poi sì soprattutto di quell’eco entusiasta di ridicoli esserini sommamente gratificati dal citazionismo discount del figlio naturale di Battiato e Austin Powers (gli occhiali si semplificano nel processo di fusione), ecco, direi che adesso possiamo considerare X-Factor per quello che è stato e nient’altro: l’ennesima squallidoneria realitara glassata di retorichetta filantropico-caritatevole (noi - cerchiamo - i - talenti - veri) che sputacchia fuori un manipolo di mediocri sfigatoni imbrillantinati di fascinosissima allure televisiva da consumare nel più breve tempo possibile (prima che certo, ehi! prima che se ne partorisca una nuova generazione) tra paccottiglia instant cd e serate e discoteche e sagre e concertini - il solito, no? la medesima deriva delle porcheriole defilippiane cogli uomini primitivi che si fanno qualche mese di mugugni tronistici e poi di corsa in giro a monetizzare il muscolone e il sorrisino ebete e il ciuffetto ingelatinato: è quello che capita del resto ai reduci del “talent show” coveristico-musicale numero uno [1], di cui X-Factor tenta di presentare una versione più matura e musicalmente competente (per la qual cosa, facile: basta buttarci a casaccio qua e là Yes, Who, Pachelbel e varie altre banalità altisonanti) allo scopo d’attrarre un pubblico non esclusivamente composto da branchi di impazzite minorenni cioèizzate.
Continua a leggere »
Non so perché ma me lo sentivo che valeva la pena trascorrere quei cinque minuti che mangiavo la rustichella all’Autogrill leggendomi il libro di Biagio Antonacci, forse l’avete visto da qualche parte, è uscito un mesetto fa e si chiama Se ami devi amare forte, in copertina c’è lui con l’aria distratta la barba incolta il cappellino da cowboy la camicia aperta sul petto epiladyzzato e il Rolex lucidissimo (il messaggio è: non sono gay, sono solo un avventuroso bburinone impaccato di soldi e pieno di profondi pensierini e con una anima spiccatamente femminile, lo dice anche il mio oroscopo): c’era da aspettarsi un librazzo totalmente cretino e barbosissimo tipo il coso autobiografico della Ventura (quello sì una schifezza così piatta e inutile, boh, non saprei che dirne [*]), e in effetti questo di Antonacci come dire, cretino lo è sì parecchio e pure barbosissimo al punto giusto (direi un novantanove virgola nove periodico circa), ma sparse qua e là non credevo ai miei occhi c’ho trovato delle piccole eccezionali perle di comicità involontaria che m’hanno folgorato, divertentissime, delle cose che a un certo punto quando meno te l’aspetti nel bel mezzo di quella tipica melenseria poetastra da viscido malinconico pianobar anni novanta, bam!, il colpo di genio.
Per esempio mi piace un sacco quando nelle sue altissime dissertazioni cioccolatino-francescoalberoniane sulla natura dell’amore, ah l’amore! l’amore!, ci ficca dentro certe simpatiche spiazzanti pennellate scatologiche: qui sotto, guardate, sta parlando di come l’amore è potentissimo, un’esplosione, che “la vita è fatta solo di questa potenza” che “bisognerebbe lasciare tutto il resto per dedicarsi all’amore” che “solamente i saggi riescono a reggere l’onda d’urto” e poi all’improvviso, bam!
Il miglioramento che può dare l’amore non è in cazzate come cercare di non russare e di non fare scoregge. Uno dovrebbe scaccolarsi liberamente, dovrebbe lavarsi poco se si lava poco
Ma aspettate, non è soltanto che si è stufato di averci le ragazze schizzinose che non capiscono il giochetto del lanciafiamme, la cosa è un tantino più complicata, si fonda su tutta una sua meditatissima teoria degli odori:
Ci si sceglie per l’odore. Gli odori sono come i gusti musicali, come la nutella e il gorgonzola. L’assenza di odore non esiste. E’ falsa. Se ci si sente anche nei cattivi odori è fatta: io preferisco sentire anche una donna che sa di qualcosa, invece dell’asettico.
Boh ok, che bel discorsetto, si vede che c’hai ragionato su, bravo - e poi però appena tre righe dopo, aribam! se ne esce con la sconvolgente rivelazione:
Io li sento poco, gli odori, perché ho una rinite allergica latente che non mi permette di percepirli al 100 per cento. Ma quando capita è un viaggione… mi spavento, quasi.
Non è colpa sua, è che Biagio c’ha un cervello così pieno di roba, così instancabilmente al lavoro, ogni tanto gli va un po’ in tilt: lo dice anche lui che non ne può più, “diamo un motivo a tutto, cerchiamo presupposti per qualunque cosa, una fatica incredibile”, e per l’appunto, indovinate chi è sempre stato il suo idolo? Leopardi (”l’ho portato alla maturità”): sentite qua come ne condensa la poetica in una manciata di parole
Era gobbo, bruttissimo, non beccava neanche a morire, ma aveva trovato la sua via di fuga. I libri, la colossale biblioteca del padre. Lo sento profondamente affine.
Perché Biagio lo dichiara esplicitamente, lui è esistenzialista:
Vorrei pensare meno, essere meno profondo. Meno esistenzialista, per l’esattezza.
E sentite qua, Biagio ha capito di essere perseguitato da questo suo cervello iperattivo il giorno che non riuscì a infilarsi il suo primo preservativo:
Ci misi un po’ per infilarmelo. E lei, giustamente, senza esperienza, stava a osservarmi… Romanticismo seppellito in cinque minuti. Un problema terrificante… Mi venne un’ansia… E lì capii di essere uno che si preoccupa troppo delle cose… Chi pensa troppo… spensa.
Per questo (”chi pensa troppo… spensa”) Biagio ha deciso che è arrivato il momento di regredire, sì, e da oggi in poi
Cercherò di tornare indietro, culturalmente e dal punto di vista affettivo: voglio essere meno problematico, meno profondo… basta con la profondità! E’ un abisso…
La ragione è il male! Il pensiero è la cacca! La coscienza la pipì! Da cui quindi la seguente orrenda sparatona fricchetton-antievoluzionistica (è interessante notare che certe cretinerie fieramente irrazionali sono propagandate da patetici personaggiucci il cui più grande desiderio evidentemente è di giustificare in qualche modo la propria terribile ignorante stupidità - v. Giovanni Allevi):
L’uomo non doveva scoprire la ragione, l’uomo non doveva sapere niente, non doveva viaggiare, non doveva invadere e colonizzare… l’uomo non doveva. L’uomo doveva essere ignorante. Gli animali sono degli esseri superiori. L’uomo è un intruso violento che compromette il resto. E’ una scimmia cattiva, con le sue regole e le sue pretese di dominazione. L’uomo è l’extracomunitario di se stesso.
E ne deriva ovviamente la classica banalissima fascinazione per “i pazzi” (oh ma tu guarda che coincidenza! c’è qualcosa che accomuna Biagio a quell’altro cretinetti io-sono-originale che voleva essere come lui e fa le canzoncine sui pazzi che in realtà c’hanno dentro qualcosa di, eh, come dire, profondissimo, sì, artistico), perché i pazzi sono “fuori dall’immobilsimo della società” hanno “una scintilla speciale” (questa qua sotto della ruota è la mia preferita):
I più grandi sono stati tutti presi per pazzi. A Galileo volevano dare fuoco… Marconi a pochi metri da casa mia a Bologna ha inventato la radio! Non oso pensare cosa hanno fatto al tizio che un mattino si è presentato con la ruota…
L’arte funziona così, è una “folgorazione, qualcosa che arriva dall’alto, o qualcosa che ti scava dentro” (il che, boh, non ho capito come si concilia col suo essere supercapoccione ultrariflessivo), secondo Biagio è tutta una questione di “improvvisazione, ecco cosa esiste”:
Sono un selvaggio, non conosco la musica, mai studiata. Non la so scrivere, non conosco le tecniche di canto. Parlo di ispirazione. Quando scrivo una canzone, se ci metto più di un quarto d’ora, vuol dire che non mi è venuta bene.


Stesso discorso per i suoi quadri (gli scarabocchi qua sopra) - e sentite come gli riesce di introdurre sottilmente nel discorso l’imprevedibile fattore casualità:
Un anziano chino sul suo tavolo, che brinda. Secondo me rappresenta la fine dell’artista, la vecchiaia… E’ stato difficilissimo, perché è una tela piccola e per utilizzare bene la tecnica a olio sulle tele piccole bisogna avere mani esperte… ma lì mi venne di culo.
E infine va be’ non può mancare qualche sua delirante considerazione sul sesso femminile, di cui poverino non ha capito niente, ma è convintissimo - ecco l’unica possibilità che ha una donna di tenersi un fidanzato:
Un uomo si innamora, tutto è bello e meraviglioso. Quando passa l’innamoramento comincia a guardarsi in giro. Trova magari una donna simpatica, meno rompicoglioni, meno logorroica. Un uomo, prima o poi, molla: è normale che vada a cercare altro. La donna perde l’uomo se si abbassa al suo livello: se esci stasera esco anch’io, se tu fai quello lo faccio anch’io… No. Se tu esci stasera io sto qua a casa, vai vai… cazzi tuoi. Io sto qua e mi guardo un film. Tu vai. Si stanca prima lui, sicuro. Si accorge che quella non molla… Si accorge di com’è il mondo fuori, che in casa ha una cosa preziosa.
Perché lui il rapporto tra un uomo e una donna lo vede così:
Una principessa con le scarpe da ginnastica e molto fiato. Credo nelle favole: il principe supera le prove e conquista la principessa. Poi, però, sono tutti cazzi della principessa.
E state a guardare che metafora rivelatrice. A lui gli piace la “donna-prato” (notate l’incongruenza tra la verità del subcosciente e il camuffamento paraculo del superego: se la donna è il prato, non le si corre incontro, le si corre sopra):
Una bella donna è un prato verde: penso a togliermi le scarpe e correre verso di lei, a piedi nudi. Questo è la donna.
Incredibile a dirsi, esiste qualche folle groupie pazzamente malvestita che ha accettato di farsi ingravidare dal Biagio. Dev’essere una di quelle rimbambite donne-prato che ha rimorchiato coi suoi infallibili bburinissimi supersegreti da esterna defilippiana:
“Hai impegni per i prossimi 15 anni?”, quando uno deve fare colpo, funziona sempre
In fondo, eeeeehi, Biagio è un tale superfigaccione. Lui si schernisce timidoso, ma tanto glielo dicono tutti (ah be’, spero che Vasco l’abbia denunciato):
Mi vedo come uno che può piacere, nell’ambito della soggettività del bello e del brutto. Per Vasco, per esempio, sono bello: me lo dice tutte le volte che mi vede.
E concluderei citando un suo accorato sentitissimo appello pro-life:
Mi facevano specie le coppie senza bambini. Non capivo perché non volessero averne, non capivo perché due persone potessero anteporre il lavoro, o i viaggi, o qualsiasi altra cosa all’idea di fare figli, Non mi sembravano realizzati. Poi ho capito: avevano paura!
Di cosa, oh ma dell’unica cosa a cui servono i figli, dell’ago:
L’unico tatuaggio ammesso sulla pelle è il nome di un figlio.
[*] ah no ora che ci penso, uhm, una cosa divertente ce l’ho trovata nel libro della Ventura, una sola però, quando racconta che un giorno all’asilo ha visto il pisellino di un amichetto e da quel momento “cominciai a disegnare il pisellino dappertutto: facevo il sole e sotto c’era un pisellino arancione”