G.I.O.V.A.N.N.I. Cos’è cambiato? Ve lo dico io: adesso il suo scrittore preferito è BUKOWSKI

Ho deciso che da oggi lo chiamo così, come lo ha acronimizzato una funz entusiasta sulla pagina Facebook in onore del nuovo disco,

Gioia
Illuminata
Oggi
Vorrei
Ascoltare
N.8 Helena
Notti
Intere
(W G.I.O.V.A.N.N.I.!!!!!)

Dopo tutto quello che ho già scritto nella Prima Trilogia (1, 2, 3) comincerei aggiungendo che a questo punto, io, se non sapessi che G.I.O.V.A.N.N.I. è un personaggio di fiscio che serve soltanto a fare caciara e a tirar su qualche spicciolo, se non sapessi che quando torna a casa dalla moglie e dal figlio si toglie la parrucca, getta via le Converse, infila le ciabattacce di pelle e l’accappatoio, slaccia la panciera, si butta sul divano davanti a X Factor e col vocione baritonale sicuro e aggressivo sbraita «Femmina, cazzo! Tutto il giorno a rompermi i coglioni balbettando timidamente e firmando autografi agli anziani bavosi ciellini di merda… credo di meritarmi un pompino di bentornato, cazzo, oppure no?», se non sapessi che le cose vanno così, be’, forse mi farebbe anche un po’ pena, un po’ tristezza: G.I.O.V.A.N.N.I. è un fallimento assoluto, musicale e d’immagine, e non impara un accidente – ma zero, dico, zero! – nonostante negli ultimi anni sia stato impietosamente sommerso di merda in ogni dove, tutti quanti a rimproverargli più o meno le stesse cose,

– basta col quarantenne bolso travestito da autistico ragazzino prodigio
– basta con le melenserie esistenziali e il filosofeggiare liceale
– basta con gli aneddoti cargoliberiani e col vittimismo anti-parrucconi
– basta con le sparate megalomani sulla musica classica contemporanea

lui niente, neanche una piccola regolatina, sempre uguale, niente di niente, sempre le stesse cazzate, sempre lo stesso – anzi, in certe cose è persino peggiorato, stavolta sbrocca già a partire dalla copertina (cito):

Mi sento rappresentato dall’immagine della copertina. Esprime quel senso di pre-turbamento pre-caravaggio ancora nell’immagine sacra nel rinascimento

e ci tiene a precisare:
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Fabri Fibra, Controcultura: il fratello gemello di Marco Travaglio fa un reppe scritto nel futuro che è come un cellulare, invia i messaggi

Fabri Fibra è uno che a sentirsi dare del coglione gode tantissimo perché “cazzo cioè mi fate pubblicità”; gode tantissimo a darselo pure da solo, del coglione, e su metà delle canzoni del nuovo disco ci ha incollato in appendice delle finte interviste ai passanti per strada che confermano tutti quanti “in effetti sì pure a me sembra un coglione” – ed è bravissimo, per carità, centinaia di migliaia di dischi soltanto being a proud coglione, è un fenomeno – ci gode tantissimo perché secondo lui “Fabri Fibra coglione” sarebbe nient’altro che la reazione stizzita dei vigliacchi benpensanti (e dei reppe’ da strapazzo sonosoloinvidiosi) che non digeriscono la sua audacissima furia iconoclasta; questo solo per dire che non c’è da preoccuparsi, lasciate stare gli assurdi contorsionismi anti-querela e andate tranquilli, se vi va chiamatelo direttamente così, coglione, che è molto più pratico (e lui gode ed è felice). Ma veniamo al dunque. Fabri Fibra ha appena pubblicato un nuovo disco, Controcultura, che “si basa su un concept” che fa così (cito):
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Decrittando il sottotesto: i Baustelle ieratici, gagliardi, destrutturati, antemici, virili, meno Houellebecq ma più Montale

Quando si tratta di pompini con l’ingoio non c’è groupie minorenne in calore che possa competere con l’abilità tecnica e il trasporto lirico del risucchione innamorato di un compiacente microbo giornalista musicale, non c’è gara!, e il pirla che viene spompinato gode molto di più a farsi ciucciare figurativamente da un professionista dell’ingoio recensorio coi suoi lavoretti esegetici tutti ben lubrificati di ampollosità scriteriate piuttosto che ad averci sull’uccello il faccione in carne e ossa di una groupie tutta sudata che gli fa su e giù tra le cosce mugugnando “ggh ddpp mm fff nnn outgrrrff?” – e poi certo le recensioni con l’ingoio letterario capitano purtroppo una volta soltanto ogni tot anni, sono preziosissime!, il resto del tempo tocca accontentarsi dei vacconi con l’acne che passano per il backstage – e adesso va così, di lusso, col nuovo disco dei Baustelle appena uscito il GLU GLU degli spermatozoi in deglutizione giornalistica s’è fatto assordante (voto medio del disco: otto virgola cinque), Francesco Bianconi (clic sull’immagine qua sopra) è tutto bagnato, il Sottotesto ruleggia dappertutto e questa volta s’è persino trovata la parola giusta da metterci vicino, Decrittare – Decrittare il Sottotesto! (a proposito della copertina dell’album: “questa foto è un mistero da decrittare”), tutta colpa del Bianconi che cazzeggia nelle librerie esoteriche e dei commessi fricchettoni che gli danno corda,

“ho trovato questo doppio volume Adelphi che ho comprato con grandi complimenti da parte del proprietario della libreria”

cominciamo dunque le manovre di avvicinamento alla mega-recensione con una bella botta dell’idiozia che è esplosa intorno ai Baustelle, vi lascio alcuni sorprendenti esempi di virtuosismo swallow-recensorio che meritano la vostra attenzione, altroché!, in mezzo ce n’è uno che mi sono inventata io, ma io non sono tanto brava a ingoiare, mi sa che lo capite subito qual è:

Ieratico / Destrutturato / Impervio

– Il disco comincia con uno ieratico suono d’organo che già accarezza il mistero e il sacro. Un’opera grandiosa, uno schiaffo di disco, ostico, destrutturato, impervio, pesante e lieve al tempo stesso

Topoi / separatismo / vigili / Messico

– Topoi di oggi e di ieri all’insegna di un separatismo rivoluzionario da vigili alla periferia dell’impero, asserragliati in un fortino che fa tanto Messico e pochissime nuvole

Borghese / Dipanare

– Una rabbiosa e cruda analisi dell’impotenza borghese davanti al sacro che si dipana dall’inizio alla fine in questo disco

Montaliano / Vetta / Devastazione

– “Ossi di seppia e bidet”. È l’altra vetta dell’album: la citazione montaliana che serve a rendere un’immagine di devastazione

Filosofia stoica / Aulico / vulgata

– Senza paura, come accostare schegge di filosofia stoica e groupie, in un dissacrante accostamento di registro aulico e vulgata popolare. La scrittura di Bianconi scintilla come mai prima d’ora

WIN!

– C’è un poveraccio sfigato in copertina a cui Francesco Bianconi ha donato i suoi vecchi occhialoni grossi che erano all’avanguardia l’anno scorso. Quest’anno invece vanno i baffoni a ferro di cavallo. WIN! Copertina decrittata.

As is / To be / Houellebecq

– Un disco molto critico sull’as is, ma con più di una speranza su come arrivare a un to be migliore, meno Houellebecq (più Cormac McCarthy)

Pirandello / Maiali / Timore canino / Invettiva

– Amarezza pirandelliana, purezza fra i maiali, timore canino verso gli uomini, con accordi secchi di chitarra e colpi decisi a prolungarsi nell’invettiva

Complessa / Oscura

– Questa complessa, affascinante, oscura opera dei Baustelle che non assomiglia a nulla vi sia mai capitato di sentire

Io / Repentaglio / Alterità / Cognizione / Irene Grandi

– A confermare la certezza dell’io forse a repentaglio, c’è l’orgoglio di un’alterità che nasce dall’esposizione alla sofferenza (la stessa cognizione di dolore che la Cometa di Halley stava illuminando or ora)

Poesia / Vetta / Rivoluzione / Gagliarda / Antemica / Virile

– Di poesia una vetta. O di desolazione: su cui il fiore della rivoluzione può sbocciare e farsi canzone. Impetuosa, gagliarda, antemica. Virile.

Il cyborg di Maria De Filippi: Pierdavide Carone, il libro (la storia formidabile dei Whiskey & Cedro)

KRAKATHOOOOM! – un fulmine si abbatte sulla torre diroccata del laboratorio supersegreto di Maria De Filippi e la scarica potentissima corre giù dall’antennone sulla cima della torre attraverso i grossi cavi e i macchinari crepitanti giù giù fino agli elettrodi avvitati da una parte e dall’altra sulle tempie della Creatura distesa, inanimata, e in quel preciso momento, col ghigno malefico illuminato dalle scintille delle esplosioni elettriche, Maria De Filippi capisce che finalmente, dopo otto lunghissimi anni di febbrili esperimenti e di innumerevoli mostruosi frullati genetici tra cellule cerebrali di cavie adolescenti bimbominkia, finalmente il trionfo – la Creatura muove un dito, sta muovendo un dito! – finalmente il cyborg di Amici vive! vive! vive!

Questa penosa Creatura, che ha firmato la cosa che ha vinto Sanremo e che si fa chiamare Pierdavide Carone, è il primo abbozzo riuscito di omuncolo cantautore prefabbricato da talent show televisivo: è stato progettato sul prototipo del cantautore intelligente / sensibile / eclettico – ma con cautela, senza allontanarsi troppo dal prototipo vincente del belloccio inetto di Amici – e tenta così di simulare un qualche minimo (minimo) accenno di pensiero, di personalità, di consapevolezza e dignità artistica (il che si ottiene facilmente tramite le solite scorciatoie del repertorio “io sono diverso, sono bizzarro, sono strano, sono autistico” – v. sotto), ma insomma, la sceneggiatura cantautoriale lascia un po’ a desiderare, è amorfa e ridicola e inverosimile come tutte le sceneggiature defilippiane, che volete, gli storpi mentecatti che lavorano nel laboratorio supersegreto di Maria De Filippi sono abituati a sceneggiare il corteggiamento tra derelitti subumani che si annusano il culo come animali, figuratevi come possono cavarsela montando pezzo per pezzo un cantautore che pretenda di essere minimamente plausibile – un pasticcio.

Il cyborg Pierdavide Carone è stato fornito di un mucchietto di canzoncine low cost (di cui il cyborg è autore e responsabile, sospetto, nella misura in cui Ambra Angiolini era autrice responsabile dei batticuore-amore-ascensore d’epoca Boncompagni/Nocera), canzoncine che mescolano parecchi differenti cliché di ignobile poppitudine allo scopo di agganciare a tutti i costi, in un modo o nell’altro, il piccolo cattivo gusto del telespettatore bimbominkia,
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Festival di Sanremo 2010: dall’autarchia alla Coppa Campioni

È stato un Festival di Sanremo memorabile che ha sancito un ulteriore decisivo aggravarsi della contagiosissima epidemia iper-televisiva di musica plop, di quel ciarpame usa-e-getta cioè che nasce – è pensato e appositamente impacchettato – si consuma e muore dentro la televisione: il Festival di Sanremo diventa da quest’anno la Coppa Campioni dei reality talent show generatori di musica plop.

E non poteva andare diversamente. Sanremo è da sempre un monumentale cimitero di musica plop, e non solo, è in un certo senso il padre (il nonno) degli attuali reality talent show televisivi: coi suoi protagonisti semi-decomposti colanti formaldeide e le sue marcite pataccacce musicali, tutto quanto dentro Sanremo è progettato per resistere ai vermi e alle muffe appena appena quelle poche ore di esposizione televisiva; e con i suoi pettegolezzi, le rivalità, le interviste, i dopofestival, gli isterismi vipparoli, i dietro le quinte, con tutto questo suo spettacolo collaterale di terrificante subumanità pseudo-realitara, Sanremo va considerato non soltanto un primo storico generatore di musica plop, ma anche e soprattutto il progenitore delle attuali più potenti macchine generatrici di musica plop, i reality talent show televisivi.

E se fino a poche edizioni fa la musica plop di Sanremo sopravviveva in una condizione direi tutto sommato autarchica – la musica plop e i cantanti plop nascevano prosperavano morivano e resuscitavano esclusivamente dentro la bolla sanremese – quest’anno il Festival ha abdicato definitivamente al proprio status di mini-reality plop-autarchico e si è spalancato una volta per tutte alla concorrenza più solida aggiornata e remunerativa – super sanremoni anabolizzati contro i quali l’obsoleta formula autarchica non ha la minima speranza di competere – trasformandosi così in una specie di abominevole campionato trasversale dei reality musicali televisivi.

È una trasformazione già in buona parte celebrata l’anno scorso – vittoria del cripto-gay afono defilippiano – che ha avuto degli effetti evidentissimi sulla gara di quest’anno, per cui nella finalissima sono state rappresentate le due principali varianti della musica plop, quelle realitare,

la musica plop per adolescentelli bimbominkia (e quindi: inebetiti pischelletti bellocci con la data di scadenza – brevissima – tatuata con l’inchiostro simpatico sulla fronte, pilotati da un qualche scaltro bavoso specialista del riciclo di appiccicume sentimentalista), variante incarnata da Valerio Scanu;
la musica plop per trentenni rincoglioniti wannabe (e quindi: fallitoni impomatati con gli occhiali grossi vestiti come buffi pirla del villaggio vacanze che strepitano convintissimi qualche stupido accrocco di cliché musicali roccherolle-autoriali), variante incarnata da Marco Mengoni;

e l’unica possibile alternativa alla musica plop dei fuoriusciti realitari diventa: il piccolo scandaletto e il prezzemolismo televisivo, quindi ancora una ragione extra-sanremese, extra-musicale, ma tutta televisiva, tutta plop,

la musica plop d’occasione per anziani teledipendenti (e quindi, nel caso specifico: reduci parrucchinati del melodismo d’antan più deteriore, viscidissimi cartoni salottiero-televisivi, stentati urlatori da varietà della domenica pomeriggio), ovvero il Trio Merda;

e nonostante il Festival sia stato sempre tradizionalmente orientato verso la sponda anziani teledipendenti – ma chi se li incula, ovvio, ché manco sanno televotare (“nonna non è il cellulare è il cazzo di salvavita Beghelli!”) – è stato schiacciante il calcolato predominio delle due varianti realitare Adolescentelli bimbominkia e Trentenni rincoglioniti (a cominciare del resto dalla selezione dei concorrenti); e l’impostazione coppa dei campioni s’è fatta sentire pure sulle reazioni parossistiche del pubblico e dell’orchestra in rivolta, che sono naturalmente – secondo sceneggiatura (i ribelli incazzatissimi che protestavano schiantandosi dal ridere) – la versione sanremese delle irritanti tifoserie dopate e aizzate a orologeria sugli spalti dei reality talent show (c’era la scimmia con le bretelle in prima fila, c’era); e tra le varianti plop, bimbominkia adolescenti vs trentenni rincoglioniti vs anziani teledipendenti, chi pensavate potesse spuntarla, la mostruosa chimera plop a tre teste non aveva speranze.

Sarà anche colpa mia che non sono riuscita a raccogliere abbastanza funz del Trio Merda (e tremila commenti in due serate di forum non sono stati sufficienti, va be’ – ma ci siamo divertiti tantissimo).

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