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L’esistenza di Lapo Elkann è tutta quanta un grosso triste manuale How NOT to, il capitolo che vediamo oggi è Come NON si fa il viral marketing

Che nome dareste voi a una cosa così, a un pirla cogli occhiali grossi colorati da pirla e coi vestiti alta-moda eccentrichetti da pirla che se ne va in giro per l’Europa sponsorizzato da una fabbrica di automobili per pubblicizzare un catorcio da parvenu vorrei-ma-non-posso immortalando con la sua inseparabile reflex ergo sum (pirla) un mucchio di altri pirla stranieri vestiti da pirla,

e intanto che immortala i suoi simili pirla stranieri contorcendosi per strada col culo pallido e le mutandone di fuori, annota e registra il tutto sui diari di bordo che sono un Twitter e un canale Youtube che totalizzano rispettivamente tredici e diciannove iscritti con una media per video di trecento visualizzazioni in due mesi - com’è che la chiamereste una cosa così, uhm, non so, una stronzata?, un’idea del cazzo?, una figura di merda?,

il think tank dei pirla creAttivi capitanati da Lapo Elkann che formano la squadra di Independent Ideas, loro che ne sono i responsabili, che questa cosa l’hanno “creata”, loro la chiamano Viral Marketing, o meglio,
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di Betty Moore, 18 gennaio 2010

Categoria: alta moda, io sono originale

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L’intuizione “radical-chic” di Elisabetta Gregoraci Briatore: il mini-magnaccia

Se dovessi scegliere un incipit paurosissimo per una profezia di sventura e cataclismi e devastazione, mi sa che non mi riuscirebbe di trovare qualcosa più appropriato di

si legge? C’è scritto “da una intuizione di Elisabetta Gregoraci Briatore”, nella versione inglese “the vision of Elisabetta Gregoraci Briatore”, dove l’intuizione sarebbe - ricostruisco il fugace scintillio dell’intuizione così come deve aver preso forma nella testa della Gregoraci - “io vestire io vestito vestiti io io vestire vestire vestiti vestire ehilà un cagnolino ahahahahahahahahahahahah uhm [cupamente, ndB] cagnolino”; intuizione che, successivamente intellegibilizzata dal suo esegeta e agente-spremi-denaro, fa così: “come ogni inetta bambolona perdigiorno squallidamente vipparola ho deciso di tirar su qualche soldo con la marcaccia usa-e-getta di abbigliamento, facciamo che io sono la stilista, cioè mettiamo la mia firma sui perizomi da bagno e decoriamoli con uno zaffirone mille carati davanti sulla patata, così si vede che c’ho il raffinato gusto artistico - e c’è pure il doppio senso malizioso che la patata è preziosa come uno zaffirone, se la vuoi dammi uno zaffirone!, ahahahahahahaahah ehilà un cagnolino uhm [sempre cupamente, ndB] cagnolino”; poi però in effetti, a ripensarci, i perizomi vagino-zaffirati li ha già firmati Valeria Marini, accidenti!, e allora cosa, ma certo!, che carini, perché no, vestiamo gli gnometti! - e subito il progetto s’è concretizzato, ecco gli schizzi preparatori eseguiti personalmente da Elisabetta Gregoraci (clic per vederli più grossi),

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Lele Mora e il suo allevamento di mosche - miss Culetto d’oro

A testimonianza della crescente inquietudine che le storiacce su escort e cocaina e festicciuole e papponcelli suscitano nei bassifondi vipparoli più malfamati, ecco che proprio negli ultimi giorni sulla Costa Smeralda ha preso il via in grande stile la tradizionale parata di lussuosi esclusivissimi trenini-puttantour brigìttebardòbardò; e direi che non poteva esserci battesimo migliore, più appropriato, per questa estate vipparola dal sapore più che mai lucignolesco (adesso che la cuccagna bordello-festaiola culi tette viagra coca champagne passera a buon mercato sta assumendo una dimensione conclamata, direi quasi ideologica, orgogliosamente spudorata, “embè, vi piacerebbe pure a voi, no? poveri cenciosi comunisti invidiosi, attaccateve ar cazzo!”), non poteva esserci battesimo più appropriato, dicevo, del concorso miss Culetto d’oro (eh?) patrocinato da Lele Mora,

che sembrerebbe, sì, l’incipit di un’orgiaccia zozza in un film porno amatoriale (buona parte dei pupilli di Lele Mora, del resto, in un film del genere ci starebbe a pennello), ma invece no, è un modo come un altro per utilizzare a fini di svago lo sconfinato bacino di giovanissime procaci disgraziate che se ne stanno in fila tutta la notte “io! io! io!” sperando d’essere prima o poi convocate con un fischio nel privé di un qualsiasi stronzetto vipparolo, e perché no, lasciandosi palpare il culotto brufoloso da una muta di papponcelli arrapati su di giri [1],

ma le disperate chiappone-offresi hanno soltanto fatto da intermezzo [2] per un mega-torneone aziendale (tennis poker calcetto biliardino) organizzato dallo stesso Lele Mora, una cosa che si chiama LM PokerStars, durante la quale tutti i soliti esaltatissimi sottoprodotti televisivi di scarto - ex-realitari, presentatori bolliti, coscione scosciate, subumani defilippiani e tristissimi ignoti tu-chi-cazzo-saresti - si sono fatti fotografare con le fiches e le carte da gioco e le magliettine sponsorizzate sempre bene in vista [3] (Lele Mora nella parte del Duca Conte Semenzara, due o tre aspiranti tronisti che gli facevano da cuscino umano porta fortuna) e poi le foto muniti di improbabili equipaggiamenti tennistici (e anche qui, oh - costume da bagno, scarpini da calcetto, giarrettiere, doppia racchettina liberty - sembrano gli sportivi del Park tennis) e le foto piegati in due a scoccar di stecca (ammirate la tecnica di Valeria Marini, che sta puntando astuta la pallina invisibile), e poi la sera a pavoneggiarsi in passerella, tutti in tiro, Lele Mora che fa l’eccentrica pazzerella [4],

e cioè, appunto, non cambia niente, mai - perché dovrebbe? - anche quest’anno il solito, non c’è puttanopoli che tenga: una gran quantità di viscidi vermetti, ingrassati amorevolmente dall’allevatore Lele Mora, che si contorcono uno sopra all’altro tentando di farsi strada su verso la superficie untuosa e puzzolente del casu marzu vipparolo-televisivo - finché un bel giorno chissà, evviva!, qualcuno di loro potrà finalmente sbocciare e trasformarsi in mosca.

[1] bastasse solo questo, farsi toccare il culo!, io, ogni volta che penso a Lele Mora e ai suoi assistiti, non so com’è, mi vengono in mente certe scene truculente di Salò - “mangia, mangia, ti piace?, e allora mangia la merda!” - chissà perché
[2] devono aver poi lasciato nome e recapito per un’audizione, che c’è questo nuovo programma in ballo, il reality Lele Mora House, una cosa di prima classe (annuncio):

Cerchiamo “manichini viventi” VOLONTARI. Maggiorenni e giovani, uomini e donne, residenti nel milanese, di bella presenza e spigliati davanti alle telecamere e al pubblico, con attitudini di protagonismo e voglia di apparire. In cambio della disponibilità a titolo gratuito, offriamo un’esperienza unica e divertente, oltre a notevole visibilità mediatica, all’interno di un reality-vetrina in diretta via web da un megastore Datch nelle ore di apertura.

cioè pubblicità, sponsor, soldi facili, e gonzi protagonisti aggratis - che accorrono, si spintonano, s’ammazzerebbero l’un l’altro.
[3] Lele Mora, tra l’altro, va molto fiero d’una agghiacciante partnership con Paris Hilton, con quella sua linea là di robaccia della Coin, i cappelli e le bustine e pure gli ombrellini, guardate
[4] e scusate per quel segnaccio sulle foto (sarebbe il marchio “LM”): le ho prese dalla pagina ufficiale su Facebook

Ebraismo independent: Dyo Wanted (by Lapo Elkann)

Aspettatevi che nei prossimi tempi Dyo si faccia ancora meno reperibile del solito, perché pare che Lapo Elkann lo stia cercando. Ebbene sì, proprio lui, il nostro eroe dal barrito interiettivo: s’è incamminato di recente “sulla strada della conversione” ed è appena tornato da un “viaggio spirituale” in Israele, gliel’ha consigliato il suo amico fotografo Steven Klein, reclutatore di “cool jews”; il think tank dei Lapo-cloni dev’essersi già messo al lavoro su qualche lussuosissima magliettazza della salute (ottanta euro) col logo del prepuzio scalpato tricolore, sulle maschere kosher per lo snowboard (quattrocento euro) complete di treccine laterali peyot in fibra di carbonio - per adesso, intanto, hanno fatto queste scarpe qua, l’ha disegnate Lapo in persona (ci teneva perché lui è “patriottico”), le Superga israelianizzate (la foto l’ho presa dall’ultimo Vanity Fair)(un clic per vedere l’immagine più grossa).

Lapo Elkann pensa ahead, non behind

Continuiamo sgomenti a seguire le tracce mocassinate di Lapo Elkann nella sua rapidissima scalata su su fino ai vertici della Creattività commercial-pubblicitaria mondiale: le cose si fanno sempre più divertenti, adesso che Lapo non c’ha soltanto l’aziendina esclusivissima che produce abbigliamento e accessoriume in kryptonite (tutta roba “targettizzata”, direbbe lui, sui quadri medio-piccoli FIAT che nel contratto c’hanno la clausola “acquistare una cagata di Lapo al mese e indossarla senza dare a vedere sentimenti di disgusto e/o sconvolgente imbarazzo”), adesso c’ha il giocattolo nuovo, l’agenzia di pubblicità che produce idee “d’avanguardia” con la quale vuole

mettere l’Italia al posto che merita di occupare, pensando ahead e non behind

è questa cosa che lui chiama Creative Factory, che sarebbe cioè un gruppetto di stupefatti cacaziretti amici suoi che lo circondano adoranti pendendo dai suoi Ehhhhhhrrrrrr e gli fanno sì sì con la testa e gli dicono “Lapo sei i faraglioni del paesaggio globale” e “Lapo sei sempre un passo ahead” (c’è pure l’amichetto socio fondatore, tale Alberto Fusignani, poveraccio, che è un tristissimo roadie wannabe-lapo che farebbe di tutto per somigliargli un tantino, guardatelo, fa quasi tenerezza) e il lavoro del Lapo’s Dream Team consiste nel riempire le ore vuote del sabato pomeriggio nel trendissmo loft galleria d’arte prendendosi pensierosamente a capocciate l’uno con l’altro (la loro migliore interpretazione di “brainstorming”) per suscitare uno zampillo di imprevedibili lampi di genio, ideone creattive mai viste prima al mondo, cose d’altissimo livello tipo

lanceremo la I Vodka, la prima italiana

(l’ideona, appunto, consiste nella “I” davanti a Vodka) - ideone da vendere al miglior offerente, secondo il motto (cito da qui)

low budget, big ideas

che è davvero un bel motto creattivo, e che cosa vorrebbe dire nella pratica lo si capisce bene, per esempio, dalla campagna che ha debuttato la settimana scorsa per Virgin Radio, cioè a dire low budget sarebbe: “facciamo una pubblicità con me stesso mezzo nudo che faccio le facce rock“; e big ideas sarebbe: “facciamo che mi arrotolo nella canotta zozza che uso come pigiama da un paio d’anni (nel video qua sotto, eccola là!) quella da camionista gay con la Union Jack italianizzata, anzi no, meglio!, facciamoci un lenzuolo intero tutto così!, e io mezzo nudo che mi ci arrotolo dentro e faccio le facce rock, la madonna che ideona!, batti cinque Fusignani! (CLANGGG!: capocciatona commemorativa di brainstorming riuscito [*]) - è per questo che l’hanno assunto, perché Lapo è (parole di Alberto Hazan)

un personaggio estremamente interessante capace di calamitare l’attenzione di un pubblico molto ampio ed eterogeneo, dai giovanissimi ai meno giovani, di ogni estrazione sociale. Un personaggio unico, trasversale alle mode e agli ambienti, che ben incarna lo spirito rock di Virgin Radio

dove lo spirito rock va inteso esattamente come il non plus ultra della rivoluzionaria libertà creattiva roccherolle, cioè - cito dall’intervista su Max

“Hai mai scritto col pennarello indelebile su un prezioso mobile antico?”
“Più volte.”

Sarebbe bello, forse, che un giorno prima o poi Lapo Elkann capisse che certi lavori se li guadagna non tanto perché è così travolgentemente originale e ahead e creattivo, ma perché il suo ruolo è quello di un qualsiasi volgare figurante televisivo di bassissimo livello, di quelli che fanno i soldi comparendo sui dépliant delle discotecacce di periferia: ciò che pagano i committenti di Lapo Elkann è il suo nome e la sua faccia e niente altro, è il marchio Lapo Elkann che funziona di per sé, senza aggiunte di alcun tipo, in virtù della sua effimera, ridicolissima fama di personaggetto megalomane volgarotto e rintronato preso per il culo da mezzo mondo (e con quel pedigree là che si ritrova, per giunta, che rende il tutto più comico), un’inconsapevole scimmietta ballerina che fa spettacolo di se stessa, sempre e ovunque, e ultimamente delira da guru del marketing e dell’innovazione - che cazzata s’è messo stavolta? che cazzata ha detto? che cazzata ha fatto? Peccato però, oh, quante risate in meno, se un giorno lo capisse sul serio, di essere così behind.

[*] che è appunto il tuono che si sente quando s’apre la pagina di Virgin Radio

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