Che bella trovata questa del modesto pandino che aspetta fuori dalla chiesa Clementina Montezemolo (figlia di Luca e Bambi) raggiante nel suo preziosissimo abitino peschereccio addobbato di calamari lessi: sembra la sceneggiatura di una pubblicità televisiva confindustria-we-care tutta concordia sociale e semplicità e duecuorieunacapanna, ci manca soltanto un pianuccio strappalacrime e il capoccione pelato di gandhi in cgi che spunta benevolo tra Carlo Rossella e Diego Della Valle, c’è pure il maritino dall’aspetto molto popolar-televisivo sosia di Alberto Stasi da Garlasco, un diffuso mediocre acchittìo malvestito alta aristocrazia carrefouriana (Martina Mondadori col telo da spiaggia, la signora Jean Todt copridivanata, i pizzetti beige di Frankenstein Schiffer in Vanzina, Ludovica Andreoni in Montezemolo col completino arancione stabilo boss) e un mucchio di larghi cappelloni rotondi che a guardare la piazzetta dall’alto si direbbe un matrimonio a Città del Messico; e tanto chi lo verrà mai a sapere che là dentro la modesta macchinetta di cartapesta c’è una botola posizionata sopra un tombino e da lì un passaggio sotterraneo verso il retro della chiesa, dove ci sta parcheggiata la Rolls-Royce volante – quasi quasi mi stanno più simpatici i bburinoni che alla propria prepotente ottusità danno libero sfogo, ostentandola sfrenati e orgogliosi: eh sì, io già sto contando i giorni che ci separano dal tredici giugno.
Conquistata la laurea sudatissima in economia (108, Luiss), il malvestito numero 18 lavora part-time per una società di assicurazioni. Non sa bene neanche lui cos’è che deve fare, non è che lo zio glielo abbia mai spiegato, ma tanto è temporaneo. Ha letto su Chi la biografia a puntate di Flavio Briatore e anche lui ha iniziato così, da assicuratore. Ciò lo rassicura.
Carriera grandiosa quella di Briatore, ma davvero un filino troppo plebeo, eccessivo e pappone nello stile: per quello, meglio ispirarsi all’aristocrazia imprenditoriale targata Montezemolo, Elkann. Quelli sì che c’hanno classe da vendere. Lo stile giusto per l’estate è quello – chiude gli occhi e sogna – che sfoggerebbe Montezemolo Junior appena sceso dallo yacht, due passi tra le adorabili viuzze di Capri fin su in piazzetta per l’aperitivo.
L’aspetto imprenditorial-vacanziero, costruito sull’idea di una rilassata e matura professionalità (camicia bianca sbottonata – 1 – collettone rigido, maniche rimboccate ad arte, pantaloni corti da regata – 2), non deve tuttavia precludere al giusto apporto di giovanil chincaglieria (la stessa disposizione della camicia, aperta sul petto e sulle braccia, i pantaloni corti e le scarpine da ginnastica anatomiche, senza calzini – 3 – danno all’insieme una coloritura molto easy, atletica e dinamica, molto mescolanza e rilettura casual sportiva di capi eleganti, molto Lapo, molto eclettismo under ottanta): la barbetta incolta (che assolve insieme al triplo compito 1. son giovane e non è che mi preoccupo di radermi tutti i giorni, ieri ho fatto le ore piccole e chissene, mica c’ho tutti i giorni consiglio d’amministrazione 2. son giovane ma neanche tanto, mi cresce la barba 3. mi definisce meglio la linea della mascella, la mascella fa maschio, mi nasconde la pappagorgia), la cintura Gucci – 4 – col fibbione di gran classe e i colori sociali che suggerisce con garbo il messaggio “magari la marca di camicia di pantaloni e scarpe non la vedete, ma c’è”, e la bigiotteria un po’ coatta che non se ne può fare a meno, una misurata verniciatina di coatto è necessaria (giovane fa pur rima con coatto, in fondo, con cos’altro), orologio d’argento brillantato, collanina metallica stretta al collo da Ibiza beach party (5), anellone metallico (oh, un pizzico di trasgression) sul dito grassoccio, rayban aviator (6) per nascondere l’occhietto ebete da piccione – il quadro è completo.
L’unico vero problema, quello a cui pensa sempre – ci pensava durante la discussione della tesi, anche mentre gioca a calcetto ci pensa sempre, quando lavora, anche ieri sera che faceva l’amore con la squinzia – ci fa gli incubi quasi ogni notte: il problema sono i capelli (7). Il malvo numero 18 è affetto da un’impetuosa calvizie, shampoo e cremine varie non servono a niente, ogni volta che fa la doccia si trova in mano un cricetino di capelli morti: tragedia. La stempiatura è da perdenti. L’allegro giovanilismo carrieristico che tanto adora, be’, rischia di sfumare. Ci sta provando, poveretto, con questo riporto ingegnosissimo, deve esserselo studiato per mesi e mesi: un intreccio a sovrapposizione multipla alternata, una roba complicatissima, un algoritmo tricologico di capelli provenienti dalla parte centrale sana, dalle retroguardie sane, addirittura un pochetto dalle tempie (e – sospetto – pure dalle basette e dalle sopracciglia), il tutto buttato sulla fronte a mo’ di frangettone e pietrificato di lacca. “E’ incredibile che se ti tagli un dito te lo possono rimettere, e i capelli che sono una cazzatella invece no, li butti nello scarico”: mondo crudele.
Può darsi che questa estate ce la ricorderemo tutti a lungo e per un sacco di tempo, voglio dire, con la stessa allegra spensieratezza che avrebbe un giapponese nel ricordare i giorni d’attività del progetto manhattan.
No, non intendo parlare dell’imbottitura invernale delle crocs (ma dai, è chiaramente una boutade, chi mai accetterebbe di mettersi ai piedi una cosa che sembra ideata da un paramedico sherpa), no, neanche del fatto che pare sia finalmente arrivato il momento di smetterla con quell’immorale disgustoso darla via al primo politico pelato cicciottello minidotato di turno per uno spazietto in tivvì – adesso pare che basti semplicemente accoppare o quanto meno essere sospettati di averci a che fare nell’accoppamento di qualcuno (e magari esser fighetti e farsi una bella comparsata funeralesca con alle spalle una non-stop di un paio di giorni da parrucchiere ed estetista [1]) e via con le serate in discoteca – e no, non intendo parlare neanche del matrimonio briatore-gregoraci (per quanto, ehi, qui mi sa che dovremmo aggiungere una nuova festività al calendario malvestito – che ne so, tipo nozze di Canaan).
Piuttosto, invece, vorrei parlare di come st’estate, forse, si sono poste le basi per trasformare la nostra nella prima repubblica occidentale guidata da una malvestit-tì-tì-tissima di prima classe, una semo-bburini d’origine controllata, Michela Vittoria Brambilla – parliamo di questo (ah già che stupida, c’è scritto nel titolo, era evidente).
Mi capita spesso di sentir dire che la Brambilla sarebbe una specie di calco xx di Berlusconi, ma invece secondo me no, non è esatto. Se Berlusconi, un po’ come il Tom Baxter di Woody Allen, ci scommetto, dev’essere fuggito di straforo dallo schermo di chissà quale filmone vanziniano (probabilmente perché non ci si sentiva a suo agio, poveretto, lui che è troppo più avanti di una semplice vanzinata – e lo stereotipo dell’anziano cummenda petto in fuori pancia in dentro, avvizzita virilità ostentatissima, dentiera spalancata e cordiali ganascini a destra e a manca, lui, se lo pappa a colazione [2]); Michela Vittoria Brambilla, al contrario, non è saltata fuori ma sta invece disperatamente tentando di ficcarcisi, in uno schermo, e non quello di un film qualsiasi ma dentro lo schermo di una soap opera, sapete, del tipo di quelle italiane del pomeriggio: Michela Vittoria Brambilla è la rampante donna politica aggressiva ma sensuale (funziona meglio se venuta dal basso [3], ve l’immaginate? da segretaria saccente un po’ zoccola, strappato con l’inganno il 100% delle azioni societarie al suo ex boss e amante, a imprenditrice di successo e quindi giù in politica) come l’avrebbe potuta scrivere uno degli abili sceneggiatori di Vivere (con qualche piccolo ritocco, del resto, io ce la vedrei alla grande pure come vetrinista in Cento vetrine, o come scoglio del golfo di napoli in Un posto al sole), e guardarla concionare pubblicamente sul palco è quasi come godersi le sfilate palesemente fake che ci sono in Beautiful (passerella lunga un metro per tre, uno sparuto gruppino di giornalisti su sedie da picnic, le stesse due modelle che fanno su e giù, un paio di vestitini della collezione Barbie).
Lo sceneggiatore di Vivere ricorre alle più ovvie convenzioni del genere soap: di costruire un personaggio anche solo lontanamente realistico non gliene frega niente, il racconto della soap non ha nulla a che fare col realismo, non importa che la recitazione sia approssimativa, che le battute siano farcite di demenziali banalità imparate a memoria e ripetute a pappagallo con faccia di bronzo, che persino l’aspetto e il modo d’abbigliarsi siano improbabili e ridicoli – non potrebbe essere altrimenti, una soap è fatta così;
ed ecco i capelli cartooneschi (che per risparmiare son tinti con lo stabilo boss – e chissà quale grave indecisione tra l’arancione fanta e l’azzurro manga), liscissimi e sempre sciolti sulle spalle, con l’onda pietrificata di lacca, il cui significato è “fieramente femmina e femminile così a mio agio con me stessa che posso permettermi sto osceno casco di spaghetti al salmone, zexy”; il viso slavato e privo d’imbellettature (le orecchie a sventola sempre ben nascoste, che non è opportuno scalfire con simili deformità tale ariana perfezione), niente gioielli se non la micro collanina, ovvero “una donna semplice ma sincera, non mi nascondo dietro a niente, non ho tempo di concedermi inutili frivolezze”; i tailleur neri tutti uguali (boh, c’avrà il guardaroba di pezzi tutti uguali come mr Bean) che ci dicono “una donna seria e praticissima, una lavoratrice tutta d’un pezzo, con un indole forte e irremovibile”; e tuttavia la gonna sempre molto corta e l’autoreggente che rimane in bilico sempre lì lì ad un passo dal far capolino (e lei, uuuuh, non vede l’ora!), perché in fondo non esiste caratterizzazione più classica e fondamentale per una donna da soap di quel suggerimento più o meno esplicito sulla sua carica erotica (il resto, in confronto, è un superficiale ghiribizzo, un optional), e non esiste soap in cui la Donna Di Potere o aspirante tale (sotto gli ottanta anni, ovvio) non sia anche una sensualissima e irresistibile mangiauomini d’impostazione marcatamente dominatrix (leccami i tacchi a spillo, toh, e la punta acuminata delle scarpette pure, aritoh, ti ci schiaccio i capezzoli come fossero mozziconi).
Guardate il video qui a destra. Sarebbe il messaggio della Brambilla agli studenti dei circoli della libertà cosiddetti Universitas [4]. Tutto è stato regolato perché fosse il più possibile in sintonia con l’argomento: essendo l’argomento, appunto, “qualcosa che ha a che fare con gli studenti”, la Brambilla preferisce liberarsi del tailleur vedovile in favore di qualcosa che suoni più rassicurante, meno sensuale, più da maestrina, una camicetta sbarazzina coi laccetti, le maniche tirate su (non le gambe quindi ma le braccia in mostra, più innocue e materne), al posto della sobria collanina un’enorme croce sbrilluccicosa, coattissima, che fa il paio con i braccialettoni argentati e ne rivela tutta la più intima semobburinità (eh va be’, tra giovani ci si lascia un po’ andare); per quanto riguarda l’ambientazione, lo sceneggiatore di Vivere dà al suo scenografo di fiducia il compito di mettere in piedi una stanzetta che abbia qualcosa a che fare con gli studenti, con l’università, e lo scenografo allora grazie forse ad un qualche provvidenziale sondaggio (meno male che è abbonato a Panorama – altrimenti, accipicchia, lui aveva optato per un poster di Tony Renis sullo sfondo) viene a sapere che spesso ci si trova una libreria in casa di studenti, nientemeno. E così lo scenografo fila dritto a comprarne una (da Ikea, e la poltroncina anche: l’inconfondibile Scömodj), e poi però, una volta montata, quando c’è da decidere cosa di preciso mettere sulle mensole, spiazzato e in preda al panico, non trova di meglio che un vasetto pieno di sassolini, l’orario dei treni, qualche rivista (meno male che è abbonato a Panorama), un telefono. Neppure malvagio come insieme, in perfetto stile soap, magari giusto il telefono scollegato, quello se lo potevano risparmiare.
Non so voi che ne pensate, ma io tutto sommato, forse, preferirei votare Brooke (al limite Stephanie).
[1] non guasta essere due complete mentecatte capaci di spacciare per vero un fotomontaggio che gli fa mangiare la polvere a Ed Wood, congratulazioni
[2] l’avrete certamente già visto e stravisto con quel suo completino travoltiano, da maître di un gay-bar d’ambientazione vintage – e non a caso dico gay-bar, accidenti, con quella manina moscetta un po’ così; e come non apprezzare la geniale pennellata da magnaccia televisivo: il pendaglio sbrilluccicoso al collo, manco fosse la salma incartapecorita di Costantino Vitagliano, va be’ che pare stia tirando parecchio ultimamente, il magnaccia style
[3] eh, lo so, state pensando che l’interpretazione soffre delle reali origini della Brambilla, ma che volete che sia una tigre da salotto, e poi che cavolo, per spernacchiare certe sciocche obiezioni hanno creato apposta il concetto di “invidia sociale”
[4] ma sti circoli della libertà voi ne avete mai visto uno, a me sembrano un po’ come gli ufo, decine di migliaia di iscritti ai circoli della libertà – dice la Brambilla – e io non ne ho mai avvistato uno, attendo con un pizzico di timore il mio primo incontro ravvicinato
Se c’è uno in Italia che può sul serio rivaleggiare con le aspirazioni di lusso supermalvestito blingbling degli hippoppari gangsta americani, quelli che “lo scopo della loro vita è mettersi le otturazioni di platino e farsi lo schermo al plasma 400 pollici per vederci su e impararsi a memoria le bullate di Scarface e avere le femmine che escono sculettanti già nude e lubrificate di Cristal premendo un bottone sul bracciolo della limo” (autocitazione), questo qua è Fabrizio Corona.
Seppure certamente in chiave più terzomondista sempliciotta e outlet dolce&gabbana, è lampante e fondamentale l’apporto subculturale che ha contribuito più di ogni altro a fare di Fabrizio Corona il wannabe sgangherato che è oggi, questa venerabile tradizione di papponi impellicciati che si danno le arie da signorotti pieni di affari importanti, intoccabili e minacciosi che se fanno una puzzetta loro trema tutto il mondo di paura. Lampante mica per altro, basta dare un’occhiata alle foto del suo ufficio – e mi stupisce, in queste settimane che s’è fatto tutto un gran parlare di Fabrizio Corona (in vista anche dell’imminente temutissima apparizione a Matrix), che nessuno abbia speso due parole due sulle foto del suo ufficio (tratte dal sito del fanclub ufficiale – eh sì, c’ha il fanclub)
che mi sembra compendino perfettamente lo stile del personaggio. Tony Montana e Vito Corleone che, si sa, rappresentato da un bel pezzo per gli hippoppari gangsta ingioiellati un punto di riferimento totemico, il simbolo di un arricchimento prepotente e violento che non guarda in faccia a nessuno, più volgare e primitivo uno, più sobrio e pacato l’altro, ok, ma c’è questa cosa che hanno in comune che è il motivo principale del loro iper-successone e che li rende così banalmente seduttivi: che le macchinone i tirapiedi il rubino da cento carati sul mignolino e la jacuzzi coi rubinetti d’oro siano sempre indissolubilmente legati ad un sistemino di discutibili e nebulosi cosiddetti “valori” del tipo che si trovano citati a vagonate nelle interviste a veline attori di fiction e calciatori (ma solo quelli più svegli, che usano un ventriloquo), banalità tipo famiglia, coraggio, onore, orgoglio, lealtà, Palle – “valori” che, nella migliore delle ipotesi, trovano la loro più concreta realizzazione nel nome della moglie col cuoricino al posto del puntino sulla i (se non c’ha una i, al posto della o – se non c’è manco la o, si iscriva il nome all’interno al cuoricino) tatuato sul bicipite oppure anche la faccia del figlioletto innocente tatuata da qualche altra parte, Corona ce l’ha sull’addominale, così quando si allena gli sembra che il figlioletto si accartocci (è un modo immagino per sfogare certe noiose frustrazioni casalinghe).
Il quadro di Zio Paperone aggiunge e rivela la dimensione più intimamente trash di Fabrizio Corona: un triste ex-valletto che scalpitava per farsi pagare le serate in discoteca, con l’anima e le capacità di un bulletto adolescente litigioso e non troppo capace, il cui cervello così infantile e naif, una volta interpellato circa il dilemma “cosa appendere dietro la poltrona di pelle umana per far capire che io sono uno che vuole avere tutto e subito” non è riuscito a partorire altro se non questo antico ricordo topoliniano: e be’, ma del resto, quanto è altrettanto se non ancora più infantile e naif (oltre che ridicolo) il servizio di foto che si è autoscattato in cella, che sembra quello di un bamboccio esaltato in cameretta davanti allo specchio, con le mutandazze elasticate dolce&gabbana (“sto dentro ma comunque mi vesto di classe”), i tre quattro chili di catenoni attorno al collo (“sto dentro ma comunque mi vesto di classe”), i tatuaggi in bella mostra (e, devo dire, appropriatissimi: mai visti di tanto orrendi), la faccia da vero duro che non si piega mai (ci scommetto che qui stava pensando a John Rambo) e che anzi rilancia e promette di farla pagare cara a tutti quanti una volta fuori e per questo si allena senza sosta (“sto dentro ma comunque c’ho i muscoli”), il tutto ovviamente sempre in mutande, al massimo in calzini se proprio fa freddo.
E questo suo saltuario scimmiottare l’abbigliamento da manager di ferro, coi capelli lunghi sempre tiratissimi all’indietro ludicidissimi e impiastricciati: un’idea tipica della soap-opera di più infima categoria, che se un personaggio fa il business man (senza scrupoli), allora ci deve avere i capelli tiratissimi all’indietro lucidissimi e impiastricciati; e poi il completo, ovviamente, gessato come gli affaristi quelli veri ma di raso, che vuol dire ok, sono un affarista di quelli veri ma anche uno che ci bada ad essere appariscente e di tendenza, e poi ovviamente il sigaro, che ti dà quell’aria più adulta e vissuta, non si fuma se non per finta ma si fa vedere sempre in mano, non c’è manager senza sigaro, si sa (oltre che nelle soap, ora che ci penso, pure su topolino ci sono i fumetto-manager che si azzimano così – oh, Corona da piccolino doveva averci l’abbonamento).
Io lo so che lui adesso si sente come Tony Montana alla fine del film quando gli hanno dichiarato guerra ed è solo contro tutti, e sogna poverino di uscirsene fuori dal suo ufficio con il fucilone spara-granate e così Bam! Bam! sogna di accoppare in un mare di sangue un mucchio di colombiani, ma no, temo che tutta sta storia finirà in modo molto meno divertente: una causa qui, una là, giusto per sparare nel mucchio a casaccio e far mostra della giusta dose di minacciosa prepotenza (povera cara Simona Ventura), ancora qualche dozzina di mutande firmate Corona’s gettate dal balcone di casa sua, le interviste con gli scandaletti e le accuse sempre più piccine-picciò ad altri poveri disgraziati come lui, e poi basta, tutto qui – ci farà pure un sacco di soldi, Fabrizio Corona (bravo!), ma se posso dargli un consiglio spassionato: io mio figlio a fargli fare da babysitter da Lele Mora, be’, come dire, piuttosto lo manderei a fare camping a Neverland.
Mi è difficile trovare le parole per descrivere lo sgomento che provo in questi giorni leggendo in giro di Lapo Elkann. Un po’ dappertutto si trovano resoconti della sua strombazzatissima performance di ieri, a Firenze, la presentazione di questa cosa chiamata Italia Independent: una società di moda che il Lapo ha fatto cogli amichetti e che si propone di realizzare e vendere in tutto er monno accessori stilosissimi per veri malvestiti con pedigree.
Per l’appunto, sul sito c’è scritto:
Italia independent è un marchio nomade e dinamico che si propone di realizzare “personal belongings” oggetti unici e innovativi, espressione diretta dell’esperienze e dei gusti delle persone indipendenti.
La parola chiave è “indipendente“. E se uno si chiede che vuol dire, ecco:
L’indipendente è colui che rifiuta l’omologazione di massa. Una persona libera, che non ha paura di essere se stessa; un beauty seeker che sceglie la bellezza a prescindere dalla griffe o dallo status symbol del momento. L’indipendenza è, quindi, un modo di pensare che trascende l’età, la nazionalità, la cultura, il sesso e la religione.
Ora, voglio dire. Ma voi, ve lo ricordate a Lapo qualche mese fa, quando se la scoattava a New York che sembrava si fosse rotolato coi pantaloni contro un murales ancora fresco? Oppure prima ancora, che si metteva i completi tutti colorati o quelli in raso su misura con sotto le scarpettine sportive? E quando sembrava non poter uscire di casa senza una qualsiasi cosa (dal cappellino alla lingerie) che non avesse scritto sopra il monumentale acronimo di famiglia? Oppure, ah sì, quando la settimana scorsa s’è fatto vedere con quelle adidas a forma di cinquecento? Oppure anche ieri, l’avete visto come era conciato a Firenze, con le scarpine zebrate senza calzini, la magliettozza aperta sul petto villoso, i braccialettozzi da macellaio e la bandana al posto della cintura? E… e… sì, i tatuaggi che c’ha, dalla stellina in onore della prima morosa (principessa delle Malvestite) agli ideogrammi giap all’ultima incredibile bandiera italiana sull’avambraccio, che manco un carcerato, eh, ve li ricordate i tatuaggi?
Voglio dire, è una tragedia la sua, una cosa pietosissima. Ci crede sul serio Lapo di essere un nomade dinamico indipendente e originalissimo, e ci si impegna e ne fa di tutto i colori, poveretto, per essere un “beauty seeker”. Ci credeva davvero lui, ieri, che a farsi fotografare mezzo sdraiato tipo manichino con questi occhialozzi chiamati Sever (il tipico sputtanatissimo modellaccio discotecaro da mosca che andava dieci anni fa), qualcuno poi ci va davvero sul sito a comprarglieli, a mille e passa euro. Sever, giusto:
L’unico occhiale da sole realizzato interamente in carbonio. Le pelli di carbonio sono tenute in frigo ad una temperatura di 15 gradi sotto zero prima di passare alla lunga e sofisticata fase di stampaggio e di lavorazione, necessarie per verificare il controllo delle vibrazioni. Il design di Sever, caratterizzato da forme morbide e allo stesso tempo aggressive, ideato attraverso una impollinazione creativa tra i linguaggi della moda, della arte e dell’intrattenimento è stato ideato dal team interno di Italia Independent.
Oh poi può essere pure, anzi sono sicura che un paio di modelli qua e là tra gli amici li piazzerà, certamente. Così come può essere che tra qualche settimana se ne vedranno tarocchi d’ogni fatta spuntare per strada. D’altronde, la fiaba di Flavio Briatore, Neanderthal giunto tra noi attraverso qualche strano tilt temporale, in grado di attrarre a sé donne tra le più belle del pianeta, ci insegna che non c’è niente da fare, le vie del successo (anche malvestito) sono assurde e imperscrutabili. Lo dice anche il sito, nella pagina Feel-Osophy, tra una pillola di saggezza e l’altra:
Impercettibili puntini. Troppo distanti per riconoscerli. Sono i volti dei tuoi vecchi limiti.
Cari vecchi puntini.
di Betty Moore,
Categoria: io sono originale, malvageddon, maschioni, very important malvestite