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Provini GF #1 - Non è mai troppo tardi

Scusate questa ennesima lunga assenza e scusate se non rispondo alle mail, mi dispiace, ho avuto qualche problema e nonostante i superpoteri, oh, anche all’uomo ragno ogni tanto gli si scaricano, si rattrista e decide di buttare il costume nel cestino. Poi però capisce che solo lui può salvare il mondo dal malvagio supercattivone e così ci ripensa, e torna - che sarebbe una specie di umile metafora per dire che l’universo, senza le malvestite, be’, insomma, non mi ci fate neanche pensare!

malvestita ai provini del grande fratelloUna cosa di cui molti m’hanno scritto, vediamo un po’, sono i provini per il grande fratello: la folla di varia disperata umanità, le migliaia di esaltatissimi malvestiti col numerino che non vedono l’ora di esibirsi nella ridicola scenetta io-sono-interessante sono-io-io!-io!-io! che si sono preparati a casa e mandata giù a memoria, ah be’ che ingenui buffoncelli, quanto è vicina finalmente la speranza di sistemare la propria e le successive tre generazioni familiari con mezza edizione di buona domenica, un paio d’anni di serate in discoteca e il logo di una marca schifosetta stampigliato ovunque, dalla fiancata della smart alle mutandine tangate.

Pensavo magari di fare una piccola serie di malvestite da provino: c’è Max che mi ha mandato parecchie foto dai casting della settimana scorsa a cinecittà e insomma direi che ce n’è abbastanza da perdere la ragione. Ad esempio potremmo cominciare con questa qui, che dovrebbe essere più o meno un esemplare della categoria grandefratelliana che Labranca chiama Non è mai troppo tardi, una malvestita vale a dire di mezza età al suo milardesimo casting televisivo che darebbe qualsiasi cosa (compresa - anzi, per prima cosa - la vita del figlio stronzo che le è capitato a ventidue anni con quell’altro stronzo palestrato colle meches che poi s’è sposata, c’è andata a vivere assieme e da allora non ha più potuto fare la cosa che davvero le stava a cuore, cioè cantare, ma anche ballare, ma anche presentare, anche suonare il pianoforte, anche scrivere, cioè praticamente dedicarsi non sa bene di preciso a cosa, ma cioè praticamente ad esprimermi, cioè a trasmettere emozioni - lo dice col melodrammatico sospirone di rimorso, il tempo perduto - eh sì, a ventidue anni, sì - e poi però subito falsissima a denti stretti, con la sua vocetta piacevolissima da chipmunk: “mio figlio comunque è la cosa più bella della mia vita”) farebbe di tutto per tornare quella ventiduenne libera in rampa di lancio che per il resto, cretina malvestita e bburina com’era a ventidue anni c’è rimasta, solo che adesso ha il culo all’altezza delle ginocchia gonfie come cocomeri, i capelli che sembrano stoppa marcia tinta con la vernice (1) e ramificatissimi canali di rugosità assortita dappertutto.

Ma comunque siccome lei ci tiene a far vedere che ce n’è ancora pure nell’aspetto, di quella ventenne là, senza contare tra l’altro che quando glielo hanno chiesto s’è tolta d’un colpo circa dodici anni, e poi oh che cavolo in fondo l’anno scorso le hanno fatto condurre tutta scosciata i tre minuti della rubrica sulle partite del campionato eccellenza su una rete condominiale di vibo valentia, oh, un minimo di reputazione da difendere ce l’ha: e quindi com’è giusto tenta il tutto per tutto, le unghiette french (2) come ogni vera decerebrata malva-televisiva che si rispetti (e peccato non sia stagione, c’ha i mignolini dei piedi che sono difficilissimi perfettamente squadrati, un capolavoro), la cintura col nome scolpito in fibbia (3 - Carol) che ha trovato sulla bancarella in centro e che le piace un sacco (solletica quello sbuffo di egocentrismo adolescenziale - sapete no, i ciondoli di dadini con le lettere, i trenini da comodino che le lettere le trasportano sui vagoncini, cose così - poveretta ne va fierissima).

Il nero è banale, che sfina e serve a nascondere rotolini e fianchi portaerei, e tuttavia allo stesso tempo il vestito moscio malvo-attualissimo (4) c’ha questo eccezionale traforo sul davanti che lei fa finta di voler coprire, timida e vergognosetta sta con le mani nervosamente intrecciate in grembo, tic falsissimamente inconsapevole che nasconde in realtà un duplice calcolatissimo scopo, che sarebbe cioè: a) piuttosto che rendere palesi le sue superiori doti di navigato troione da sbarco preferisce suggerire un più raffinato malizioso atteggiamento da imbarazzata scolaretta un po’ avanti con l’età, ma soprattutto b) le braccia e manine in quel modo strizzano gonfiano spingono ed esplodono le tettone gigantesche (5) che con la giusta impalcatura sono forse l’unica cosa che forse (forse) potrebbe causare nella produzione giudicante un primo minimo accenno di obnubilamento ormonale - e nel caso la scollatura non basti, per ogni evenienza a mo’ di faro lampeggiante, ha scelto questa enorme bburinissima crociazza in finto oro bianco tempestata da fondi di bottiglia (6 - “ah, questa? è un simbolo religioso molto importante per me, io sono molto devota a badre bio”).

Per lo stesso motivo (affogare nel buco nero della scollatura la sua altrimenti totale appassita nullità) ha dotato il vestitino di un appariscente ornamento pelliccioso a picco sul traforo (7), e infine le calze (8), la cui kidultaggine a righe orizzontali non serve soltanto a darle un misero aiutino anagrafico, ma è così fastidiosa e brutta che non ce la fai e devi guardare per forza da un’altra parte, più sopra, oh accidenti i capelli di stoppa no! più sotto, ah sì, il faro, ecco, le tettone.

di Betty Moore, 26 novembre 2007

Categoria: semo bburini

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