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Tutti pazzi per Paradizia de Blanck: A letto col diavolo, il libro dove c’è la statuetta medianica del Buddha, il cagnetto Silvia Mandrilla, un terrorista morto derubato, Mussolini che se la comanda nell’aldilà e Umberto Smaila (con la sua amica Pucci Salame) che si spaccia per un discendente del re Saladino - e la de Blanck amerà Capponi, si capisce perché

Patrizia de Blanck, A letto con il diavoloE’ sufficiente valutare il boom di sfornate che c’hanno avuto negli ultimi tempi gli instant-libretti più o meno autobiografici firmati dalle microscopiche celebrità nostrane - ne popàppano un paio almeno ogni mese, in un crescendo spaventoso: Cassano, Morgan, Buffon, Patrizia de Blanck! - per farsi un’idea attendibile della incombente mega-crisi che c’abbiamo alle porte: è evidente infatti che si tratta di un per nulla benaugurante fenomeno Prendi i soldi e scappa, l’ultimo disperato tentativo delle batterio-celebrità (e dei loro astuti agentucoli succhiasangue) di capitalizzare freneticamente le ultime capitalizzabili bricioline irrancidite di vipparolitudine, prima che effettivamente la tragica penuria di dindini possa far venire in mente a qualche povero disgraziato che leggere la lunga lista degli amanti della madre di Patrizia de Blanck non è poi così essenziale, forse, non quanto sopravvivere, per lo meno (e nessuno lo dice mai, lo dico io: tra i mercati più colpiti dalla crisi c’è - e ci sarà, speriamo, incrociamo le dita - il mercato dell’intrattenimento idiota per subumani: vale a dire tutto quell’universo di televisionaccia e gossip e discotecate e defilippume e realitari vari e compagnia, che prosperano in gran parte sulle tasche degli ultimi e dei penultimi della terra - ci sarebbe da felicitarsene: e infatti, felicitiamocene).
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Paris Hilton Clothing line alla Coin, nessun ferito

E così nonostante tutto sembra che l’abbiamo sfangata, nonostante quella terribile profezia di Nostradamus che cantilena beffarda “guardatevi piuttosto dalla capellona col ratto portatile / che firma i vestiti col muso del ratto sopra / scemi cosa vi credevate / la storia dell’acceleratore di particelle era soltanto un diversivo / (ahah, tiè)”; nonostante il bieco squallore di questa robaccia fatta per lo più con Paint di Windows e gli a4 trasferibili e le magliette della salute (e una mandria di cinesi ingabbiati che ci alitano sopra - troppa spesa sennò: il ferro da stiro costa troppo);

Paris Hilton Clothing line in vetrina alla Coin di MilanoParis Hilton Clothing line in vetrina alla Coin di Milano

nonostante un mucchio di cose siano state evidentemente trafugate dai magazzini dell’esercito della salvezza (dov’erano conservate negli scatoloni “niente da fare: i barboni obiettano che è out”); nonostante il micragnosissimo impegno creativo degli stilisti-ombra (che stanno appena appena al livello dei ragazzini che infittiscono le pagine del diario di scuola coi collage di simboletti presi a casaccio qua e là per il puro gusto di riempire più spazio possibile - “il cosino della pace già l’abbiamo usato, i cuoricini pure, le righette pure, i teschietti pure, le stelline pure, la bandiera dell’Inghilterra pure, i font anni settanta-ottanta li abbiamo usati tutti, la faccia di Paris con tutti gli occhiali da sole dell’universo pure, che cazzo ci mettiamo su ’sta maglietta? un momento, ma certo! un cazzo, un cazzetto! che ne dite di un bel cazzetto?”);

Paris Hilton Clothing lineParis Hilton Clothing lineParis Hilton Clothing lineParis Hilton Clothing lineParis Hilton Clothing line

nonostante cioè non sia altro che l’ennesima scopiazzatura cialtrona di stereotipi malvestiti combinati alla meno peggio (è la mania imperante del lowcost come-il-tuo-vip-del-cuore-oggi-puoi! da grande magazzino, i soliti fondamenti boho fritti e rifritti - mosciumi, gilettini, sbuffosità, vintagismi vari, blusette, cravatte, skinny jeans, ecc - più alcune botte di sincero semo-bburinismo senza tempo e qualche inutilità tappabuchi),

Paris Hilton Clothing line col chihuahua sulla magliettaParis Hilton Clothing line con le scrittone cool anni settantaParis Hilton Clothing line in vetrina alla Coin col cuoricino della cartoleria appeso sul vestitoParis Hilton Clothing line in vetrina alla Coin si specchia sulla maglietta

nonostante fosse l’antipasto già terribilmente indigesto di quel ciclone di scombiccherata demenzialità para-modaiola che turbina intorno alla settimana delle sfilate (senza il cui turbinio del resto non funziona un bel niente: perché insomma chi è altrimenti che s’interesserebbe delle sfilate quelle vere - a parte dico Cristina Parodi ed equivalenti entusiaste redattrici di servizi marchettari - se non ci si incappasse per caso intanto che si sta sghignazzando come matti a proposito delle mutandine anal-interdentali di Valeria Marini, dei tutoni di moquette di Simona Ventura, dei trikini e dei tacchi all’incontrario e degli accompagnatori fantasma di Pamela Anderson e delle bandierine da cocktail copri-culo e di altre varie amenità collaterali); nonostante ci si trovasse davanti la responsabile di un nuovo spaventoso reality show (lo scopo: trovare il migliore amico tra tutti gli sbroccati che le si propongono via internet) che quasi quasi manco è iniziato già ha prodotto dei fenomeni mentecatti di cui avremmo forse preferito non sapere mai nulla (il mio preferito è Leonid, che potete ammirare nel video qua sopra; ma anche il cretino del video sotto, uhm, non è male - e anzi sapete che vi dico, nello specifico credo sia il più adatto);

nonostante l’arsenale nutritissimo di boiate “uno stile sexy ma adatto a tutte le ore, capi con cui andare a fare shopping, a ballare o a una riunione” (”mi piace cucinare, soprattutto le lasagne”, “mi piace fare shopping, brucia le calorie”) e previsioni raggelanti “mi piacerebbe avere famiglia e figli, in futuro prevedo una famiglia”; nonostante tutto - ché secondo me una sassaiola come minimo ci stava (cento euro per il pigiama di tata Francesca? cos’è, ci stanno i novantacinque di resto cuciti nella targhetta?) - nonostante tutto, dicevo, sembra che Paris Hilton abbia inaugurato questa sua collezione e se ne sia volata via senza causare grossi sconvolgimenti - siamo ancora qui, no? tutti interi, e il pianeta ne è uscito indenne (credo) - o almeno nessun grosso sconvolgimento se non nella testa degli sventurati masochisti che si trovavano alla Coin venerdì pomeriggio, come ad esempio il nostro Mattia, che racconta

Paris appare. bassissima. coi tacchi. e col 42 di piedi. in pratica un mostro. una massa di capelli biondissimi gigantesca. cerone a volontà. lenti a contatto azzurre. viene fatta posizionare vicino ai suoi abiti, dove le commesse sono orgogliosissime di stringerle la mano tra mille moine. i fotografi e la gente impazziscono, spingendo, urlando e assalendola. ragazzine matte tra i 12 e i 14 anni strillano come pazze, arrampicandosi sui banconi per vedere meglio la Hilton.
dopo 5 minuti Paris si sposta nella postazione per firmare autografi. ai vincitori [*] era stato precedentemente regalato un sacchetto rosa contenente campioncini di profumo, un cappellino (rosa per le ragazze, nero per i ragazzi), una gruccia imbottita rosa e un ventaglio rosa.
Paris avrebbe firmato i cappellini, rigorosamente con un pennarello argento (non ne voleva altri). non si poteva farle firmare qualsiasi altra cosa, motivo: si indispone. non era possibile toccarla, solo starle vicino per fare la foto. pare che odi le mani sudate.

[*] vincitori di cosa? sul forum, qua, c’è Mattia che spiega tutto

Pamela Anderson, Girl on the loose (poteva conquistare il mondo, ed è finita a vendere braccialetti da capezzolo nel garage sotto casa)

Pamela Anderson Girl on the looseL’altro giorno a parlare di reality americani con le paleo-celebrità disoccupate che cercano di raggranellare qualche spicciolo per rinchiudere in rehab il figlioletto di cinque anni sex-crack-amaroaverna-collanazzedoro-ak47 addicted (nome d’arte CollMasterBastardDJ), m’è venuta voglia di guardarmi la prima puntata di questo reality recentissimo su Pamela Anderson (debutterà qui in Italia la settimana prossima [1]) che si chiama Pam girl on the loose e c’avrebbe sulla carta tutto il necessario per diventare una pietra miliare del genere Dopo questo cosa mi rimane? (Far parte della giuria internazionale di Miss Italia? Ho sbagliato tutto la vita mi fa orrore non avrei mai dovuto abbandonare l’istituto radioelettra): ci sono i personaggi squinternati ridicolissimi (a cominciare dall’ex boyfriend Tommy Lee che s’acconcia come un bimbominkia qualsiasi col cappellino al contrario e le borchiette e i ciondoletti e le collanine e c’ha quel suo sorrisetto strafottente da giovane ribelle che gli accartoccia il faccione ebete in una ragnatela di rugosità fittissime tipo Charlton Heston - com’è oggi, dico, se lo si andasse a esumare), c’è il lusso coattone superostentato (gioiellazzi e pelliccioni [2] e case da diecimila metri quadri e televisioni al plasma cinemascope e Cristal a fiumi ovunque sugli aerei privati e sui macchinoni giganteschi coi cingolati), c’è la santissima trinità droga sesso rocherolle (ma soprattutto c’è quell’irresistibile saporino di squallore e decadenza che è tipico dello strafattismo tappabuchi senza alcun mistero, in situazioni per nulla cool e trasgressive ma anzi moscissime e tragicamente noiose), ci sono un sacco di vipponi impaccati e bling bling che vanno e vengono (yo fratello!) e poi va be’ soprattutto c’è lei, Pamela Anderson, che non so come la pensate voi ma io non ci riesco a pensarla come una tipa qualsiasi.

pamela anderson si condisce i capelliE’ vero che ci si potrebbe accontentare di classificarla come la solita pin-up con la meningite e il parruccone biondissimo e le tettone aerostatiche e la vocina squittosa da chipmunk, il solito stereotipato bambolotto da paginone srotolabile tutto mossette ammiccanti di frivolume ninfomaniacale - a parte che adesso, insomma, è da un pezzo che s’è avviata sulla strada dell’imbellettamento ringiovanente morte-a-venezia e in quattro e quattr’otto ce la ritroveremo ignuda e attorcigliata in copertina da qualche parte là sulla rastrelliera della Carrefour accanto al numero del National Geographic “Nuova radiografia per l’Uomo di Similaun” e sfido io, allora, a non comprarsi la rivista sbagliata - e in effetti sì non è che sia mai stata altro che questo, una specie di assurda incarnazione del chimerico essere-tetta philiprottiano, ok, se considerate però le particolari circostanze tecnologiche che l’hanno trasformata nel potentissimo totem masturbatorio che è stata a cavallo del millennio per una intera generazione di maschietti pubertosi - erano gli anni in cui le connessioni a manovella facevano boom dappertutto, il periodo che i jpg con le donnine nude venivano faticosamente caricati pixel dopo pixel (le nuvolette, i palmizi, i cocchi sui palmizi, l’orizzonte sull’oceano, un peschereccio laggiù che galleggia sull’oceano, i primi capelli, i primi capelli! e poi la fronte, i sopraccigli, un due tre quattro trecentottantamila sopraccigli contati uno per uno, un occhio - finalmente! - l’altro occhio, una caccolina sull’occhio! e via giù così, intanto che ti si formava una cornicetta di stalagmiti intorno al monitor), uno stillicidio sudatissimo infinito e ansiogeno (la mamma in agguato nell’altra stanza che bussa alla parete urlando “hai fatto? sto aspettando una telefonata! hai fatto?” - proprio adesso che sei a qualche cellula epiteliale appena dal primo capezzolo!) - dovreste capire allora quale razza di superpotere nucleare c’aveva tra le mani chiunque controllasse l’immagine di Pamela Anderson durante quegli anni là dell’internet a vapore (l’immagine cioè più lungamente e attentissimamente esaminata dalla più grande quantità di persone nel più breve lasso di tempo nella storia del pianeta terra): avrebbe potuto che so io, utilizzarla come strumento d’una operazione di condizionamento psicologico su scala globale, una spyop subliminale in piena regola, l’ipnosi di milioni e milioni di adolescenti ovunque nel mondo - pensate ad esempio, giusto per fantasticare un po’ sulla cosa più spaventosa di tutte, se Pamela Anderson fosse stata parte della scuderia di Lele Mora - sarebbe bastato un microscopico invisibile messaggino iscritto con uno straterello di crema abbronzante nella peluria interna della coscia di Pamela Anderson e legioni e legioni di schiavi-zombie coi pantaloni alle caviglie si sarebbero riversati nelle strade scandendo robotici “Heil Mora!”: capite quindi che potenziale superarma senza precedenti è stata Pamela Anderson, in virtù certamente di circostanze irripetibili (resterà per sempre la sola e unica Pippa Idol 56k), il che non c’è dubbio le conferisce tutto sommato una sua speciale forma di grandezza.

Hugh Hefner vuole spostare la macchinaE quindi insomma capite la delusione nel constatare che le vestigia incartapecorite di una superarma così potenzialmente superdistruttiva siano trattate in modo così sciapetto e noioso: il reality è davvero poca cosa [3], una serie di siparietti per lo più insignificanti e prevedibilissimi che dovrebbero servire immagino a raccontarci di una Pamela Anderson che è ovviamente una superstar richiestissima, ovvio, ma è anche simpaticissima, frizzantella, madre integerrima (non si contano le dichiarazioni-lacrimuccia sulla falsa riga di “i miei figli mi hanno cambiato la vita”), un po’ porcellina va be’ (c’è la voce fuori campo che le chiede “cosa dobbiamo aspettarci?” e lei, tirandosi su la maglietta, “queste!” e poi, tirandosi su il gonnellino, voltandosi “e un po’ di questo!” - ma è un bluff, non ci cascate: non si vede niente) un tantino sbevazzona (”mio figlio fa una limonata buonissima… posso aggiungerci un po’ di vodka?”) ma sotto sotto intelligentissima (c’è l’architetto di casa sua in visibilio che assicura “è un genio! mi ha suggerito tutto lei! è un genio!” - nota: casa sua è praticamente un cubo con due stanze col gabinetto innestato nella canna fumaria), per cui nell’ordine abbiamo lei che passa l’aspirapolvere e si vanta di fare tutte le pulizie di casa in prima persona (se guardate bene nella foto si vede il cane - cliccando si apre più in grande - che la guarda sconvolto pensando “questo vuol dire che dopo sarai tu e non Juanita a togliere la merda che ho appena lasciato sulla moquette in salotto?”), lei che si mette il balsamo nei capelli (almeno credo fosse balsamo, è la stessa bottiglietta della maionese che c’ho io nel frigorifero), lei che cucina i dolcetti con la mammina adorata (dialoghi scoppiettanti: “dove li tieni i cucchiaini da tè?”, “uhm ecco - passandole un mestolo - tieni”, “ma questo non è un cucchiaino da tè!”, “ah scusa pensavo fosse un cucchiaino da tè”, “ma allora ce l’hai o no i cucchiaini da tè?”, “no credo di no”, “ricordati di comprare i cucchiaini da tè!”), lei che si fa il bagno prona nella vasca impegnatissima a far emergere in superficie uno spicchietto di sedere (fate caso ai libri di polistirolo appoggiati ad arte là sul bordo), lei che va in studio a farsi fotografare da David Lachapelle (presente no? quello che aveva capito Valeria Marini) e poi tutte e due (lei e LaChapelle, che accidenti è un bburinone colossale, non l’avevo mai visto dal vivo - meno male - giacchetta di pelle nera, cappellino Blu Oyster Bar, jeans infilati negli scarponi da astronauta dieci misure troppo grandi) prendono l’aeroplanino privato e se ne vanno a Las Vegas per il compleanno di Hugh Hefner (uno dei più lampanti geni del ventesimo secolo: appena la incontra, poti-poti, non ci pensa due volte e le dà una clacsonata - quando si dice saper utilizzare al meglio il proprio status di vecchio rincoglionito), lei che sta in camera d’albergo con quell’inqualificabile tamarro di Criss Angel e per dimostrare al mondo che è capace di intrattenere piacevolmente gli ospiti si mette a fare il ponte e la giravolta (poi dopo, entusiasta: “penso che ogni donna dovrebbe saper fare delle cose divertenti da fare durante i party”), e alla fine dulcis in fundo c’è lei che torna a casa per organizzare un’asta di beneficienza nel giardino dietro casa (i proventi vanno alla PETA, perché “le due cose che amo di più sono il sesso e i diritti degli animali” - disse Jessica Rizzo alla premiere del suo Il cane e la poliziotta) e si vendono cose pregevolissime come i suoi quarantasette ex-materassi (”ho fatto sesso su tutti”) e bigiotteria di gran classe come il braccialetto da capezzolo (e qui c’è l’unica scenetta degna d’un qualche interesse: uomo che se lo rigira tra le mani chiedendosi com’è che funziona quel cerchietto piccolino, moglie che s’avvicina e gli dice maliziosa dandogli di gomito “maybe it’s a cock ring” e lui tutto rosso che ribatte indignato “it’s too small!” e tutti che ridono come matti [4]).

[1] questi giorni qui Pamela Anderson è a Roma, a firmare le mutande rosse dell’inviato simpaticone di turno
[2] non lei però, non scherziamo, lei è una Marina Ripa di Meana americana (e mi sa che stanno messi meglio loro)
[3] dico sul serio, ehi, lo so che come ve ne parlo io, be’ modestamente, viene fuori divertente (”Betty ma è uno sballo! voglio vederlo anche io!”): ma sul serio, non ci perdete tempo, è una palla colossale
[4] e Tommy Lee? oh ma niente, questa puntata niente, peccato: appena pochi secondi, giusto il tempo di salutare Pamela con un affettuoso “ehilà ciao scimmia” (la prossima puntata invece, l’ho visto negli highlights - altro che Tommy Lee! - c’è lei che s’accorge d’essere seduta sopra uno sgabello di pelle di foca e lo getta via schifata, imprecando)

Il ballo delle debuttanti, alla ricerca della Super Ragazza Ok 2008: cioè del perché John McCain sarebbe più efficace se la smettesse con quella vecchia storia di torture in Vietnam e si mettesse a raccontare di una terribile serata di fine estate durante una tempesta magnetica con tutti i canali di casa che gli si resettano improvvisamente su Mediaset

Secondo me Maria De Filippi e i suoi programmi sono uno stratagemma furbetto e un po’ contorto elaborato da Dio per rendersi ai nostri occhi meno colpevole e più simpatico, più umano, qualcosa che dovrebbe suggerirci un messaggio del tipo “visto? poteva andare peggio! poteva essere Dio lei”. E infatti su di me funziona: io ieri sera ho visto Il ballo delle debuttanti - cioè in pratica il cosmo secondo Maria De Filippi - e alla fine quando sono riuscita a riprendere conoscenza e a scollarmi dal divano (i programmi della De Filippi di solito mi fanno questo effetto qui, lo stesso dell’elettroshock, confusione e perdita di memoria - “chi? cosa? dove? kledi? dove sei? kledi? kledi!”) prima di andare a dormire ho fatto la preghierina paracula come quando ero piccolina, “Dio ho capito la lezione, grazie: esisti e sei grande. Puoi liberarcene, ora? Ah sì scusa, e proteggi gli orfanelli di Angelina Jolie”, preghierina a cui - incrociamo le dita - soltanto i risultati di ascolto potranno dare risposta, e speriamo sia stato un floppone colossale [1]: difficile tentare una previsione, chi lo sa, in fondo canale cinque è il posto che trasmette ogni pomeriggio da anni e anni quella roba chiamata CentoVetrine coi negozianti di mutanderia e i baristi e quelli dei baracchini della lotteria Italia che vengono coinvolti in trame thriller-spionistiche che manco zerozerosette, insomma, può succedere di tutto - di tutto!

Comunque dicevo, il cosmo secondo il complicato cervellone di Maria De Filippi: manicheisticamente diviso in Pariolini (le Chic) e Borgatari (le Pop), vale a dire in stronzettini alta moda (freddi e senz’anima: gli antipatici) e bburinazzi caciaroni (gioiosi e pieni di vita: i simpatici) - secondo la De Filippi “il più rappresentativo quadro delle ventenni del 2008″ - funziona secondo logiche di prevaricazione reciproca (sono meglio io! no sono meglio io!) e polemiche gallinacee intorno (sempre, a ripetizione) gli stessi altissimi concetti “eleganza” e “bellezza” e “verità” (è elegante questo! no è elegante quello! tu sei falsa! no tu sei falsa!), il tutto manovrato e scandito dagli interventi d’un gruppo di tristi demiurghi [2] che interpretano assieme la gamma di gradazioni che vanno dal Pariolino Sommo (questa Ida Pezzotti che m’era sconosciuta: Marilyn Manson senza trucco che fa l’insegnante di bon ton) passando per i Sangue Misto Pariolino-Borgatari (cioè i Pariolini che vogliono dimostrare al mondo - mi commuovo! - che l’importante è averci un cuore semplice e sincero, come Emanuele Filiberto in gessato caveau svizzero ma spigliatissimo - a un certo punto ha addirittura detto “stupidaggine”, scusandosene molto però) fino al Borgataro Sommo (quello che faceva il macellaio dei Cesaroni, che per restare in tema ogni volta che prendeva la parola s’alzava un po’ basculante con le guanciotte che gli si gonfiavano d’arietta da costipazione digestiva trattenuta a stento e temevo da un momento all’altro dicesse “a’ principeeee, amico mio vie’ qua, tu lo sai fa’ l’alfabeto coi rutti?”) - e poi va be’ ci sta quel mostro mauriziocostanziano di Pierluigi Diaco che io non so, c’ho pensato bene ma no, è così unanimemente dileggiato che non ce la faccio, lo sapete che non mi tiro indietro davanti alle croci rosse (anzi, che gusto!) ma con lui non ce la faccio, è più forte di me - ve lo ricordate qualche tempo fa quando si faceva fotografare in posa con la pipa e gli occhietti strabici (non gli riusciva granché bene) per sembrare Sartre da giovane? quasi quasi mi fa tenerezza, gli darei un buffetto sulla testolina ingelatina come si fa coi discoli e gli regalerei un leccalecca, al cianuro (tanto lo so che non gli farebbe una cippa - è come Beep Beep quando si infila nelle gallerie disegnate sui muri di roccia - tornerebbe indietro tutto contento a chiedermi “un altro?”).

E insomma, facile, Maria De Filippi prende il pezzo di Amici che funziona meglio, cioè genericamente la rissa, specificamente la rissa in conseguenza della sanguinosa diatriba moralisticheggiante “è bello ciò che è bello - no è bello ciò che piace” o se volete più profondamente (reggetevi forte) “bellezza fuori contro bellezza dentro”, ed estende la situazione “qualcuno che non è capace di fare qualcosa - qualcuno che glielo rinfaccia - altri che lo difendono” ad un intero programma: se in Amici c’era la ballerina-incudine con le pinne ai piedi (”non sai ballare” contro “non devi guardare la tecnica, devi guardare le emozioni che trasmette”), qui c’è un’intera squadra di ragazze (le Borgatare) che non c’entra un piffero (il Ballo delle debuttati di Vienna, il premio finale, sarebbe di fatto un evento chic [3]) le cui ragioni sono difese proprio in virtù del loro non c’entrarci un piffero, secondo il refrain insopportabile che più o meno fa così “nel 2008 è giusto non pensare soltanto a certe caratteristiche formali che hanno fatto il loro tempo, ma a ciò che si ha dentro inside our hearts” (a parte “nel 2008″, che è stata forse la cosa più ripetuta dopo “eleganza”, sono stati molto curiosi i riferimenti storici che si facevano di tanto in tanto, come quando il macellaio dei Cesaroni ha detto che “l’Ottocento è puzzolente, basta che te leggi i romanzi dell’Ottocento pe’ capì che è puzzolente”, e un’altra - chi? boh - gli rispondeva “l’Ottocento è meraviglioso, non pensare alle medicine scarse che si moriva, era meraviglioso lo dicono i libri”).

i giurati de Il ballo delle debuttanti: mettete dell'aglio davanti alla porta di casaIl problema è che non si capisce sulla base di cosa si debbano giudicare queste povere disgraziate (più volte ieri sera c’ho avuto dei rarissimi momenti di insight e mi scuotevo dal torpore dicendomi “eh? cosa? ma perché? dove? quando? kledi?”), la Dalla Chiesa ripeteva continuamente che non le si deve giudicare sulla base della loro eventuale futura partecipazione al Ballo delle debuttanti di Vienna, ma piuttosto sulla base di un astratto e non meglio specificato “Debutto nella vita” (”Te ce butto io naaa vita” chioserebbe giustamente il macellaio dei Cesaroni), ma allora che differenza fa se non sanno piroettare leggiadramente come ballerine professioniste? che differenza fa se gli piacciono di più i tailleur nerissimi cimiteriali o i completini tanga e paillettes da drag queen? chi se ne frega se certe vanno in discoteca a rimorchiare e certe altre invece non hanno ancora dato il primo bacio perché è tanto tanto difficile trovare il principe azzurro? Boh, non si sa. Ma poi soprattutto il problema è questo: che il programma è fintissimo, più finto ancora di Amici (bum!), così stucchevolmente finto in ogni sua parte che proprio non ti viene voglia d’appassionartici manco un po’; tutto è concepito per attizzare la polemichetta in modo esageratamente sceneggiato (si confrontano una Pariolina anoressica che ha studiato ballo - e balla un pezzo classico - contro una Borgatara cicciottella, un pezzo di legno, che si dimena sulla samba; si confrontano ballando una polka le Parioline vestite di tutto punto - pizzi e merletti - contro le Borgatare mezze nude acchittate da spogliarelliste di un go-go bar sudtirolese - Heidi sexy, dicevano loro - “ci vuole originalità!”, “no, ci vuole rispetto per la tradizione!”), le ragazze sono addestrate a dire soltanto ciò che è utile ad attizzare la polemichetta punzecchiandosi senza motivo già dal primo minuto di trasmissione (sono preparatissime e ripetono dal copione, è ovvio - il tono e la cadenza sono quelli là, un po’ incerti e macchinosi dell’adolescente poco sveglio che sta ripetendo la lezione di chimica imparata a memoria - frasone lunghe minuti interi troppo complicate per i loro piccoli cervellini storpi, sempre argomentate e perfettamente in tema, sempre contenenti le parole chiave della discussione: eleganza, raffinatezza, bellezza, divertimento ecc.); c’è la Marilyn Manson senza trucco che finge di voler improvvisare la prova “vediamo come bevete il caffè” ma tu guarda che coincidenza sul palco c’è già pronto il tavolino con le tazzine, c’è la sfida “matrimonio” (si vestono da spose e dicono le cosine strappalacrime “sarò tua per sempre”) e tu guarda che coincidenza la Borgatara assume il ruolo di quella che l’amore è bello anche se non convenzionale e s’è messa il cuscino sotto al vestito per fare la sposa incinta (uh, scandalo! polemicone! “non è educativo a venti anni averci i figli!” e per fortuna che tra i giurati c’è Emanuele Filiberto che l’ha vissuta in prima persona una cosa così, e ci spiega che i figli sono una responsabilità ma anche una cosa bella).

[1] aspettate la seconda puntata però, ché questa qua non fa testo (tra l’altro, così a dare uno sguardo in giro stamattina, mi pare non sia andata neanche tanto male - che tu sia maledetta, Maria De Filippi!)
[2] molto buffo quell’omino che fa il maestro delle Pop, tale Bill Goodson, che sembra mio nonno quando era malato e usciva di casa senza dire niente a nessuno, col pigiama arrotolato e i calzettoni tirati su al ginocchio, le ciabatte, la giacca sulla canottiera e il cappelletto di paglia
[3] vorrei precisare che i due gruppi sono entrambi ugualmente ridicoli: non c’è alcuna reale differenza, vengono tutte dallo stesso bacino di indistinte tragiche ignorantelle senza speranza (wannabe qualsiasi cosa in tivvì), solo che hanno piazzato da una parte quelle con l’accento più spiccato (ahò), dall’altra quelle che riescono a tenere il mento bello puntato in alto il più a lungo possibile

Quello che viene dopo X-Factor, che è molto peggio di X-Factor (e ci credo, che noia: senza il buffone, senza le galline, senza il pirla)

il figlio naturale di Franco Battiato e Austin PowersOh ecco, adesso che ci siamo liberati - e da un bel pezzo - di tutto il suo rincitrullente contorno di estenuanti battibecchi prima-l’uovo-o-la-gallina, delle comiche bretelline della scimmietta pirla e delle trivialità della vegliarda sboccata e poi sì soprattutto di quell’eco entusiasta di ridicoli esserini sommamente gratificati dal citazionismo discount del figlio naturale di Battiato e Austin Powers (gli occhiali si semplificano nel processo di fusione), ecco, direi che adesso possiamo considerare X-Factor per quello che è stato e nient’altro: l’ennesima squallidoneria realitara glassata di retorichetta filantropico-caritatevole (noi - cerchiamo - i - talenti - veri) che sputacchia fuori un manipolo di mediocri sfigatoni imbrillantinati di fascinosissima allure televisiva da consumare nel più breve tempo possibile (prima che certo, ehi! prima che se ne partorisca una nuova generazione) tra paccottiglia instant cd e serate e discoteche e sagre e concertini - il solito, no? la medesima deriva delle porcheriole defilippiane cogli uomini primitivi che si fanno qualche mese di mugugni tronistici e poi di corsa in giro a monetizzare il muscolone e il sorrisino ebete e il ciuffetto ingelatinato: è quello che capita del resto ai reduci del “talent show” coveristico-musicale numero uno [1], di cui X-Factor tenta di presentare una versione più matura e musicalmente competente (per la qual cosa, facile: basta buttarci a casaccio qua e là Yes, Who, Pachelbel e varie altre banalità altisonanti) allo scopo d’attrarre un pubblico non esclusivamente composto da branchi di impazzite minorenni cioèizzate.
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X Factor è finito: Morgan è un must have per il prossimo cast di Buona Domenica

Morgan: l'era del cinghiale brizzolatoE’ vero che senza Marco Castoldi in arte Morgan questa prima edizione di X Factor sarebbe stata di una noiosità mortale - e quindi ok, in ogni caso, meno male che c’era Morgan - però mi sembra che molti [1] non abbiano ben capito che il divertimento offerto dalle morganate consisteva prima di tutto nella loro notevole portata trasharola. Le sue insofferenti convintissime recriminazioni fatte di cultura musicale spicciola, originalismi cialtroni, estetica bignamesca e pomposi aforismetti, risultavano così divertenti proprio perché le si sentiva sparacchiate in un programmaccio altrimenti sintonizzato su una differente trash-frequenza (il solito annacquato fintissimo talent show paraculo “noi premiamo il merito” “decide la gente a casa”); l’incongruità e il massimalismo [2] delle morganate mandavano spesso in tilt la scialba ripetitività del sistema dominante Ventura-Maionchi-Facchinetti, da cui quindi gli accesi battibecchi (trash vs trash) che sono l’unica cosa appena appena godibile di tutto il programma.

Morgan era sicuramente il meno scemo e il più critico del quartetto [3], su questo non c’è dubbio, e sicuramente il meno ignorante in fatto di musica (non che ci voglia sto granché, a saperne più di quei tre là [4]), lui stesso ne era ben consapevole e per l’appunto non desiderava altro che pavoneggiarsi vanamente dando sfoggio della sua nanosuperiorità artistico-intellettual-culturale (persino in chiave moralizzante, a volte, quando si trattava per esempio di ribadire enfaticamente indignate banalità del tipo “il popolo non ha sempre ragione!”); lasciate stare i travestimenti buffoneschi e i barocchismi parrucchieristici, quelli sono studiati apposta secondo lo schema “ahò guardatemi so’ impegnato ma so’ pure ‘na cifra ironico” (che è la classica strategia adoperata dai disperati io-sono-originale per darsi un tono minimamente credibile dopo i quarantanni [5]), considerate invece le sue vanesie dimostrazioni di nozionismo musicale fine a se stesso, dai titoli di coda a cui nessuno frega niente (”questa canzone non lo sapete, ma l’ha scritta Fossati!”) alle sparatone altisonanti senza senso (”questo giro di accordi viene da un canone di Pachelbel del Seicento!”), considerate le sue citazioncine imbecilli pseudo-colte da antologia del proverbio idiota (”chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere”: la Ventura sfottente che obbietta “ma che frase è? a me mi fa ridere” e lui acidissimo con ottusa protervia “è di Baudelaire… Charles Baudelaire… conosci?” la Ventura “e allora?” e lui “e allora vuol dire che non è tanto stupida no?” [6]), considerate le sue ridicole compiaciutissime originalate assemblatorie, quando salda insieme il finale di una canzone con un’altra che non c’entra un piffero ma ha la stessa armonia (nella penultima puntata, l’incipit di Alba chiara sul finale di Un’emozione da poco: la Ventura che gli dice “mi fa piacere questo omaggio a Vasco!” e Morgan allora, indispettito dal banale svilimento del suo geniale operato “non è un omaggio, è uno svelamento delle armonie! avrei voluto piazzarci anche Un chimico di De André!”).

Considerate questo gruppo vocale, i Cluster, adoratissimi beniamini di Morgan. Ai Cluster (sito), che di solito sono intonati (il che è un pregio mica da poco, se li si paragona a maestri della stonataggine come Aram Quartet), gli piace ficcare negli arrangiamenti un sacco di accordi dissonanti (non soltanto i soliti accordi rotondi per terze), sono capaci di variare da tempo semplice a tempo composto e di fare tante simili cosette che si imparano in buona parte al secondo anno di solfeggio (età media dei partecipanti: otto anni). E così non poteva essere altrimenti - c’hanno pure uno stronzo che canta facendo i salti della morte! - per Morgan è stato colpo di fulmine. Ovviamente l’armonia dissonante le stramberie ritmiche e tutto il resto non sono pregi di per sé, devono avere un senso, ma vaglielo a spiegare a Morgan: il sei ottavi che hanno infilato a forza in Enjoy the silence, o l’effetto disco che si inceppa alla fine di Il pescatore, erano stupidamente piazzati a casaccio, totalmente fuori luogo, pure e semplici esibizioni di tecnicismo che servono a sbulleggiarsela attirando l’applauso del pubblico e l’ammirazione dei gonzi (le melodrammatiche fioriture vocali di Giggi D’Alessio hanno esattamente la stessa ragione, l’ooooh del pubblico, cambia soltanto la fauna gonzistica: casalinghe cotonate per Giggi, fighettini io-sono-originale per i Cluster).

Ah, e scommetto che vorreste tanto sapere cosa ne penso dei partecipanti. Ok, be’, come c’era da aspettarsi: delle cagatine, non c’è molto da dire. C’è Ilaria Porceddu, quella che si malignava che avrebbe vinto perché c’ha già il contratto con la Sony, inascoltabile, che spara fuori le corde vocali su tutti gli acuti, ha la voce insicura tremolante sui piano e fa il vocione grosso sui forte per tentare di rendere corposa quella voce da sopranino sciapo che si ritrova; c’è Giusy Ferreri che mi fa un po’ pena, è quella che fa la voce a citofono coi disturbi sincopati di radio vaticana per imitare Amy Winehouse; c’è Tony Maiello che è il ragazzetto napoletano totalmente inespressivo con la faccina carina da ubergay della scuola di Amici (e infatti aveva provato ad entrare pure lì: trombato) che si becca i televoti delle carampanette ululanti under dodici; c’è Emanuele Dabbono che è una specie di incarnazione dell’anti-xfactor, la mediocrità; ci sono gli Aram Quartet (per metà composti da un duo di contabili cinquantenni che fanno karaoke) che semplicemente stonano, quando armonizzano a quattro voci c’è sempre qualcuno che sbaglia le note di frazioni di tono e l’effetto è da brividi (nel senso proprio delle unghie che strisciano sulla lavagna), c’hanno i volumi costantemente sballati, sono irritanti, fastidiosi, un puzzle coi pezzi che non combaciano mai, fanno schifo: e hanno vinto.

[1] in giro se ne trovano parecchi che si dicono entusiasti di questo Morgan alfiere della Musica Vera con la M e la V maiuscole contro l’ipocrisia becera e omologante del popolo bue: ah ah che teneri minchioni
[2] come sapete sono i pilastri della trashitudine, incongruità e massimalismo, secondo la celeberrima lezione labranchiana
[3] Morgan era l’unico che ogni tanto, pur con mille cautele (”senza togliere che hai una voce eccezionale” “fermo restando che sei bravissima” “non è che non mi sei piaciuto eh”), aveva il coraggio di non ridurre i propri interventi a sciocchi complimentucci di circostanza (”sei così bravo, preparato, hai un talento che è veramente qualcosa di unico, insuperabile, eccezionale, e per questo ti elimino”)
[4] ah be’, poi certo, Morgan era l’unico che disprezzava apertamente quella scimmietta ammaestrata con le bretelle, DJ Francesco [7] (che poveraccio ha pur provato a crearci un qualche rapporto di amicizia apparente, ma Morgan spietato usava gli intervalli quando parlava lui per pensare ai cavoli suoi, e non so quante dozzine di volte gli ha dovuto rispondere ”scusa non ti stavo ascoltando”)
[5] non per niente, oh, sono un paio d’anni che la pratica pure la sua ex, Asia Argento, ‘na cifra ironica anche lei
[6] al che la Ventura - che nella sua ingenua sempliciotteria bburina è meno cretina di centomila cialtroncelli sboronetti stile Morgan - “e chi se ne frega che è di Baudelaire! a me mi fa ridere”
[7] un disastro: non capisce niente, è moscio, non ha i tempi, fa commenti imbarazzanti (”Nancy Sinatra… e chi è? la Nancy di Sid Vicious?”), è sempre lui, il coglione Bella di padella, solo che a forza di noccioline gli hanno insegnato ad essere meno sguaiato e a non strapparsi i vestiti di dosso

Malvageddon #23 - Amici (ma non dei froci)

Abbiamo parlato un po’ di Uomini e Donne, che nel criminale progetto di defilippizzazione della galassia è l’arma destinata a spostare all’indietro il percorso evolutivo dei malva-erectus tra i diciotto e i cinquanta anni; oggi parliamo un po’ di Amici ex Saranno Famosi, il cui obiettivo sono i teneri e malleabili (appetitosissimi!) cervelli dei malvestitini pubero-sconvolti, un fondamentale campo di conquista perché crescano e prosperino defilippizzati come si deve [1].

i banchi dei malvestitini in pigiamaI malvestiti che sono protagonisti di Amici soffrono in stadio terminale di quella forma di malvestitismo tipicamente adolescenziale che si manifesta attraverso comportamenti artistico - diarroico - esibizionistici: appartengono più o meno alla stessa categoria subumana dei corteggiatori e tronisti U&D (in quanto ad età, pure, ci siamo), con l’unica differenza che questi qua di Amici sono di solito più bassi e magrolini, meno palestrati e parecchio più cozzetti, forse giusto un tantino meno analfabeti (ma un tantino appena) e poi, certo, possono essere nell’ordine, a) vagamente intonati, b) vagamente molleggiati oppure c) vagamente niente, i requisiti cioè che dovrebbero consentirgli da un momento all’altro di sfondare nel mondo dello show business per diventare nell’ordine a) la prossima Anna Tatangelo b) il prossimo Gianni Sperti e c) il prossimo quello là con la faccia da pesce lesso di una fiction qualsiasi in prima serata su canale cinque.

i banchi dei malvestitini in pigiamaSe corteggiatori e tronisti hanno in testa una cosa sola, sbottonarsi il più possibile la camicetta attillata per farci vedere il pettorale liscio e unto con la S di Superscemo sopra, i malvestiti di Amici puntano ad altro - del resto, oh, con quegli orridi pigiamini kidult e quel pelatone testa-a-cubo di Chicco Sfondrini sempre tra le scatole, non c’è stimolo sessuale che tenga - sono ancora là, bloccati nella delirante vertigine di egocentrismo adolescenziale che gli fa credere che sì sì sì, loro sono unici ed inimitabili: e siccome sono unici e inimitabili, quale miglior modo di impegnare la loro inimitabile unicità se non l’esibizione artistica, esprimiamo noi stessi, trasmettiamo (bzzzz!) emozioni, nel modo ovviamente più infantile enfatico e stereotipato, quella dimensione piatta e plastificata da telefilm d’appendice che è così facile da scimmiottare - unici e inimitabili come le dozzine di unici e inimitabili che se la godono per un annetto scarso, e poi forse forse se gli dice bene finiscono nel coro di Buona Domenica (ma neanche, poveretti, ora che non è più un feudo costanzo-defilippiano) - il che si traduce in uno squallido teatrino di ometti minuscoli e rabbiosi che si muovono falsissimamente, con l’unico scopo di strapparsi vicendevolmente un brandelluccio di televisione.

i banchi dei malvestitini in pigiamaSiccome Amici è be’ sì un laboratorio di artistume e creatività, un talent show lo chiamano - la De Filippi ci tiene molto a specificarlo, che è l’unico talent show della televisione italiana [2] - ma anche soprattutto una “scuola”, ai malvestiti di Amici gli tocca pure sorbirsi qualche lezioncina. E da chi, se non dalle loro stesse controfigure di venti, trent’anni più anziane: bacucchi mezzi falliti che si danno arie da grandi esperti il cui ruolo è proprio questo, tramandare ai pischelletti le migliori tecniche per rintuzzare e mantenere in vita ad libitum l’idiota scintilla di wannabe-artisticità. L’insegnante di recitazione è quella che mi piace di più, si chiama Fioretta Mari e si crede attrice perché s’è imparata da brava la dizione quella per-fet-ta, povera cara, è solo un triste donnino centenario col vezzo delle sciarpette da hostess, inutili sbadiglievoli capacità attoriali e un mediocre repertorio di sciocchezze e luoghi comuni assortiti.

La Fioretta Mari, siccome è anche un po’ fricchettona, sottopone i ragazzi a delle lezioni cosiddette di introspezione: in pratica, una via di mezzo tra un incontro degli Alcolisti Anonimi da cartone animato e un corso di meditazione mentecatta come lo improvviserebbe una casalinga scema che s’è appena letta il manuale L’arte di capire se stessi e come si svita un rubinetto di Raffaele Morelli, in regalo in esclusiva su donna moderna. Sono siparietti ridicolissimi, l’esibizionismo isterico di Fioretta Mari (che sbraita ogni due secondi cose tipo “immagina di essere una sedia! fai la sedia! tu, interagisci con la sedia! descrivimi come ci si sente ad essere una sedia!”) contro l’esibizionismo entusiasta dei pischelletti (che non vogliono perdere l’occasione per mettersi in mostra: c’è chi fa il sofferente e fa finta di piangere, chi fa il problematico “io c’ho la fobbbia delle sedie”, chi fa l’intenso “quannnto vorrrei spezzzare le gambe a quesssta sssedia”). E a proposito di una lezione del genere, per l’appunto, voglio raccontarvi una storia che bene descrive la reale impalcatura pavida, bigotta, stupida e conformista di Amici.

E’ la storia molto divertente di un ragazzo che partecipava a questa edizione di Amici, si chiama Sebastiano Formica. Durante una delle lezioncine di Fioretta Mari, una di queste qua d’introspezione, è venuto fuori che Sebastiano è gay - cosa?! gay? hai detto gay? orrore! sconcerto! panico! E’ andata così: Sebastiano doveva interpretare un palo - sì, un palo - e una tenera cretinetti (tale Cassandra, cantantucola da pianobar, aspirazione: wannabe umanitarismo alla AngiOlina Jolie), che aveva il compito di sfogare su di lui in forma di palo la propria “negatività”, non ha trovato di meglio che urlargli in faccia (con un afflato sincerissimo che manco il più zoppo tra gli attori di Centovetrine) “Perché! Perché amiamo la stessa persona!”. Catastrofe: professori che vanno in palla, tagli alla diretta, microfoni che si spengono, telecamere che si spostano, autori che intimano di silenziare il fattaccio, il sito di Amici che tace per un’intera giornata (qui, se vi va: la cronaca della vicenda). Dico, non scherziamo: un frocione dichiarato nella trasmissione di punta dell’indottrinamento defilippesco per bimbetti del sabato pomeriggio? E com’è che si concilierebbe con “Uomini e Donne”? Eh no che non si concilia.

Sebastiano viene messo in sfida il giorno dopo, su decisione inappellabile della commissione, con motivazioni direi debolucce, e due giorni dopo, com’era prevedibile, eliminato e cacciato via in tutta fretta. Nella assoluta tristissima e insopportabile finzione defilippiana - là dove abbondano i protagonisti gay, forse pure gli autori gay, sempre però ehi che non lo si dichiari esplicitamente, o che al massimo gli si faccia fare i buffoni, li si travesta da platinette - e va be’, non ci si lascia comunque scappare l’occasione per umiliare un ragazzo qualsiasi.

[1] la terza fascia d’età, quella over over, è coperta dalla morte nera dei programmi televisivi aka C’è posta per te, ma ok, dai, di questo ne parliamo un’altra volta - se i miei poteri jedi saranno mai così potenti da consentirmi di vederne almeno cinque minuti
[2] se c’è una cosa davvero odiosa tra tutte le cose odiose di Maria De Filippi, è questo suo impassibile e invulnerabile facciadiculismo: ricordo l’anno scorso che quasi aggrediva un giornalista reo d’aver seminato il dubbio che Amici non fosse precisamente un talent show, perché da casa col televoto ci sono le bimbette che premiano il più bono, non il più bravo; ricordo le sue furiose reprimende per cui se tu osi dire che un programma dei suoi è stupido, oh ma come ti permetti, “stai forse dicendo che sette milioni di persone sono stupide?” (nessuno che abbia mai avuto il coraggio di risponderle “sì” - posso dirlo io? sì.)

Provini GF #1 - Non è mai troppo tardi

Scusate questa ennesima lunga assenza e scusate se non rispondo alle mail, mi dispiace, ho avuto qualche problema e nonostante i superpoteri, oh, anche all’uomo ragno ogni tanto gli si scaricano, si rattrista e decide di buttare il costume nel cestino. Poi però capisce che solo lui può salvare il mondo dal malvagio supercattivone e così ci ripensa, e torna - che sarebbe una specie di umile metafora per dire che l’universo, senza le malvestite, be’, insomma, non mi ci fate neanche pensare!

malvestita ai provini del grande fratelloUna cosa di cui molti m’hanno scritto, vediamo un po’, sono i provini per il grande fratello: la folla di varia disperata umanità, le migliaia di esaltatissimi malvestiti col numerino che non vedono l’ora di esibirsi nella ridicola scenetta io-sono-interessante sono-io-io!-io!-io! che si sono preparati a casa e mandata giù a memoria, ah be’ che ingenui buffoncelli, quanto è vicina finalmente la speranza di sistemare la propria e le successive tre generazioni familiari con mezza edizione di buona domenica, un paio d’anni di serate in discoteca e il logo di una marca schifosetta stampigliato ovunque, dalla fiancata della smart alle mutandine tangate.

Pensavo magari di fare una piccola serie di malvestite da provino: c’è Max che mi ha mandato parecchie foto dai casting della settimana scorsa a cinecittà e insomma direi che ce n’è abbastanza da perdere la ragione. Ad esempio potremmo cominciare con questa qui, che dovrebbe essere più o meno un esemplare della categoria grandefratelliana che Labranca chiama Non è mai troppo tardi, una malvestita vale a dire di mezza età al suo milardesimo casting televisivo che darebbe qualsiasi cosa (compresa - anzi, per prima cosa - la vita del figlio stronzo che le è capitato a ventidue anni con quell’altro stronzo palestrato colle meches che poi s’è sposata, c’è andata a vivere assieme e da allora non ha più potuto fare la cosa che davvero le stava a cuore, cioè cantare, ma anche ballare, ma anche presentare, anche suonare il pianoforte, anche scrivere, cioè praticamente dedicarsi non sa bene di preciso a cosa, ma cioè praticamente ad esprimermi, cioè a trasmettere emozioni - lo dice col melodrammatico sospirone di rimorso, il tempo perduto - eh sì, a ventidue anni, sì - e poi però subito falsissima a denti stretti, con la sua vocetta piacevolissima da chipmunk: “mio figlio comunque è la cosa più bella della mia vita”) farebbe di tutto per tornare quella ventiduenne libera in rampa di lancio che per il resto, cretina malvestita e bburina com’era a ventidue anni c’è rimasta, solo che adesso ha il culo all’altezza delle ginocchia gonfie come cocomeri, i capelli che sembrano stoppa marcia tinta con la vernice (1) e ramificatissimi canali di rugosità assortita dappertutto.

Ma comunque siccome lei ci tiene a far vedere che ce n’è ancora pure nell’aspetto, di quella ventenne là, senza contare tra l’altro che quando glielo hanno chiesto s’è tolta d’un colpo circa dodici anni, e poi oh che cavolo in fondo l’anno scorso le hanno fatto condurre tutta scosciata i tre minuti della rubrica sulle partite del campionato eccellenza su una rete condominiale di vibo valentia, oh, un minimo di reputazione da difendere ce l’ha: e quindi com’è giusto tenta il tutto per tutto, le unghiette french (2) come ogni vera decerebrata malva-televisiva che si rispetti (e peccato non sia stagione, c’ha i mignolini dei piedi che sono difficilissimi perfettamente squadrati, un capolavoro), la cintura col nome scolpito in fibbia (3 - Carol) che ha trovato sulla bancarella in centro e che le piace un sacco (solletica quello sbuffo di egocentrismo adolescenziale - sapete no, i ciondoli di dadini con le lettere, i trenini da comodino che le lettere le trasportano sui vagoncini, cose così - poveretta ne va fierissima).

Il nero è banale, che sfina e serve a nascondere rotolini e fianchi portaerei, e tuttavia allo stesso tempo il vestito moscio malvo-attualissimo (4) c’ha questo eccezionale traforo sul davanti che lei fa finta di voler coprire, timida e vergognosetta sta con le mani nervosamente intrecciate in grembo, tic falsissimamente inconsapevole che nasconde in realtà un duplice calcolatissimo scopo, che sarebbe cioè: a) piuttosto che rendere palesi le sue superiori doti di navigato troione da sbarco preferisce suggerire un più raffinato malizioso atteggiamento da imbarazzata scolaretta un po’ avanti con l’età, ma soprattutto b) le braccia e manine in quel modo strizzano gonfiano spingono ed esplodono le tettone gigantesche (5) che con la giusta impalcatura sono forse l’unica cosa che forse (forse) potrebbe causare nella produzione giudicante un primo minimo accenno di obnubilamento ormonale - e nel caso la scollatura non basti, per ogni evenienza a mo’ di faro lampeggiante, ha scelto questa enorme bburinissima crociazza in finto oro bianco tempestata da fondi di bottiglia (6 - “ah, questa? è un simbolo religioso molto importante per me, io sono molto devota a badre bio”).

Per lo stesso motivo (affogare nel buco nero della scollatura la sua altrimenti totale appassita nullità) ha dotato il vestitino di un appariscente ornamento pelliccioso a picco sul traforo (7), e infine le calze (8), la cui kidultaggine a righe orizzontali non serve soltanto a darle un misero aiutino anagrafico, ma è così fastidiosa e brutta che non ce la fai e devi guardare per forza da un’altra parte, più sopra, oh accidenti i capelli di stoppa no! più sotto, ah sì, il faro, ecco, le tettone.