Essere Valeria, la docu-fiction di Valeria Marini: un disco, un film, una task force anale per l’Abruzzo

Oggi, stasera, comincia un nuovo programma televisivo che mi sembrava promettente, Essere Valeria (la locandina, qui a lato, l’ho fatta io – cliccandoci su s’apre più grande; la citazione viene da qui, lo sapete), “la vita quotidiana di Valeria Marini come non l’avete mai vista”, che roba, mi ispirava sì, eccome! (magari, pensavo, è uno di quei reality snuff vipparolo-domestici coi tizi pubblicamente glamourosissimi e pieni di altera fascinosità che nel privato invece se ne vanno in giro zozzi, stonati, senza niente da fare, grattandosi il culo e appiccicando le caccole sotto ai tavoli – bello!), sennonché, accidenti, a sentire come ne parla seriosamente la stessa Valeria Marini (lo chiama, pensate, “docu-fiction”), “c’ho messo tutta me stessa, io non faccio nulla per caso, lavoro moltissimo, la gente lo percepisce e mi ama per questo, perché sono generosa“, mi sa che allora niente, butta male – già sento l’odorino inconfondibile d’un noioso patetico ammasso di sceneggiate al ventesimo ciak (“scusate, la rifacciamo? posso ripetere “aaaadddooro arfonso signorini! è il osgar uaird dei nosdri dembi”, posso ripeterla? mentre la dicevo mi si è posato un batterio sull’unghia”), tutto accuratamente concepito per renderci chiarissimo una volta per tutte che Valeria Marini non è quel canotto pitturato che tutti quanti col tempo abbiamo imparato ad amare, no, no, è una astuta e poliedrica artista, consapevole, manipolatrice, intelligente e creativa che, pure se non sembra [*]

si carica di pesi come un caterpillar, ed è un lato della sua personalità che sorprende quando si pensi alla leggerezza con la quale è capace di presentarsi al pubblico

E che due palle, e che delusione! No, ma io non perdo la speranza, non ci riesco, è più forte di me, non posso che confidare nelle capacità di involontaria iridescenza imbecille di un essere umano così meravigliosamente malato, Valeria Marini, che ha saputo regalarci momenti di indimenticabile raccapriccio zoofilo: pensate, per dire, ai bizzarri corsi di pompino sui quali con disinvoltura professorava nel periodo in cui se la intendeva con Vittorio Cecchi Gori, non curandosi minimamente d’ingenerare nelle nostre candide povere menti certe splatter fantasie che schizzano e si squagliano e marciscono e ribollono pus, e cioè il pensiero del cazzetto flaccido di quell’ometto là (sul quale io, a proposito – colgo l’occasione – c’ho una teoria: che Vittorio Cecchi Gori in realtà è un cazzetto flaccido, cioè dico lui tutto intero, un cazzetto flaccido alto un metro e mezzo: si spiegherebbe allora perché al posto del collo c’ha quelle oscene piegoline cascanti e mollicce; si spiegherebbe la boccuccia umidiccia; si spiegherebbero quegli occhietti di stoffa attaccati con la Pritt; si spiegherebbe perché non sa parlare); oppure, comunque, poi, considerate l’elevatissimo potenziale di super-imbecillità degli attuali impegni di Valeria Marini, che canta, s’è messa a cantare (sì: CANTA)

sto preparando un disco [...] una compilation

e non solo, torna a recitare

sto per partire per l’America per il progetto di un film ambientato nel mondo della moda al quale dovrebbe partecipare Paris Hilton

e non poteva mancare la beneficenza

mi sono messa in moto per contattare alcuni amici del mondo dello spettacolo per fare una task force e raccogliere fondi [...] io metterò all’asta, tra i vari oggetti una foto che mi è molto cara, quella con la dedica di Fellini

proprio quella, sì! ve la ricordate? la foto dove Fellini le aveva fatto uno sgorbietto sulle chiappone “vorrei vivere qui”, che poesia! i capricci anali di Federico Fellini e le chiappone sfatte di Valeria Marini che contribuiscono alla ricostruzione dell’Abruzzo, mi commuovo! E insomma, volevo dire, appunto, con questo popo’ di curriculum vitae e questo popo’ di imprese in cantiere, che cavolo, io finché non vedo questa sua, ehr, “docu-fiction”, be’, io non ci credo che sarà una schifezzona piatta e noiosissima, non è possibile – e anzi, veniamo al punto, tutto sto pippone era per sapere, dunque: chi è che me la registra?

[*] le citazioni e l’immagine “la mia asta benefica per le vittime del sisma” sono tratte dal cupissimo Diva e Donna di questa settimana (c’è Emanuele Filiberto con la mascellona serrata che fa pat-pat ai terremotati e “se scendo in politica lo farò per voi”; c’è Vittoria Puccini che “se rimanevo a L’Aquila tre giorni di più forse morivo” – direbbe Claudio Baglioni: “sì, e se mio nonno aveva quattro palle era un flipper spaziale”; c’è Alessia Fabiani che c’ha tutto il servizio fotografico in cui contritissima attende le spaventose notizie al telefono cellulare, “la mia famiglia terremotata”)

X-Factor, Grande Fratello, Amici di Maria De Filippi: ve li spiego con un video di tre minuti e non dovrete mai più saperne alcunché

Maria De Filippi con le tette di Cristina del Grande FratelloCi sono questi tre programmacci televisivi che sono destinati a incrociarsi ogni settimana, lo sapete, sono i reality cosiddetti “talent” che dovrebbero elevare qualche modesto sconosciuto agli onori d’un successone di qualche genere: c’è il programma condotto dalla scimmia con le bretelle (l’unica scimmia cioè che mentre le altre zompettavano intorno al monolite, incrementando la loro intelligenza, se ne stava nella caverna a leccarsi l’uccello), dove si prende un cantantucolo scarso da piano bar e gli si insegna a imitare (male) qualcun altro, già famoso, e gli si cuce addosso una canzonetta scema ingegnerizzata appositamente per far concorrenza alla suoneria del gattino emofiliaco castrato; c’è il programma che vinci se “sei te stesso”, cioè una persona molto originale e diversa e sorprendente, ogni anno ci sono persone più originali e diverse, esagerate e sorprendenti, e non manca molto che ci ritroveremo con un unico super-concorrente super-provocatorio che riunisca in sé le caratteristiche di – elenco – frocio, sessualmente operato (prima gay, adesso, lesbico, poi ancora bisessuale), cieco e sordomuto, ex rom clandestino, pupillo di Lele Mora, pilota Alitalia e attore di film porno, valletta con una sesta di reggiseno, secondo a Miss Padania, allevato in gioventù da un branco di lupi nella giungla e come se non bastasse ex maggiordomo e leccafiga di Marina Doria di Savoia; e c’è il programma dove un mucchio di sfigatelli scappati dalla scuola Radio Elettra si scannano l’uno contro l’altro indossando orrendi pigiamoni e fingendo di interessarsi ai giudizi artistici d’un gruppo di bollitoni anziani, beandosi dei favori sessuali delle quindicenni bburinette e poi, alla fine di tutto, tornandosene mesti a farsi bocciare per la quarta volta di seguito alla scuola Radio Elettra assieme al figlio di Bossi (il prossimo anno nel cast del programma anche lui, come cantautore lumbard).

Vi ho preparato questo piccolo video esplicativo, che riassume le qualità dei tre programmacci in questione – conduzione, gara, sbocchi professionali:

Se volete saperlo, io penso questo: penso che se guardi uno qualsiasi di questi tre programmacci e vieni colto da una reazione simile a quella del giornalista “sartriano” del Corriere – Paolo Di Stefano si chiama: l’avete letto quel suo articolo? leggetevelo, è una delle più comiche e sconclusionate marchette che abbia mai letto,

Nella prima mezz’ora, forte della tua incorruttibile lucidità critica, ti chiedi dove sei finito e trattieni a fatica la voglia di dartela a gambe. Poi, abbandonata la tua fiera rigidità sartriana, ti rilassi, abbassi il sopracciglio ed esibisci per un’oretta un approccio più sciolto e autoironico, tra il desiderio di capire e la condiscendenza populistica. E alla fine ti accorgi che di mezz’ora in mezz’ora ogni difesa si è a poco a poco sgretolata e le tue macerie ideologiche si sono lasciate inghiottire nel circo, non sei più un intruso ma ne fai già parte e con un ruolo che ti calza a pennello

se cioè vieni colto dalla reazione per cui ti immedesimi e t’appassioni sinceramente alla cosa, dài i voti ai partecipanti e tifi per i tuoi preferiti, discuti seriamente di chi c’ha più talento, delle classifiche e dei giudizi, dei professori (o della giuria, o del televoto) e dei battibecchi, e magari spedisci pure (bestemmia delle bestemmie!) uno o più sms per votare, be’, se vieni colto da una reazione del genere allora il tuo posto, nella scala evolutiva là sopra, te lo dico io qual è: non ti si vede perché il disegno è tutto nero, ma sei il brufolo purulento sulla gamba dell’habilis, quello gobbo; perché sì, l’unica reazione veramente sapiens sapiens davanti a uno spettacolo del genere è [*]: pochi secondi di disgusto e odio fulminei neutralizzati subitissimo da una melassa appiccicosa e stordente di noia assoluta (con qualche rarissimo picco encefalogrammatico durante certi siparietti di involontaria demenzialità: ti si socchiude brevissimamente una palpebra e bofonchi un ilare “AH!”).

[*] la reazione del giornalista sartriano – mi stavo dimenticando – s’avvicina a un altro stereotipato genere di reazione, ugualmente deprecabile, meno ingenuotto e più posticciamente intellettualizzante, quello di chi credendosi molto esperto di come va il mondo (e la televisione – “che male può fare la televisione?”), disincantato e compiaciutamente frivoletto, adora formulare con tono allegro ironico-dariabignardesco piccoli pensierini che devono suonargli parecchio arditi e anticonformisti del tipo “Maria De Filippi è un genio!”, il che significherebbe, esteso, “io sono intelligente ed è ovvio che di norma una trasmissione così mi farebbe cagare sangue, e però allo stesso tempo sono così intelligente che riconosco quanto è stata brava la De Filippi a indovinare un modo così ben funzionante per inchiappettare tutti quei bburinoni subacculturati che le sbavano dietro” – perché questo fanno i programmi così, la televisione così, puoi divertirti e sentirti ganzo quanto ti pare a elogiare le geniali strategie acchiappa-subumani di Maria De Filippi, ma i programmi così sono progettati per questo – mica per altro, e bisognerebbe magari ricordarselo, qualche volta – sono progettati per inculare i subumani

Tutti pazzi per Paradizia de Blanck: A letto col diavolo

3 dicembre 2008 / , , ,

il libro dove c’è la statuetta medianica del Buddha, il cagnetto Silvia Mandrilla, un terrorista morto derubato, Mussolini che se la comanda nell’aldilà e Umberto Smaila (con la sua amica Pucci Salame) che si spaccia per un discendente del re Saladino – e la de Blanck amerà Capponi, si capisce perché

Patrizia de Blanck, A letto con il diavoloE’ sufficiente valutare il boom di sfornate che c’hanno avuto negli ultimi tempi gli instant-libretti più o meno autobiografici firmati dalle microscopiche celebrità nostrane – ne popàppano un paio almeno ogni mese, in un crescendo spaventoso: Cassano, Morgan, Buffon, Patrizia de Blanck! – per farsi un’idea attendibile della incombente mega-crisi che c’abbiamo alle porte: è evidente infatti che si tratta di un per nulla benaugurante fenomeno Prendi i soldi e scappa, l’ultimo disperato tentativo delle batterio-celebrità (e dei loro astuti agentucoli succhiasangue) di capitalizzare freneticamente le ultime capitalizzabili bricioline irrancidite di vipparolitudine, prima che effettivamente la tragica penuria di dindini possa far venire in mente a qualche povero disgraziato che leggere la lunga lista degli amanti della madre di Patrizia de Blanck non è poi così essenziale, forse, non quanto sopravvivere, per lo meno (e nessuno lo dice mai, lo dico io: tra i mercati più colpiti dalla crisi c’è – e ci sarà, speriamo, incrociamo le dita – il mercato dell’intrattenimento idiota per subumani: vale a dire tutto quell’universo di televisionaccia e gossip e discotecate e defilippume e realitari vari e compagnia, che prosperano in gran parte sulle tasche degli ultimi e dei penultimi della terra – ci sarebbe da felicitarsene: e infatti, felicitiamocene).
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Paris Hilton Clothing line alla Coin, nessun ferito

E così nonostante tutto sembra che l’abbiamo sfangata, nonostante quella terribile profezia di Nostradamus che cantilena beffarda “guardatevi piuttosto dalla capellona col ratto portatile / che firma i vestiti col muso del ratto sopra / scemi cosa vi credevate / la storia dell’acceleratore di particelle era soltanto un diversivo / (ahah, tiè)”; nonostante il bieco squallore di questa robaccia fatta per lo più con Paint di Windows e gli a4 trasferibili e le magliette della salute (e una mandria di cinesi ingabbiati che ci alitano sopra – troppa spesa sennò: il ferro da stiro costa troppo);

Paris Hilton Clothing line in vetrina alla Coin di MilanoParis Hilton Clothing line in vetrina alla Coin di Milano

nonostante un mucchio di cose siano state evidentemente trafugate dai magazzini dell’esercito della salvezza (dov’erano conservate negli scatoloni “niente da fare: i barboni obiettano che è out”); nonostante il micragnosissimo impegno creativo degli stilisti-ombra (che stanno appena appena al livello dei ragazzini che infittiscono le pagine del diario di scuola coi collage di simboletti presi a casaccio qua e là per il puro gusto di riempire più spazio possibile – “il cosino della pace già l’abbiamo usato, i cuoricini pure, le righette pure, i teschietti pure, le stelline pure, la bandiera dell’Inghilterra pure, i font anni settanta-ottanta li abbiamo usati tutti, la faccia di Paris con tutti gli occhiali da sole dell’universo pure, che cazzo ci mettiamo su ‘sta maglietta? un momento, ma certo! un cazzo, un cazzetto! che ne dite di un bel cazzetto?”);

Paris Hilton Clothing lineParis Hilton Clothing lineParis Hilton Clothing lineParis Hilton Clothing lineParis Hilton Clothing line

nonostante cioè non sia altro che l’ennesima scopiazzatura cialtrona di stereotipi malvestiti combinati alla meno peggio (è la mania imperante del lowcost come-il-tuo-vip-del-cuore-oggi-puoi! da grande magazzino, i soliti fondamenti boho fritti e rifritti – mosciumi, gilettini, sbuffosità, vintagismi vari, blusette, cravatte, skinny jeans, ecc – più alcune botte di sincero semo-bburinismo senza tempo e qualche inutilità tappabuchi),

Paris Hilton Clothing line col chihuahua sulla magliettaParis Hilton Clothing line con le scrittone cool anni settantaParis Hilton Clothing line in vetrina alla Coin col cuoricino della cartoleria appeso sul vestitoParis Hilton Clothing line in vetrina alla Coin si specchia sulla maglietta

nonostante fosse l’antipasto già terribilmente indigesto di quel ciclone di scombiccherata demenzialità para-modaiola che turbina intorno alla settimana delle sfilate (senza il cui turbinio del resto non funziona un bel niente: perché insomma chi è altrimenti che s’interesserebbe delle sfilate quelle vere – a parte dico Cristina Parodi ed equivalenti entusiaste redattrici di servizi marchettari – se non ci si incappasse per caso intanto che si sta sghignazzando come matti a proposito delle mutandine anal-interdentali di Valeria Marini, dei tutoni di moquette di Simona Ventura, dei trikini e dei tacchi all’incontrario e degli accompagnatori fantasma di Pamela Anderson e delle bandierine da cocktail copri-culo e di altre varie amenità collaterali); nonostante ci si trovasse davanti la responsabile di un nuovo spaventoso reality show (lo scopo: trovare il migliore amico tra tutti gli sbroccati che le si propongono via internet) che quasi quasi manco è iniziato già ha prodotto dei fenomeni mentecatti di cui avremmo forse preferito non sapere mai nulla (il mio preferito è Leonid, che potete ammirare nel video qua sopra; ma anche il cretino del video sotto, uhm, non è male – e anzi sapete che vi dico, nello specifico credo sia il più adatto);

nonostante l’arsenale nutritissimo di boiate “uno stile sexy ma adatto a tutte le ore, capi con cui andare a fare shopping, a ballare o a una riunione” (“mi piace cucinare, soprattutto le lasagne”, “mi piace fare shopping, brucia le calorie”) e previsioni raggelanti “mi piacerebbe avere famiglia e figli, in futuro prevedo una famiglia”; nonostante tutto – ché secondo me una sassaiola come minimo ci stava (cento euro per il pigiama di tata Francesca? cos’è, ci stanno i novantacinque di resto cuciti nella targhetta?) – nonostante tutto, dicevo, sembra che Paris Hilton abbia inaugurato questa sua collezione e se ne sia volata via senza causare grossi sconvolgimenti – siamo ancora qui, no? tutti interi, e il pianeta ne è uscito indenne (credo) – o almeno nessun grosso sconvolgimento se non nella testa degli sventurati masochisti che si trovavano alla Coin venerdì pomeriggio, come ad esempio il nostro Mattia, che racconta

Paris appare. bassissima. coi tacchi. e col 42 di piedi. in pratica un mostro. una massa di capelli biondissimi gigantesca. cerone a volontà. lenti a contatto azzurre. viene fatta posizionare vicino ai suoi abiti, dove le commesse sono orgogliosissime di stringerle la mano tra mille moine. i fotografi e la gente impazziscono, spingendo, urlando e assalendola. ragazzine matte tra i 12 e i 14 anni strillano come pazze, arrampicandosi sui banconi per vedere meglio la Hilton.
dopo 5 minuti Paris si sposta nella postazione per firmare autografi. ai vincitori [*] era stato precedentemente regalato un sacchetto rosa contenente campioncini di profumo, un cappellino (rosa per le ragazze, nero per i ragazzi), una gruccia imbottita rosa e un ventaglio rosa.
Paris avrebbe firmato i cappellini, rigorosamente con un pennarello argento (non ne voleva altri). non si poteva farle firmare qualsiasi altra cosa, motivo: si indispone. non era possibile toccarla, solo starle vicino per fare la foto. pare che odi le mani sudate.

[*] vincitori di cosa? sul forum, qua, c’è Mattia che spiega tutto

Pamela Anderson, Girl on the loose (poteva conquistare il mondo, ed è finita a vendere braccialetti da capezzolo nel garage sotto casa)

Pamela Anderson Girl on the looseL’altro giorno a parlare di reality americani con le paleo-celebrità disoccupate che cercano di raggranellare qualche spicciolo per rinchiudere in rehab il figlioletto di cinque anni sex-crack-amaroaverna-collanazzedoro-ak47 addicted (nome d’arte CollMasterBastardDJ), m’è venuta voglia di guardarmi la prima puntata di questo reality recentissimo su Pamela Anderson (debutterà qui in Italia la settimana prossima [1]) che si chiama Pam girl on the loose e c’avrebbe sulla carta tutto il necessario per diventare una pietra miliare del genere Dopo questo cosa mi rimane? (Far parte della giuria internazionale di Miss Italia? Ho sbagliato tutto la vita mi fa orrore non avrei mai dovuto abbandonare l’istituto radioelettra): ci sono i personaggi squinternati ridicolissimi (a cominciare dall’ex boyfriend Tommy Lee che s’acconcia come un bimbominkia qualsiasi col cappellino al contrario e le borchiette e i ciondoletti e le collanine e c’ha quel suo sorrisetto strafottente da giovane ribelle che gli accartoccia il faccione ebete in una ragnatela di rugosità fittissime tipo Charlton Heston – com’è oggi, dico, se lo si andasse a esumare), c’è il lusso coattone superostentato (gioiellazzi e pelliccioni [2] e case da diecimila metri quadri e televisioni al plasma cinemascope e Cristal a fiumi ovunque sugli aerei privati e sui macchinoni giganteschi coi cingolati), c’è la santissima trinità droga sesso rocherolle (ma soprattutto c’è quell’irresistibile saporino di squallore e decadenza che è tipico dello strafattismo tappabuchi senza alcun mistero, in situazioni per nulla cool e trasgressive ma anzi moscissime e tragicamente noiose), ci sono un sacco di vipponi impaccati e bling bling che vanno e vengono (yo fratello!) e poi va be’ soprattutto c’è lei, Pamela Anderson, che non so come la pensate voi ma io non ci riesco a pensarla come una tipa qualsiasi.

pamela anderson si condisce i capelliE’ vero che ci si potrebbe accontentare di classificarla come la solita pin-up con la meningite e il parruccone biondissimo e le tettone aerostatiche e la vocina squittosa da chipmunk, il solito stereotipato bambolotto da paginone srotolabile tutto mossette ammiccanti di frivolume ninfomaniacale – a parte che adesso, insomma, è da un pezzo che s’è avviata sulla strada dell’imbellettamento ringiovanente morte-a-venezia e in quattro e quattr’otto ce la ritroveremo ignuda e attorcigliata in copertina da qualche parte là sulla rastrelliera della Carrefour accanto al numero del National Geographic “Nuova radiografia per l’Uomo di Similaun” e sfido io, allora, a non comprarsi la rivista sbagliata – e in effetti sì non è che sia mai stata altro che questo, una specie di assurda incarnazione del chimerico essere-tetta philiprottiano, ok, se considerate però le particolari circostanze tecnologiche che l’hanno trasformata nel potentissimo totem masturbatorio che è stata a cavallo del millennio per una intera generazione di maschietti pubertosi – erano gli anni in cui le connessioni a manovella facevano boom dappertutto, il periodo che i jpg con le donnine nude venivano faticosamente caricati pixel dopo pixel (le nuvolette, i palmizi, i cocchi sui palmizi, l’orizzonte sull’oceano, un peschereccio laggiù che galleggia sull’oceano, i primi capelli, i primi capelli! e poi la fronte, i sopraccigli, un due tre quattro trecentottantamila sopraccigli contati uno per uno, un occhio – finalmente! – l’altro occhio, una caccolina sull’occhio! e via giù così, intanto che ti si formava una cornicetta di stalagmiti intorno al monitor), uno stillicidio sudatissimo infinito e ansiogeno (la mamma in agguato nell’altra stanza che bussa alla parete urlando “hai fatto? sto aspettando una telefonata! hai fatto?” – proprio adesso che sei a qualche cellula epiteliale appena dal primo capezzolo!) – dovreste capire allora quale razza di superpotere nucleare c’aveva tra le mani chiunque controllasse l’immagine di Pamela Anderson durante quegli anni là dell’internet a vapore (l’immagine cioè più lungamente e attentissimamente esaminata dalla più grande quantità di persone nel più breve lasso di tempo nella storia del pianeta terra): avrebbe potuto che so io, utilizzarla come strumento d’una operazione di condizionamento psicologico su scala globale, una spyop subliminale in piena regola, l’ipnosi di milioni e milioni di adolescenti ovunque nel mondo – pensate ad esempio, giusto per fantasticare un po’ sulla cosa più spaventosa di tutte, se Pamela Anderson fosse stata parte della scuderia di Lele Mora – sarebbe bastato un microscopico invisibile messaggino iscritto con uno straterello di crema abbronzante nella peluria interna della coscia di Pamela Anderson e legioni e legioni di schiavi-zombie coi pantaloni alle caviglie si sarebbero riversati nelle strade scandendo robotici “Heil Mora!”: capite quindi che potenziale superarma senza precedenti è stata Pamela Anderson, in virtù certamente di circostanze irripetibili (resterà per sempre la sola e unica Pippa Idol 56k), il che non c’è dubbio le conferisce tutto sommato una sua speciale forma di grandezza.

Hugh Hefner vuole spostare la macchinaE quindi insomma capite la delusione nel constatare che le vestigia incartapecorite di una superarma così potenzialmente superdistruttiva siano trattate in modo così sciapetto e noioso: il reality è davvero poca cosa [3], una serie di siparietti per lo più insignificanti e prevedibilissimi che dovrebbero servire immagino a raccontarci di una Pamela Anderson che è ovviamente una superstar richiestissima, ovvio, ma è anche simpaticissima, frizzantella, madre integerrima (non si contano le dichiarazioni-lacrimuccia sulla falsa riga di “i miei figli mi hanno cambiato la vita”), un po’ porcellina va be’ (c’è la voce fuori campo che le chiede “cosa dobbiamo aspettarci?” e lei, tirandosi su la maglietta, “queste!” e poi, tirandosi su il gonnellino, voltandosi “e un po’ di questo!” – ma è un bluff, non ci cascate: non si vede niente) un tantino sbevazzona (“mio figlio fa una limonata buonissima… posso aggiungerci un po’ di vodka?”) ma sotto sotto intelligentissima (c’è l’architetto di casa sua in visibilio che assicura “è un genio! mi ha suggerito tutto lei! è un genio!” – nota: casa sua è praticamente un cubo con due stanze col gabinetto innestato nella canna fumaria), per cui nell’ordine abbiamo lei che passa l’aspirapolvere e si vanta di fare tutte le pulizie di casa in prima persona (se guardate bene nella foto si vede il cane – cliccando si apre più in grande – che la guarda sconvolto pensando “questo vuol dire che dopo sarai tu e non Juanita a togliere la merda che ho appena lasciato sulla moquette in salotto?”), lei che si mette il balsamo nei capelli (almeno credo fosse balsamo, è la stessa bottiglietta della maionese che c’ho io nel frigorifero), lei che cucina i dolcetti con la mammina adorata (dialoghi scoppiettanti: “dove li tieni i cucchiaini da tè?”, “uhm ecco – passandole un mestolo – tieni”, “ma questo non è un cucchiaino da tè!”, “ah scusa pensavo fosse un cucchiaino da tè”, “ma allora ce l’hai o no i cucchiaini da tè?”, “no credo di no”, “ricordati di comprare i cucchiaini da tè!”), lei che si fa il bagno prona nella vasca impegnatissima a far emergere in superficie uno spicchietto di sedere (fate caso ai libri di polistirolo appoggiati ad arte là sul bordo), lei che va in studio a farsi fotografare da David Lachapelle (presente no? quello che aveva capito Valeria Marini) e poi tutte e due (lei e LaChapelle, che accidenti è un bburinone colossale, non l’avevo mai visto dal vivo – meno male – giacchetta di pelle nera, cappellino Blu Oyster Bar, jeans infilati negli scarponi da astronauta dieci misure troppo grandi) prendono l’aeroplanino privato e se ne vanno a Las Vegas per il compleanno di Hugh Hefner (uno dei più lampanti geni del ventesimo secolo: appena la incontra, poti-poti, non ci pensa due volte e le dà una clacsonata – quando si dice saper utilizzare al meglio il proprio status di vecchio rincoglionito), lei che sta in camera d’albergo con quell’inqualificabile tamarro di Criss Angel e per dimostrare al mondo che è capace di intrattenere piacevolmente gli ospiti si mette a fare il ponte e la giravolta (poi dopo, entusiasta: “penso che ogni donna dovrebbe saper fare delle cose divertenti da fare durante i party”), e alla fine dulcis in fundo c’è lei che torna a casa per organizzare un’asta di beneficienza nel giardino dietro casa (i proventi vanno alla PETA, perché “le due cose che amo di più sono il sesso e i diritti degli animali” – disse Jessica Rizzo alla premiere del suo Il cane e la poliziotta) e si vendono cose pregevolissime come i suoi quarantasette ex-materassi (“ho fatto sesso su tutti”) e bigiotteria di gran classe come il braccialetto da capezzolo (e qui c’è l’unica scenetta degna d’un qualche interesse: uomo che se lo rigira tra le mani chiedendosi com’è che funziona quel cerchietto piccolino, moglie che s’avvicina e gli dice maliziosa dandogli di gomito “maybe it’s a cock ring” e lui tutto rosso che ribatte indignato “it’s too small!” e tutti che ridono come matti [4]).

[1] questi giorni qui Pamela Anderson è a Roma, a firmare le mutande rosse dell’inviato simpaticone di turno
[2] non lei però, non scherziamo, lei è una Marina Ripa di Meana americana (e mi sa che stanno messi meglio loro)
[3] dico sul serio, ehi, lo so che come ve ne parlo io, be’ modestamente, viene fuori divertente (“Betty ma è uno sballo! voglio vederlo anche io!”): ma sul serio, non ci perdete tempo, è una palla colossale
[4] e Tommy Lee? oh ma niente, questa puntata niente, peccato: appena pochi secondi, giusto il tempo di salutare Pamela con un affettuoso “ehilà ciao scimmia” (la prossima puntata invece, l’ho visto negli highlights – altro che Tommy Lee! – c’è lei che s’accorge d’essere seduta sopra uno sgabello di pelle di foca e lo getta via schifata, imprecando)

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