Allora dove eravamo arrivati, vediamo, ai miagolii riproduttivi di Bella, la protagonista, che si struscia su Edduccio, il vampiro centenario vergine, e si struscia su Jacob, il licantropo adolescente col motorino e i pettorali depilati e la giacchetta di pelle nera e il pube bollente (che già, certo, se state ponderando quello che sto ponderando io, esatto, è precisamente il tipo di motociclista gay che Federico Moccia vede rombare sul soffitto della camera da letto durante le sue allucinate polluzioni notturne), ma con Edduccio si fa sul serio, Bella vuole dargliela per davvero e non vede l’ora (Edduccio invece no, non sa, tituba frigidino, prende tempo, “forse non mi piace la vagina”), con Jacob il licantropo al contrario Bella ci gioca al dottore e gliela sbatte in faccia continuamente e però nisba - cosa fai, tocchi? - è soltanto una vezzosa pratica di troiaggine sportiva, per lui proprio non ce n’è (Jacob sfogherà poi tutta la sua libido repressa, vedrete - il prossimo libro della saga - trasformandosi letteralmente in un prete pedofilo); dentro questa seconda puntata di Eclipse, che è il terzo romanzo della saga (dopo Twilight e New Moon), ci troverete

la certificazione ufficiale (con tanto di analogia geografico-politica) del sandwich threesome con Bella in mezzo e il vampiro sopra e il licantropo sotto; una ex frivoletta zoccolona pentita che si è convertita all’iper-maschilismo; il mistero - risolto - del pisellone a scomparsa dei licantropi nudisti; il fattore rigenerante del bulletto emo che si taglia per stupire e l’apparizione magica del talamo baldacchinato imperiale da accoppiamento (manca poco) e i primi accenni dell’imminente focosissimo colpo di fulmine pedofilo e tanto altro ancora, e i cattivi intanto si fanno sotto lentamente - l’avantilampo incombe! - il sommario
- io sono la Svizzera
- il lettone d’oro per la copula
- l’umiliazione del voyeur pipparolo
- l’indispensabile polizza casco di Dyo assicuratore
- la pedicure e il bello dell’imputridirsi e del crepare
- il marito mormone fondamentalista pazzo
- cronaca vera e i vampiri neonati ninja
- lo stalking onanistico dell’esibizionista annusa-biancheria
- il bug dei pantaloncini smaterializzabili e la giarrettiera licantropa
- marinare la scuola col Fonzie
- il colpo di fulmine pedofilo
- LOVVO!
e cominciamo: vi ricordate, c’è Edduccio che è geloso, non vuole saperne che Bella continui a frequentare Jacob il licantropo - che è ubriaco di testosterone e non gli riesce di controllarsi (v. sotto) - ma Bella non cede e glielo dice chiaro e tondo,
Sai che non devi essere geloso [...] Io non voglio saperne. Sono territorio neutrale. Sono la Svizzera. Mi rifiuto di lasciarmi coinvolgere in dispute territoriali tra creature mitiche.
Mi fissò in silenzio, lo sguardo torvo.
“Svizzera”, ribadii per dare più enfasi.
Edduccio ha qualche difficoltà a tenere testa alle marpionaggini appiccicose del licantropo macho scalmanato e tenta di mostrarsi un po’ più caloroso - un po’ meno impotente - del solito, ha preparato una sorpresona per Bella: si è comprato il lettone matrimoniale bburinissimo e se l’è fatto mettere nella cameretta, è il lettone predestinato alla copula,
il copriletto era dorato, di una tonalità appena più chiara rispetto alle pareti, e la struttura del letto era intricata, in ferro battuto nero. Il baldacchino, decorato con volute di rose metalliche, assomigliava a un pergolato
ha posizionato il lettone bburinissimo proprio davanti all’enorme vetrata senza tende che dà sul bosco,
la parete di vetro a sud rifletteva la scena come uno specchio
è una promessa dolcissima di sesso e voyeurismo e umiliazione che quella sadica pervertita di Bella coglie al volo: quando finalmente s’accoppieranno sul lettone bburinissimo, nel pieno della notte e con le luci accese, da qualche parte nascosto tra gli alberi nel bosco ci sarà sicuramente il licantropo solitario a sbirciare l’amplesso piangendosi addosso disperato e masturbandosi selvaggiamente - l’idea fa arrapare Bella da morire: non resiste e si butta sul lettone dorato e agguanta il povero Edduccio e lo trascina giù con sé - lui preso alla sprovvista le concede il consueto breve titillio del bastoncino surgelato,
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di Betty Moore, 8 aprile 2010
Categoria: chiacchiericci vari, l'amore ai tempi delle malvestite
Ditemi voi se non è da punire col bannaggio istantaneo perenne e senza appello da tutti quanti i cinema del pianeta terra quel regista che dentro un film ci mette il discorso agghiacciante di un mentecatto che fa così, agghiacciatevi,
non ci capisco tanto di cani, so soltanto che il bassotto è basso, che il pointer punta, che il barboncino sta sotto un ponticello con il suo fagottino e il fuocherello, che i setter vanno in giro sempre in sette e che però se vanno in tre a un funerale fanno tressetter con il morto
(risate), e poi subito dopo, davanti a due cani che si accoppiano, il mentecatto aggiunge
devono aver messo parecchio lucidalabrador
(risate) - e non si tratta mica di un personaggio scritto apposta per farci la figura del pirla demente a cui tutti gli altri personaggi guardano con imbarazzo e disgusto e compassione, non è scritto così, al contrario!, è un personaggio buffo e irresistibile che recita le sue mostruosità da pozzo nero zelighiano con compiacimento sornione e fa ridere di gusto gli altri personaggi e non solo, il suo finissimo umorismo (un’altra perla, toh, “da giovane ho aperto una gelateria in Cecenia… mi sparavano nella stracciatella”) dovrebbe essere l’umorismo serafico amaro e un po’ rassegnato del pagliaccio saggio e profondo che la sa lunghissima sulle Piccole Gioie della Vita;
e considerate che dentro questo stesso film c’è il pezzo che vedete qua sotto, col mentecatto comico cinofilo insieme a un altro mentecatto comico, il protagonista del film, che vanno dalla massaggiatrice/handjobbara cinese che non sa parlare l’italiano e potete immaginare allora lo spasso, micidiale, con le gag cincinuaouao (risate) e i giochetti consonantici (”paolo saLpi teLzo piano”)(risate),
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La vita di merda di Romilda Villani aka la madre di Sophia Loren (clic sull’immagine qui a destra), trama: Romilda vuole andare a Hollywood per fare l’attrice ma i genitori glielo proibiscono e allora Romilda scopa con un bellimbusto sedicente cinematografaro che le promette grandi cose ma il bastardo millantatore la ingravida così su due piedi e scappa via senza lasciarle niente; quindici anni dopo la figlia grande di Romilda, Sofia, scopa con un repellente cinematografaro in andropausa e le va di lusso, diventa famosissima in tutto il mondo, Romilda rosica da matti e la figlia Sofia le sta sul cazzo.
(sullo sfondo - interessantissimo - la figlia minore, quella insignificante, supera mille avversità per prendere la licenza media; sullo sfondo dello sfondo: vecchiarde fasciste e maggiordomi gay) - tutta la fiction strizzata dentro un solo mirabolante fotoromanzo, eccolo:
Questo ultimo film di Ferzan Özpetek ci insegna com’è che si può fare una raffinata intensa commedia gay - il che, raffinata! intensa! gay!, si capisce a prima vista: al multisala ci sono zero pischelletti, pochi sparuti bburinazzi (la morosa si bagna con Scamarcio) e una percentuale schiacciante di amichette trentenni elegantemente fricchetton-chic coi pendagli enormi etnicheggianti, più un certo numero significativo di cinquanta-sessantenni bene classe media, sorridenti garbati cloni di Mereghetti e consorte - si può fare della raffinata intensa commedia gay, ci insegna Ferzan Özpetek (col supporto essenziale del derelitto Ivan Cotroneo), utilizzando gli stessi scemi trucchetti stereotipati del genere caserma che trovereste in una qualsiasi bassa vanzinità barzellettara, utilizzati pari pari con la stessa identica sempliciotteria, sì, ma con una differenza fondamentale: tutto quanto nella intensa e raffinata commedia gay è ammantato di quella cosa che i poveri di spirito (le fricchetton-chic, i cloni Mereghetti e consorte) chiamerebbero “Ironia”, dove

che si ottiene semplicemente aggiustando le rozzezze vanziniane con qualche superficiale ritocchino nobilitante, aggiustando cioè:
il greve umorismo parolacciaro (il bucio di culo, qui, diventa semplicemente “il buco”);
il paesaggio (anziché la lussuosa crocierona coatta ai Caraibi, qui abbiamo una decrepita suggestiva - poeticissima! - cittadina di provincia);
i personaggi (siccome sono colti e stilosi, classe medio-alta eccentrica ma non troppo, ci hanno i mega-crostoni astratti sopra il divano in salotto);
le musiche (i jingle televisivi dei cellulari sono sostituiti dalle fisarmonichette e dai mandolini e dai campanellini e dai suoni pseudo-vintage centro sociale);
e soprattutto poi aggiungendoci:
1) le storielline di contorno magiche e malinconiche (la vecchia nonnetta che è triste perché da giovane non si è sposata l’uomo che amava e che ha continuato ad amare sempre e pessempre lo amerà, e adesso che è vecchia sta chiusa in casa agli ordini dei figli e non può mangiare i dolci perché altrimenti le schizza la glicemia e allora alla fine del film, ringalluzzita dai coraggiosi coming out dei nipotini recchioni, ecco la vecchia che si ribella e chiama l’autista per farsi scorrazzare in giro per la città, e poi la sera si mette davanti allo specchio e si imbelletta e si ingioiella e si mangia quaranta chili di dolciumi fino a crepare, si suicida, perché la vecchia saggia ha capito il senso vero della vita: poter essere una volta almeno, compiutamente, una troiona blingbling obesa);
e
2) i pezzettini flosci di meditazione spicciola sull’omosessualità (i protagonisti omofobi seguono una impostazione didascalica generalizzante per cui si autoanalizzano ad alta voce come fossero le scritte riassuntive in sovraimpressione dei servizi dell’Italia sul Due - es. la madre dello Scamarcio Gay enuncia “come può una madre accorgersi di avere un figlio omosessuale?” e ancora, sempre lei “l’omosessualità è una malattia? si può tornare indietro?”);
questi piccoli facili accorgimenti sono più che sufficienti, tutto il resto può rimanersene identico a una qualsiasi porcheriola vanziniana, i personaggi atrofizzati, la sceneggiatura atrofizzata, le battutacce atrofizzate (facepalm), e quindi grandissime risate - non sono più gli stereotipi barzellettari, tzè!, qui c’è consapevolezza qui c’è ironia, questo è “scherzare con gli stereotipi” (cit. Mereghetti):
i gay portano tutti quanti le mutandine boxer attillate, un gay dice all’altro gay “guarda che se ti chiamano principe del foro non è mica perché sei un bravo avvocato”, un gay che vede un vestito paillettato si emoziona e dice “è Alberta Ferretti vero? lo sapevo!”, se lasci da solo un gay è inevitabile che il gay si metta a ballare e/o a cantare allo specchio, i gay in macchina tengono la musica altissima e cantano a squarciagola coi finestrini abbassati, i gay fanno i cascamorti col primo etero sexy che incontrano, i gay sono tutti cremine e abbronzatura e forma fisica, i gay sono come le femmine - peggio - sono come le femmine imbecilli, i gay al mare fanno il ballo sincronizzato sulla canzoncina delle Baccara - grandissime risate dei coniugi Mereghetti in sala, oh oh oh che divertimento!, ma poi ecco la fondamentale botta nobilitante, le Baccara sfumano via e irrompe il pianoforte malinconico e il primo piano su Scamarcio Gay che lontano lontano dalla spiaggia guarda i suoi amici sincronizzati in mare, tristezza / riflessione / sogno, significa: quanto sarebbe bella la vita se i gay fossero liberamente spensieratamente gay, ma non è così, società / cultura / è proprio vero / già già (i Mereghetti annuiscono pensierosi);
la raffinata intensa commedia gay di Özpetek Cotroneo consente così alle fricchetton-chic e ai cloni Mereghetti di eccitarsi e sghignazzare per le stesse desolanti gag dei peggiori spettacolacci vanziniani (e non a caso le risate più rumorose vengono fuori quando spuntano i “frocio! frocissima! frociona!”, perché come nei film coi negri che si danno del negraccio l’uno con l’altro, qui scompare Christian De Sica che fa gli urletti sprezzanti “ahò afrocio!” e al suo posto ci pensano i froci a rimpallarsi goduriosamente Frocio! - frocissimo, frocia, ricchiona, frociona - l’uno con l’altro), le risate dei coniugi Mereghetti scoppiano “liberatorie” perché finalmente, sì, possono ridere di certe stronzate terra terra senza sentirsi in colpa e anzi, sentendosi comprensivi e ironici e di larghe vedute e gay-friendly, riuscire non soltanto a capire i gay, riuscire a capire i gay che giocano cogli stereotipi gay, una tale dissacrante e “scorretta” ironia!, i cloni Mereghetti se ne tornano a casa soddisfattissimi (”sai da quand’è che non mi divertivo così, tesoro?, dal film della Comencini con Fabio Volo“).
La signora Mereghetti guarda il marito che cammina davanti a lei verso la macchina, là nel parcheggio fuori dal cinema, e ripensa alle parole di Scamarcio Gay (che nel film è scrittore, e si capisce che è scrittore non soltanto perché parla a vanvera, serissimo, con l’occhio da ipnotizzatore - aka: tumulto interiore magnetico - ma perché rimane in piedi la notte a cazzeggiare col MacBook Pro - la mela nascosta da un quadratino adesivo nero come succede con gli sponsor sulle magliette dei tronisti della De Filippi - e si capisce che è scrittore perché i libri in camera sua li tiene ordinati uno sopra all’altro in una praticissima colonna alta tre metri), la signora Mereghetti pensa che è proprio vero come dice lo Scamarcio Gay del suo amante - poeticità soffusa -
per strada mi sta sempre davanti perché cammina più veloce allora io mi fermo e mi metto a osservarlo da dietro, come muove le spalle, come si muove in mezzo alla gente, da solo, come se io non ci fossi, non lo so perché, ma questa cosa mi fa commuovere
è proprio vero che fa commuovere, pensa la signora Mereghetti guardando la testa pelata del signor Mereghetti.
I coniugi Mereghetti non hanno afferrato l’unica cosa bella che c’è dentro il film, la metafora coprofila: quando la vecchia nonnetta (fondatrice del pastificio di famiglia) prima di suicidarsi consiglia al nipotino Scamarcio Gay di “toccare la pasta, bisogna toccare la pasta quando esce dalle macchine, che è calda e morbida, devi toccarla” - questo desiderio nascosto del maneggiare la merda mi sembra l’unica cosa veramente sincera e appropriata che abbia mai detto Özpetek in un film dei suoi.
di Betty Moore, 15 marzo 2010
Categoria: chiacchiericci vari, io sono originale, l'amore ai tempi delle malvestite
Prendete un film porno di quelli low cost in costume e toglieteci le scopate, le nudità, i dialogacci osceni e i grevissimi doppi sensi e tutto ciò che c’è di minimamente esplicito, laido e pruriginoso; lasciateci dentro soltanto quei noiosi interludi di maniera che fanno da pretesto narrativo tra una scopata e l’altra, prendete questi interludi e metteteli assieme, stiracchiateli a più non posso - per un totale di tre/quattro ore di interludi stiracchiati - e mantenetene però inalterate la concentratissima sempliciotteria, la rozzezza, la povertà amatoriale della scrittura e della messinscena; lasciateci dentro le battute raffazzonate che parodiano un linguaggio vetustamente aulico, lasciateci dentro la dozzina scarsa di comparse mascherate che si dimenano e fanno su e giù per interpretare le folle di migliaia di persone, lasciateci dentro i due carretti sghembi coi vecchi ronzini zoppi che fanno la parte delle imponenti carrozze regali, lasciateci dentro i fari del calcetto che illuminano le notturne e gli attorucoli dilettanti coi baffi a manubrio incollati malamente che gli penzolano tutti storti; ecco, non rimane che aggiungerci undici milioni di euro per la tombola della troupe alla fine delle riprese e la fiction RAI è fatta: Sissi risorge.
È tutto così brutto e scadente, ha tutto un sapore così micragnoso posticcio e cialtrone, la somiglianza con quel tipico accattonaggio pornografico è così perfetta che a un certo punto l’illusione finisce per sopraffarti, c’hai le traveggole, e quando Sissi pallidissima, timidina, entra in camera da letto per consumare la prima notte di nozze e c’è lui, l’imperatore bellimbusto, ritto sull’attenti, con le medagliette di latta e la divisa inamidata, azzimato di tutto punto, che la accoglie eccitatissimo sfilandosi via con gesto enfatico lo spadone di rappresentanza (che scurrili banalità metaforiche questi pornazzi da quattro soldi) non puoi che pensare - timidina verginella e maschio predatore: combinazione fatale - è sicuramente il momento anal

e invece no è stato un abbaglio - nella fiction televisiva va così: la povera Sissi è impaurita, fredda e incerta, gli dice “no aspetta amore mio io non so, non me la sento” e lui allora si ritrae gentile e comprensivo e carezzandola le dice “ma certo bambina mia, capisco, in fondo sei così giovane, è la tua prima volta, capisco benissimo” e allora lei sollevata gli dice “piuttosto andiamo a fare una passeggiata nel parco” anche perché “a me piacerebbe una cosa un po’ più intima, e sai con tutta questa gente - gli dice, e con la testa accenna alla stanza di là, dove ci sono le damigelle e le tipe di compagnia e l’arciduchessa che fanno le cheerleader dell’amplesso - io mi intimidisco a farlo in questo modo poco intimo”, gli dice Sissi - ed esibisce la faccia numero uno del suo repertorio (due facce in tutto: faccia cogli occhi appallati e faccia cogli occhi socchiusi - v. sotto), la faccia numero uno è quella di Sissi ragazzina ingenua sperduta - occhioni appallati che esplodono nello sbalordimento dell’idiozia,

- e l’imperatore Franz allora intenerito dagli occhioni appallati della ragazzina ingenua le concede “nessun problema piccolina, andiamo a fare la passeggiata nel parco, dài, andiamo” e allora si prendono per mano e sorridendo felici se ne escono - le cheerleader dell’amplesso scandalizzate emanano violentissima disapprovazione - e allora ecco i due piccioncini che saltellano infantili nel parco, non fanno neppure venti metri sotto i riflettori sparati (luce bianchissima, ombre da stadio) che si ficcano sotto un rigoglioso gazebo rococò e lui ricomincia di nuovo a baciarsela e a strizzarla, e là, col freddo, nella giusta intimità del giardino francese, proprio là a due passi dal palazzo con le guardie inghingherate che gironzolano, sì, quello è il posto giusto, e la verginella Sissi tutta ignuda (con la matassa di capelloni che le fa da cappottino bikini, strategicamente disposta per immutandarle le parti intime) si lascia andare a una sfrenata chiavata smorzacandela nel gazebo rococò - prima figlioletta in arrivo e faccia numero due dal giorno successivo, ché dopo la chiavata Sissi è diventata matura, disincantata e impertinente, femminista persino (faccia cogli occhi socchiusi)

che è anche l’occhio socchiuso della donna imperatrice che la sa lunga, capisce tutto, ha l’istinto acutissimo della politica nata, “mmmh a me quello non me la conta giusta” è la sua prima impressione di Napoleone III; e poi c’è la combinazione dell’occhio numero uno e dell’occhio numero due, un virtuosismo assoluto, occhio appallato / occhio socchiuso (con effettaccio: tremolo), ed è l’occhio Morte Apparente da amoroso deliquio - in slow motion,
E che altro c’è dentro Sissi, niente, c’è questo pornazzo tristemente mutilato - depornizzato - con la colonna sonora midi di un cartone giapponese di quelli con la protagonista malinconica fighetta europea dell’Ottocento; e i valzerini allegri che sono il tema delle damigelle schiave che cuciono su Sissi i lussuosi drappi plissettati - le parti più gioconde della fiction, ovviamente, ché il pubblico è di questo genere qua, le tardone che hanno in salotto sul mensolino sopra al termosifone la collezione di minibambolette piccole principessine di plastica simil-porcellanose comprate in edicola - Sissi che si veste col valzerino allegro è la loro scena madre, è il loro ideale sostituto della scena anal, e funziona alla grande uguale.
di Betty Moore, 2 marzo 2010
Categoria: l'amore ai tempi delle malvestite, malvageddon