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Twilight Saga - Eclipse parte prima: Cercai di capire razionalmente cosa avrebbe pensato un pesciolino

La seconda puntata di Eclipse è qui
Il primo libro, Twilight, puntate 1, 2, 3, 4
Il secondo libro, New Moon, puntate 1, 2, 3, 4 (e c’è anche la recensione del film)

Eclipse è il romanzo della saga di Twilight che è fatto meglio, ha una storia meno smilza, meno appiattita, più complicata e avventurosa degli altri romanzi: dentro Twilight e dentro New Moon c’è Bella che si muove spedita lungo una sola direzione in linea retta e tutto quel poco che ci si trova attorno viene scansato e neutralizzato sbrigativamente - l’unica direzione è: riuscire a strofinarsi con l’inguine sulle gambe di Edduccio - qui invece Bella finisce in centrifuga tra parecchi brutti problemi che prendono direzioni differenti e le si abbattono addosso contemporaneamente, e questi problemi rimangono tutto sommato abbastanza nitidi e pressanti fino in fondo alla storia, così che rispetto agli altri romanzi Eclipse ha un andamento un po’ meno scontato, fiacco e melmoso, si vede che ci ha messo mano qualcuno che ci sa fare, che sa come confezionare a puntino una polpettazza fragrante che attivi irresistibilmente le fontanelle salivari dei lettori bimbominkia - non si direbbe ma ci vuole una certa scienza e una certa intelligenza anche nel confezionare una polpettazza così, e per dire una Stephenie Meyer sicuramente no, non ne è in grado - tutto ciò comunque per l’appunto, si capisce, sempre limitatamente all’universo diroccato dei romanzoni posticci assemblati facendo su e giù dallo sfasciacarrozze di idee e situazioni esiti e caratteri, non c’è nulla che sia davvero bello interessante e sorprendente, si tratta comunque di una polpettazza ripiena di scarti macinati e aromi artificiali, una schifezza; ma l’inizio della schifezza è efficace, ci sono

- il vecchio trucco cigolante dell’avantilampo thrilling che fa da esca (c’era già nel prologo dei primi due romanzi e ci sarà poi anche nel quarto, funziona sempre a meraviglia)
- le rimuginazioni preoccupate che fanno da sommarietto delle notizie essenziali dai primi due romanzi, tutti i pericoli terribili che incombono sulla testa dei protagonisti
- un qualche nuovo appena accennato stranissimo mistero mortale che sta per incombere sulla testa dei protagonisti
- le rimuginazioni trasognate che fanno da sommarietto dei motivi essenziali per cui il vampiro è Er Mejo e col licantropo non c’è gara
- i problemi in famiglia che si fanno più gravi, il conflitto col padre che odia i vampiri e il futuro dopo il liceo che è incerto e fa paura
- il licantropo anabolizzato che spasima scodinzolante senza dignità e gli ordini restrittivi del vampiro geloso
- i bisticci umoristici cervello di Bella vs la Realtà (col cervello di Bella che fa le figure di merda)
- lo scontro corpo a corpo tra licantropi e vampiri “ahò che me stai a imbruttì?”
- una sconvolgente rivelazione sulla sessualità dei licantropi

Cominciamo a darci un’occhiata, cominciamo dall’esca avantilampo,

Due occhi neri, imbestialiti dal desiderio implacabile della mia morte aspettavano il momento giusto per uccidermi.

come al solito c’è Bella alle corde e il cattivo che si prepara ad assalirla e a mangiarsela in un boccone,

Sarei mai riuscita a conoscere l’esito dell’altro combattimento? Scoprire chi aveva vinto e chi perso? Sarei sopravvissuta abbastanza a lungo?

Alla fine del romanzo quindi, ora lo sappiamo: rissone, donzella spacciata, salvataggio miracoloso - un classico,

l’inizio del romanzo invece è piuttosto tranquillo, così così, le cose non vanno poi tanto bene, Bella è angosciata - c’è una minaccia terribile che si trascina dietro da due romanzi,

una vampira sadica desiderosa di vendicare la morte del suo compagno uccidendo me, preferibilmente con una lenta tortura

e c’è la minaccia terribile che è venuta fuori dal romanzo scorso,

i Volturi - la famiglia reale dei vampiri, con il loro piccolo esercito di guerrieri - determinati ad arrestare i battiti del mio cuore, prima o poi, in un futuro prossimo, perché a nessun umano era concesso di sapere della loro esistenza

In famiglia, per il solo fatto che Bella è scappata di casa con un volo intercontinentale e per la seconda volta è tornata indietro contusa pestata quasi morta a causa di Edduccio, il padre s’è stranito e l’ha messa in punizione, è terrorizzato all’idea che se ne vadano assieme all’università, Edduccio non gli sta per niente simpatico,
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Socrate era un vampiro malvagio? Bella riecheggia di temi aristotelici? Andare a cavalcioni sulle spalle di Edduccio è una metafora fallico-nietzschiana?

Oltre ai calendari e ai poster e alle biografie e alle raccolte fotografiche e a tutto quanto il tradizionale campionario di gadget abbaglia-funz c’è un tipo di spin-off commerciale molto diffuso che non può mancare sulla scia di un grosso successone cinematografico / televisivo / editoriale, è lo spin-off filosofico, vale a dire: si ingaggia una dozzina di avviliti contrattisti universitari, dispostissimi a subire le peggiori mortificazioni personali pur di grattare due spiccioli di straforo, e li si mette a setacciare il film di successo (o il serial televisivo o il cartone animato o il romanzo o il fumetto o quel che è) per tirarne fuori qualche pretestuosissimo appiglio utile ad appiccicarci sopra questo o quel pezzettino del manuale di storia della filosofia - ogni contrattista fa il suo piccolo saggetto divulgativo copiaincolla e tutti i saggetti messi assieme fanno il libro La filosofia di,

La saga di Twilight è piena di amore e morte, oltre che di una serie di altri argomenti centrali per capire come navigare nelle acque della vita. Ciò offre numerosi spunti filosofici.

c’è La filosofia di Twilight ma ci sono anche la filosofia dei Simpson e quella del Dr. House e quella di Matrix e dei Transformers e di Battlestar Galactica e di infiniti altri; esistono sì spin-off dello stesso genere con una diversa impostazione pseudo scientifica, La fisica di e Il linguaggio di e La leadership di eccetera, ma sono più complicati e quindi meno frequenti, con la filosofia si va a colpo sicuro, basta maneggiare superficialmente le genericità all inclusive vita, morte, amore, morale, Dyo, e il pipponcino filosofico si può estrarre con facilità praticamente ovunque (hai scoperto che il tuo fidanzato è un vampiro? be’, accipicchia, è un fatto epistemologico - v. sotto), si distribuiscono qua e là a casaccio i nomi di eminentissimi cervelloni defunti con le date tra parentesi ed è fatta,

Twilight consente un’analisi approfondita della condizione umana, ponendoci di fronte alle nostre paure più profonde e oscure, come anche alle nostre più grandi speranze. Bella e Edward rappresentano la condizione umana esposta davanti ai nostri occhi a caratteri cubitali.

non che i funz di Twilight riescano poi a sciropparsi per intero un libraccio del genere, poveracci!, è una roba penosa, noiosissima, se lo comprano in automatico con tutto il resto della paccottiglia colorata e luccicante abbaglia-funz (è l’antica consuetudine delle perline di vetro e dei selvaggi boccaloni), in fondo gli basta che abbia in copertina la coppia belloccio e belloccia, e poi, certo, il fatto che tra i capelli del Patty ci sia impigliata la parola Filosofia, oh, l’illusione che i libracci là (e i film) ci abbiano dentro una loro più alta (nascosta) ragione intellettuale, be’, è una lusinga mica da niente: la mela in copertina!, non è mica una mela qualsiasi,

Quando i teologi cristiani medievali come Tommaso d’Aquino si concentrarono su quella mela, si convinsero che il frutto volesse metterci in guardia dai pericoli della Concupiscentia

e cosa pensate che avrebbe pensato di Edduccio, Tommaso d’Aquino,

Tommaso d’Aquino avrebbe senza dubbio descritto il conflitto interiore di Edward uno scontro tra concupiscenza e coscienza

e se la cosa vi lascia perplessi, sentite qua come inizia il saggio di apertura (Amore, pazzia e l’analogia con il cibo, di George A. Dunn) - dopo aver raccontato di Edduccio che vede Bella per la prima volta e sente fortissimo l’impulso di sbranarla, e poi per darsi una calmata Edduccio fugge per una settimana in Alaska dove si sfoga uccidendo e bevendo il sangue di animali a non finire, dice

Siamo onesti fin dall’inizio: chi di noi non si riconosce in un’esperienza simile? Se negate di essere mai stati tramortiti da un simile repentino impeto di desiderio, allora non siete molto adatti allo studio della filosofia

se non siete adatti - io mi sa che non sono adatta - magari allora non capite cosa c’entra Bella coi seguaci di Socrate

Molti dei giovani ammiratori di Socrate devono essersi sentiti come Bella, destati dal torpore delle loro banali esistenze dall’incontro con una figura incredibilmente carismatica che a tanti sarà parsa di un altro mondo.

e, di conseguenza - siccome Bella sta a un seguace di Socrate come Edduccio sta a Socrate - la questione fondamentale:
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di Betty Moore, 11 dicembre 2009

Categoria: malvageddon

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Dan Brown, The Lost Symbol - prima puntata

Siete pronti a sfidare i misteriosi rompicapo e i vili trabocchetti del cattivo più cattivo del mondo e ad avventurarvi insieme all’eroe più cretino del mondo e alla scienziata ESP più sexy del mondo e all’agente segreto più ripugnante del mondo tra oscuri riti massonici e mani mozzate che indicano antichissimi portali esoterici e piantine di città che rivelano il profilo occulto di un pisello e raggi telecinetici che influenzano il moto dei pesciolini rossi e lezioni di complottismo nella classe di sostegno di Harvard e la sapienza di cinquemila anni fa che in confronto, tzè, la scienza moderna è una caccola - se siete pronti, benissimo!, allora cominciamo: i personaggi che trovate dentro questa prima puntata sono

cioè da sinistra:
1) il professor Robert Langdon, esperto di simbologia e iconografia religiosa, l’uomo che da solo ha salvato il Vaticano dall’esplosione di una mega-bomba di antimateria, è sopravvissuto al tuffo da un elicottero senza paracadute ed è stato fidanzato con l’ultima discendente di Gesù Cristo;

2) il cattivo più cattivo del mondo che si chiama come una combinazione onomatopeica scatarro e sputo, Mal’akh: oltre a concepire misteriosi rompicapo e vili trabocchetti gli piace passare il tempo ascoltando il Dies irae mozartiano rimirandosi allo specchio il corpo ignudo completamente tatuato di simboli del male inneggianti l’apocalisse - completamente tatuato, sì, a eccezione di un minuscolo circoletto di pelle intonsa su su sulla cima della testa rasata che ha deciso di tatuarsi appena finisce questa sua ultima suprema missione malvagia, ci si tatua una ciliegina;

3) l’anziano massone filantropo e bibliofilo, Peter Solomon, vecchio amico e mentore di Robert Langdon, dottissimo conoscitore di antichissime filosofie e presidente dello Smithsonian Institution;

4) direttamente dalla classe di sostegno di Harvard dove insegna Robert Langdon, tramite un sapiente utilizzo del flashback (secondo il metodo dell’editor cieco che appiccica i fogli del manoscritto su una parete e poi li colpisce con le freccette, “toh! qui ci mettiamo un flashback” - “ahi! ma questo è il mio culo!”, “ops, scusami Dan”), lo studente fesso che fa capolino per chiedere lumi al professor Robert Langdon sulle più varie terribili cazzate che ha pescato guglando a casaccio;

5) la scienziata Katherine Solomon, sorella minore di Peter Solomon, bellissima e supersexy, autorità mondiale nel campo della parapsicologia e della metafisica applicata; può vantare un dottorato al Politecnico di Dagobah con una tesi sul tirar fuori le astronavi in avaria dalle paludi puzzolenti senza muovere un dito;

6) l’omino baffuto Routard col mondo ficcato nello zainetto: è annunciato da un segnale acustico (biiiip!) ed emette degli stringati resoconti micro-enciclopedici su questa o quella irrilevantissima curiosità turistico/culturale/antropologica; i suoi interventi sono distribuiti lungo il romanzo secondo il metodo suddetto dell’editor cieco e delle freccette (”ahi!”);

7) l’agente segreto capo di tutti gli agenti segreti, Inoue Sato, una nana giapponese anoressica malata di calvizie e tutta chiazzata di vitiligine che per via di un cancro alla gola c’ha una cicatrice enorme sul collo e una voce gracchiante spaventosa - fulmina tutti quanti col suo sguardo indagatore taglientissimo e c’ha un quoziente d’intelligenza a quattro cifre.
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di Betty Moore, 13 novembre 2009

Categoria: chiacchiericci vari

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Carmen Consoli, Elettra: le profezie dyvine di CL, i cineforum all’ora del tè da Franco Battiato, l’oroscopo, JANG l’uomo scimmia e i fisici quantistici giapponesi

Cosa rimarrebbe della musica pop italiana senza la promozione, senza il su e giù promozionale delle interviste e delle ospitate e delle recensioni, senza lo scemo del villaggio - l’artista - che se ne va in giro tutto bello azzimato esibendo inconsapevole la siderale buffissima distanza che c’è tra le intenzioni (un qualche sconclusionato groviglio di pomposità auto-esegetiche) e il risultato (squallida musichetta terra-terra); cosa rimarrebbe della musica pop italiana senza lo scemo del villaggio che pontifica di arte/amore/vita/universo assieme a qualche brillante pirla-generator di cicalecci televisivo-radiofonici, senza il giornalista musicale che s’avvanvera salivoso in una vertigine di ampollosi deliri fatti di insignificanza e incompetenza; cosa rimarrebbe della musica pop italiana a toglierci via l’unica cosa bella che c’ha, il sollazzo che è provocato dalla ostensione promozionale dello scemo del villaggio tra gli scemi del villaggio - rimarrebbe la musica, ok, ma che ci volete fare con una musica così, ascoltarla? ma per piacere: meno male che c’è la promozione, che è l’unica cosa bella della musica pop italiana, un po’ di sollazzo alla faccia dello scemo del villaggio, che è pur sempre qualcosa.

Per dire - sollazziamoci - il nuovo disco di Carmen Consoli, sommario:

1) la musica di merda
2) il percussionista nero ciccione
3) come si scrive una canzone di Carmen Consoli
4) JANG e il Sai Baba Franco Battiato
5) la borghesia quando la vedeva Buñuel
6) qualcosa che nutra l’anima
7) le mutande di un uomo e i negozi di elettronica
8) Carmen Consoli e Francesco Facchinetti: tutta colpa di Dyo
9) la mistica illuminista
10) l’oroscopo e i cioccolatini alla base delle scienze moderne
11) esperienze paranormali
12) Jenny la fidanzata del vero e unico uomo scimmia
13) gli inevitabili aneddoti alleviani

questo disco che si chiama Elettra, che è uscito un paio di settimane fa, non vale un’infinitesima frazione del sollazzo provocato da Carmen Consoli in tour esegetico-promozionale, Carmen Consoli che simula intelligenza e profondità e originalità e impegno - che dice
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Barbarossa è la Lega Nord - polpette infuocate sugli stupidi milanesi

Ma questo Barbarossa fa proprio cagare, è eccezionale!, è sublime!, è un vero e proprio film manifesto!, non lo si poteva fare meglio, dico sul serio, così perfettamente in sintonia con l’orrenda paccottiglia carnevalesca e la grossolanità di pensiero e i feticci ideologici subculturali del basso ventre leghista, è magnifico!, è un filmone leghista al cento per cento!, è IL filmone leghista!, riassume in sé tutta la mitologia-base degli sloganazzi leghisti e ne conserva intatto il saporaccio schifoso, è un miracolo! - e allora perché, dico, non se lo vanno a vedere almeno loro, i leghisti? Facile: perché di ignoranti caproni siamo pieni, di incazzati ce ne stanno a non finire, di razzisti pure, di ignoranti caproni incazzati razzisti una valanga - e sono il grosso del voto leghista - ma di imbecilli così imbecilli da lasciarsi sedurre dalle scombussolate storielle fanta-medievali e dalla retorica bullesca cappa e spada dell’indomabile priapismo nordista, di questi qua, che sono i disgraziati dei caschi con le corna e della secessione e della discendenza celtica e delle ampolline sacre e delle camicie guardiapadana, be’, di questi qua per fortuna ce ne stanno pochi pochi, quattro stronzi appena - dello spadone duro e delle fiction fanta-medievali, per lo più, non frega niente a nessuno.

Ma di quei pochi imbecilli, sono sicura, ce n’è qualcuno che dopo il comizio dell’Umberto se ne torna a casa con la Škoda station wagon e si mette là nella tavernetta interrata cogli amici ancora travestiti da centurioni padani, tutti quanti un po’ brilli di sidro, tirano fuori i dadi e gli schemini e i punteggi e s’incomincia col gioco di ruolo “druido! passami un altro goccio di quella sbobba!”: Barbarossa sembra precisamente una cosa del genere, un gioco di ruolo in costume ambientato nelle allucinazioni etiliche del folclore leghista - il regista Renzo Martinelli deve averlo scritto così, a dadi cogli amici centurioni un po’ brilli.

L’entità malvagia da combattere è l’IRAP imperiale sul raccolto (il trenta per cento!) e gli eroi bravi e belli e coraggiosi sono i virilissimi popolani milanesi, umili lavoratori con un profondo senso della giustizia, pelosissimi e di poche parole, che fanno la Lega Lombarda tutta da soli - non hanno bisogno dell’aiuto del Papa e nemmeno dei nobili, quegli oziosi pusillanimi centralisti! - la Lega nasce dal basso e non conosce compromessi, è dura e pura come il suo leader, Raz Degan aka Alberto da Giussano - che dice (da un’intervista della settimana scorsa, qui)

Ho lavorato molto per entrare dentro l’anima del protagonista. Chi era con me sul set se n’è accorto: a un certo punto Raz è sparito, c’era solo Alberto da Giussano

questo per farsi un’idea della soverchiante carica emotiva del film (io già piangevo sui titoli di testa in Comic Sans) - neanche Jim Caviezel quando se ne andava in giro benedicendo i materani convinto d’essere Giesù Cristo s’era coperto a tal punto di ridicolo, sentite qua che è successo a Raz Degan - i camerieri tiravano a sorte per decidere chi andava a portargli la colazione in camera:

Camminavo, parlavo, pensavo come Alberto da Giussano. Andavo perfino a letto con la spada e, se qualcuno bussava alla porta della mia stanza d’albergo, saltavo in piedi brandendola.

Nel film - ora ve lo racconto - Raz/Alberto comanda una dozzina circa di arrabbiatissimi milanesi, comanda in pratica Milano tutta intera - perché il film lo chiamano kolossal, sì, venti milioni di euro, e infatti Milano è un unico minuscolo crocicchio di cartapesta abitato da una sparuta manciatina di fabbri wonderbear (a Bergamo è andata peggio, è un angolino polveroso con un pozzo e due muretti sbrecciati in croce e un paio di bergamaschi senza niente da fare che gironzolano intorno al pozzo); Raz/Alberto ha assistito impotente alla distruzione di Milano, o meglio, delle mura di cartapesta che stanno all’esterno del minuscolo crocicchio: i milanesi hanno tentato disperatamente di difendersi impiegando la bellezza di tre - dico tre! - balestre, ma le forze nemiche, i maledettissimi crucchi imperiali - che usavano pure loro le stesse tre balestre (facevano una inquadratura per uno) - potevano contare sulle magie della computer grafica, dannati!, e dalle loro tre balestre partivano a razzo nugoli fittissimi di freccette assassine;

a nulla è servita la raffinata scienza bellica dei soldati milanesi - no ma quali soldati, gli stessi fabbri wonderbear di prima - che nel bel mezzo della battaglia si scambiavano consigli strategici chiacchierando affacciati da una torre di cartapesta all’altra come sciure ai balconi di un cortile condominiale, “che facciamo, attacchiamo?”, “no no, aspetta un attimo!”, “sei sicuro?”, “un attimo solo che finisco di stendere le mutande!” - nulla hanno potuto contro i possenti macchinari di morte dei crucchi imperiali, le terribili catapulte lancia polpette infuocate (che bucano e trapassano letteralmente le sottilissime mura di cartapesta, micidiali - “la polpettaaaaARGH!”); a nulla sono servite le fosche premonizioni della visionaria pazza Kasia Smutniak (la cui visionarietà è stata generata dalla scarica di un fulmine), che non poteva starsene nella stessa stanza col pugnale di Raz/Alberto senza rimanere abbagliata dalla visione di polpette infuocate dappertutto; e a nulla è servito ritrovare proprio là alle porte di Milano, grazie al talento rabdomantico della visionaria pazza, il sepolcro sotterraneo che custodisce i resti santissimi dei Re Magi, dico: dei Re Magi - che cazzo, sembrava un buon auspicio.

E invece niente. I milanesi, sconfitti, sono costretti ad abbandonare il crocicchio di cartapesta: è la diaspora meneghina.

Ma Raz/Alberto non ne vuole sapere, forgia un anello di metallo che diventa il simbolo della resistenza e tenta di convincere le città lombarde a unirsi contro i crucchi imperiali; nel frattempo si rifugia nella foresta di Pontida coi suoi sgherri, assaltando i ricchi passanti imperiali con la faretra in spalla e il suo inseparabile amico ciccione Little John-Borghezio (perché il film è braveheartiano come dicono tutti, sì, ma c’hanno ficcato qualcosina pure da Robin Hood e qualcosina persino da Giovanna d’Arco - la storia della pazza visionaria che alla fine viene fatta prigioniera dall’imperatore crucco e accusata di eresia, e per un pelo non la abbrustoliscono).

Si prepara la battaglia finale: i crucchi sono preoccupati, Federico Primo aka Barbarossa s’aggira nervoso tra le minuscole salette del suo tetro castello - tutto fatto coi vecchi fondali di Totò contro Maciste; il problema dell’illuminazione medievale (torce alle pareti) che si risolve puntando sulla faccia dell’attore parlante la luce giallognola di una lampada da scrivania (a proposito: le notturne sono strepitose, l’hanno girate coi fari di un campo da calcio - che volete, è un kolossal da venti milioni di euro - e le scene di pioggia torrenziale, impareggiabili!, si vede il perimetro circoscritto dell’innaffiatura sull’omino al centro della scena e tutto attorno asciutto, qua e là sullo sfondo il sole che splende); ma stavo dicendo, giusto, la battaglia finale è alle porte: l’esercito dei crucchi è gigantesco, mostruoso, quello dei milanesi è piccolo ma incarognito - questa volta niente cazzate, hanno preparato una strategia coi fiocchi, c’hanno l’arma segreta, la V2 padana!, il trabocchetto dei falciatori.

I due eserciti si fronteggiano a distanza. Li separa una immensa pianura brulla e desolata, neanche un alberello o un cespuglietto per chilometri e chilometri. L’esercito di Barbarossa si dispone in formazione aperta, distesa, pronta all’attacco; l’esercito leghista si rattrappisce intorno a una strana macchia di vegetazione. I luogotenenti di Barbarossa fiutano il trappolone, c’è qualcosa che non va, io non me la ricordo quella macchia là di vegetazione, ieri ci scommetto che non c’era - ma Barbarossa taglia corto, non c’è da farsi paranoie, è che

I milanesi sono stupidi, non ve ne preoccupate”

L’esercito crucco parte alla carica (bellissime le riprese a volo d’uccello con la “crowd replication” - Martinelli ne va molto fiero - quattro cavalli veri copiaincollati cento volte uno vicino all’altro, tutti che si muovono sincronicamente). L’esercito leghista se ne sta impalato, immobile fino all’ultimo momento: stanno lì lì per scontrarsi coi crucchi quando “Adessuuuooooo!” grida Raz/Alberto, e l’esercito leghista si apre in retromarcia scoprendo la strana macchia di vegetazione, Tadàn!, un mucchio di cespuglietti finti che celano il trabocchetto dei falciatori - dovete vederlo perché merita, è purissima arte mentecatta:

i carretti sghembi coi contadinotti cenciosi che falcettano qua e là migliaia e migliaia di soldati, gli effetti sonori di un taglio dal parrucchiere, una strage! - certo ok qualche crucco se la cava e c’è da sbrigarsela nel corpo a corpo, ma niente di che (massimo un tre quattro soldati contemporaneamente nella stessa scena, sennò la coreografia veniva troppo complicata - di tanto in tanto sullo sfondo c’è una comparsa che non sa che fare e gironzola inebetita con lo spadone floscio)(e a proposito di comparse - siccome è un kolossal da venti milioni di euro - volevo precisare che di comparse, di gente tutta assieme nella stessa scena, se ne vedrà forse al massimo un due tre dozzine in un paio di scene, non di più - alla faccia dello “zingarume a basso costo”).

Ma insomma - The end - Milano è riconquistata, giubilo padano!, e Raz/Alberto, siccome è un padano vero, uno stallone cogli spermatozoi padani, “ebbe numerosi figli” (cioè da quei dodici fabbri che c’erano, che in effetti erano un po’ pochini, l’ha popolata tutta lui da solo, Milano)

di Betty Moore, 15 ottobre 2009

Categoria: allucinazioni, malvageddon

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