Venti minuti di rigurgiti digestivi live dallo stomaco di Maurizio Costanzo

Nessuno se n’è accorto e nemmeno io me n’ero accorta, ogni giorno su Rai Uno ci sono venti minuti di viaggio allucinante all’interno dello spaziosissimo stomaco arredato di Maurizio Costanzo durante la pennichella digestiva del dopopranzo (arredato sobriamente, lo stomaco: colonnine doriche e discoboli souvenir di gesso, candelabri, una scrivania di plastica trasparente rossa) e dentro il suo stomaco arredato c’è un enzima della digestione antropomorfo, con le fattezze del medesimo Maurizio Costanzo, che emette delle farfuglianti bollicine-borborigmi sotto forma di domande rivolte al povero minchione “contemporaneo” che è stato ingoiato tutto intero per pranzo (il viaggio allucinante si chiama così: Bontà sua. Incontri tra contemporanei).

Mi sono guardata le interviste gastriche ai tre minchioni di Sanremo, Arisa e Malika Ayane e Simone Cristicchi, e devo dire che ogni tanto, grazie soprattutto all’eccitante routine retorica – di sublime ispirazione! – dell’enzima Maurizio Costanzo in modalità psico-confidente tonto (non c’è niente che gli riesca meglio, “lei si sente donna? lei si stima? e quando sogna, lei, sogna in italiano? oppure in milanese?” – dall’intervista a Malika Ayane), il desiderio dei minchioni contemporanei di farci la figura dei brillanti profondi complessi esseri umani è così disperato e maldestro che qualcosina di rilevante, qualche spruzzetto di idiozia buffa, ogni tanto, schizza fuori – per esempio vediamo, sentite, c’è l’enzima Maurizio Costanzo che domanda a Malika Ayane “lei crede nel colpo di fulmine, qual è stato il suo primo amore?” e Malika Ayane gli racconta che

“sì da adolescente a sedici anni mi sono innamorata follemente di… il mio primo amore… era un mangiafuoco… un artista di piazza…”

l’enzima Maurizio Costanzo è subito folgorato dall’eccentrica significatività bohémien della relazione col mangiafuoco (battuteggia soddisfatto: “ma quando vi baciavate lui aveva il sapore di paraffina?” – risate compiaciute di Malika Ayane), l’enzima Maurizio Costanzo le chiede di approfondire e Malika Ayane entusiasta approfondisce eccome, non aspettava altro!, nella storia ci infila pure il violoncello e i libri e la libertà
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Festival di Sanremo 2010: dall’autarchia alla Coppa Campioni

È stato un Festival di Sanremo memorabile che ha sancito un ulteriore decisivo aggravarsi della contagiosissima epidemia iper-televisiva di musica plop, di quel ciarpame usa-e-getta cioè che nasce – è pensato e appositamente impacchettato – si consuma e muore dentro la televisione: il Festival di Sanremo diventa da quest’anno la Coppa Campioni dei reality talent show generatori di musica plop.

E non poteva andare diversamente. Sanremo è da sempre un monumentale cimitero di musica plop, e non solo, è in un certo senso il padre (il nonno) degli attuali reality talent show televisivi: coi suoi protagonisti semi-decomposti colanti formaldeide e le sue marcite pataccacce musicali, tutto quanto dentro Sanremo è progettato per resistere ai vermi e alle muffe appena appena quelle poche ore di esposizione televisiva; e con i suoi pettegolezzi, le rivalità, le interviste, i dopofestival, gli isterismi vipparoli, i dietro le quinte, con tutto questo suo spettacolo collaterale di terrificante subumanità pseudo-realitara, Sanremo va considerato non soltanto un primo storico generatore di musica plop, ma anche e soprattutto il progenitore delle attuali più potenti macchine generatrici di musica plop, i reality talent show televisivi.

E se fino a poche edizioni fa la musica plop di Sanremo sopravviveva in una condizione direi tutto sommato autarchica – la musica plop e i cantanti plop nascevano prosperavano morivano e resuscitavano esclusivamente dentro la bolla sanremese – quest’anno il Festival ha abdicato definitivamente al proprio status di mini-reality plop-autarchico e si è spalancato una volta per tutte alla concorrenza più solida aggiornata e remunerativa – super sanremoni anabolizzati contro i quali l’obsoleta formula autarchica non ha la minima speranza di competere – trasformandosi così in una specie di abominevole campionato trasversale dei reality musicali televisivi.

È una trasformazione già in buona parte celebrata l’anno scorso – vittoria del cripto-gay afono defilippiano – che ha avuto degli effetti evidentissimi sulla gara di quest’anno, per cui nella finalissima sono state rappresentate le due principali varianti della musica plop, quelle realitare,

la musica plop per adolescentelli bimbominkia (e quindi: inebetiti pischelletti bellocci con la data di scadenza – brevissima – tatuata con l’inchiostro simpatico sulla fronte, pilotati da un qualche scaltro bavoso specialista del riciclo di appiccicume sentimentalista), variante incarnata da Valerio Scanu;
la musica plop per trentenni rincoglioniti wannabe (e quindi: fallitoni impomatati con gli occhiali grossi vestiti come buffi pirla del villaggio vacanze che strepitano convintissimi qualche stupido accrocco di cliché musicali roccherolle-autoriali), variante incarnata da Marco Mengoni;

e l’unica possibile alternativa alla musica plop dei fuoriusciti realitari diventa: il piccolo scandaletto e il prezzemolismo televisivo, quindi ancora una ragione extra-sanremese, extra-musicale, ma tutta televisiva, tutta plop,

la musica plop d’occasione per anziani teledipendenti (e quindi, nel caso specifico: reduci parrucchinati del melodismo d’antan più deteriore, viscidissimi cartoni salottiero-televisivi, stentati urlatori da varietà della domenica pomeriggio), ovvero il Trio Merda;

e nonostante il Festival sia stato sempre tradizionalmente orientato verso la sponda anziani teledipendenti – ma chi se li incula, ovvio, ché manco sanno televotare (“nonna non è il cellulare è il cazzo di salvavita Beghelli!”) – è stato schiacciante il calcolato predominio delle due varianti realitare Adolescentelli bimbominkia e Trentenni rincoglioniti (a cominciare del resto dalla selezione dei concorrenti); e l’impostazione coppa dei campioni s’è fatta sentire pure sulle reazioni parossistiche del pubblico e dell’orchestra in rivolta, che sono naturalmente – secondo sceneggiatura (i ribelli incazzatissimi che protestavano schiantandosi dal ridere) – la versione sanremese delle irritanti tifoserie dopate e aizzate a orologeria sugli spalti dei reality talent show (c’era la scimmia con le bretelle in prima fila, c’era); e tra le varianti plop, bimbominkia adolescenti vs trentenni rincoglioniti vs anziani teledipendenti, chi pensavate potesse spuntarla, la mostruosa chimera plop a tre teste non aveva speranze.

Sarà anche colpa mia che non sono riuscita a raccogliere abbastanza funz del Trio Merda (e tremila commenti in due serate di forum non sono stati sufficienti, va be’ – ma ci siamo divertiti tantissimo).

Un Sanremo Emo dice Luzzatto Fegiz: i telespettatori kazaki approvano felici (stanno pensando al Coniglietto Ruggero)

L’altro giorno a Porta a Porta c’erano Toto Cutugno e Pupo e Nino D’Angelo e Irene Grandi e Antonella Clerici e Arisa e Morgan e Luzzatto Fegiz che facevano il trenino tutti assieme cantando L’italiano e si spompinavano a vicenda sul tema “Sanremo la più grande macchina di spettacolo al mondo” (cit. Bruno Vespa), Sanremo eventone internazionale seguitissimo nei paesi dell’est, così seguitissimo che ci sono certi paesi dell’est che organizzano un proprio festival nazionale di Sanremo – precisamente nel senso che gli affibbiano il titolo nonsense “Festival di Sanremo di – nome del minuscolo villaggetto rurale kazako perseguitato dai vampiri”

e immagino che sia vero, che effettivamente sì, alla sorella-amante prostituta e alla vacca da camera e al monco con la protesi dildo che abitano nel fango di un villaggetto kazako questi sgorbi italiani che fanno il Festival di Sanremo possano davvero sembrargli tutti quanti dei mirabili elevatissimi artistoni pieni di stile: Arisa che ogni album – ogni festival – si fa sfregiare da una diversa costumista miniclub di un villaggio vacanze (v. sotto) è sicuramente considerata una camaleontessa fashion, la Madonna delle charts kazake; e Pupo invece, che si esibisce col nero spilungone in-che-cazzo-di-lingua-canta e poi col maggiordomo ereditiero che è stonato pure quando parla, Pupo suscita sicuramente l’interesse e la curiosità dei telespettatori kazaki che si interrogano e discutono serissimi: con chi si esibirà Pupo l’anno prossimo?, chi potrebbe mai proseguire una tale terrificante escalation, forse soltanto qualcosa tipo l’immagine animata in CG di Roger Rabbit – ma tanto la Disney a Pupo i diritti non glieli dà, semmai forse la CGI del tarocco Coniglietto Ruggero – e i kazaki in visibilio!

che bello, non è soltanto spazzatura per i denti dei nostri compatrioti mutanti subumani, è confortante sapere che ci sono dei posti fuori di qui, neanche troppo lontani, dove la decadenza e l’orrore della nostra televisione (e della musica plop che si fa in televisione) sbrilluccicano di sofisticata esoticità e sono ammirati e addirittura imitati, basta rivolgersi ai posti giusti dove la decadenza e l’orrore sono mille volte ancora più gravi e più tristi e non c’è niente di meno abominevole da vedere e da ascoltare, ed ecco che sull’altare votivo del Dyo Toto Cutugno piccolo boss della canzone bielorussa si sacrificano vergini e si lasciano in dono chitarre d’oro zecchino,
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Federica Fornabaio: chi?! una che annegava a Sanremo davanti a Marco Carta e fa le musiche di ER quando muoiono i vecchietti

(ovvero: come ci si fa pubblicità facendo finta di saper fare qualcosa di cui non si sa quasi niente, e vantarsene)

Quel merdone secco che è Sanremo, cioè il tempio della Musica In Televisione (dove “Musica” è scritto a penna su un post-it appiccicato malamente sopra la parola “Flatulenza” [1]), è capace di segnare un nuovo picco di tristezza anche così, dopo mesi e mesi, retroattivamente: c’avete fatto caso, forse, che durante le performance del vincitore Marco Carta (Non-sono-gay-sennò-le-bimbominkia-non-mi-comprano-il-cd) e della vincitrice Arisa (Faccio-l’imbranata-puffa-quattrocchia-sennò-mi-si-vede-attraverso [2]) l’orchestra era diretta da una vistosa giovinetta, una certa Federica Fornabaio, ventiquattro anni,

la più giovane direttrice d’orchestra sanremese di tutti i tempi

che sarebbe la capellona tutta in tiro che c’è nel video che ho montato qua accanto: potete ammirarla scuotersi mollemente, fare strani gesti tipo nuoto subacqueo (fase di annegamento), disegnare in aria le casette e le nuvole e il sole che sorride, dare una sfogliatina al Cioè nascosto nello spartito e poi salutare gli amici dietro le quinte, entusiasta, il tutto lontano anni luce dall’attenzione degli orchestrali, ovviamente, che se ne andavano tranquilli per i fattacci loro. Una roba così scomposta, goffa, così imbarazzante che se lo magna, al Giovanni Allevi direttore d’orchestra (ché lui, almeno, si dimena da tarantolato: fa ridere [3]). Io me l’ero già chiesto allora, chi cavolo fosse e che cavolo ci facesse là questa tipetta totalmente incapace – qualche giorno fa l’ho capito:

Si cimenterà a breve in prima persona nell’avventura discografica con il suo primo cd, solo pianoforte

E guarda caso sarà prodotta dalla Warner, come Marco Carta e come Arisa – e guarda caso, toh, il suo produttore (Bruno Santori [4]) quest’anno era uno dei capoccia musicali di Sanremo. E pensate, adesso che spuntano qua e là, sulle solite rivistacce, i primi articoletti che celebrano il suo prossimo debutto, scopro che il “maestro” (come la chiamavano a Sanremo) non è neppure diplomata in conservatorio (ci sta provando – ma, siccome non si sa mai, mette le mani avanti: “il diploma non fa il musicista” [5]). In questo suo disco “sarò in veste di compositrice e pianista” e c’è da averci strizza, eccome, potete sentirne qualche assaggio sul suo MySpace: lei dice Sakamoto ed Einaudi, ma si capisce subito che la sua fonte d’ispirazione sono le più modeste soundtrack di E.R. Medici in prima linea quando muoiono le vecchiette.

La sua partecipazione sanremese rappresenta un terrificante (già ben consolidato) upgrade della solita frenesia riempitiva della televisione-discarica, dominata da branchi di pantegane viscidissime (gli agenti, i produttori) che sbavano per questo o quello spazietto di visibilità pubblicitaria dove infilare i propri sacchettini di spazzatura marcescente (i loro mediocrissimi protetti in rampa di lancio – già lanciati, o da rilanciare), così che pure quei ruoli in cui sarebbe utile – che dico: necessario – sapere cosa stai facendo, averci un minimo di dimestichezza e conoscenza della materia, niente, sono buoni (buonissimi! perché dopo puoi anche bullartene) per piazzare la belloccia che non sa fare quasi niente (ma col dischetto d’accatto già pronto) – in fondo c’hanno gioco facile, perché insomma, non ci si può scandalizzare per l’orchestrina là del minchiafestival, no?, se la stessa cosa succede coi troioni candidati alle elezioni, che è peggio (detto con la voce di Arisa-puffa-quattrocchia).

[1] devo averlo detto un miliardo di volte ma va be’, lo ripeto: mi fa pena chi prende sul serio questa cosa che sembra musica ma musica non è, questa volgare e scadente imitazione costruita in quattro e quattr’otto che si vede in televisione, spesso infiocchettata di grassi proclami e strombazzamenti E’ tornata la Musica! la Musica finalmente! rinasce la Musica! la nuova Musica!, ma con la musica non c’entra niente, è soltanto un’operazione di scopiazzatura e maquillage discount che serve a sedurre per una mezza sera il cattivo gusto dei subumani
[2] “complimenti al suo look e al suo stile sono stati inseriti nella giustificazione annessa al premio conferitole dalla critica”
[3] e non crederete ai vostri occhi ma lo snobba, lei, al nostro amatissimo:

“Diranno che è nata l’Allevi in gonnella?”
“Spero di no. Il mio punto di riferimento è Sakamoto. Dopo di lui stimo molto Ludovico Einaudi”

[4] bellissima la pagina Wikipedia, lunga lunga e super-apologetica, che s’è evidentemente scritto da solo – il suo più grande successo?

il brano Un sospiro (sempre più in alto…) da lui composto, che diverrà colonna sonora della celebre pubblicità della grappa Bocchino (interpretata da Mike Bongiorno)

[5] e che je frega, a parlarne non costa niente, la butta giù facilissima: “ho intenzione di diplomarmi in direzione d’orchestra piuttosto che in pianoforte”

La riunione di condominio dei Troppo Insomma

le povere vittimelle tutte uguali con le teste intercambiabili che reclamano giustamente un pubblico più nutrito di bimbominkia, perché se lo meritano – con l’imperdibile chiosa finale di Morgan, che ci parla del suo amico poeta di Roma Mauro Mazzetti, le nuvole e i buchi neri

Sull’ultimo numero di XL c’è il servizio di copertina che dice BASTA tutto maiuscolo, basta con “la rabbia” e “la rassegnazione”, è ora di farla finita con “la mancanza di meritocrazia” che mette i bastoni tra le ruote a questa “scena musicale italiana ricca di qualità e originalità”, che sarebbe secondo XL “la scena” capitanata dai tizi qua sotto nella foto di gruppo in copertina (non precisamente la foto che trovate su XL, quasi: perché siccome lo vedete, sono tutti uguali – facile, saranno abbonati pure loro a XL, la rivistaccia che ti dice “ehi bella fratello, questa è la musica giusta che fa per te” e due pagine dopo, pubblicità “ehi bella fratello, questo è il look giusto che fa per te, che ascolti quel tipo là di musica giusta” – impossibile indovinare quali, io mi sono divertita a scambiargli le capocce, guardate)(qui l’immagine originale, per un confronto)

Se c’è una cosa più deprimente del sapere com’è che funzionano le cose qui da noi, e funzionano in modo schifoso, è starsene a sentire dei piccoli pomposi intruglietti di bassa mediocrità che in virtù del proprio consistentissimo pregio artistico e culturale (di cui sono tutti molto consapevoli) si lamentano e bestemmiano il complottone mondiale anti-cultura perché tutto sommato c’hanno poco spazio, proprio loro! che in Italia sono quelli che fanno “la musica di qualità”, se li cagano in pochi, la televisione non li vuole, i giornali non ne parlano e le groupie che gli toccano a loro c’hanno i brufoli sul culo, quelle di Eros Ramazzotti invece no – e si lamentano torvi, pensierosi, maliziosamente ironichetti e scapellati secondo maniera, coi cappellini giusti, il taglio giusto e la giacchetta giusta, dalle pagine della rivistaccia scema sostituisci-Cioè-dopo-i-dodicianni concepita per adolescentelli bimbominkia io-sono-originale e fatta dai giornalistucoli baggiani, la rivistaccia che introduce lo specialone Quello che non c’è così, vantandosi d’essere da sempre impegnata in prima linea:
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