La letteratura per malvestite trentenni subacculturate e shopaholiche che sognano una vita avventurosa frizzantina e di successo con il guardaroba di Barbie e le amichette bla-bla-confidenzamaniache nel caotico spietato mondo impiegatizio metropolitano moderno pesca sempre dallo stesso ristrettissimo assortimento di mattoncini narrativi da montare variamente a seconda del risultato desiderato (più bionda? meno bionda? ha tradito? tradirà? tradita?), che rimane dunque in ogni caso una scialbo debole noioso mescolìo delle solite cretinerie shakerate sul tema “si può essere incarriera senza perdere in Femminilità?”.
Che è una di quelle stupide domandone da libro delle risposte (risp: “Mangia meno carboidrati”) su cui è stato costruito più o meno il novanta percento dei filosoficissimi redazionali da settimanunucolo femminile negli ultimi vent’anni (il restante dieci per cento: “bisogna mangiare meno carboidrati?”), una domandona cioè certamente di gran successo, un immortale evergreen del vuoto ciarlare autoreferenzial-malvestito. Ed ecco allora che arriva dalla ‘mmeriga, che in questo campo qua del telefilm patinato frivoletto e malvestito sono avanti anni luce, una produzione nuova di zecca lussuosamente infiocchettata che copiaincolla sì molte cose dal fratello maggiore sex and the city ma si presenta in salsa più matura, più drammi esistenziali da sgallettata overquaranta piena di responsabilità lavorativo-casalingo-familiari, zero bizzarrie surreal-umoristiche (che era forse l’unico motivo per spararsi una puntata l’anno di sexandthecity: i deliranti pruriti di Samantha Kim Cattrall).
Guardatevi qui sotto il didascalico videuccio che ho tratto dalla prima puntata di Lipstick Jungle. C’è dentro tutto quanto possa stuzzicare la fantasia della malvestita-tipo che sì sì sì voglio essere così, intelligente impegnata realizzata col power-tailleurino ma anche Donna Vera Vera, che significa in pratica ok va bene il lavoro la famiglia e tutto ma anche la Chloé di pelle bianca la serata con le amiche a spettegolare bevendo tavernello e le Blahnik tacco 10.
Gli ingredienti sono quelli giusti, tutti solidi classicissimi stereotipi narrativi chickletterari: la sequenza d’apertura delle scarpette che si fanno largo nel grigio ingorgo cittadino con musichetta allegra-gasante (e notate vi prego il profondissimo sottotesto per cui di una Donna Vera Vera il carattere lo si può intuire dal tipo di scarpa: la goffa dolce ce l’ha comode basse da vecchina, l’aggressiva cattivona c’è l’ha spillate con un po’ di zeppa roooar, la fashionaria eccentrica c’ha i tronchetti mezzi rossi mezzi leopardati); ultraquarantenni al top del top iperstressate con un miliardo di cose da fare ma ancora bellissime dinamiche giovanili e attraenti (oh quasi mi viene voglia di iscrivermi ad un Circolo della Libertà); l’alta borghesia sì che fa gola ma neanche troppo alta alta, che sennò la cassiera della Conad come fa a identificarcisi (e poi non le viene voglia di bruciare due mensilità per la Chloé di pelle bianca e le Blahnik tacco 10, “ah! sono la Carrie italiana!”); sono ricche e potentissime ma in fondo ebbene sì persone normali e semplici coi problemi delle persone normali semplici e quando gli dice male si mettono in pigiama e frignano sulle spalle delle amichette del cuore (al posto del cioccolato caldo, però, la più sofisticata vinazza); una delle protagoniste alle prese col tipico dilemma sondaggistico-studioapertiano della donna lavoratrice, posta di fronte alla scelta famiglia o carriera, col marito fighetto che si sente umiliato perché lui non fa niente ed è mantenuto (uuuh che pathos, mai visto, il capovolgimento della coppia tradizionale!) e si scambiano sms a proposito della separazione in bimbominkiese; un’altra che c’ha il marito professorone intellettuale con la testa tra le nuvole e non ci fa più sesso da una vita così lo tradisce col tronista pompatissimo ma poi se ne pente (be’ ma che coraggiosi, affrontare così di petto il problemone della routine che uccide la passione!); e poi infine la fashiondesigner single un po’ svampita che se la fa col maschilista strabilionario che ci fa l’arguto provocatore cuor di pietra ma che alla fine si scoprirà, lo sappiamo tutti, che invece era buono buono inside.
Direi che non c’è miglior commento di questo qui che ho trovato su ibs - ah sì giusto perché LJ è tratto da uno dei capisaldi della chick lit, l’omonimo romanzo di Candace Bushnell - cito: “Scorrevole e carino… Voto 4 perchè mi è piaciuta la borsettina!” (in omaggio col libro c’era “la borsettina”).
Dite la verità, quante tra voi sono andate in sollucchero alla notizia che Malvah Jessica Parker sarebbe stata l’ennesima vim a firmare una ennesima linea d’abbigliamento per l’ennesima catena low cost (Steve & Barry’s); lo so lo so, siete rimaste accecate dall’inaspettata concreta possibilità di emulare finalmente quel melensamente eclettico malvestitismo alla Carrie Bradshaw, quell’io-sono-originale fiera-di-esser-femmina frivola-ma-intelligente.

E tuttavia Malvah Jessica Parker non è Sally Spectra, e Malvah Jessica Parker da sola, poverina, pur se coadiuvata dai gay-cervelloni di Steve&Barry’s, non è riuscita a produrre altro se non una triste e squallida incommentabile collezione da cestoni Oviesse. Ma no, neanche da Oviesse - mi son stufata di prenderlo ad esempio negativo, ché le mutande oviesse coi fiorellini mi stanno pure simpatiche - diciamo, meglio, una collezione da outlet cinese di periferia, da catalogo Postalmarket; una roba che, se inserita a forza nell’immaginaria starway to the malvaheaven dei vari altri malvaconsorzi lowcost, se Madonna sta sulla cima e Kate Moss decisamente in zona retrocessione (Jennifer Lopez e le gemelle Olsen che navigano a metà classifica), questa roba qua (ah quasi dimenticavo, si chiama Bitten) sta giù giù al termine della scala dentro una botolina senza fondo fatta apposta (e piena di lava incandescente).
Toh, due esempi presi a caso dal sito: la maglietta con la piuma di pavone stampata sopra che ha tutta l’aria di una macchia di caffelatte e uovo al tegamino (andato a male) che neanche nei sogni più funesti della scimmia ballerina che disegna le linee Monella Vagabonda; oppure, toh, ’sto accrocco che simula vestitino più camicia (e sì, ce ne sono altri basati sullo stesso concetto dell’illusione questo più quello tutto in uno - boh, forse un’involuzione della boho mania per le sovrapposizioni demenziali, chissà), mi ricorda un pochino quei barboni che col freddo si infilano la camicia e il maglione nelle mutande e le mutande se le tirano su fin sotto le ascelle (ah, ma allora, forse, eccoti qui l’ispirazione).




E c’hanno speso così tante energie (poveretti, hanno fatto pure il documentario con gli zoom sulle foto in biancoenero di MJP profondamente pensierosa come nei documentari quelli seri con le riunioni al vertice del presidente kennedy angustiano per la crisi cubana) e alla fine quindi è comprensibile che siano diventati un tantinino permalosi: avvocati che telefonano minacciosi al blogger criticone intimandogli di togliere le foto dal blog ché sennò si vede che i vestiti son brutti; e lei in persona che risponde ai blogger ammerigani (un coro unanime: bitten fa schifo) e dice che no, non si può criticare la bitten perché il suo scopo è esattamente questo, soddisfare la malvestita morta di fame che darebbe la vita per un calzino firmatissimo della sua star preferita e però non c’ha i soldi per comprarselo, e così allora finalmente può permettersi della robetta che sarà pure una schifezza approssimativa e squallidamente wannabe, ma è comunque sponsorizzata dal faccione famoso e va bene per tutte le tasche e saremo tutti malvestiti felici e contenti (lo dice chiaro e tondo: These clothes are about people all over the country who don’t have access to really well made clothing).
E se questo non è un meraviglioso principio fondante di interclassismo malvestito, eh, avercene.