Avete presente che a Venezia è stato presentato questo film, Valentino eccetera, che a leggere in giro mi sembrava dovesse essere una specie di reality scialbissimo dove ci sono lui e il suo collaboratore preferito (forse lo conoscete, Giancarlo Giammetti, praticamente Little Tony ibridato con Baglioni e Renato Brunetta) nel backstage delle sfilatone ultramondane che fanno le simpatiche gag alla Gianni e Pinotto tipo “gay ha detto cosa?” “cosa?” “a-ah! fregato!”; invece no, date un’occhiata al video qua sotto - che è un trailer superesclusivo che non dovete perdere per nessuna ragione al mondo (l’ho messo su Vimeo che è ad alta risoluzione; qui, se preferite, l’ho caricato su Youtube) - e insomma si capisce perché gli hanno riservato recensioni entusiaste, standing ovation, lacrime e svenimenti: accidenti, è un filmone!
(e sì va be’ dai, perdonatemi il barbarico taglia e cuci - e l’accostamento anche - che ho imposto a una così prestigiosa composizione)
Oh ecco, adesso che ci siamo liberati - e da un bel pezzo - di tutto il suo rincitrullente contorno di estenuanti battibecchi prima-l’uovo-o-la-gallina, delle comiche bretelline della scimmietta pirla e delle trivialità della vegliarda sboccata e poi sì soprattutto di quell’eco entusiasta di ridicoli esserini sommamente gratificati dal citazionismo discount del figlio naturale di Battiato e Austin Powers (gli occhiali si semplificano nel processo di fusione), ecco, direi che adesso possiamo considerare X-Factor per quello che è stato e nient’altro: l’ennesima squallidoneria realitara glassata di retorichetta filantropico-caritatevole (noi - cerchiamo - i - talenti - veri) che sputacchia fuori un manipolo di mediocri sfigatoni imbrillantinati di fascinosissima allure televisiva da consumare nel più breve tempo possibile (prima che certo, ehi! prima che se ne partorisca una nuova generazione) tra paccottiglia instant cd e serate e discoteche e sagre e concertini - il solito, no? la medesima deriva delle porcheriole defilippiane cogli uomini primitivi che si fanno qualche mese di mugugni tronistici e poi di corsa in giro a monetizzare il muscolone e il sorrisino ebete e il ciuffetto ingelatinato: è quello che capita del resto ai reduci del “talent show” coveristico-musicale numero uno [1], di cui X-Factor tenta di presentare una versione più matura e musicalmente competente (per la qual cosa, facile: basta buttarci a casaccio qua e là Yes, Who, Pachelbel e varie altre banalità altisonanti) allo scopo d’attrarre un pubblico non esclusivamente composto da branchi di impazzite minorenni cioèizzate.
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E’ vero che senza Marco Castoldi in arte Morgan questa prima edizione di X Factor sarebbe stata di una noiosità mortale - e quindi ok, in ogni caso, meno male che c’era Morgan - però mi sembra che molti [1] non abbiano ben capito che il divertimento offerto dalle morganate consisteva prima di tutto nella loro notevole portata trasharola. Le sue insofferenti convintissime recriminazioni fatte di cultura musicale spicciola, originalismi cialtroni, estetica bignamesca e pomposi aforismetti, risultavano così divertenti proprio perché le si sentiva sparacchiate in un programmaccio altrimenti sintonizzato su una differente trash-frequenza (il solito annacquato fintissimo talent show paraculo “noi premiamo il merito” “decide la gente a casa”); l’incongruità e il massimalismo [2] delle morganate mandavano spesso in tilt la scialba ripetitività del sistema dominante Ventura-Maionchi-Facchinetti, da cui quindi gli accesi battibecchi (trash vs trash) che sono l’unica cosa appena appena godibile di tutto il programma.
Morgan era sicuramente il meno scemo e il più critico del quartetto [3], su questo non c’è dubbio, e sicuramente il meno ignorante in fatto di musica (non che ci voglia sto granché, a saperne più di quei tre là [4]), lui stesso ne era ben consapevole e per l’appunto non desiderava altro che pavoneggiarsi vanamente dando sfoggio della sua nanosuperiorità artistico-intellettual-culturale (persino in chiave moralizzante, a volte, quando si trattava per esempio di ribadire enfaticamente indignate banalità del tipo “il popolo non ha sempre ragione!”); lasciate stare i travestimenti buffoneschi e i barocchismi parrucchieristici, quelli sono studiati apposta secondo lo schema “ahò guardatemi so’ impegnato ma so’ pure ‘na cifra ironico” (che è la classica strategia adoperata dai disperati io-sono-originale per darsi un tono minimamente credibile dopo i quarantanni [5]), considerate invece le sue vanesie dimostrazioni di nozionismo musicale fine a se stesso, dai titoli di coda a cui nessuno frega niente (”questa canzone non lo sapete, ma l’ha scritta Fossati!”) alle sparatone altisonanti senza senso (”questo giro di accordi viene da un canone di Pachelbel del Seicento!”), considerate le sue citazioncine imbecilli pseudo-colte da antologia del proverbio idiota (”chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere”: la Ventura sfottente che obbietta “ma che frase è? a me mi fa ridere” e lui acidissimo con ottusa protervia “è di Baudelaire… Charles Baudelaire… conosci?” la Ventura “e allora?” e lui “e allora vuol dire che non è tanto stupida no?” [6]), considerate le sue ridicole compiaciutissime originalate assemblatorie, quando salda insieme il finale di una canzone con un’altra che non c’entra un piffero ma ha la stessa armonia (nella penultima puntata, l’incipit di Alba chiara sul finale di Un’emozione da poco: la Ventura che gli dice “mi fa piacere questo omaggio a Vasco!” e Morgan allora, indispettito dal banale svilimento del suo geniale operato “non è un omaggio, è uno svelamento delle armonie! avrei voluto piazzarci anche Un chimico di De André!”).
Considerate questo gruppo vocale, i Cluster, adoratissimi beniamini di Morgan. Ai Cluster (sito), che di solito sono intonati (il che è un pregio mica da poco, se li si paragona a maestri della stonataggine come Aram Quartet), gli piace ficcare negli arrangiamenti un sacco di accordi dissonanti (non soltanto i soliti accordi rotondi per terze), sono capaci di variare da tempo semplice a tempo composto e di fare tante simili cosette che si imparano in buona parte al secondo anno di solfeggio (età media dei partecipanti: otto anni). E così non poteva essere altrimenti - c’hanno pure uno stronzo che canta facendo i salti della morte! - per Morgan è stato colpo di fulmine. Ovviamente l’armonia dissonante le stramberie ritmiche e tutto il resto non sono pregi di per sé, devono avere un senso, ma vaglielo a spiegare a Morgan: il sei ottavi che hanno infilato a forza in Enjoy the silence, o l’effetto disco che si inceppa alla fine di Il pescatore, erano stupidamente piazzati a casaccio, totalmente fuori luogo, pure e semplici esibizioni di tecnicismo che servono a sbulleggiarsela attirando l’applauso del pubblico e l’ammirazione dei gonzi (le melodrammatiche fioriture vocali di Giggi D’Alessio hanno esattamente la stessa ragione, l’ooooh del pubblico, cambia soltanto la fauna gonzistica: casalinghe cotonate per Giggi, fighettini io-sono-originale per i Cluster).
Ah, e scommetto che vorreste tanto sapere cosa ne penso dei partecipanti. Ok, be’, come c’era da aspettarsi: delle cagatine, non c’è molto da dire. C’è Ilaria Porceddu, quella che si malignava che avrebbe vinto perché c’ha già il contratto con la Sony, inascoltabile, che spara fuori le corde vocali su tutti gli acuti, ha la voce insicura tremolante sui piano e fa il vocione grosso sui forte per tentare di rendere corposa quella voce da sopranino sciapo che si ritrova; c’è Giusy Ferreri che mi fa un po’ pena, è quella che fa la voce a citofono coi disturbi sincopati di radio vaticana per imitare Amy Winehouse; c’è Tony Maiello che è il ragazzetto napoletano totalmente inespressivo con la faccina carina da ubergay della scuola di Amici (e infatti aveva provato ad entrare pure lì: trombato) che si becca i televoti delle carampanette ululanti under dodici; c’è Emanuele Dabbono che è una specie di incarnazione dell’anti-xfactor, la mediocrità; ci sono gli Aram Quartet (per metà composti da un duo di contabili cinquantenni che fanno karaoke) che semplicemente stonano, quando armonizzano a quattro voci c’è sempre qualcuno che sbaglia le note di frazioni di tono e l’effetto è da brividi (nel senso proprio delle unghie che strisciano sulla lavagna), c’hanno i volumi costantemente sballati, sono irritanti, fastidiosi, un puzzle coi pezzi che non combaciano mai, fanno schifo: e hanno vinto.
[1] in giro se ne trovano parecchi che si dicono entusiasti di questo Morgan alfiere della Musica Vera con la M e la V maiuscole contro l’ipocrisia becera e omologante del popolo bue: ah ah che teneri minchioni
[2] come sapete sono i pilastri della trashitudine, incongruità e massimalismo, secondo la celeberrima lezione labranchiana
[3] Morgan era l’unico che ogni tanto, pur con mille cautele (”senza togliere che hai una voce eccezionale” “fermo restando che sei bravissima” “non è che non mi sei piaciuto eh”), aveva il coraggio di non ridurre i propri interventi a sciocchi complimentucci di circostanza (”sei così bravo, preparato, hai un talento che è veramente qualcosa di unico, insuperabile, eccezionale, e per questo ti elimino”)
[4] ah be’, poi certo, Morgan era l’unico che disprezzava apertamente quella scimmietta ammaestrata con le bretelle, DJ Francesco [7] (che poveraccio ha pur provato a crearci un qualche rapporto di amicizia apparente, ma Morgan spietato usava gli intervalli quando parlava lui per pensare ai cavoli suoi, e non so quante dozzine di volte gli ha dovuto rispondere ”scusa non ti stavo ascoltando”)
[5] non per niente, oh, sono un paio d’anni che la pratica pure la sua ex, Asia Argento, ‘na cifra ironica anche lei
[6] al che la Ventura - che nella sua ingenua sempliciotteria bburina è meno cretina di centomila cialtroncelli sboronetti stile Morgan - “e chi se ne frega che è di Baudelaire! a me mi fa ridere”
[7] un disastro: non capisce niente, è moscio, non ha i tempi, fa commenti imbarazzanti (”Nancy Sinatra… e chi è? la Nancy di Sid Vicious?”), è sempre lui, il coglione Bella di padella, solo che a forza di noccioline gli hanno insegnato ad essere meno sguaiato e a non strapparsi i vestiti di dosso
Ieri sera mi sono vista per la prima volta Lucignolo bella vita. Di vederne qualche pezzettino m’era già capitato, ma tutto intero dall’inizio alla fine mai, per fortuna, è una esperienza che un po’ ipnotizza, un po’ stordisce, sicuramente annoia. Sono andata a letto che ci vedevo doppio e ho pure dormito maluccio.
E’ una specie di sconclusionato miscuglio di lusso, banalità, coatti e troie: praticamente un viaggio infernale nella testa di Carlo Rossella su di giri. Pochi secondi di girato che vengono ripetuti e ripetuti allo sfinimento, tagliati e mixati alternativamente, per costruirci intorno minuti e minuti di servizio - è la regola: dieci secondi di Michelle Hunziker tutta sgranata che fa il bagno in sardegna (presa col teleobiettivo da civitavecchia) fanno dieci minuti di servizio (e se mancano gli argomenti, tzè, basta fare andare in loop la Hunziker che gioca in acqua col sottofondo del ballo del qua qua); Giampiero Fiorani che canta Gino Paoli, sudaticcio e con un’orrida camicetta porky pig attillata sulla panzetta (ma il colletto bianco inamidato è ben spalancato sul petto pallido e villoso, più - bonus - la bburinissima catenina con croce impigliata tra i peli), oltre a comparire in sigla (in mezzo ad un delirio di tette), fa capolino circa una dozzina di volte nel servizio specifico (immagini di repertorio - Fiorani che cerca di farci il profondo citando uno squallidissimo doppiosenso circa il dove mettere delle supposte che attribuisce al “grande maestro” Totò - battute cretinissime della giornalista sui “furbetti del quartierino”, sottolineate dall’allegra musichetta di Scott Joplin - alla fine, l’ascella inondata di Fiorani).
Allo stesso modo è costruita l’intervista a Francesca Lodo, strombazzata come esclusiva eccezionale, eh, la prima volta dopo lo “scandalo della cocaina” (scandalo?): lei è tutta in bianco, canottiera evidentemente sponsorizzata da una qualche figlia di Monella Vagabonda (forse la stessa MV, chissà), truccata a cannonate, oscena, l’eyeliner marcatissimo che quasi le arriva alle orecchie e un labbro superiore spaventosamente voluminoso e informe; trenta secondi di parole a vanvera, pronunciate però con la facciona atteggiata al triste serioso corruccio di chi è vittima dell’ingiustizia (il realismo è tipico di quegli atteggiamenti da fiction pomeridiana - eh, che scuola, stanislavsky), “l’ho fatto due volte soltanto in tutta la mia vita”, e poi ovviamente tette tette tette, cos’altro (della serie: quando Dio gli fa un baffo, al chirurgo, lui sì può addirittura donare uno scopo alla tua vita); l’intervista della Simona Ventura invece neanche starei a raccontarvela, che ultimamente s’è riciclata in donna semplice senza grilli per la testa che ha finalmente capito cosa vuole dalla vita (semplicità e senzagrilliperlatestaggine perfettamente rappresentate - uff, chissà quante riunioni dall’agente ci son volute! - dai capelli tagliati sbarazzini, coi quali giochicchia apposta manco fosse una dodicenne, e dalla posizione a gambe incrociate molto easy), chissene quindi, coma profondo.
Ma insomma, se c’è una cosa davvero triste, di Lucignolo, è che vogliono farsi passare per un programma irriverente, cattivello, persino arguto - il che gli riesce forse ancor meno di quanto non riesca ai (tristi pure loro) ominidi delle Iene. Quella parte che si chiama La zanzara, pochi minuti di servizio in cui si dovrebbero punzecchiare i vip, una specie di Enrico Papi reloaded, dimostra in cosa di fatto consiste e qual è la levatura di questa irriverente cattivella e brillante impostazione: la scrittura raggiunge delle vette cosmiche di assoluta cretineria demenziale, con battutine punzecchianti del tipo Massimo Boldi affetto da lesione cerebrale multipla (sulla Colombari che si mette la crema solare, “va bene che non hai la Coscia…Curta, ma quanto spalmi?” e ancora “ora sì che Billy è felice come una Pasqua, con una Colomba…ari sdraiata al fianco” - sulla Yespica e Ferrari che vanno in moto d’acqua “l’impresa è improba, anzi, titanica, visto che poi… affondano” e anche “altro che Yespica, Aida… incespica”); e l’irriverente cattiveria si riduce a questo, degli inutili sfottò rivolti ad un paio di microscopici vipparoli scarsi ormai fuori dal giro, bella forza, bel coraggio, una ex-ex-grande fratello (Giovanna Rigato - chi?!? - la bionda svampita della sesta edizione) presa per scema (”una nuova tale fonte di saggezza sul piccolo schermo ci mancava”), e qualcosina anche su Nora Amile, la pupa (col vestitino cortissimo, “pupa… d’ora… anzi, Nora in poi, vedi di prendere meglio le misure” e anche “chi diceva che non aveva stoffa… c’aveva visto lungo”).
Non solo, ci fanno anche il programma trasgressivo, quelli che non si fanno scrupoli e anzi gli piace un sacco parlare di sesso. Ed allora ecco che spunta Melita Toniolo alias Diavolita, reduce dell’ultimo Grande Fratello (terribile il bikini, sponsorizzato Puerco Espin), che interpreta un monumento vivente alla bonazza idiota disinibita, il prototipo di femmina con qualche rotella in meno che non fa altro che toccarsi le pere, mettersi in posa, scoprire la coscia, cianciare a manetta volgarità e grevissime allusioni: il tutto farcito dalla solita noiosa demenzialità, le solite noiose provocazioni da due soldi (sai che provocazione, sbaciucchiarsi il sindaco incartapecorito di Treviso), che dovrebbe forse rendere la cosa ironica e buffa, manco per niente, al contrario; c’è anche tutto il servizio sulle femmine in topless (che non so se avete notato, si son messi d’accordo, giornali e tv, a raccontarci che questa è l’Estate del Topless - boh), tutto un servizio sulle tette che si vedono in costa azzurra, “provincia di CAPEZZOLANDIA” la chiamano, mostruosa carrellata su decine e decine di tette spiaggiate e qualche significativa domandina qui e lì (”ti vergogni?” - “no”), poi il pretestuoso link al concerto di una ex-pornostar ora cosiddetta topless-dj, tale Nicky Belucci, servizio montato secondo la struttura palindroma ABCBA, per cui finisce come era iniziato, stesse immagini (due tipe orrende che si scoprono le tette), stesse parole, stesso tutto. Ormai siamo oltre le undici pm, e mi viene il dubbio d’essere io che perdo colpi.
Ah, ma infine, rullo di tamburi, l’immancabile e trasgressivissima inchiesta sul sesso, uuuh, special guest Carolina Cutolo aka Pornoromantica. E quale miglior scenario per far sembrare davvero tanto ma taaanto trasgressive le solite quattro banalità sul sesso (”come si chiama tecnicamente il sesso orale sulla donna?”), che non un gruppetto di adolescenti terroni sotto l’ombrellone (”leccata!”). Oppure, guidati dalla cronista coi rastoni (trasgression!), si va in giro per asciugamani e si chiede ai vecchini bolsi se vogliono fare lezioni di sesso, e quanto ci si diverte (ma quanto! quanto!) a vedere sti vecchietti mezzi arrostiti dal sole che farfugliano imbarazzati non si capisce bene cosa. E che trasgressione quando Porny tira fuori l’asso dalla manica, il “vibratore per il popolo”, quello che ci si può fare a casa con lo spazzolino elettrico, il pongo e un preservativo - Porny che lo mostra tutta esaltata dal proprio genio ai brufolosi terroni e loro che se lo passano l’un l’altro giustamente inorriditi. Veri brividi di vera trasgressione.
L’ultimo servizio, il Fabrizio Corona Reality Show, l’ho visto con un occhio aperto e l’altro chiuso - c’è lui che fa il bullo che sa fare le fotografie come i paparazzi suoi scagnozzi, che fa il bullo raccontando del processo e di come lui è un fenomeno mediatico, e poi tutti insieme appassionatamente lui e i fans che fanno la foto sostituendo al tradizionale “cheeeese!” il grido di battaglia “Corona non perdona!” - di lui ho scritto in questo post qui, non saprei cosa aggiungere. Basta Lucignolo.