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Un epitaffio per Asia Argento

Con la partecipazione in giuria al festival di Cannes si consacra definitivamente il riciclo di Asia Argento quella vecchia, la cannibale zozzona trasgrescio Mo’ te magno, nella sua versione ecologica nuova di zecca, la Asia Argento pacifica, tranquillina, modestamente affabile, “appagata”, che ha scoperto “la felicità nelle piccole cose di tutti giorni” - e a questo, alla perdita della nostra amatissima (già mi manca!) ex-AsiaArgento, Gran Mogol della bburinità io-sono-originale, ho pensato fosse doveroso dedicarle un breve commosso messaggio di addio (con finale speranzosetto: sigh sob, chissà!)

Il virgolettato nel paragrafo qua sopra è tratto dall’intervista di Asia Argento su Vanity Fair: la cosa più bella - in questo suo patetico e imbarazzante “ah ah! stupidi! non vi siete accorti che la vecchia Asia era solo un personaggio di finzione, ah ah, sono scaltra!” - è che la poveraccia tenta d’immedesimarsi nel ruolo del “finalmente posso essere me stessa” - cioè appunto la donnina ben piantata, felice, custode dei piccoli piaceri - nello stesso modo in cui tentava d’immedesimarsi nel ruolo della ribelle provochescion (la se stessa scaduta due anni fa): esibendo alla nausea cliché stupidini che nel suo artritico cervellino adolescente rappresentano la realtà di un mondo e dell’altro - mondo Borghese e mondo Yeah - le facili perversioni e le smorfiette scazzate e i tatuaggi ecc. fino a due anni fa, adesso invece è la volta del mutuo e del principe sul cavallo bianco e del polpettone la sera per i figlioletti: la storia del mutuo, in particolare, deve darle proprio una bella soddisfazione, la ostenta a raffica, orgogliosissima, come fossero unghiette dei piedi pittate di nero coi teschietti, “per venticinque anni avremo questa spada di Damocle sulla testa”, “devo continuare a lavorare, come le ho detto, c’è il mutuo” - quella vecchia, come mi manca!

Malvestita #334 - er fagiano

Guardate qua che bell’esempio tondo tondo di spleen malvestito, dove la mollezza vanitosamente malinconica e gli occhioni da cerbiatta triste cerchiati di nero con le ciglia ingessate di mascara si sposano compiutamente con un’astuta desaturazione cromatica del tradizionale accriccamento boho: l’incarnato spettrale del faccino sottile che risalta sul trucco livido obitoriale e sotto il caschetto nero [*] cotonato (1 - no, per l’appunto: non si sta annusando un’ascella, sembra, in realtà si sta ravviando gli spuntoni del caschetto), il petto scavato e la spalla appuntita che sbucano dalla larga scollatura del maglioncione floscio (2) con gli eccessi propagginosi che quando si annusa l’ascel… voglio dire, quando si ravvia il caschetto, cascano distendendosi come le ali degli scoiattoli volanti (3 - la floscezza del maglione e lo scivolamento sulla spalla non sono mica casuali, tzè!, hanno il ruolo fondamentale di mantenere sempre in bella vista il tatuaggio sul retro - 4 - una fenice, sussurrerebbe lei con enfasi; “er fagiano”, c’è scritto più prosaicamente sull’album del tatuatore), e poi le gambine secche sotto alla microgonna violacea (5), infilate nelle calze grigie da deportata (6), e poi le ballerine rosa col doppio elastico posteriore (7) che danno un tocco di straniante vivacità kidult all’insieme. Ah, dove l’ho vista?, in libreria, che chiedeva alla commessa “mi scusi, avete dei libri sulla morte della principessa Sissi?”

[*] io direi “alla Babsi Jones”, ma mi sa che in pochi qui - giustamente, beati voi - sanno chi cavolo è