E’ sufficiente valutare il boom di sfornate che c’hanno avuto negli ultimi tempi gli instant-libretti più o meno autobiografici firmati dalle microscopiche celebrità nostrane - ne popàppano un paio almeno ogni mese, in un crescendo spaventoso: Cassano, Morgan, Buffon, Patrizia de Blanck! - per farsi un’idea attendibile della incombente mega-crisi che c’abbiamo alle porte: è evidente infatti che si tratta di un per nulla benaugurante fenomeno Prendi i soldi e scappa, l’ultimo disperato tentativo delle batterio-celebrità (e dei loro astuti agentucoli succhiasangue) di capitalizzare freneticamente le ultime capitalizzabili bricioline irrancidite di vipparolitudine, prima che effettivamente la tragica penuria di dindini possa far venire in mente a qualche povero disgraziato che leggere la lunga lista degli amanti della madre di Patrizia de Blanck non è poi così essenziale, forse, non quanto sopravvivere, per lo meno (e nessuno lo dice mai, lo dico io: tra i mercati più colpiti dalla crisi c’è - e ci sarà, speriamo, incrociamo le dita - il mercato dell’intrattenimento idiota per subumani: vale a dire tutto quell’universo di televisionaccia e gossip e discotecate e defilippume e realitari vari e compagnia, che prosperano in gran parte sulle tasche degli ultimi e dei penultimi della terra - ci sarebbe da felicitarsene: e infatti, felicitiamocene).
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Ci credereste che non abbiamo mai dedicato un malvacarpet agli Emmy Awards, incredibile no?, e scommetto che morivate dalla voglia. E’ un eventone di prima grandezza che merita la nostra attenzione per un sacco di buoni motivi, ve ne dico tre, primo (1) perché è utilissimo come guida rapida se vuoi farti una lista delle cose da mettere in download (e però occhio, se sperate di guadagnarvici qualche vincente argomento di conversazione - qualcosa voglio dire che poi, una volta buttato là, vi permetta di esercitare la mossa Finish Him! del sopracciglietto biasimevole “ma come, non l’hai mai visto?” - attenzione allora, funziona solo a guardarsi le puntate una per una in tempo reale o quasi, funziona al meglio nella settimana subito successiva al pilota; con la prima stagione finita e forse persino già doppiata e a un passo dalla prima serata dopo striscia la notizia, allora no, non funziona), secondo (2) perché a paragonarlo con la cosa italiana che più gli si avvicina, i Telegatti (sì lo so che non sono reali, lo so che sono soltanto un virus del Matrix: ma che c’entra, mica basterà a consolarvi?), fa venir voglia di prendere su tutto e d’andare a vivere piuttosto in un paese di quelli che c’hanno una televisione (più modesta magari, ok, ma meno tristemente cialtrona) coi presentatori entusiasti che brandiscono contro i vicini di casa i dildo gommosi a forma di pugno (o al limite facciamo così, un compromesso: importiamo questa usanza qua del dildo gommoso a forma di pungo, che io c’avrei pure una mezza idea su come usarlo durante i Telegatti), terzo infine (3) perché durante la cerimonia degli Emmy siccome volevano risparmiare sui costi dei video-parodia divertenti da ficcare tra un premio e l’altro hanno pensato bene di trasmettere degli spezzoni di fiction italiane - non le hanno nemmeno doppiate, c’hanno semplicemente aggiunto le risate finte qua e là - un successone (Harvey a Bob Weinstein: “chi è quell’attore comico così brillante? mi fa ammazzare! gabriel garko? mi fa impazzire quando fa la roccia travestita da cavaliere medievale!“): e quindi, ok, malvacarpet.
Cominciamo con la più chiacchierata di tutte, Heidi Klum, che si cambiava velocissima ogni mezzo secondo e molte cose ahimè non sono riuscita a identificarle: quello a destra per dire non è un vestito vero e proprio, è la macchia indistinta bicolore catturata fortuitamente nell’istante in cui Heidi Klum passava tra l’abitone lungo color avorio con la medusa arricciata sul petto e quello metallizzato con la medusa afflosciata che le fa da tendina laterale (molto misterioso l’anellone coi brillantini appiccicati con la Pritt su uno straterello di ovatta); poi c’era il cast al completo di Desperate Housewives, su cui spiccavano l’abitino da carillon impolverato di Marcia Cross, i piedoni pippeschi di Eva Longoria (nastro di Moebius sulle tette più gonnellino di frangette piangenti) e l’esplosione del Big Bang riprodotta con perline e strassini sul coso nero di Dana Delany;
c’era Evangeline Lilly coperta coi fogli di gelatina ed Emlie de Ravin con un multistrato blu punteggiato di incrostazioni conchigliformi, c’era Julie Benz (la fidanzata di Dexter) con le tette segate in due dal bustino geometrico rigidissimo (e a proposito di tette non mancate questa stupenda creatura russmeyeriana, Christina Hendricks di Mad Men: tunicone color tappetino da biliardo, cerchietto col micro lampadario da orecchio e sandaloni multi-diamantati con l’alluce che valgheggia di buoni quarantacinque gradi - ah! e stai a guardare l’alluce!), c’era Jennifer Love Hewitt con le sue strane decorazioni a cordine longitudinali tagliuzzate, America Ferrera che si è svegliata di soprassalto in ritardissimo e non è riuscita a liberarsi dalle spire attorciglianti del lenzuolone nero (fine!), e Sandra Oh di Grey’s Anatomy che s’è ficcata in questo mucchione fittissimo di intricate pizzettature (più borsa-scatoletta rettangolare, niente di che - gli fa un baffo alla borsa-scatoletta-ventaglio di Christina DeRosa);
e poi c’erano - per la categoria immortale Non mi si fila nessuno così mi vesto da imbecille sperando che qualche gonzo ci caschi e mi faccia una foto ricordo - Phoebe Price con la sua coroncina floreale sul capellone lungo con la riga in mezzo, probabilmente una citazione della Cicciolina dei tempi belli; l’anzianotta Tori Spelling orgogliosissima d’essere riuscita finalmente a realizzare il piano che le ha impegnato gli ultimi quindici anni di vita, trovare uno straccetto di raso che pendantizzi col bavero dello smoking del fidanzato bburino di turno; il gay io-sono-pazza numero due della cerimonia, Christian Siriano (chi è? dice wiki: vincitore del reality Project Runway), con la faccetta saccentella d’ordinanza da vero stilista snob con la puzzetta sotto al naso (”uuuuh cava che scavpine ovvende povca tvoia”), la camicia ignifuga, la zip luminescente e il riportone emo-bimbominkia (uops, scivolo! ihihih che buvla!); e il gay-io-sono-pazza numero uno, tale Miss J. Alexander (chi è? dice wiki: coach per sfilate, giurato di America’s Next Top Model) col parrucchino slumacato e lo spugnone della doccia al posto del farfallino.
L’altro giorno a parlare di reality americani con le paleo-celebrità disoccupate che cercano di raggranellare qualche spicciolo per rinchiudere in rehab il figlioletto di cinque anni sex-crack-amaroaverna-collanazzedoro-ak47 addicted (nome d’arte CollMasterBastardDJ), m’è venuta voglia di guardarmi la prima puntata di questo reality recentissimo su Pamela Anderson (debutterà qui in Italia la settimana prossima [1]) che si chiama Pam girl on the loose e c’avrebbe sulla carta tutto il necessario per diventare una pietra miliare del genere Dopo questo cosa mi rimane? (Far parte della giuria internazionale di Miss Italia? Ho sbagliato tutto la vita mi fa orrore non avrei mai dovuto abbandonare l’istituto radioelettra): ci sono i personaggi squinternati ridicolissimi (a cominciare dall’ex boyfriend Tommy Lee che s’acconcia come un bimbominkia qualsiasi col cappellino al contrario e le borchiette e i ciondoletti e le collanine e c’ha quel suo sorrisetto strafottente da giovane ribelle che gli accartoccia il faccione ebete in una ragnatela di rugosità fittissime tipo Charlton Heston - com’è oggi, dico, se lo si andasse a esumare), c’è il lusso coattone superostentato (gioiellazzi e pelliccioni [2] e case da diecimila metri quadri e televisioni al plasma cinemascope e Cristal a fiumi ovunque sugli aerei privati e sui macchinoni giganteschi coi cingolati), c’è la santissima trinità droga sesso rocherolle (ma soprattutto c’è quell’irresistibile saporino di squallore e decadenza che è tipico dello strafattismo tappabuchi senza alcun mistero, in situazioni per nulla cool e trasgressive ma anzi moscissime e tragicamente noiose), ci sono un sacco di vipponi impaccati e bling bling che vanno e vengono (yo fratello!) e poi va be’ soprattutto c’è lei, Pamela Anderson, che non so come la pensate voi ma io non ci riesco a pensarla come una tipa qualsiasi.
E’ vero che ci si potrebbe accontentare di classificarla come la solita pin-up con la meningite e il parruccone biondissimo e le tettone aerostatiche e la vocina squittosa da chipmunk, il solito stereotipato bambolotto da paginone srotolabile tutto mossette ammiccanti di frivolume ninfomaniacale - a parte che adesso, insomma, è da un pezzo che s’è avviata sulla strada dell’imbellettamento ringiovanente morte-a-venezia e in quattro e quattr’otto ce la ritroveremo ignuda e attorcigliata in copertina da qualche parte là sulla rastrelliera della Carrefour accanto al numero del National Geographic “Nuova radiografia per l’Uomo di Similaun” e sfido io, allora, a non comprarsi la rivista sbagliata - e in effetti sì non è che sia mai stata altro che questo, una specie di assurda incarnazione del chimerico essere-tetta philiprottiano, ok, se considerate però le particolari circostanze tecnologiche che l’hanno trasformata nel potentissimo totem masturbatorio che è stata a cavallo del millennio per una intera generazione di maschietti pubertosi - erano gli anni in cui le connessioni a manovella facevano boom dappertutto, il periodo che i jpg con le donnine nude venivano faticosamente caricati pixel dopo pixel (le nuvolette, i palmizi, i cocchi sui palmizi, l’orizzonte sull’oceano, un peschereccio laggiù che galleggia sull’oceano, i primi capelli, i primi capelli! e poi la fronte, i sopraccigli, un due tre quattro trecentottantamila sopraccigli contati uno per uno, un occhio - finalmente! - l’altro occhio, una caccolina sull’occhio! e via giù così, intanto che ti si formava una cornicetta di stalagmiti intorno al monitor), uno stillicidio sudatissimo infinito e ansiogeno (la mamma in agguato nell’altra stanza che bussa alla parete urlando “hai fatto? sto aspettando una telefonata! hai fatto?” - proprio adesso che sei a qualche cellula epiteliale appena dal primo capezzolo!) - dovreste capire allora quale razza di superpotere nucleare c’aveva tra le mani chiunque controllasse l’immagine di Pamela Anderson durante quegli anni là dell’internet a vapore (l’immagine cioè più lungamente e attentissimamente esaminata dalla più grande quantità di persone nel più breve lasso di tempo nella storia del pianeta terra): avrebbe potuto che so io, utilizzarla come strumento d’una operazione di condizionamento psicologico su scala globale, una spyop subliminale in piena regola, l’ipnosi di milioni e milioni di adolescenti ovunque nel mondo - pensate ad esempio, giusto per fantasticare un po’ sulla cosa più spaventosa di tutte, se Pamela Anderson fosse stata parte della scuderia di Lele Mora - sarebbe bastato un microscopico invisibile messaggino iscritto con uno straterello di crema abbronzante nella peluria interna della coscia di Pamela Anderson e legioni e legioni di schiavi-zombie coi pantaloni alle caviglie si sarebbero riversati nelle strade scandendo robotici “Heil Mora!”: capite quindi che potenziale superarma senza precedenti è stata Pamela Anderson, in virtù certamente di circostanze irripetibili (resterà per sempre la sola e unica Pippa Idol 56k), il che non c’è dubbio le conferisce tutto sommato una sua speciale forma di grandezza.
E quindi insomma capite la delusione nel constatare che le vestigia incartapecorite di una superarma così potenzialmente superdistruttiva siano trattate in modo così sciapetto e noioso: il reality è davvero poca cosa [3], una serie di siparietti per lo più insignificanti e prevedibilissimi che dovrebbero servire immagino a raccontarci di una Pamela Anderson che è ovviamente una superstar richiestissima, ovvio, ma è anche simpaticissima, frizzantella, madre integerrima (non si contano le dichiarazioni-lacrimuccia sulla falsa riga di “i miei figli mi hanno cambiato la vita”), un po’ porcellina va be’ (c’è la voce fuori campo che le chiede “cosa dobbiamo aspettarci?” e lei, tirandosi su la maglietta, “queste!” e poi, tirandosi su il gonnellino, voltandosi “e un po’ di questo!” - ma è un bluff, non ci cascate: non si vede niente) un tantino sbevazzona (”mio figlio fa una limonata buonissima… posso aggiungerci un po’ di vodka?”) ma sotto sotto intelligentissima (c’è l’architetto di casa sua in visibilio che assicura “è un genio! mi ha suggerito tutto lei! è un genio!” - nota: casa sua è praticamente un cubo con due stanze col gabinetto innestato nella canna fumaria), per cui nell’ordine abbiamo lei che passa l’aspirapolvere e si vanta di fare tutte le pulizie di casa in prima persona (se guardate bene nella foto si vede il cane - cliccando si apre più in grande - che la guarda sconvolto pensando “questo vuol dire che dopo sarai tu e non Juanita a togliere la merda che ho appena lasciato sulla moquette in salotto?”), lei che si mette il balsamo nei capelli (almeno credo fosse balsamo, è la stessa bottiglietta della maionese che c’ho io nel frigorifero), lei che cucina i dolcetti con la mammina adorata (dialoghi scoppiettanti: “dove li tieni i cucchiaini da tè?”, “uhm ecco - passandole un mestolo - tieni”, “ma questo non è un cucchiaino da tè!”, “ah scusa pensavo fosse un cucchiaino da tè”, “ma allora ce l’hai o no i cucchiaini da tè?”, “no credo di no”, “ricordati di comprare i cucchiaini da tè!”), lei che si fa il bagno prona nella vasca impegnatissima a far emergere in superficie uno spicchietto di sedere (fate caso ai libri di polistirolo appoggiati ad arte là sul bordo), lei che va in studio a farsi fotografare da David Lachapelle (presente no? quello che aveva capito Valeria Marini) e poi tutte e due (lei e LaChapelle, che accidenti è un bburinone colossale, non l’avevo mai visto dal vivo - meno male - giacchetta di pelle nera, cappellino Blu Oyster Bar, jeans infilati negli scarponi da astronauta dieci misure troppo grandi) prendono l’aeroplanino privato e se ne vanno a Las Vegas per il compleanno di Hugh Hefner (uno dei più lampanti geni del ventesimo secolo: appena la incontra, poti-poti, non ci pensa due volte e le dà una clacsonata - quando si dice saper utilizzare al meglio il proprio status di vecchio rincoglionito), lei che sta in camera d’albergo con quell’inqualificabile tamarro di Criss Angel e per dimostrare al mondo che è capace di intrattenere piacevolmente gli ospiti si mette a fare il ponte e la giravolta (poi dopo, entusiasta: “penso che ogni donna dovrebbe saper fare delle cose divertenti da fare durante i party”), e alla fine dulcis in fundo c’è lei che torna a casa per organizzare un’asta di beneficienza nel giardino dietro casa (i proventi vanno alla PETA, perché “le due cose che amo di più sono il sesso e i diritti degli animali” - disse Jessica Rizzo alla premiere del suo Il cane e la poliziotta) e si vendono cose pregevolissime come i suoi quarantasette ex-materassi (”ho fatto sesso su tutti”) e bigiotteria di gran classe come il braccialetto da capezzolo (e qui c’è l’unica scenetta degna d’un qualche interesse: uomo che se lo rigira tra le mani chiedendosi com’è che funziona quel cerchietto piccolino, moglie che s’avvicina e gli dice maliziosa dandogli di gomito “maybe it’s a cock ring” e lui tutto rosso che ribatte indignato “it’s too small!” e tutti che ridono come matti [4]).
[1] questi giorni qui Pamela Anderson è a Roma, a firmare le mutande rosse dell’inviato simpaticone di turno
[2] non lei però, non scherziamo, lei è una Marina Ripa di Meana americana (e mi sa che stanno messi meglio loro)
[3] dico sul serio, ehi, lo so che come ve ne parlo io, be’ modestamente, viene fuori divertente (”Betty ma è uno sballo! voglio vederlo anche io!”): ma sul serio, non ci perdete tempo, è una palla colossale
[4] e Tommy Lee? oh ma niente, questa puntata niente, peccato: appena pochi secondi, giusto il tempo di salutare Pamela con un affettuoso “ehilà ciao scimmia” (la prossima puntata invece, l’ho visto negli highlights - altro che Tommy Lee! - c’è lei che s’accorge d’essere seduta sopra uno sgabello di pelle di foca e lo getta via schifata, imprecando)
Secondo me Maria De Filippi e i suoi programmi sono uno stratagemma furbetto e un po’ contorto elaborato da Dio per rendersi ai nostri occhi meno colpevole e più simpatico, più umano, qualcosa che dovrebbe suggerirci un messaggio del tipo “visto? poteva andare peggio! poteva essere Dio lei”. E infatti su di me funziona: io ieri sera ho visto Il ballo delle debuttanti - cioè in pratica il cosmo secondo Maria De Filippi - e alla fine quando sono riuscita a riprendere conoscenza e a scollarmi dal divano (i programmi della De Filippi di solito mi fanno questo effetto qui, lo stesso dell’elettroshock, confusione e perdita di memoria - “chi? cosa? dove? kledi? dove sei? kledi? kledi!”) prima di andare a dormire ho fatto la preghierina paracula come quando ero piccolina, “Dio ho capito la lezione, grazie: esisti e sei grande. Puoi liberarcene, ora? Ah sì scusa, e proteggi gli orfanelli di Angelina Jolie”, preghierina a cui - incrociamo le dita - soltanto i risultati di ascolto potranno dare risposta, e speriamo sia stato un floppone colossale [1]: difficile tentare una previsione, chi lo sa, in fondo canale cinque è il posto che trasmette ogni pomeriggio da anni e anni quella roba chiamata CentoVetrine coi negozianti di mutanderia e i baristi e quelli dei baracchini della lotteria Italia che vengono coinvolti in trame thriller-spionistiche che manco zerozerosette, insomma, può succedere di tutto - di tutto!
Comunque dicevo, il cosmo secondo il complicato cervellone di Maria De Filippi: manicheisticamente diviso in Pariolini (le Chic) e Borgatari (le Pop), vale a dire in stronzettini alta moda (freddi e senz’anima: gli antipatici) e bburinazzi caciaroni (gioiosi e pieni di vita: i simpatici) - secondo la De Filippi “il più rappresentativo quadro delle ventenni del 2008″ - funziona secondo logiche di prevaricazione reciproca (sono meglio io! no sono meglio io!) e polemiche gallinacee intorno (sempre, a ripetizione) gli stessi altissimi concetti “eleganza” e “bellezza” e “verità” (è elegante questo! no è elegante quello! tu sei falsa! no tu sei falsa!), il tutto manovrato e scandito dagli interventi d’un gruppo di tristi demiurghi [2] che interpretano assieme la gamma di gradazioni che vanno dal Pariolino Sommo (questa Ida Pezzotti che m’era sconosciuta: Marilyn Manson senza trucco che fa l’insegnante di bon ton) passando per i Sangue Misto Pariolino-Borgatari (cioè i Pariolini che vogliono dimostrare al mondo - mi commuovo! - che l’importante è averci un cuore semplice e sincero, come Emanuele Filiberto in gessato caveau svizzero ma spigliatissimo - a un certo punto ha addirittura detto “stupidaggine”, scusandosene molto però) fino al Borgataro Sommo (quello che faceva il macellaio dei Cesaroni, che per restare in tema ogni volta che prendeva la parola s’alzava un po’ basculante con le guanciotte che gli si gonfiavano d’arietta da costipazione digestiva trattenuta a stento e temevo da un momento all’altro dicesse “a’ principeeee, amico mio vie’ qua, tu lo sai fa’ l’alfabeto coi rutti?”) - e poi va be’ ci sta quel mostro mauriziocostanziano di Pierluigi Diaco che io non so, c’ho pensato bene ma no, è così unanimemente dileggiato che non ce la faccio, lo sapete che non mi tiro indietro davanti alle croci rosse (anzi, che gusto!) ma con lui non ce la faccio, è più forte di me - ve lo ricordate qualche tempo fa quando si faceva fotografare in posa con la pipa e gli occhietti strabici (non gli riusciva granché bene) per sembrare Sartre da giovane? quasi quasi mi fa tenerezza, gli darei un buffetto sulla testolina ingelatina come si fa coi discoli e gli regalerei un leccalecca, al cianuro (tanto lo so che non gli farebbe una cippa - è come Beep Beep quando si infila nelle gallerie disegnate sui muri di roccia - tornerebbe indietro tutto contento a chiedermi “un altro?”).
E insomma, facile, Maria De Filippi prende il pezzo di Amici che funziona meglio, cioè genericamente la rissa, specificamente la rissa in conseguenza della sanguinosa diatriba moralisticheggiante “è bello ciò che è bello - no è bello ciò che piace” o se volete più profondamente (reggetevi forte) “bellezza fuori contro bellezza dentro”, ed estende la situazione “qualcuno che non è capace di fare qualcosa - qualcuno che glielo rinfaccia - altri che lo difendono” ad un intero programma: se in Amici c’era la ballerina-incudine con le pinne ai piedi (”non sai ballare” contro “non devi guardare la tecnica, devi guardare le emozioni che trasmette”), qui c’è un’intera squadra di ragazze (le Borgatare) che non c’entra un piffero (il Ballo delle debuttati di Vienna, il premio finale, sarebbe di fatto un evento chic [3]) le cui ragioni sono difese proprio in virtù del loro non c’entrarci un piffero, secondo il refrain insopportabile che più o meno fa così “nel 2008 è giusto non pensare soltanto a certe caratteristiche formali che hanno fatto il loro tempo, ma a ciò che si ha dentro inside our hearts” (a parte “nel 2008″, che è stata forse la cosa più ripetuta dopo “eleganza”, sono stati molto curiosi i riferimenti storici che si facevano di tanto in tanto, come quando il macellaio dei Cesaroni ha detto che “l’Ottocento è puzzolente, basta che te leggi i romanzi dell’Ottocento pe’ capì che è puzzolente”, e un’altra - chi? boh - gli rispondeva “l’Ottocento è meraviglioso, non pensare alle medicine scarse che si moriva, era meraviglioso lo dicono i libri”).
Il problema è che non si capisce sulla base di cosa si debbano giudicare queste povere disgraziate (più volte ieri sera c’ho avuto dei rarissimi momenti di insight e mi scuotevo dal torpore dicendomi “eh? cosa? ma perché? dove? quando? kledi?”), la Dalla Chiesa ripeteva continuamente che non le si deve giudicare sulla base della loro eventuale futura partecipazione al Ballo delle debuttanti di Vienna, ma piuttosto sulla base di un astratto e non meglio specificato “Debutto nella vita” (”Te ce butto io naaa vita” chioserebbe giustamente il macellaio dei Cesaroni), ma allora che differenza fa se non sanno piroettare leggiadramente come ballerine professioniste? che differenza fa se gli piacciono di più i tailleur nerissimi cimiteriali o i completini tanga e paillettes da drag queen? chi se ne frega se certe vanno in discoteca a rimorchiare e certe altre invece non hanno ancora dato il primo bacio perché è tanto tanto difficile trovare il principe azzurro? Boh, non si sa. Ma poi soprattutto il problema è questo: che il programma è fintissimo, più finto ancora di Amici (bum!), così stucchevolmente finto in ogni sua parte che proprio non ti viene voglia d’appassionartici manco un po’; tutto è concepito per attizzare la polemichetta in modo esageratamente sceneggiato (si confrontano una Pariolina anoressica che ha studiato ballo - e balla un pezzo classico - contro una Borgatara cicciottella, un pezzo di legno, che si dimena sulla samba; si confrontano ballando una polka le Parioline vestite di tutto punto - pizzi e merletti - contro le Borgatare mezze nude acchittate da spogliarelliste di un go-go bar sudtirolese - Heidi sexy, dicevano loro - “ci vuole originalità!”, “no, ci vuole rispetto per la tradizione!”), le ragazze sono addestrate a dire soltanto ciò che è utile ad attizzare la polemichetta punzecchiandosi senza motivo già dal primo minuto di trasmissione (sono preparatissime e ripetono dal copione, è ovvio - il tono e la cadenza sono quelli là, un po’ incerti e macchinosi dell’adolescente poco sveglio che sta ripetendo la lezione di chimica imparata a memoria - frasone lunghe minuti interi troppo complicate per i loro piccoli cervellini storpi, sempre argomentate e perfettamente in tema, sempre contenenti le parole chiave della discussione: eleganza, raffinatezza, bellezza, divertimento ecc.); c’è la Marilyn Manson senza trucco che finge di voler improvvisare la prova “vediamo come bevete il caffè” ma tu guarda che coincidenza sul palco c’è già pronto il tavolino con le tazzine, c’è la sfida “matrimonio” (si vestono da spose e dicono le cosine strappalacrime “sarò tua per sempre”) e tu guarda che coincidenza la Borgatara assume il ruolo di quella che l’amore è bello anche se non convenzionale e s’è messa il cuscino sotto al vestito per fare la sposa incinta (uh, scandalo! polemicone! “non è educativo a venti anni averci i figli!” e per fortuna che tra i giurati c’è Emanuele Filiberto che l’ha vissuta in prima persona una cosa così, e ci spiega che i figli sono una responsabilità ma anche una cosa bella).
[1] aspettate la seconda puntata però, ché questa qua non fa testo (tra l’altro, così a dare uno sguardo in giro stamattina, mi pare non sia andata neanche tanto male - che tu sia maledetta, Maria De Filippi!)
[2] molto buffo quell’omino che fa il maestro delle Pop, tale Bill Goodson, che sembra mio nonno quando era malato e usciva di casa senza dire niente a nessuno, col pigiama arrotolato e i calzettoni tirati su al ginocchio, le ciabatte, la giacca sulla canottiera e il cappelletto di paglia
[3] vorrei precisare che i due gruppi sono entrambi ugualmente ridicoli: non c’è alcuna reale differenza, vengono tutte dallo stesso bacino di indistinte tragiche ignorantelle senza speranza (wannabe qualsiasi cosa in tivvì), solo che hanno piazzato da una parte quelle con l’accento più spiccato (ahò), dall’altra quelle che riescono a tenere il mento bello puntato in alto il più a lungo possibile
Ok sgombriamo subito il campo dalla questione più importante di tutte, così poi passiamo oltre - e cioè appunto: di che cos’è che parla da solo, ininterrottamente, Enzo Thutmosi Mirigliani? C’avete fatto caso, ogni volta che viene inquadrato a seguito di uno svogliato applausetto “il fondatore, Enzo Mirigliani!” lui se ne sta lì sul suo seggiolone per neonati (con cintura di sicurezza) che sobbalza con la faccia disperata e un po’ sorpresa di uno che pensa “ehi, questo vuol dire che fino adesso non mi stavate ascoltando?”, continuando comunque imperterrito a macinare senza tregua il suo muto discorsone solitario - e fateci caso, c’è una specie di divieto assoluto di posizionare microfoni in un raggio di due metri minimo da Enzo Mirigliani: come mai? Ecco c’ho pensato e mi ci sono fatta su qualche ipotesi, che vorrei presentarvi in ordine decrescente di plausibilità: 1) Enzo Mirigliani è morto e la sua smilza carcassa senza vita funge da amplificatore medianico per voci e rumori dall’aldilà, cioè tipo le urla e gli strepitii dei dannati all’inferno (il che in diretta nazionale non sta bene, insomma, sopratutto poi se ogni tanto gli escono fuori certe macabre profezie sul girone “presentatori del cazzo da far soffrire più di chiunque altro” indirizzate a Carlo Conti - be’, che bello!); 2) Enzo Mirigliani è un pupazzo che la task force di creativi rai (una che faceva i pompini all’autista di un ministro, più uno che faceva i pompini al ministro, più uno che cacava in testa al ministro mentre lui si faceva fare un pompino da quell’altro) ha concepito negli anni settanta per fare concorrenza alla ranocchia Kermit e alla sua banda di pupazzi mmerigani: doveva funzionare in trio assieme al pupazzo di Sandra Mondaini e al corvo Rockfeller, ma non sono mai riusciti a sistemare quel meccanismo difettoso nella bocca che non la smetteva mai di ciancicare; 3) Enzo Mirigliani è un maniaco in stato confusionale che non riesce a smettere di fare apprezzamenti spintissimi su quella vaga e indistinta massa di pelle rosea laggiù lontanissima sul palco (è che non ci vede una mazza poverino, c’ha una tripla cataratta da una parte, l’occhio di vetro dall’altra - avete mai notato quando gli fa fare le capriole all’indietro?), trascorre tutta la serata ripetendo lascivamente cose tipo “ah la medusona rosa, bella medusona rosa, ah medusona mia, porcona di una medusona rosa”.
Ecco, liberatami di questo peso, volevo dire: che Miss Italia è una cosa vergognosa. No no, non per il fatto delle ragazzette scosciate che si vendono blabla come fossero dal macellaio eccetera (al contrario: io le farei esibire in topless su un toro meccanico a forma di pene con le nappine rotanti appiccicate ai capezzoli), non per il fatto che difficilmente si può anche solo concepire riunioni ad un più basso quoziente medio di intelligenza (chi se ne frega? anzi, ci si dovrebbe far leva - ché non c’è nulla di più divertente dell’immergersi in certi abissi oceanici di stupidità: così abissali che pure se si tenta di nasconderli per benino - che furboni! - imbeccando le concorrenti su qual è il loro libro preferito, uscirà fuori inesorabile: “il mio libro preferito è il giovane uèrte”, “ah sì di che parla?”, “parla di un uomo innamorato che dice le frasi belle”, “e chi l’ha scritto?”, “oddio adesso così cioè non me lo ricordo” - ma è successo di peggio), è una cosa vergognosa per il semplice fatto che così su due piedi - uhm, sì, no - non mi viene in mente nessun altro programma televisivo che dimostri una tale mostruosa totale assurda e ingiustificabile incompetenza sotto tutti i punti di vista: dal presentatore al regista agli autori [1] ai costumisti ai parrucchieri ai giurati a quelli che attizzano il pubblico in sala e così via, tutti, sono una banda di incompetenti che non capiscono un accidente di intrattenimento e spettacolo, un gruppone di miracolati che non è neppure capace di metter su in modo dignitoso un teatrino collaudato (nella sua ovvietà) come Miss Italia - non dico fare qualcosa di meglio, no (esagerati! [2]), dico semplicemente confezionare a dovere questa noiosa caghetta che si ripete uguale da vent’anni, robe facili facili, banalità!, evitare per esempio che ci siano continue voragini in scaletta, silenzi imbarazzatissimi, improvvisazioni caciarone, sketch agghiaccianti, telecamere schizofreniche, battute tappabuchi da sedia elettrica subito (subito! “sei di Napoli? campana? din don dan”), ragazze che non sanno dove andare, musiche sbagliate, musiche che proprio non arrivano, il pubblico che non applaude, un macello. Miss Italia lo sapete è come San Remo, destinato a rimanere quello che è, una schifezza nei secoli dei secoli: ma non funziona e fa pochi ascolti mica perché è congenitamente una schifezza, o perché ci sono troppe serate, o perché si va troppo in là fin dopo la mezzanotte; non funziona perché è fatto male, è una roba da dilettanti incapaci - perché è una schifezza fatta coi piedi, ecco perché.
[1] tra gli autori televisivi italiani c’è una categoria piuttosto ben rappresentata di ridicolissimi individui che sembrano impigliati nella solita stucchevole trametta virziniana (qui, per esempio), si credono e si dichiarano milioni di volte superiori delle cose che scrivono, si riuniscono a bere chinotto coi loro vanitosi amichetti (produttori, giornalisti, registi, editor ecc.) sulle terrazze bbene e a darsi pacche sulle spalle facendo commentini sarcastici sulle idiozie che hanno appena finito di scrivere per rai o mediaset, compiacendosi sommamente della distanza che passa tra quella roba là e la tesi heideggeriana sulla quale si sono laureati (”centodieci e lode con bacio accademico, e adesso scrivo Il sangue e la rosa!”), compiacendosi di quanto in effetti ci si senta pieni di spirito (a mostrarsi così lucidamente consapevoli) così intelligenti e brillanti (e sprecati soprattutto! che goduria sentirsi sprecati! non bisogna fare niente, basta starsene seduti al gabinetto tagliandosi le unghie dei piedi e dirsi “sono sprecato”) a vivacchiare nella mediocrità più assoluta avendo sempre ben presente la differenza tra ciò che si fa e ciò che si potrebbe fare (quel romanzo là che ho nel cassetto originalissimo in cui mescolo Borges e i tatuaggi tribali e Bruce Springsteen e Wittgenstein, “per ora ho scritto il titolo, senti qua, dovrebbe essere Tractattoos: eh? geniale, eh?”)
[2] un paio di settimane fa sono stata qualche giorno a casa dei parenti ricchi che c’hanno il satellite (e la lavastoviglie!) così mi sono messa a teledipendentizzarmi un po’ davanti a quel canale che si chiama E! Entertainment, lo conoscete di sicuro, è quello tutto dedicato alle vipparolità mmerigane, il reality della starlette alcolizzata che nessuno se la caga più di striscio (quella che ha appena lanciato la linea di moda con la cintura dell’accappatoio intorno alla testa tipo Rambo), il reality della attrice groupie multi-sperminata che nessuno se la caga più di striscio (quella con la pisella alla griglia coi tentacoli), il reality del puttanone con le tette pneumatiche che nessuno se la caga più di striscio (quella che nella pubblicità pro-vegetarianesimo dice “sei tu che decidi cosa metterti in bocca… il più delle volte… ihihih”) e poi i classificoni sui corpi da spiaggia più tonici e seducenti (che fusto quello! che fusto quell’altro!) e sui momenti più scioccanti dello showbiz (il bacio sulla guancia tra Angelina Jolie e suo fratello, uuuh incestuoso!) e cose del genere, una specie di Disneyland televisiva tutta spudoratamente dedicata alle più sfiziose mentecattate hollywoodiane (e funziona proprio come Disenyland: devi prenderla a piccole dosi, altrimenti c’è da rischiare un’intossicazione iperglicemica) - che c’entra? oh be’, niente, a proposito di cretinerie fatte come si deve
Oh ecco, adesso che ci siamo liberati - e da un bel pezzo - di tutto il suo rincitrullente contorno di estenuanti battibecchi prima-l’uovo-o-la-gallina, delle comiche bretelline della scimmietta pirla e delle trivialità della vegliarda sboccata e poi sì soprattutto di quell’eco entusiasta di ridicoli esserini sommamente gratificati dal citazionismo discount del figlio naturale di Battiato e Austin Powers (gli occhiali si semplificano nel processo di fusione), ecco, direi che adesso possiamo considerare X-Factor per quello che è stato e nient’altro: l’ennesima squallidoneria realitara glassata di retorichetta filantropico-caritatevole (noi - cerchiamo - i - talenti - veri) che sputacchia fuori un manipolo di mediocri sfigatoni imbrillantinati di fascinosissima allure televisiva da consumare nel più breve tempo possibile (prima che certo, ehi! prima che se ne partorisca una nuova generazione) tra paccottiglia instant cd e serate e discoteche e sagre e concertini - il solito, no? la medesima deriva delle porcheriole defilippiane cogli uomini primitivi che si fanno qualche mese di mugugni tronistici e poi di corsa in giro a monetizzare il muscolone e il sorrisino ebete e il ciuffetto ingelatinato: è quello che capita del resto ai reduci del “talent show” coveristico-musicale numero uno [1], di cui X-Factor tenta di presentare una versione più matura e musicalmente competente (per la qual cosa, facile: basta buttarci a casaccio qua e là Yes, Who, Pachelbel e varie altre banalità altisonanti) allo scopo d’attrarre un pubblico non esclusivamente composto da branchi di impazzite minorenni cioèizzate.
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Non ho capito bene per quale motivo - a parte i figaccioni in mutande che si scambiano occhiatine trucide da veri burberi sex symbol rinascimentali - ma c’è un sacco di gente che non vede l’ora di sciropparsi questa nuova serie, I Tudors, che io posso dirvelo subito: è una porcheria [1]. Prendete un manipolo di zitellone vergini subacculturate abbonante al club degli editori (con la prenotazione mensile fissa sulle sezioni Rosa / Avventure sentimentali / Passione sottomessa), dategli come unica fonte e riferimento di levatura storiografica il sussidiario delle elementari e sì, toh, un paio di parodie di Topolino, metteteci pure l’inserto di Le Ore dedicato alla trasposizione softcore della - ehm - Spada nella roccia, e a quel punto ok, commissionategli la sceneggiatura di un drammazzo televisivo sulle avventure del despota cattivone e plurigamo: e oplà, eccovi I Tudors.

E infatti, appunto, gli ingredienti sono quelli tradizionali del romanzaccio polpettone storico-sentimentale che mescola e pasticcia un’infinità dei soliti marciti cliché del genere Accidentaccio Che Intrigone A Corte, a cominciare dai personaggi ipersemplificati appiattiti sul modello dei classici protagonisti che tramano e si contendono le sorti dell’Intrigone, per cui c’abbiamo il cardinale bastardo (che fa finta di essere un umile servo di sua maestà ma che invece è un Richelieu stronzetto bugiardo unto e maneggione, c’ha la testa sempre un po’ bassa e ti guarda di sottecchi coll’occhio furbo e il sopracciglio che si inarca malignetto), l’intellettuale umanista parecchio pirla (con la faccia pulita e sincera che s’oppone alle ciniche subdolezze del cardinale - quando gli capita di capirle, ché di solito è davvero parecchio pirla - e sì insomma, sul sussidiario c’era scritto di un suo libro che si chiama Utopia,
non può che essere un povero ingenuotto rincretinito il cui lagnoso idealismo un po’ coglione lo rende soggetto a continue delusioni), la regina tardona innamorata che si strugge non corrisposta (e qui è evidente la malinconica partecipazione autolesionista delle sceneggiatrici zitellone, per cui la regina non è soltanto l’oggetto per lo più indifferente di un matrimonio politico - bleah, che roba crudamente prosaica [2] - ma un’amante fedele e remissiva dall’espressione addolorata che farebbe di tutto per conquistare il cuore del suo tradimentoso maritino), una schiera di amichetti regali mascelluti e fustaccioni [3] col taglio all’ultima moda e la barbetta incolta (possibilmente impegnati in attività muscolari che ne richiedano il parziale o totale ignudamento con goccioline risplendenti di sudore sul torso depilato), il pallido compositore Shine-Alleviano (timido magrolino e mezzo autistico, col capello lungo spettinato e lo sguardo sperduto di chi si astrae in pensieri d’elevata artisticità), un branco sterminato di damigelle pin up che alternativamente pettinano la regina e chiavano col re, le altrettanto fighissime pretendenti al trono che al re gliela fanno annusare in tutti i modi ma prima di dargliela vogliono incastrarlo (ed è tutto un bailamme di esterne defilippiane coi flapflap da cerbiatto e le strusciatine e le frasucce impertinenti), e poi ovviamente c’è il re, un incallito seduttore che è il più bello e il più forte di tutti, arrogante coraggioso prepotente e manesco, con un fisico perfetto (ma non banalmente ipervirile come gli altri, muscolosetto sì ma romanticamente androgino il tanto che basta) e con quel suo sguardo magnetico di sgranata vacuità tossicomane [4] che accidenti, nessuna zitellona può resistergli.
Un gruppone di prevedibilissimi sfigatoni sviluppato sul canovaccio di un periodo storico svuotato di tutta la sua complessità e ridotto ad un instupidente susseguirsi di eventi e decisioni basate su beghette narcisistiche da quattro soldi [5], sul giramento di palle e sulla vanità idiota del reuccio, nel migliore dei casi su qualche favoletta moralistico-pacifista dell’intellettuale pirla o sulle aspirazioni wannabe-papali del cardinale maneggione; del mondo reale non c’è manco l’ombra, nei picchi di massima cerebralità s’arriva appena appena a genericissime considerazioni politico-gestionali che nemmeno nei più infantili videogiochi strategici stile Civilization (livello straprincipiante con handicap: Umberto Bossi), cose tipo “dobbiamo fare le navi più grandi” oppure “non è una cattiva idea pacificare il mondo, anche se a dire il vero conquistare la Francia mi
attizzava di più” oppure “sire se attacchiamo la Francia mi sa che qui tocca aumentare le tasse” (al che lui, il re, che nemmeno sta ascoltando - è il cardinale che parla - taglia corto andandosene scocciato “sì sì va be’, fai come ti pare” perché c’ha una pupattola sul fuoco): e se poi alla fine si decide che bisogna dichiarare guerra alla Francia, ok facciamolo, ma solo perché quel minchione del re ha perso a botte con Francesco I [6] e vuole fargliela pagare - e meno male che dalla parte dell’Inghilterra c’è il mega-sovranazzo Carlo V, un altro abile desposta d’altissima caratura politica (”mamma mia che belle navi c’hai Enri’”) che siccome nelle figure sul sussidiario c’ha la scucchiona record non bastava appiccicare sulla faccia dell’attore una protesi alla Quentin Tarantino, no no - ché magari poi le zitellone a casa (senza sussidiario) non colgono - deve anche farci il simpaticone autoironico che alla prima occasione ci scherza su: “voi mi piacete già” gli dice Enrico, e lui “a parte il mio mento, cosa ho che non possa piacere?”. Ma insomma cosa volete, sono quisquilie: chi se ne frega dell’Inghilterra e della Spagna e della Francia e di Martin Lutero e della Chiesa e di Milano e di tutto il resto, chi se ne frega? Non sono altro che faticosi riempitivi tra un intrallazzone amoroso e una tresca e una sveltina e un adulterio e i diecimila matrimoni e così via, per arrivare ogni tanto fin là, al climax zitellesco: il sesso.
E magari ce ne fosse, almeno quello, un po’ di sesso divertente. E invece no, è stupido e banale come tutto il resto: perché il sesso funziona eccome, le zitellone s’immedesimano e s’emozionano e diventano rosse rosse e avanzano curiose puntata dopo puntata (chissà chi tromba chi, chissà se riuscirà finalmente a farsi quella squinzia civettuola della Anna Bolena), ma sempre e soltanto nella sua forma corretta e patinata, quella seriosa ed enfatica da riquadrino rosa della copertinetta Harmony - perché la zitellona deve sì provare un brividino di trasgressione, ma non al punto da ritrarsi scandalizzata - corpi perfetti lisci e ben torniti che copulano appassionati nel morbido avvampare delle torce (oppure che so - tu guarda che scenario bollente - nel galeone in tempesta alla luce dei lampi apocalittici), qualche botta di esplicito abc kamasutresco qua e là (una pecorina nientemeno - giusto per far ammirare alla zitellona delirante i riflessi delle candele sul culetto sodo del fustaccione) ma tutto sempre nei limiti della tipica mediocrità fictionaria, persino un puttaniere come il re che c’ha una carriera ormai ventennale di trombatore assatanato lo fa ancora regolarmente uno contro uno nel modo più scontato possibile, sempre concentratissimo e con una presenza di spirito da overdose viagresca, ed è addirittura così fesso che quando la damina (Maria Bolena) reduce da un lungo soggiorno in Francia gli fa un pompino [7], OOOH, rimane sconvolto dall’esoticissima pratica.
[1] lo so che viene naturale, ma eviterei di paragonarla con la fiction in costume di casa nostra (Rivombrosa e compagnia), troppo facile sennò, il divario è mostruoso: ma che c’entra, la fiction italiana è, è, accidenti non so come dire, è, è, ah ecco, è il percolato delle discariche dell’inferno
[2] ah e poi, sì, in realtà avrebbe appena sei anni in più di Enrico VIII, ma hanno scelto (e truccato) un’attrice che ne accentuasse il vecchiume (rispetto a lui, poi, che sembra un hooligan adolescente), così da inasprire la tragedia zitellesca
[3] è come nei fumetti di cinquantanni fa, sono tutti magri belli e figosamente azzimanti tranne i viscidi cattivoni - quelli no, sono brutti grassi e scemi, magari pure rosci
[4] a proposito di occhiatine trucide, è insuperabile quella da ipnotizzatore di galline (no, meglio: da ministro delle pari opportunità) che esibisce Jonathan Rhys-Meyers nella sigletta d’apertura, qui
[5] è ironico in questo senso che lo slogan della serie mostri certe ridicole pretese: “pensi di conoscere una storia ma sai solo come finisce… per arrivare al cuore della storia devi tornare alla sua origine”
[6] uno dei miei pezzi preferiti è quando Francesco I lo provoca dicendo “noi francesi abbiamo i più grandi pittori, i più grandi musicisti e i più grandi poeti” - e fin qui Enrico rimane impassibile, tanto non gliene frega niente - “tutte le più grandi menti filosofiche, ingegneri e architetti” - e pure qui niente, chi se ne frega? - ma quando poi Francesco la butta sulla brutalità, “persino i nostri lottatori sono migliori dei vostri”, allora Enrico si incazza come una biscia e non resiste, deve sfidarlo ad una gara di schiaffi
[7] “ditemi: quali arti francesi avete imparato?” le chiede lui, e lei “ho il permesso di vostra maestà?” e lui “accordato” e lei: giù (e sì sì lo so che il pompino era bannato perché anti-procreativo ecc. ecc., ma per favore, stiamo parlando di Enrico VIII, su: doveva mica aspettare l’ultima scemina ex-erasmus, per un pompino)
E’ vero che senza Marco Castoldi in arte Morgan questa prima edizione di X Factor sarebbe stata di una noiosità mortale - e quindi ok, in ogni caso, meno male che c’era Morgan - però mi sembra che molti [1] non abbiano ben capito che il divertimento offerto dalle morganate consisteva prima di tutto nella loro notevole portata trasharola. Le sue insofferenti convintissime recriminazioni fatte di cultura musicale spicciola, originalismi cialtroni, estetica bignamesca e pomposi aforismetti, risultavano così divertenti proprio perché le si sentiva sparacchiate in un programmaccio altrimenti sintonizzato su una differente trash-frequenza (il solito annacquato fintissimo talent show paraculo “noi premiamo il merito” “decide la gente a casa”); l’incongruità e il massimalismo [2] delle morganate mandavano spesso in tilt la scialba ripetitività del sistema dominante Ventura-Maionchi-Facchinetti, da cui quindi gli accesi battibecchi (trash vs trash) che sono l’unica cosa appena appena godibile di tutto il programma.
Morgan era sicuramente il meno scemo e il più critico del quartetto [3], su questo non c’è dubbio, e sicuramente il meno ignorante in fatto di musica (non che ci voglia sto granché, a saperne più di quei tre là [4]), lui stesso ne era ben consapevole e per l’appunto non desiderava altro che pavoneggiarsi vanamente dando sfoggio della sua nanosuperiorità artistico-intellettual-culturale (persino in chiave moralizzante, a volte, quando si trattava per esempio di ribadire enfaticamente indignate banalità del tipo “il popolo non ha sempre ragione!”); lasciate stare i travestimenti buffoneschi e i barocchismi parrucchieristici, quelli sono studiati apposta secondo lo schema “ahò guardatemi so’ impegnato ma so’ pure ‘na cifra ironico” (che è la classica strategia adoperata dai disperati io-sono-originale per darsi un tono minimamente credibile dopo i quarantanni [5]), considerate invece le sue vanesie dimostrazioni di nozionismo musicale fine a se stesso, dai titoli di coda a cui nessuno frega niente (”questa canzone non lo sapete, ma l’ha scritta Fossati!”) alle sparatone altisonanti senza senso (”questo giro di accordi viene da un canone di Pachelbel del Seicento!”), considerate le sue citazioncine imbecilli pseudo-colte da antologia del proverbio idiota (”chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere”: la Ventura sfottente che obbietta “ma che frase è? a me mi fa ridere” e lui acidissimo con ottusa protervia “è di Baudelaire… Charles Baudelaire… conosci?” la Ventura “e allora?” e lui “e allora vuol dire che non è tanto stupida no?” [6]), considerate le sue ridicole compiaciutissime originalate assemblatorie, quando salda insieme il finale di una canzone con un’altra che non c’entra un piffero ma ha la stessa armonia (nella penultima puntata, l’incipit di Alba chiara sul finale di Un’emozione da poco: la Ventura che gli dice “mi fa piacere questo omaggio a Vasco!” e Morgan allora, indispettito dal banale svilimento del suo geniale operato “non è un omaggio, è uno svelamento delle armonie! avrei voluto piazzarci anche Un chimico di De André!”).
Considerate questo gruppo vocale, i Cluster, adoratissimi beniamini di Morgan. Ai Cluster (sito), che di solito sono intonati (il che è un pregio mica da poco, se li si paragona a maestri della stonataggine come Aram Quartet), gli piace ficcare negli arrangiamenti un sacco di accordi dissonanti (non soltanto i soliti accordi rotondi per terze), sono capaci di variare da tempo semplice a tempo composto e di fare tante simili cosette che si imparano in buona parte al secondo anno di solfeggio (età media dei partecipanti: otto anni). E così non poteva essere altrimenti - c’hanno pure uno stronzo che canta facendo i salti della morte! - per Morgan è stato colpo di fulmine. Ovviamente l’armonia dissonante le stramberie ritmiche e tutto il resto non sono pregi di per sé, devono avere un senso, ma vaglielo a spiegare a Morgan: il sei ottavi che hanno infilato a forza in Enjoy the silence, o l’effetto disco che si inceppa alla fine di Il pescatore, erano stupidamente piazzati a casaccio, totalmente fuori luogo, pure e semplici esibizioni di tecnicismo che servono a sbulleggiarsela attirando l’applauso del pubblico e l’ammirazione dei gonzi (le melodrammatiche fioriture vocali di Giggi D’Alessio hanno esattamente la stessa ragione, l’ooooh del pubblico, cambia soltanto la fauna gonzistica: casalinghe cotonate per Giggi, fighettini io-sono-originale per i Cluster).
Ah, e scommetto che vorreste tanto sapere cosa ne penso dei partecipanti. Ok, be’, come c’era da aspettarsi: delle cagatine, non c’è molto da dire. C’è Ilaria Porceddu, quella che si malignava che avrebbe vinto perché c’ha già il contratto con la Sony, inascoltabile, che spara fuori le corde vocali su tutti gli acuti, ha la voce insicura tremolante sui piano e fa il vocione grosso sui forte per tentare di rendere corposa quella voce da sopranino sciapo che si ritrova; c’è Giusy Ferreri che mi fa un po’ pena, è quella che fa la voce a citofono coi disturbi sincopati di radio vaticana per imitare Amy Winehouse; c’è Tony Maiello che è il ragazzetto napoletano totalmente inespressivo con la faccina carina da ubergay della scuola di Amici (e infatti aveva provato ad entrare pure lì: trombato) che si becca i televoti delle carampanette ululanti under dodici; c’è Emanuele Dabbono che è una specie di incarnazione dell’anti-xfactor, la mediocrità; ci sono gli Aram Quartet (per metà composti da un duo di contabili cinquantenni che fanno karaoke) che semplicemente stonano, quando armonizzano a quattro voci c’è sempre qualcuno che sbaglia le note di frazioni di tono e l’effetto è da brividi (nel senso proprio delle unghie che strisciano sulla lavagna), c’hanno i volumi costantemente sballati, sono irritanti, fastidiosi, un puzzle coi pezzi che non combaciano mai, fanno schifo: e hanno vinto.
[1] in giro se ne trovano parecchi che si dicono entusiasti di questo Morgan alfiere della Musica Vera con la M e la V maiuscole contro l’ipocrisia becera e omologante del popolo bue: ah ah che teneri minchioni
[2] come sapete sono i pilastri della trashitudine, incongruità e massimalismo, secondo la celeberrima lezione labranchiana
[3] Morgan era l’unico che ogni tanto, pur con mille cautele (”senza togliere che hai una voce eccezionale” “fermo restando che sei bravissima” “non è che non mi sei piaciuto eh”), aveva il coraggio di non ridurre i propri interventi a sciocchi complimentucci di circostanza (”sei così bravo, preparato, hai un talento che è veramente qualcosa di unico, insuperabile, eccezionale, e per questo ti elimino”)
[4] ah be’, poi certo, Morgan era l’unico che disprezzava apertamente quella scimmietta ammaestrata con le bretelle, DJ Francesco [7] (che poveraccio ha pur provato a crearci un qualche rapporto di amicizia apparente, ma Morgan spietato usava gli intervalli quando parlava lui per pensare ai cavoli suoi, e non so quante dozzine di volte gli ha dovuto rispondere ”scusa non ti stavo ascoltando”)
[5] non per niente, oh, sono un paio d’anni che la pratica pure la sua ex, Asia Argento, ‘na cifra ironica anche lei
[6] al che la Ventura - che nella sua ingenua sempliciotteria bburina è meno cretina di centomila cialtroncelli sboronetti stile Morgan - “e chi se ne frega che è di Baudelaire! a me mi fa ridere”
[7] un disastro: non capisce niente, è moscio, non ha i tempi, fa commenti imbarazzanti (”Nancy Sinatra… e chi è? la Nancy di Sid Vicious?”), è sempre lui, il coglione Bella di padella, solo che a forza di noccioline gli hanno insegnato ad essere meno sguaiato e a non strapparsi i vestiti di dosso