Festival di Sanremo 2010: dall’autarchia alla Coppa Campioni

È stato un Festival di Sanremo memorabile che ha sancito un ulteriore decisivo aggravarsi della contagiosissima epidemia iper-televisiva di musica plop, di quel ciarpame usa-e-getta cioè che nasce – è pensato e appositamente impacchettato – si consuma e muore dentro la televisione: il Festival di Sanremo diventa da quest’anno la Coppa Campioni dei reality talent show generatori di musica plop.

E non poteva andare diversamente. Sanremo è da sempre un monumentale cimitero di musica plop, e non solo, è in un certo senso il padre (il nonno) degli attuali reality talent show televisivi: coi suoi protagonisti semi-decomposti colanti formaldeide e le sue marcite pataccacce musicali, tutto quanto dentro Sanremo è progettato per resistere ai vermi e alle muffe appena appena quelle poche ore di esposizione televisiva; e con i suoi pettegolezzi, le rivalità, le interviste, i dopofestival, gli isterismi vipparoli, i dietro le quinte, con tutto questo suo spettacolo collaterale di terrificante subumanità pseudo-realitara, Sanremo va considerato non soltanto un primo storico generatore di musica plop, ma anche e soprattutto il progenitore delle attuali più potenti macchine generatrici di musica plop, i reality talent show televisivi.

E se fino a poche edizioni fa la musica plop di Sanremo sopravviveva in una condizione direi tutto sommato autarchica – la musica plop e i cantanti plop nascevano prosperavano morivano e resuscitavano esclusivamente dentro la bolla sanremese – quest’anno il Festival ha abdicato definitivamente al proprio status di mini-reality plop-autarchico e si è spalancato una volta per tutte alla concorrenza più solida aggiornata e remunerativa – super sanremoni anabolizzati contro i quali l’obsoleta formula autarchica non ha la minima speranza di competere – trasformandosi così in una specie di abominevole campionato trasversale dei reality musicali televisivi.

È una trasformazione già in buona parte celebrata l’anno scorso – vittoria del cripto-gay afono defilippiano – che ha avuto degli effetti evidentissimi sulla gara di quest’anno, per cui nella finalissima sono state rappresentate le due principali varianti della musica plop, quelle realitare,

- la musica plop per adolescentelli bimbominkia (e quindi: inebetiti pischelletti bellocci con la data di scadenza – brevissima – tatuata con l’inchiostro simpatico sulla fronte, pilotati da un qualche scaltro bavoso specialista del riciclo di appiccicume sentimentalista), variante incarnata da Valerio Scanu;
- la musica plop per trentenni rincoglioniti wannabe (e quindi: fallitoni impomatati con gli occhiali grossi vestiti come buffi pirla del villaggio vacanze che strepitano convintissimi qualche stupido accrocco di cliché musicali roccherolle-autoriali), variante incarnata da Marco Mengoni;

e l’unica possibile alternativa alla musica plop dei fuoriusciti realitari diventa: il piccolo scandaletto e il prezzemolismo televisivo, quindi ancora una ragione extra-sanremese, extra-musicale, ma tutta televisiva, tutta plop,

- la musica plop d’occasione per anziani teledipendenti (e quindi, nel caso specifico: reduci parrucchinati del melodismo d’antan più deteriore, viscidissimi cartoni salottiero-televisivi, stentati urlatori da varietà della domenica pomeriggio), ovvero il Trio Merda;

e nonostante il Festival sia stato sempre tradizionalmente orientato verso la sponda anziani teledipendenti – ma chi se li incula, ovvio, ché manco sanno televotare (“nonna non è il cellulare è il cazzo di salvavita Beghelli!”) – è stato schiacciante il calcolato predominio delle due varianti realitare Adolescentelli bimbominkia e Trentenni rincoglioniti (a cominciare del resto dalla selezione dei concorrenti); e l’impostazione coppa dei campioni s’è fatta sentire pure sulle reazioni parossistiche del pubblico e dell’orchestra in rivolta, che sono naturalmente – secondo sceneggiatura (i ribelli incazzatissimi che protestavano schiantandosi dal ridere) – la versione sanremese delle irritanti tifoserie dopate e aizzate a orologeria sugli spalti dei reality talent show (c’era la scimmia con le bretelle in prima fila, c’era); e tra le varianti plop, bimbominkia adolescenti vs trentenni rincoglioniti vs anziani teledipendenti, chi pensavate potesse spuntarla, la mostruosa chimera plop a tre teste non aveva speranze.

Sarà anche colpa mia che non sono riuscita a raccogliere abbastanza funz del Trio Merda (e tremila commenti in due serate di forum non sono stati sufficienti, va be’ – ma ci siamo divertiti tantissimo).

Caro diario oggi stavo per succhiare una vergine al cimitero quando a un certo punto tragedia, addio all’atmosfera, mi si è incriccata la macchina del ghiaccio secco

Ve la ricordate la rassegna dei miserrimi succedanei per bimbominkia in crisi d’astinenza vampira? La rassegna includeva una saga di romanzi anni novanta, The Vampire Diaries, che sono i classici harmonazzi paranormal-cenerentoleschi per la casalinga bifolca mmerigana che sogna di tornarsene indietro nel tempo magra e bella e pompon e truccatissima a limonare avventurosamente col belloccio più belloccio del liceo, tenero e gentile ma anche misterioso, pericoloso esotico e tormentato, da amare per sempre di un amore immortale focosissimo (il contrario cioè della relazione col marito quello vero in carne e ossa, che è un disoccupato stempiato impotente che si fa le pippe di nascosto nel garage guardando sul pc gli amatoriali con le negre – pure con le negre!)

ebbene da questa vecchia eccitante serie di romanzi (copertine bellissime però, davvero) è stato sintetizzato l’anno scorso un serial televisivo omonimo che è arrivato qui ieri sera (l’ha comprato il Pierdudy), e io mi sono incuriosita e ho guardato le prime due puntate e adesso vi racconto di cosa parla, che è presto detto,

lo scenario è il solito: la cittadina di provincia fatta col polistirolo, le invadenti canzoncine pop che ci stanno nelle pubblicità televisive delle maxiricariche, la high school tutta colorata coi simpatici studentelli perfettini interpretati da tossici quarantenni ex attori pornografici ficcati dentro un esoscheletro di fondotinta, e poi un bosco cupo fitto e paurosissimo proprio là a due passi dalla cittadina di polistirolo, una ragazza bellissima coi capelli liscissimi tanto sola e tanto depressa, i problemi in famiglia e i problemi con le amiche cattive sonosoloinvidiose, e infine il superfigo straniero venuto da chissà dove che fa bagnare tutte quante le pischellette ma ha occhi (ipnotici) soltanto per lei, la ragazza sola e depressa – e lui ovviamente è un vampiro,

cioè quindi il setup di Twilight – ragazza triste, liceo, paesino del cazzo, famiglia disastrata, bosco, superfigo conturbante – mischiato con la melensaggine knockout di un amore reincarnato (vale a dire: la ragazza triste e depressa è identica sputata la fidanzata storica del superfigo, una tizia morta tragicamente cinquecento anni prima – che è un upgrade telefilmico sulla storia originale dei romanzi) e mischiato coi bisticci vampiro buono vs vampiro cattivo alla Anne Rice tra il superfigo buono e il superfigo cattivo, che sono fratelli sì ma non se la intendono per niente, uno è vegetariano e l’altro no, c’è quello cattivo che si ciuccia le persone e che adora umiliare il fratello dicendogli cose come “oh scusa hai sete? ti porto uno scoiattolo con una cannuccia? AHR AHR AHR AHR AHR AHR”

e anche qui come in Twilight c’è il vampiro buono che è attirato dall’odore gustosissimo del sangue di lei ma fa di tutto per resistere, poveretto, la seconda volta che s’incontrano la ragazza si ferisce a una gamba e gli dice “uops guarda qui, mi sta uscendo tanto buon sangue gustoso” e intanto si strizza la ferita per farne uscire più rivoletti di ketchup possibile

lui è un bonazzo da paura, accipicchia, sembra il protagonista con la testa rettangolare di Dawson’s Creek a cui hanno appiccicato il toupet di Ben Affleck, c’ha il giacchino di pelle da renegade cattivone e la camminata ben divaricata Mezzogiorno e mezzo di fuoco, lo sguardo ipnotico che può convincerti di qualsiasi cosa ed è così vecchio che sa praticamente tutto, è un sapientone, il liceo per lui è una passeggiata – come in Twilight, multilaureato a Harvard che passa il suo tempo facendo il diciassettenne coglione – e poi c’ha il nome esoticissimo (per la casalinga bifolca mmerigana) che ha un saporino misto un po’ Mitteleuropa un po’ pizzaiolo napoletano, Stefan Salvatore,

oh e poi ci sono le streghe: la migliore amica della protagonista è una strega veggente (pensate, dice di aver predetto la morte di Heath Ledger e l’elezione di Obama); c’è il cimitero dove la protagonista trascorre i pomeriggi disegnando cuoricini e cazzetti sul diario, allietata dal ronzio della macchina del ghiaccio secco (sul serio, si sente proprio distintamente il VRRRR della ventola); c’è il superfigo che regala alla ragazza una copia di Cime Tempestose, lo stesso libro che legge la protagonista di Twilight nel primo romanzo della saga – no dico, per non rischiare che alle bimbominkia telespettatrici l’insieme sembri troppo poco familiare – e per il resto che volete, la trama, che ve la dico a fare: si innamorano, si menano, trombano, si menano di nuovo, si sposano.

L’italiano più scaltro di tutti i tempi, il torneone deathmatch: candidature

Provate a immaginare un qualche stupefacente duello all’ultimo sangue del calibro: chi è più scaltro, l’imperatore antico romano che fa eleggere al senato il suo migliore amico cavallo [*] oppure il creAttivo bighellone milionario che per eludere i paparazzi e andarsene in missione top secret a casa della trans di fiducia parcheggia sul marciapede in divieto di sosta lo shuttle Ferrari giallo canarino che c’ha sul cofano la decalcomania delle fiamme con la scritta Lapo Rocks Saves Italy – chi è il più scaltro?

lasciamoci ispirare da quella cagatona incommentabile condotta dalla scimmia con le bretelle [**] e giochiamo a mettere in competizione i più scaltri di tutti i tempi, aizziamoli uno contro l’altro e vediamo chi vince, che ne dite?, giochiamo a scegliere chi è il supremo supersovrano senza tempo degli scaltroni italiani – e di scaltroni siamo pieni, da sempre! – si potrebbe fare che raccogliamo un due dozzine di nomi al massimo tra viventi e defunti, “italiani” (va be’, su, anche in senso molto lato, non importa), facciamo un tabellone a eliminazione diretta, li accoppiamo random e una volta a settimana votiamo per decidere le sorti di una tornata deathmatch – se vi viene in mente qualche degno scaltrone da combattimento segnalatemelo qua sotto, così ci riempiamo il tabellone.

[*] ok che non è mai successo, ma se anche fosse successo, dài, pensate mica che l’imperatore ci avrebbe guadagnato qualche chance di sconfiggere il Lapo – tzè, per favore
[**] io ne ho visto soltanto dei pezzi qua e là, il pezzo con Fiorello per esempio – un abisso di imbecillità senza fondo – e un altro pezzo ignobile in cui si diceva, sentite (da qui): “ci sono tanti politici che vengono votati ma dobbiamo ricordare che purtroppo non possiamo inserirli, però possiamo dire chi c’è tra i più votati, per nominarne alcuni in par condicio, ci sono sia Berlinguer che Mussolini, c’è Berlusconi e ci sono esponenti della destra e della sinistra”

Bestemmioni, televisori al plasma, Fabrizio Corona

Come da tradizione anche quest’anno puntata del Grande Fratello dedicata a Dyo e alla punizione dyvina del concorrente peccatore che ha tirato il vile bestemmione (insinuazioni anali per giunta – nell’ano di Gesù!), reprimenda catechistica e pentimento frignone e squalifica live com’era prevedibile, e non che si possa seriamente eccepire sull’onestà dei propositi virtuosi snocciolati da Alessia Marcuzzi (“siamo un programma che rispetta il suo pubblico“), perché insomma questa robaccia è scopertamente (stupidamente) ipocrita di costituzione – suona persino naïf e un po’ imbecille dare dell’ipocrita a un reality televisivo: potrebbe non esserlo? è come rimproverare a un pezzo di cacca la puzza di cacca, se non puzzasse di cacca non sarebbe un pezzo di cacca – e però a parte tutto devo dire che quest’anno la tradizionale puntata-Dyo del Grande Fratello è stata (tristemente, involontariamente) molto comica, Alessia Marcuzzi per dire era uno spasso, desiderava mostrarsi così suoretta timorata e pudica che neppure ha mai pronunciato la parolaccia bollente “bestemmia” ma ci girava intorno chiamandola di volta in volta

una cosa molto spiacevole
un gesto brutto
parole gravemente offensive per i credenti
una cosa volgare estremamente offensiva
LA FRASE
un’espressione molto pesante
un limite che non va oltrepassato
aehm
delle parole irriguardose
questa cosa che potesse essere una frase comunque nel senso

e non dimenticate che siamo a pochi mesi appena dall’affaire Crocifisso e quindi il pensierino alla moda rimane “Gesù fa parte di tutti noi, è nel cuore di tutti noi, di tutti tutti, anche di quelli non cristiani non credenti che godono pugnalandosi i genitali con la croce, Gesù è anche nei loro cuori”, per cui il cattolico Alfonso Signorini ripeteva a più non posso

la bestemmia ferisce non solo chi è credente ma urta la sensibilità di chiunque anche di chi non crede [...] e ribadisco va condannato non solo da parte di chi crede ma da parte di chiunque

la cosa migliore della puntata sono stati gli intervalli paradossali che facevano da contrappunto cupamente umoristico alla questione dyvina e alle lezioncine di catechismo, cominciando dalla faccenda dei molteplici frequentissimi “sei un mongoloide!” trattata con sbrigativa leggerezza secondo il classico rapporto inversamente proporzionale (che riassume tutta la filosofia cattolica popolare): meno esisti e più ti lovviamo (offendi il nulla: sacrificio umano), più esisti e meno ti lovviamo (offendi delle persone in carne e ossa: va be’ dài tiratina d’orecchie),

a proposito di mongoloide impiegata come offesa, ve lo devo dire, ci scusiamo con chi si è sentito offeso dalle vostre parole

e poi i meravigliosi siparietti pubblicitari dentro il programma, Alessia Marcuzzi che ha appena terminato un “noi siamo attenti alle offese a chi crede e soprattutto ai religiosi” ed ecco che parte il siparietto pubblicitario dei televisori piatti al plasma LG con Alessia Marcuzzi che fa la buffona tra lenzuola paradisiache bianchissime e una vociona incombente che tuona

Ecco finalmente un televisore come Io comando!!!

(acc, non ho trovato il video) e il siparietto pubblicitario successivo, sull’eco delle parole di Alfonso Signorini “il nostro pubblico è molto sensibile a questo genere di cose e questo è un bell’insegnamento per tutti noi”, compare Fabrizio Corona mezzo nudo oliato e lampadato in posizione crocifisso e poi subito di seguito un’orgia di muscolazzi e coattoni cannibali che se le danno di santa ragione (directed by er Guy Ritchie de Torpignattara) e Fabrizio Corona che supervisiona torvamente il massacro,

oh!, e bellissimo quando alla fine una concorrente eretica con una botta sorprendente di logica elementare protesta “ma allora è una bestemmia anche quando giuriamo su dyo!” e la Alessia Marcuzzi in tilt,

non… non… non c’entra niente… sì… io cioè forse… non… Alfonso?… Alfonso?

Un Sanremo Emo dice Luzzatto Fegiz: i telespettatori kazaki approvano felici (stanno pensando al Coniglietto Ruggero)

L’altro giorno a Porta a Porta c’erano Toto Cutugno e Pupo e Nino D’Angelo e Irene Grandi e Antonella Clerici e Arisa e Morgan e Luzzatto Fegiz che facevano il trenino tutti assieme cantando L’italiano e si spompinavano a vicenda sul tema “Sanremo la più grande macchina di spettacolo al mondo” (cit. Bruno Vespa), Sanremo eventone internazionale seguitissimo nei paesi dell’est, così seguitissimo che ci sono certi paesi dell’est che organizzano un proprio festival nazionale di Sanremo – precisamente nel senso che gli affibbiano il titolo nonsense “Festival di Sanremo di – nome del minuscolo villaggetto rurale kazako perseguitato dai vampiri”

e immagino che sia vero, che effettivamente sì, alla sorella-amante prostituta e alla vacca da camera e al monco con la protesi dildo che abitano nel fango di un villaggetto kazako questi sgorbi italiani che fanno il Festival di Sanremo possano davvero sembrargli tutti quanti dei mirabili elevatissimi artistoni pieni di stile: Arisa che ogni album – ogni festival – si fa sfregiare da una diversa costumista miniclub di un villaggio vacanze (v. sotto) è sicuramente considerata una camaleontessa fashion, la Madonna delle charts kazake; e Pupo invece, che si esibisce col nero spilungone in-che-cazzo-di-lingua-canta e poi col maggiordomo ereditiero che è stonato pure quando parla, Pupo suscita sicuramente l’interesse e la curiosità dei telespettatori kazaki che si interrogano e discutono serissimi: con chi si esibirà Pupo l’anno prossimo?, chi potrebbe mai proseguire una tale terrificante escalation, forse soltanto qualcosa tipo l’immagine animata in CG di Roger Rabbit – ma tanto la Disney a Pupo i diritti non glieli dà, semmai forse la CGI del tarocco Coniglietto Ruggero – e i kazaki in visibilio!

che bello, non è soltanto spazzatura per i denti dei nostri compatrioti mutanti subumani, è confortante sapere che ci sono dei posti fuori di qui, neanche troppo lontani, dove la decadenza e l’orrore della nostra televisione (e della musica plop che si fa in televisione) sbrilluccicano di sofisticata esoticità e sono ammirati e addirittura imitati, basta rivolgersi ai posti giusti dove la decadenza e l’orrore sono mille volte ancora più gravi e più tristi e non c’è niente di meno abominevole da vedere e da ascoltare, ed ecco che sull’altare votivo del Dyo Toto Cutugno piccolo boss della canzone bielorussa si sacrificano vergini e si lasciano in dono chitarre d’oro zecchino,
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