Il mondo di Playboy Italia: Francesco Alberoni è Mel Gibson coi poteri telepatici, le donne vanno in brodo di giuggiole se gli lecchi il retro del ginocchio, Silvio Berlusconi è il politico più sexy della galassia, Veronica Lario la donna che tutte le donne vorrebbero essere, le veline bionde vogliono fare sesso lesbico l’una con l’altra e le mignotte dell’Est Europa so’ le mejo

Il primo numero del Playboy italiano ve lo siete comprato? No? Avete fatto bene: è una delle rivistacce più stupidelle, fiappe, anonime, scopiazzate e inconsistenti che mi siano capitate a tiro, è una pallosa e scialba tritura di materiale andato a male fatto con gli scarti annacquati di tre distinti generi rivistacciari: un po’ del machismo ebete e gradasso di stampo Men’sHealthiano – articoletti e rubrichette strizzatina-d’occhio che celebrano simpaticamente bisogni fantasie e piaceri che soltanto il Vero Uomo può capire (cioè in gran sintesi, tutta una roba in direzione: Celhoduro, Celopossoaverepiùduro, Celoavròpiùduro) – a cui va aggiunta una superficiale (ma proprio minima minima) sverniciatina di fascinoso giovanilismo Paperetta-Yè-Yè rollingstoniano (no ma forse è eccessivo, direi più Scalo76-Paolamaugeriano) – i raccontini demenziali del Vero Uomo Eccentrico Ma Se Stesso Andrea G. Pinketts [1], i Courier New inquietanti e poliziotteschi del servizio cupissimo su Roberto Saviano, l’intervista a Jovanotti che filosofeggia sulla lanuggine del suo ombelico, il fondo di Boosta dei Subsonica che stappa una triste moraletta dalle vicende tromberecce delle groupie mignottone [2] – e poi ovviamente un innesto neanche troppo massiccio (anzi, direi parecchio minoritario) di Tette e Culi nella loro forma più inoffensiva e anti-erotica, quella della bamboletta perfettiny col faccino inespressivo finto-ingenuo (“fai la triglia! immagina di essere una triglia! brava, splendida! brava! così! sei una triglia!“) sottoposta ad un trattamento radicale di bluraggio e colpi luce plastificanti al Photoshop [3];

per cui, tirando le somme, direi che il Playboy italiano vorrebbe imporsi sul mercato come la novella rivistaccia intesa a riempire confortevolmente il vuoto cerebrale del cinquantenne tonto con la panzetta alcolica e il cazzo moscio che non ha alcun interesse particolare e che non conosce nulla in particolare, a cui non va di conoscere e d’interessarsi a nulla in particolare, gli va soltanto di precipitare ronfante sul divano alle otto e mezza di sera fantasticando di masturbarsi come ai bei tempi davanti agli scosciettamenti frigidi della velina bionda minorenne [4] – una fetta di mercato abbastanza inflazionata dunque, ahiloro, poveri loro (peccato, accidenti!, che Wired Italia cominci a pubblicare tra due mesi: sarebbe stato bello godersi un testa a testa ferocissimo per il titolo di squallore fallimentare più veloce).

Dico, insomma, la prima cosa che si legge su Playboy (cioè proprio nel senso che è la prima pagina scritta dopo l’abbondante introduzione pubblicitaria) è l’articoletto Maschio e Femmina di Francesco Alberoni [5]: ci pensate? una rivista sottotitolata “il piacere di essere uomo” e la prima cosa che ci si legge è il pensierino sghembo di una rugosissima tartaruga centenaria senza guscio (non vale mica, la foto ritoccata a mezza fronte che non si capisce nulla, sembra un trentenne), praticamente un viscidone gobbo e sbroccato – lo conoscete, no? Alberoni, sì – una tartaruga calva coi basettoni anni settanta che si crede Mel Gibson dotato di poteri telepatici e si mette lì tronfiosetto a farti la pomposa lezioncina su cosa vogliono le donne – addirittura, c’è da non crederci, ‘sta roba è segnalata come “Manifesto” (la domanda sarebbe: perché le donne non cagano i maschi?)

Perché non arrivate più da loro su un cavallo bianco. Perché non sapete più baciare loro la mano, perché avete dimenticato le parole incantate che le fanno arrossire di piacere, le frasi che scaldano il loro cuore, le carezze che fanno fiorire i loro corpi come fiori profumati. Dite che sono tutte cose fuori moda? Ne siete sicuri? Avete avuto la possibilità di chiederlo voi stessi ad una donna la notte quando, tornata da una festa si toglie gli orecchini e si strucca? Vi avrebbe confessato che anche questa volta sperava di incontrare l’uomo forte e gentile, ardente e generoso venuto a cercare lei, solo lei. Vi avrebbe detto che non ne conosce il volto (potrebbe essere perfino il vostro), ma sa che quando arriverà lo riconoscerà dallo sguardo, dal sorriso, da come l’abbraccia e la bacia. E sarà pronta ad andare via con lui.

Potete immaginare un incipit peggiore? Io no. E dopo non migliora mica. Anzi che stupida, quasi mi dimenticavo, un incipit peggiore c’è: perché a dire il vero prima di Francesco Alberoni un’altra cosetta scritta (seppure minuscolerrima) ce la trovate, a firma di Hugh Hefner (sì va be’, si fa per dire, gliel’avrà compilata in quattro e quattr’otto il suo staff di segretari tuttofare – cervelli harvardiani innestati nei corpi di procacissime troione supertettute), tre paragrafetti smilzi e svogliati che ripercorrono in breve la storia di Playboy e alla fine, nelle ultime righe, un’imbarazzante leccatina al Vero Uomo Italiano,

un magazine così distintamente Playboy, ma al contempo così profondamente italiano nello spirito; spirito che è simbolo di stile e buon vivere in tutto il mondo

e per avvalorare la cosa, tiè – tanto quelli che leggono il Playboy italiano sono talmente fessi e ignoranti, chi vuoi che se ne accorga?

L’anno scorso, qui negli Stati Uniti è uscito un film intitolato Tutti vogliono essere italiani

(è così spudorata che boh, quasi quasi mi viene il dubbio si tratti di una consapevole presa per il culo: il film in questione, basta farsi una guglata – zero spaccato di punteggio su Rotten Tomatoes – è una deleteria e scemissima polpettonata romantica dei peggio luogacci comuni italioti [6] ) E a seguire queste popò di caccoline insanguinate, vediamo, di cosa volevo parlarvi, ah sì: c’è un insieme di rubriche e articoletti che delinea perfettamente il tipo d’uomo a cui si rivolge la rivistaccia, a partire dalla rubrica “Uomini, Occhio al dettaglio!” che dispensa consigli per fare impazzire la donna (“perché il dettaglio conta, eccome…”),

una delle zone erogene più sottovalutate è il retro del ginocchio [...] ricordatevi di stuzzicare la zona con le dita o con la lingua [...] la maggior parte delle donne ama il fatto che un uomo sposti loro i capelli dal collo in modo da lasciare un’ampia porzione di pelle libera per essere accarezzata, baciata, leccata…

c’è l’articolo categorizzato in “Ricerca” che parla di non meglio specificati test per cui pare che le donne sono tutte tendenzialmente lesbiche e gli piace d’ammucchiarsi assieme (“non resta che portare avanti voi stessi gli esperimenti, mostrando questa copia di Playboy a colleghe e amiche e misurandone poi il livello di eccitazione…”); c’è tale Antonella Landi che scrive una piccola biografia di Casanova e sospirando lamentosa ci fa sapere che le si attenua “la spigolosa verve femminista”, pensando all’arma segreta di Casanova, la totale mancanza di imbarazzo, il provolonaggio maniacale a tutta birra, perché “francamente con le donne oggi è una qualità piuttosto rara”; l’articolone pubblicitario sul nuovo modello Ferrari che va a duemila chilometri all’ora e l’articolino pubblicitario su queste magliette stropicciate chiamate T-shark che rappresentano un nuovo apice dell’idiozia malvestita [7], “per gli amanti del look aggressivo le magliette griffate dai morsi di squalo”, cioè secondo loro (la marca si chiama Oplà) non dovremmo pensare che fanno la pesca magica dai cestoni della Caritas, no, dovremmo credere che

sono tutte prodotte singolarmente in mare aperto nell’Oceano Atlantico, ogni capo viene fatto galleggiare a filo d’acqua, arrotolato intorno a un tubo galleggiante sul quale vengono applicate delle esche. Il tutto a prova di animalisti: l’operazione infatti è compiuta in completa sicurezza per gli animali rifocillati nel loro ambiente naturale.

C’è la sfilata di “ragazze da urlo dalla vecchia Europa” (dell’est) che posano sexy nella Playboy Mansion di Los Angeles, da cui si deduce che

non abbiamo problemi a capire perché, quando qualcuno che conosciamo va a fare un viaggio di piacere a Budapest, Kiev o a Bucarest, oppure torna da una convention d’affari a Varsavia o Bratislava, quando rimette piede in Italia non fa altro che parlare dell’avvenenza delle signore locali in cui si è imbattuto.

I consigli di lettura scombiccheratissimi che mettono insieme Bruno Vespa (e qui con un colpo solo ci crolla tutto quel minimo impiantino stilistico paolamaugeriano, che tristezza) Bukowski e Miss S., Fucking Girl (ennesima raccolta arrapantella di fatterelli scabrosi sotto pseudonimo della ragazzina porca); e poi dulcis in fundo il Sondaggione condotto sul campione di “180 donne manager, imprenditrici e opinion maker” che dice “è proprio vero, il fascino non ha età” ed elegge in pompa magna l’Uomo Mediocre per antonomasia Silvio Berlusconi alla carica di “sexy-leader”: col 58% delle preferenze è “il politico più Playboy per le intervistate anche se deve dividere ex aequo il gradino più alto del podio con Barack Obama” – che gran donne di palato sopraffino hanno sondaggiato, pensate, tra i “grandi politici del passato più dotati di sex appeal”, tolto l’ovvio JFK, spiccano al primo posto Napoleone (proprio c’hanno una passione per gli gnometti col testone) e al terzo posto l’altro Uomo Mediocre per antonomasia Benito Mussolini; e tra i look più sexy, dopo (ma per un pelo!) “Barack Obama in tenuta da basket”, ci sarebbe sempre lui, “Silvio Berlusconi con maglione dolcevita e giacca” (cioè il tremendo Doppiopetto Calvoni Casual); e come se non bastasse, “se fosse una first lady a quale si ispirerebbe?”, chi volete che abbia vinto? Veronica Lario.

E quindi, in conclusione, ritiriamo di nuovo le somme, ritratteggiamo questo primitivo ominide intorno al quale il Playboy italiano costruisce un mondo mentecatto su misura: di mezza età, brutto consumato e indesiderabile, ignorante e fascistoide, con qualche vaghissima velleità yeah-giovanilistica, culturalmente spiaccicato su modelli mediasettari, si compra le magliettine minchione che crede all’avanguardia del fashionismo e possiede una macchinetta utilitaria coupé finto-sportiva, impegnato quel tanto che basta per trovare figo l’anello al pollice di Saviano, stancamente attratto dalle amiche quindicenni di sua figlia (le gemelline! ogni tanto fantastica di vederle avvinghiate in un sessantanove saffico! [8]), sa che le femmine in realtà sono tutte sciocchine frivolette che desiderano essere succubi del potere maschile e anche se lui non c’ha mai avuto le palle, be’, gli piace tanto fantasticare di farsi un viaggetto lampo in Romania o in quei posti là (“sì cara, è un convegno”) per andare a farsi qualche stangona top model a prezzi scontatissimi, facendola godere da matti con i suoi trucchetti segretissimi del ginocchio e del collo scoperto – puttana! in culo te lo metto! in culo!

[1] “Attraversare la città per fiondarsi in un locale fumoso ti faceva sentire un argonauta, un astronauta, un eternauta. Praticamente tutto ciò che finisce in auta”, povero Pinketts (ehi, ma è da Zelig, no? simpaticissimo), gli hanno pure tagliato la storiella a metà, con una frase in sospeso che finisce dentro una foto impaginata male
[2] carina la sezione dei consigli musicali a cura di tale Guido Biondi, che recensisce il disco de Il Genio, che sarebbe pieno secondo lui di ricercatissime citazioni colte (“l’intero album è un contenuto di piccole tracce tratte da letteratura, musica colta e cinema”), addirittura il videoclip ispirato a Godard (mamma mia! Dams!) e una canzone, Non è possibile, in cui “il duo manifesta l’incredulità che l’uomo sia andato sulla luna ispirandosi ad un introvabile libro di Bill Kaysing” (così introvabile che si trova in tutte le librerie Remainders del regno, anfatti – libro spazzatura, del resto)
[3] la coniglietta del mese si chiama Sarah Nile (quella del paginone centrale là sopra, con Alberoni che le pòppa dalle chiappe), classica arraffona senza scrupoli pronta a tutto (“determinatissima”; “filosofia di vita: per riuscire a farcela bisogna provarci” – uuuh, allusiva!) che è arrivata in finale a Veline ma poi ha perso, poveretta, e adesso fa la simil-Britney photoshoppata e phonatissima
[4] o della Letterina, anche: vedi le orrende foto di Caterina Murino scattate da Bryan Adams
[5] la seconda cosa che ci trovate scritta è un coso insensato firmato da tale Massimo Cirri che predica wojtylianamente sul non aver paura (credo che il significato recondito sia: “c’hai come l’impressione d’aver buttato nel cesso tre euro? tranquillo, va tutto bene, hai visto i capezzoli della biondina? sai che sono più grandi di un piattino medio da caffè?”)
[6] gli ha lanciato la volata verso l’abisso un altro deleterio e scemissimo show italo-mmerigano, quel That’s Amore! di cui abbiamo sparlato lungamente sul forum
[7] a proposito di pubblicità malvestite, c’è da segnalare che la stessa azienda delle T-Shark produce anche gli occhiali da sole come quelli per il cinema a tre dimensioni – un brividino gelato lungo la schiena
[8] il politico più sexy der monno approva

Malvestita #336 – MMILF

malvestita MMILF(Partecipate al malvapride! Partecipate al malvapride!) Oggi ci occupiamo di un malva-tipo evergreen da sempre diffusissimo, per indicare il quale useremo l’acronimo MMILF (che no non è un errore, è un’altra cosa, significa Malvestite Menopausate Insalamate Laccate e Fantasticamente bburine – si vede che ho avuto problemi con la F, eh?): le MMILF sono quelle malve di una certa età, diciamo più o meno nella fascia cinquanta sessanta (troppo oltre i sessanta meglio non avventurarcisi, ché si sconfina facilmente nel campo(santo) delle MMMILF, vale a dire le Malvestite Menopausate Mummificate secondo un’Inarrestabile Lollobrigidazione Fracassona), sono quelle malve che si tirano e s’acconciano come si tirerebbe e s’acconcerebbe una tredicenne bburinetta che volesse giocare a travestirsi, così come se la immagina, da distinta signorotta matura in carriera sexy ma con classe (oppure, se preferite una definizione più stringata, toh: sono la deriva mezzaetà del Tatangelo Style): una MMILF si distingue dall’elevato fattore di attillanza (1 – i pantaloni di raso lucido ficcati negli stivaletti; la camicia con mega-colletto e maniche spuntoniformi inamidate – 2 – il maglioncino spruzza ciccetti – 3), dalla scollatura blob-maravenierana sempre generosissima (4), dai tacchi alti alti (5 – accidenti, c’hanno pure pure le fascette ornamentali) che – incrociamo le dita – forse slanciano la gamba e insodano le chiappone flaccide (possibilmente in combinata coi mutandoni contenitivi anti-fallout nucleare), dai capelli lunghi sciolti sulle spalle, fonatissimi e stratinti (6 – la fresca consistenza della pelliccia di un ratto canuto), dagli occhialoni-visiera da pilota di caccia (7 – che servono a occultare, in caso di luce sfavorevole – cioè tutte le luci, tranne quella della luna piena – borse e rugosità varie scavate e annerite dallo smog sigarettoso) e dalla presenza di pretenzioso raffinatissimo accessoriume rettiliano (8) e bigiotteria aurea (9 – l’orologio-pizza multidiamantato dalla miniera di re Salomone).

Pamela Anderson, Girl on the loose (poteva conquistare il mondo, ed è finita a vendere braccialetti da capezzolo nel garage sotto casa)

Pamela Anderson Girl on the looseL’altro giorno a parlare di reality americani con le paleo-celebrità disoccupate che cercano di raggranellare qualche spicciolo per rinchiudere in rehab il figlioletto di cinque anni sex-crack-amaroaverna-collanazzedoro-ak47 addicted (nome d’arte CollMasterBastardDJ), m’è venuta voglia di guardarmi la prima puntata di questo reality recentissimo su Pamela Anderson (debutterà qui in Italia la settimana prossima [1]) che si chiama Pam girl on the loose e c’avrebbe sulla carta tutto il necessario per diventare una pietra miliare del genere Dopo questo cosa mi rimane? (Far parte della giuria internazionale di Miss Italia? Ho sbagliato tutto la vita mi fa orrore non avrei mai dovuto abbandonare l’istituto radioelettra): ci sono i personaggi squinternati ridicolissimi (a cominciare dall’ex boyfriend Tommy Lee che s’acconcia come un bimbominkia qualsiasi col cappellino al contrario e le borchiette e i ciondoletti e le collanine e c’ha quel suo sorrisetto strafottente da giovane ribelle che gli accartoccia il faccione ebete in una ragnatela di rugosità fittissime tipo Charlton Heston – com’è oggi, dico, se lo si andasse a esumare), c’è il lusso coattone superostentato (gioiellazzi e pelliccioni [2] e case da diecimila metri quadri e televisioni al plasma cinemascope e Cristal a fiumi ovunque sugli aerei privati e sui macchinoni giganteschi coi cingolati), c’è la santissima trinità droga sesso rocherolle (ma soprattutto c’è quell’irresistibile saporino di squallore e decadenza che è tipico dello strafattismo tappabuchi senza alcun mistero, in situazioni per nulla cool e trasgressive ma anzi moscissime e tragicamente noiose), ci sono un sacco di vipponi impaccati e bling bling che vanno e vengono (yo fratello!) e poi va be’ soprattutto c’è lei, Pamela Anderson, che non so come la pensate voi ma io non ci riesco a pensarla come una tipa qualsiasi.

pamela anderson si condisce i capelliE’ vero che ci si potrebbe accontentare di classificarla come la solita pin-up con la meningite e il parruccone biondissimo e le tettone aerostatiche e la vocina squittosa da chipmunk, il solito stereotipato bambolotto da paginone srotolabile tutto mossette ammiccanti di frivolume ninfomaniacale – a parte che adesso, insomma, è da un pezzo che s’è avviata sulla strada dell’imbellettamento ringiovanente morte-a-venezia e in quattro e quattr’otto ce la ritroveremo ignuda e attorcigliata in copertina da qualche parte là sulla rastrelliera della Carrefour accanto al numero del National Geographic “Nuova radiografia per l’Uomo di Similaun” e sfido io, allora, a non comprarsi la rivista sbagliata – e in effetti sì non è che sia mai stata altro che questo, una specie di assurda incarnazione del chimerico essere-tetta philiprottiano, ok, se considerate però le particolari circostanze tecnologiche che l’hanno trasformata nel potentissimo totem masturbatorio che è stata a cavallo del millennio per una intera generazione di maschietti pubertosi – erano gli anni in cui le connessioni a manovella facevano boom dappertutto, il periodo che i jpg con le donnine nude venivano faticosamente caricati pixel dopo pixel (le nuvolette, i palmizi, i cocchi sui palmizi, l’orizzonte sull’oceano, un peschereccio laggiù che galleggia sull’oceano, i primi capelli, i primi capelli! e poi la fronte, i sopraccigli, un due tre quattro trecentottantamila sopraccigli contati uno per uno, un occhio – finalmente! – l’altro occhio, una caccolina sull’occhio! e via giù così, intanto che ti si formava una cornicetta di stalagmiti intorno al monitor), uno stillicidio sudatissimo infinito e ansiogeno (la mamma in agguato nell’altra stanza che bussa alla parete urlando “hai fatto? sto aspettando una telefonata! hai fatto?” – proprio adesso che sei a qualche cellula epiteliale appena dal primo capezzolo!) – dovreste capire allora quale razza di superpotere nucleare c’aveva tra le mani chiunque controllasse l’immagine di Pamela Anderson durante quegli anni là dell’internet a vapore (l’immagine cioè più lungamente e attentissimamente esaminata dalla più grande quantità di persone nel più breve lasso di tempo nella storia del pianeta terra): avrebbe potuto che so io, utilizzarla come strumento d’una operazione di condizionamento psicologico su scala globale, una spyop subliminale in piena regola, l’ipnosi di milioni e milioni di adolescenti ovunque nel mondo – pensate ad esempio, giusto per fantasticare un po’ sulla cosa più spaventosa di tutte, se Pamela Anderson fosse stata parte della scuderia di Lele Mora – sarebbe bastato un microscopico invisibile messaggino iscritto con uno straterello di crema abbronzante nella peluria interna della coscia di Pamela Anderson e legioni e legioni di schiavi-zombie coi pantaloni alle caviglie si sarebbero riversati nelle strade scandendo robotici “Heil Mora!”: capite quindi che potenziale superarma senza precedenti è stata Pamela Anderson, in virtù certamente di circostanze irripetibili (resterà per sempre la sola e unica Pippa Idol 56k), il che non c’è dubbio le conferisce tutto sommato una sua speciale forma di grandezza.

Hugh Hefner vuole spostare la macchinaE quindi insomma capite la delusione nel constatare che le vestigia incartapecorite di una superarma così potenzialmente superdistruttiva siano trattate in modo così sciapetto e noioso: il reality è davvero poca cosa [3], una serie di siparietti per lo più insignificanti e prevedibilissimi che dovrebbero servire immagino a raccontarci di una Pamela Anderson che è ovviamente una superstar richiestissima, ovvio, ma è anche simpaticissima, frizzantella, madre integerrima (non si contano le dichiarazioni-lacrimuccia sulla falsa riga di “i miei figli mi hanno cambiato la vita”), un po’ porcellina va be’ (c’è la voce fuori campo che le chiede “cosa dobbiamo aspettarci?” e lei, tirandosi su la maglietta, “queste!” e poi, tirandosi su il gonnellino, voltandosi “e un po’ di questo!” – ma è un bluff, non ci cascate: non si vede niente) un tantino sbevazzona (“mio figlio fa una limonata buonissima… posso aggiungerci un po’ di vodka?”) ma sotto sotto intelligentissima (c’è l’architetto di casa sua in visibilio che assicura “è un genio! mi ha suggerito tutto lei! è un genio!” – nota: casa sua è praticamente un cubo con due stanze col gabinetto innestato nella canna fumaria), per cui nell’ordine abbiamo lei che passa l’aspirapolvere e si vanta di fare tutte le pulizie di casa in prima persona (se guardate bene nella foto si vede il cane – cliccando si apre più in grande – che la guarda sconvolto pensando “questo vuol dire che dopo sarai tu e non Juanita a togliere la merda che ho appena lasciato sulla moquette in salotto?”), lei che si mette il balsamo nei capelli (almeno credo fosse balsamo, è la stessa bottiglietta della maionese che c’ho io nel frigorifero), lei che cucina i dolcetti con la mammina adorata (dialoghi scoppiettanti: “dove li tieni i cucchiaini da tè?”, “uhm ecco – passandole un mestolo – tieni”, “ma questo non è un cucchiaino da tè!”, “ah scusa pensavo fosse un cucchiaino da tè”, “ma allora ce l’hai o no i cucchiaini da tè?”, “no credo di no”, “ricordati di comprare i cucchiaini da tè!”), lei che si fa il bagno prona nella vasca impegnatissima a far emergere in superficie uno spicchietto di sedere (fate caso ai libri di polistirolo appoggiati ad arte là sul bordo), lei che va in studio a farsi fotografare da David Lachapelle (presente no? quello che aveva capito Valeria Marini) e poi tutte e due (lei e LaChapelle, che accidenti è un bburinone colossale, non l’avevo mai visto dal vivo – meno male – giacchetta di pelle nera, cappellino Blu Oyster Bar, jeans infilati negli scarponi da astronauta dieci misure troppo grandi) prendono l’aeroplanino privato e se ne vanno a Las Vegas per il compleanno di Hugh Hefner (uno dei più lampanti geni del ventesimo secolo: appena la incontra, poti-poti, non ci pensa due volte e le dà una clacsonata – quando si dice saper utilizzare al meglio il proprio status di vecchio rincoglionito), lei che sta in camera d’albergo con quell’inqualificabile tamarro di Criss Angel e per dimostrare al mondo che è capace di intrattenere piacevolmente gli ospiti si mette a fare il ponte e la giravolta (poi dopo, entusiasta: “penso che ogni donna dovrebbe saper fare delle cose divertenti da fare durante i party”), e alla fine dulcis in fundo c’è lei che torna a casa per organizzare un’asta di beneficienza nel giardino dietro casa (i proventi vanno alla PETA, perché “le due cose che amo di più sono il sesso e i diritti degli animali” – disse Jessica Rizzo alla premiere del suo Il cane e la poliziotta) e si vendono cose pregevolissime come i suoi quarantasette ex-materassi (“ho fatto sesso su tutti”) e bigiotteria di gran classe come il braccialetto da capezzolo (e qui c’è l’unica scenetta degna d’un qualche interesse: uomo che se lo rigira tra le mani chiedendosi com’è che funziona quel cerchietto piccolino, moglie che s’avvicina e gli dice maliziosa dandogli di gomito “maybe it’s a cock ring” e lui tutto rosso che ribatte indignato “it’s too small!” e tutti che ridono come matti [4]).

[1] questi giorni qui Pamela Anderson è a Roma, a firmare le mutande rosse dell’inviato simpaticone di turno
[2] non lei però, non scherziamo, lei è una Marina Ripa di Meana americana (e mi sa che stanno messi meglio loro)
[3] dico sul serio, ehi, lo so che come ve ne parlo io, be’ modestamente, viene fuori divertente (“Betty ma è uno sballo! voglio vederlo anche io!”): ma sul serio, non ci perdete tempo, è una palla colossale
[4] e Tommy Lee? oh ma niente, questa puntata niente, peccato: appena pochi secondi, giusto il tempo di salutare Pamela con un affettuoso “ehilà ciao scimmia” (la prossima puntata invece, l’ho visto negli highlights – altro che Tommy Lee! – c’è lei che s’accorge d’essere seduta sopra uno sgabello di pelle di foca e lo getta via schifata, imprecando)

Coppia malvestita #35 – le prugnone secche

5 luglio 2008 / , ,

Da lontano m’erano sembrate uno di quei grumoni scuri fatti di spazzatura e alghe appiccicose che finiscono sparpagliati sul bagnasciuga, poi però avvicinandomi ho visto alzarcisi le nuvolette sbuffose (1) e ho pensato ai resti fumanti di un falò, e poi più da vicino ancora ho visto brillare l’enorme cornettone (2) e allora ho capito che c’erano due possibilità, la carcassa carbonizzata di un elefante o una coppia di semo-bburine iper-melaninizzate.

malvestite prugne secche

Patite dell’abbronzatura estrema con un sacco di tempo libero e niente da fare (spiaggia – tabaccaio – spiaggia – lascia stare che c’ho io due pacchetti), le nostre malve sono ad un passo dal superare il punto di non ritorno (cosiddetto Sunsweet Magda – in onore di una pioniera del prugno-secchismo: qui top-lessata) in cui l’extra-dopaggio di radiazioni ultraviolette trasforma la sensualissima venere color nocciola dei nostri sogni in una raggrinzita prugnona secca d’età indefinita: la malva di sinistra è parecchio in vantaggio sulla strada dell’essiccazione corporale, il che le garantisce una più intricata ragnatela di piegoline sbrindellose (3 – che al minimo piegamento la ricoprono tutta tipo siccità desertificante), mentre le tettine abbrustolite (4) che gli pendulano defunte sull’ombelico non sono in questo caso un buon termine di paragone, perché la malva meno incartapecorita ce l’ha chirurgizzate di fresco (5 – giurerei che gliele hanno riempite col das: ogni volta che c’appoggiava sopra qualcosa le restava l’impronta, bisognava rimodellare la tetta a mano con un movimento rotatorio tipo quello per fare le polpette) – e non lasciatevi ingannare dal mucchietto di cremine discount (6), non hanno alcuna funzione anti-melanomizzante, al contrario, se le spalmano addosso nella sola speranza che qualche loro inquinante esalazione contribuisca a spalancare il fastidioso ombrellone lassù dell’ozonosfera.

Malvestita #329 – buco nero di tipo 2 (var. Atreyu)

buco nero di tipo due, variante atreyuOh ciao, rieccomi, scusate l’assenza: è stata una settimanaccia terrificante. Per distrarmi un po’ ieri sono andata a fare due passi in spiaggia, che come sapete è un zoo dell’orrore pieno di squallidissime oscenità nudaiole, una specie di planetario malvestito, l’unico posto al mondo dove si possono studiare certi interessanti fenomeni malva-astronomici: l’anno scorso, ve lo ricordate? abbiamo esaminato il buco nero di tipo due, quest’anno invece diamo un’occhiata a uno sconquasso spaziotemporale della stessa categoria che si manifesta in condizioni simili (anche qui abbiamo il tanghino microscopico – 1 – risucchiato quasi per intero dalla turbolenta carnosità malvestita) secondo però una configurazione inversa (la gigante scottata è relativisticamente ribaltata) ed è associato ad un movimento oscillatorio uguale e contrario di due enormi masse carnose colonniformi (2 e 3 – sulle quali si genera la simultanea inarrestabile attività ondulatoria della superificie molla, che si propaga giù giù fino ad arricciare i piccoli ditini storpi frencettati – 4), una tale immensa forza gravitazionale (guardate là le tettone toplessizzate – 5 e 6 – come se ne giacciono sgonfie e sfrittellate sull’asciugamano), io, che avanzavo incespicando nella foresta di ombrelloni e asciugamani, a trovarmi improvvisamente davanti questo varco mobile di materia oscura tremolante (col buco nero centrale che m’ammiccava sauroniano), be’, per un attimo ho esitato – mi sentivo sola e indifesa come l’androgino minifricchettone contro le sfingi disintegratrici.

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