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Gli stilemi della bandiera italiana: un perfettissimo preludio alla settimana della moda

Guardate c’è Lapo Elkann che s’è imparato la parola “stilema” [*] e la usa al posto di “colore”, che non è granché, “stilemi” e “stilemi” e ancora “stilemi” un’intervista dietro l’altra, “abbiamo recuperato gli stilemi”: è la parolina magica che serve a rendere in trasparenza chissà quale studiatissimo lavorio creativo, estetico, di ricerca, di “recupero” – stilemizzava a più non posso durante la Vogue Fashion’s Night Out, eccolo,

e sotto “stilemi” cosa c’è, un cratere buio e profondo senza lo straccio di un’idea, la banalità e la rozzezza e il cattivo gusto di un buzzurrone subumano qualsiasi – uno come lui, per dire, che gli “stilemi” di Lapo Elkann l’ha “recuperati” da un bel pezzo (e direi meglio); l’intenzione che passa tra queste due cose, i colori e gli stilemi, cioè tra il vuoto così com’è e il vuoto che pretende di non essere vuoto, è l’intenzione che dominava del resto tutto quanto c’era in ballo quella serata lì, la Vogue Fashion’s Night Out,


con le sue capo-cariatidi benedicenti che straparlavano della “moda finalmente aperta a tutti”, della “moda che è vicina alle persone comuni”, “gli stilisti e i creativi alla portata della gente”, Franca Sozzani [**] che auspicava “un momento in cui c’è anche il cittadino… perché noi non faremo degli inviti solo a poche persone” – tutti invitati!, chiunque può fare sciòppi dove gli pare!, che “apertura” che generosità!, che straordinario spirito di ecumenismo fescionario! – è la Fashion’s Night Out: tutta la notte in giro per negozi assieme a modelle e stilisti e viggieis e frotte e frotte di wannabe cazzeggioni storditi di Bacardi Breezer e vipparoli scarsi raccogli-molliche in modalità partita del cuore,


perché ovvio, non può mancare la beneficenza sponsorizzata dal sindaco polliceverde, come no!, bastava acquistare la maglietta bianca della salute con la scritta Vogue Fashion’s Night Out – questa qua sopra con le sborratine verdi, firmata: eh, giuro! – e il venticinque percento del ricavato contribuisce all’acquisto di un albero – cioè, calcoliamo, un albero costa trecento euro, una maglietta costa trenta euro (incredibile! una maglietta della salute che costa un decimo di un albero!, “prezzo irrisorio” dicono loro, bah, dev’essere intessuta coi peli pubici di cinesi rarissimi, cinesi albini cogli occhi verdi!), per ogni maglietta venduta l’albero si becca circa sette euro, sì, quindi per fare un albero parapapà ci vogliono quaranta magliette, e quindi sottraendo, uhm, per ogni albero da trecento euro c’è Vogue, o chi per Vogue, che ci fa su novecento euro di magliette della salute, mica male!


tutti assieme “consumatori e stilisti per contribuire a rendere più bella la nostra città” e per aiutare i “lavoratori del settore”, non dimentichiamoceli, “bisogna essere consapevoli che questo settore dà lavoro a milioni di persone”, per cui “l’acquisto di un capo” non è soltanto una gioia ma anche “un atto responsabile” (sempre lei, il vampiro), bellezza e socialità ed ecologia e vipparolitudine, che meraviglia!, non bisogna vergognarsi di spender soldi per le cose di moda, mai!, neppure ad acquistare un qualche stilema – gioia e responsabilità.

[*] nella mia lista Quelli da immergere un pezzetto alla volta molto lentamente nella piscina dei piraña appena mi capita l’occasione quelli che non hanno niente da dire ma ci mettono dentro “stilema” vengono subito prima di quelli che non hanno niente da dire ma ci mettono dentro “fruizione”, staccati di pochissimo dai “multi-livello” e dai “mainstream”
[**] la bambola! la bambola! io dico procuriamocela in qualche modo e facciamola finita

Domani 21/04/09 per l’Abruzzo: atomizzarli, che sogno

La prima cosa che m’è venuta in mente è stata: tutti e cinquantasei nello stesso posto nello stesso momento – tutti assieme pieni di trasporto a fare il coretto christian rock volemose bbene diretti da Jovanotti che si sbraccia ispiratissimo – che occasione d’oro! quando ci ricapita una occasione così?, a saperlo prima ci si poteva organizzare, si faceva una colletta e s’affittava un lanciarazzi, una bomba, qualcosa, della dinamite, qualcosa del genere – guardate qua sotto, ho preparato un piccolo video che sì, appunto, parla di questo mio triste rimpianto:

Nobile iniziativa, certo, perché tirar su quattrini per la ricostruzione è cosa buona e giusta, sembra, in qualunque modo lo si faccia, e allora non si può che parlarne bene (al limite benino) e bisogna pure abbozzare se c’è chi bieco (molto bieco – e un tantino ignorante, pure) s’approfitta strumentalmente del santissimo e intoccabile podio umanitario per lanciare strali contro il maledetto sciacallaggio peer to peer; io direi piuttosto che non è vero, un’iniziativa così non ha necessariamente alcunché di nobile, soprattutto là dove si vorrebbe sollecitare l’impegno e la partecipazione altrui attraverso uno spettacolino d’impegno e partecipazione di quart’ordine, mediocrissimo, che ha richiesto uno sforzo e un sacrificio pari a zero [*], nessun rilevante coinvolgimento ma soltanto il recupero lowcost di una brutta canzoncina b-side parecchio muffita, paraculamente ritoccata qua e là (alla Elton John cuore Lady Diana, per capirsi, solo che qui non c’abbiamo Elton John ma Caparezza), e quindi

il mare

diventa

i sassi

e poi c’è l’ovvia

aquila che vola

e l’imbarazzante (copyright Caparezza)

scrivo e non riesco forse perché il sisma m’ha scosso

Le cose belle, decenti, che richiedono un minimo di lavoro e cervello, quelle no, bisogna tenersele strette per i dischi commerciali, l’umanitarismo messianico fate-come-noi non prevede altro se non il riciclo istantaneo di piccole caghette penose, un qualsiasi accrocco di cliché musicali spremi-emozioni; e poi oh c’è anche da dire che bisogna fare in fretta! che cavolo, l’importante non è mica concentrare l’attenzione pubblica su quel problema là, l’importante è arrivare in tempo e riflettere il più possibile su se stessi l’attenzione pubblica già ben concentrata su quel problema (presto! presto! non dopo che la cosa abbia superato la terza pagina di un quotidiano nazionale – sennò a che serve?):

fai il meno possibile ma fallo come facciamo noi, sàziati di queste microscopiche caccoline di caritatevolezza ma mentre lo fai, mi raccomando, fai in modo che ci sia qualcuno che ti guarda, toh, ispirati al nostro gioioso teatrino dell’impegno microscopico, i sorrisoni di bontà e comprensione, gli abbracci commossi, i virtuosismi vocali incrinati dalla disperata emozione [**], è come una nauseante Telethon televisiva cogli sms da casa ma con la tipa cupa cupa dei Baustelle al posto di Milly Carlucci – e perché mai, ora che ci penso, insieme all’mp3 non ci danno una bella suoneria per il cellulare?, Domani cantata dal gattino virgola, sai allora che aiutoni all’Abruzzo, ehi!, Caterina Caselli: pensaci!

[*] non venite a dirmi che c’hanno rimesso in denaro, che ‘sta puzzetta l’hanno finanziata per conto proprio, che si sono pagati da soli l’Eurostar per Milano, insomma, su – di pubblicità non parliamone, dai, perché non è questo il punto: cioè, non solo – ma insomma, una campagna pubblicitaria tanto fruttuosa, in altre circostanze, è banale dirlo: gli sarebbe costata mille volte di più
[**] buffissimi: ognuno, in quei suoi due tre secondi di spazio, ha sfoderato tutto il suo repertorio di sopraffina vocalità, sembra quasi di sentire quegli imitatori che passano da un’imitazione all’altra in un secondo, cambiando smorfia e cappellino

Essere Valeria, la docu-fiction di Valeria Marini: un disco, un film, una task force anale per l’Abruzzo

Oggi, stasera, comincia un nuovo programma televisivo che mi sembrava promettente, Essere Valeria (la locandina, qui a lato, l’ho fatta io – cliccandoci su s’apre più grande; la citazione viene da qui, lo sapete), “la vita quotidiana di Valeria Marini come non l’avete mai vista”, che roba, mi ispirava sì, eccome! (magari, pensavo, è uno di quei reality snuff vipparolo-domestici coi tizi pubblicamente glamourosissimi e pieni di altera fascinosità che nel privato invece se ne vanno in giro zozzi, stonati, senza niente da fare, grattandosi il culo e appiccicando le caccole sotto ai tavoli – bello!), sennonché, accidenti, a sentire come ne parla seriosamente la stessa Valeria Marini (lo chiama, pensate, “docu-fiction”), “c’ho messo tutta me stessa, io non faccio nulla per caso, lavoro moltissimo, la gente lo percepisce e mi ama per questo, perché sono generosa“, mi sa che allora niente, butta male – già sento l’odorino inconfondibile d’un noioso patetico ammasso di sceneggiate al ventesimo ciak (“scusate, la rifacciamo? posso ripetere “aaaadddooro arfonso signorini! è il osgar uaird dei nosdri dembi”, posso ripeterla? mentre la dicevo mi si è posato un batterio sull’unghia”), tutto accuratamente concepito per renderci chiarissimo una volta per tutte che Valeria Marini non è quel canotto pitturato che tutti quanti col tempo abbiamo imparato ad amare, no, no, è una astuta e poliedrica artista, consapevole, manipolatrice, intelligente e creativa che, pure se non sembra [*]

si carica di pesi come un caterpillar, ed è un lato della sua personalità che sorprende quando si pensi alla leggerezza con la quale è capace di presentarsi al pubblico

E che due palle, e che delusione! No, ma io non perdo la speranza, non ci riesco, è più forte di me, non posso che confidare nelle capacità di involontaria iridescenza imbecille di un essere umano così meravigliosamente malato, Valeria Marini, che ha saputo regalarci momenti di indimenticabile raccapriccio zoofilo: pensate, per dire, ai bizzarri corsi di pompino sui quali con disinvoltura professorava nel periodo in cui se la intendeva con Vittorio Cecchi Gori, non curandosi minimamente d’ingenerare nelle nostre candide povere menti certe splatter fantasie che schizzano e si squagliano e marciscono e ribollono pus, e cioè il pensiero del cazzetto flaccido di quell’ometto là (sul quale io, a proposito – colgo l’occasione – c’ho una teoria: che Vittorio Cecchi Gori in realtà è un cazzetto flaccido, cioè dico lui tutto intero, un cazzetto flaccido alto un metro e mezzo: si spiegherebbe allora perché al posto del collo c’ha quelle oscene piegoline cascanti e mollicce; si spiegherebbe la boccuccia umidiccia; si spiegherebbero quegli occhietti di stoffa attaccati con la Pritt; si spiegherebbe perché non sa parlare); oppure, comunque, poi, considerate l’elevatissimo potenziale di super-imbecillità degli attuali impegni di Valeria Marini, che canta, s’è messa a cantare (sì: CANTA)

sto preparando un disco [...] una compilation

e non solo, torna a recitare

sto per partire per l’America per il progetto di un film ambientato nel mondo della moda al quale dovrebbe partecipare Paris Hilton

e non poteva mancare la beneficenza

mi sono messa in moto per contattare alcuni amici del mondo dello spettacolo per fare una task force e raccogliere fondi [...] io metterò all’asta, tra i vari oggetti una foto che mi è molto cara, quella con la dedica di Fellini

proprio quella, sì! ve la ricordate? la foto dove Fellini le aveva fatto uno sgorbietto sulle chiappone “vorrei vivere qui”, che poesia! i capricci anali di Federico Fellini e le chiappone sfatte di Valeria Marini che contribuiscono alla ricostruzione dell’Abruzzo, mi commuovo! E insomma, volevo dire, appunto, con questo popo’ di curriculum vitae e questo popo’ di imprese in cantiere, che cavolo, io finché non vedo questa sua, ehr, “docu-fiction”, be’, io non ci credo che sarà una schifezzona piatta e noiosissima, non è possibile – e anzi, veniamo al punto, tutto sto pippone era per sapere, dunque: chi è che me la registra?

[*] le citazioni e l’immagine “la mia asta benefica per le vittime del sisma” sono tratte dal cupissimo Diva e Donna di questa settimana (c’è Emanuele Filiberto con la mascellona serrata che fa pat-pat ai terremotati e “se scendo in politica lo farò per voi”; c’è Vittoria Puccini che “se rimanevo a L’Aquila tre giorni di più forse morivo” – direbbe Claudio Baglioni: “sì, e se mio nonno aveva quattro palle era un flipper spaziale”; c’è Alessia Fabiani che c’ha tutto il servizio fotografico in cui contritissima attende le spaventose notizie al telefono cellulare, “la mia famiglia terremotata”)

Se il Vaticano si decidesse ad affidare un video promozionale anti-abortista ad Angelina Jolie e Brad Pitt, secondo me verrebbe fuori una cosa così

Stavo facendo qualche giro in giro alla ricerca di testimonianze malvacarpettare per i SAG Awards – uhm, nulla di rilevante: Mickey Rourke che si sistema la camicia nelle mutande, il bracciale votivo dedicato al cagnetto mosca, le tette in discesa di Katie Holmes, niente di che;

e per caso ho trovato queste foto qua, Brad Pitt e Angelina Jolie che portano a spasso i marmocchi, col gemellino di pochi mesi che c’ha sul testone spelacchiato la versione miniaturizzata del basco paterno [1]: un esempio fenomenale di quella ignobile modaiolità riproduttiva per cui il nanetto è più divertente da customizzare d’un qualsiasi altro accessorio non-biologico [2], nella infinita ripetizione del giochino maniacale “è bburino tale e quale i genitori! che tenerezza!”, e lo si investe da subito del rincoglionente imperativo alla figosità e all’aggiornamento figoso – e anzi, pensateci, a due cretinoni così, be’, deve sembrargli abominevole che già soltanto nello stato fetale non si possa artisticamente inghingherare il pupino (“dottore, la prego la prego la prego, non si potrebbe infilarmi dentro neppure un piccolo fiocchino cabalistico da mettere su quel bozzo informe che diventerà la caviglia? per favooore?”), oppure che ehi! peggio ancora, che non si possa direttamente sprizzare dal pene spermatozoi già forgiati dal tatuatore buddista, bah!

E allora ho pensato questo (il video che c’è qua sopra), che se Angelina Jolie e Brad Pitt fossero ingaggiati dalla cricca di viscidoni criminali in sottoveste della Chiesa Cattolica per una campagna promozionale anti-abortista, sullo stile del video “ehi Obama ricordati che su milioni e milioni di negretti disgraziati che se la pijano ar culo, ogni tanto Dio nella sua misericordiosa grandezza decide di salvarne uno – e se stessi abortendo proprio quello?“, secondo me se la campagna fosse affidata alla coppia Angelina Jolie e Brad Pitt, voi che ne dite, probabilmente verrebbe fuori una cosa così – e avremmo risolto il problema della sovrappopolazione mondiale.

[1] o forse è una trovata geniale per pubblicizzare il suo ultimo film, chissà, forse il gemellino sta interpretando Benjamin Button al termine della sua vita (e il baschetto da vecio al club delle bocce, allora sì, sarebbe appropriatissimo)
[2] tutto ovviamente è ammantato d’enfasi caritatevole – figurarsi, qua parliamo di espertoni che maneggiano la pietra filosofale dell’umanitarismo wannabe: trasmutare l’impegno di qualsiasi genere nella più degradante forma di frivola cretineria

Il calendario dei politici di Gente: svignarsela da Schifani, l’inchiostro simpatico della Carfagna, la pompetta allunga pene di La Russa e molto altro, peggio ancora

Due rivistacce che proprio non mi riesce di prendere sulle ginocchia nemmeno dal dentista mentre aspetto il mio turno per farmi cavare un dente – e questo dovrebbe dirla lunga, no? quei pochi minuti d’angoscia che precedono la trapanata c’hanno il potere di avvolgere anche le più misere schifezze di una luce fatata imbellente e spargi-grazia, e persino le foto che ci stanno appese sulle pareti della sala d’aspetto (il dentista che taglia trionfante il traguardo della maratona di New York dopo ventisei ore di tirata, allampanatissimo con un coglione peloso che gli sventola fuori da sotto i pantaloncini troppo corti) diventano un nostalgico richiamo alla bellezza della vita – due rivistacce così, dicevo, sono Gente e Oggi: ce le avete presenti, no? di sicuro l’abbonamento combo ce l’ha pure il vostro di dentista (non c’è niente da fare, lo sapete, sono dei maniaci), Gente e Oggi sono di quelle cose per cui mi piace pensare che tanto tempo fa un saggio monaco tibetano abbia coniato l’epiteto “una cagata in petto”, perché sì, dai, non vi sembra super calzante? davvero basta darci un’occhiatina rapidissima, a Gente oppure a Oggi (tanto sono identiche, è la stessa pappetta, ogni settimana estraggono a sorte gli articoli che di volta in volta vanno sull’una o sull’altra), non si può non venir colti all’istante da un senso di oppressione nauseabonda, un peso mefitico qua all’altezza del petto,

il suo alito sa di tomba trafugata Marini Jeans pour enfant

che è il peso di quel tumulto vorticoso di cretinate puzzolenti che mescola secondo uno schema stracollaudato la peggio televisione, momenti privati e pseudo-gossip di gentaglia della peggio televisione, indecenti notiziole cronaca vera “mi sono riattaccato da solo un dito con la Vinavil, rendo grazia a dio che mi ha dato un figliuolo che nel tempo libero sniffa colla”, il palinsesto della peggio televisione per la prossima settimana, le ricette di qualche vecchia ciabatta della peggio televisione, Padre Pio, e nel peggiore dei casi: Le Ricette di Padre Pio reinterpretate dalla starlette zoccola della peggio televisione (prima puntata: Il maialetto in agrodolce con Ciliegine Stimmate). Ci pensavo per l’appunto la settimana scorsa, che in un paese buono e giusto bisognerebbe privarli per legge del diritto di voto, i bifolchi che comprano e s’abbeverano di rivistacce come Gente e Oggi; e cosa non ti trovo in edicola? il calendario benefico dei politici italiani (Grandi tra i Grandi, i politici per i bambini), in allegato a Gente.

ecco, questi sono i negri ah ah! gioia! tu gioisci? io gioisco!

Volevo parlarvene un po’ perché merita, è divertente (molto poco): io me lo sono appesa in cucina, nel freezer. In due parole, dovrebbe essere il classico intreccio di sguardi commoventi bimbi-felici adulti-felici che celebra il classicone strappalacrime Volemose Bbene Pure Se Tu Sei Negro E Io No: nell’introduzione firmata da Bruno Vespa (con la giacchetta buttata in spalla sono-una-persona-semplice-e-non-sto-a-badare-alle-forme e l’occhietto che ammicca luminoso pieno di sincera benevolenza che si strugge al pensiero della tragedia di quei poveri senza dio menomati da un eccesso di melanina) c’è scritto che “di qualunque razza siano, i bimbi di questo calendario sorridono tutti allo stesso modo” – giusto, bravi, ma per sicurezza, ché non si sa mai, hanno pensato bene di scegliere dei bimbi che per lo più (volendo parafrasare Berlusconi su Obama) sembrano reduci da una settimana bianca a Courmayeur con lo zio senatore del Piddì, nessuno che c’abbia sul serio un colore o una faccia che risalti troppo diversa dagli altri, tutti bamboletti modellucci di biancheria intima infantile per cataloghi patinati (Marini Jeans Pour Enfant), che è più facile e confortante (e se proprio c’hanno l’occhietto un tantino a mandorla o i capelli un tantino frisettati non importa, basta che c’abbiano il nome apposto che raddrizza le cose, Salvatore per esempio – quanto è tenero un cinesino che si chiama Salvatore? – o meglio ancora Cristian – ce n’è una marea di Cristian: perché meticci ok, passi, ma Mussulmani col cazzo); eventualmente poi ci pensa Fausto Bertinotti, che orgogliosamente rivendica di non essere per niente schizzinoso, a fargli vedere sul suo grosso librone pieno di figure com’è che sono fatti quei mostri di cioccolata pagani vestiti di stracci.

bzzzzz devo nutrirmi della tua ghiandola pineale

Anche Mara Carfagna ha scelto di intrattenere i bimbi sfogliandoci assieme un librone preso a caso dalla libreria del suo ufficio, che interessante!, tutto pieno di foto di qualche cittadella medievale del centro Italia, i bambini devono esserne andati pazzi!, e poi quando hanno finito di rompersi le scatole col librone si sono messi a scrivere sul blocchetto del ministero, e guardate qua che meravigliosa scoperta, a giudicare dalla intensa partecipazione che ci mette, e considerando che il blocchetto sembra ancora tutto intonso, potremmo forse averci tra le mani una inaspettata soluzione al mistero dell’occhio appallato di Mara Carfagna, altro che infarto del chirurgo estetico durante l’operazione di lifting o altro, io dico che può essere questo: che la Carfagna s’è fatta installare uno speciale dispositivo oculare per leggere l’inchiostro simpatico – utilissimo! Invece Ignazio La Russa ha scelto di rappresentare a puntino il cliché dell’uomo vero schiena dritta e muscoletto teso (è molto bello il contrasto tra la villosità phonata del braccio e del faccione rude, e la manina glabra con le ditine piccole e morbide da femminuccia nana) e amor di patria (che si esplica nel modo più idiota possibile – del resto, come altro può esplicarsi un’idea idiota? in modo idiota, appunto – col braccialettino da spiaggia tricolore).

il suo alito sa di tomba trafugata aiut!

Renato Schifani si fa la manicure lunghetta triangolare e c’ha quei quattro capelletti unti spiaccicati ad arte per rimpicciolire minimamente il metro quadro di zona alopeciata, e questo già dovrebbe dirla tutta sulla caratura morale di un essere umano, per di più i bambini della foto mostrano evidenti segni di profonda irritazione e disagio (il bambino a sinistra fa finta di niente ma sta evadendo lentamente dall’inquadratura, “ancora un passettino, un passettino ancora…” – Schifani con un sorrisetto tiratissimo tenta di fermarlo infilandogli un’unghietta triangolare nella testa – la bambina più grandicella sulla destra, intanto, guarda torva Schifani che le ha appena appioppato una larga manona morta sulla spalla). Al contrario, la foto dove ci sta Gianfranco Fini è l’unica in cui i bambini sembrano davvero divertirsi un pochino, ma è stato un attimo (si vede: è tutta sfocata), e meno male che il fotografo tra i diecimila scatti di posa è riuscito a catturare quella minuscolissima frazione di secondo (non che fosse merito di Fini: è successo che nel corridoio più in là a un certo punto s’è visto Schifani che ruzzolava sulle scale). Anche Alessandra Mussolini ci sa fare con i bambini, con le bambine cioè, e in modo esattamente speculare al suo ex collega di partito, La Russa, mette in scena il cliché della femminilità vacua vanitosetta e malvestita acconciando i capelli di una bimbetta scazzatissima. E poi c’è lui, Silvio, che è l’unico pesantemente photoshoppato (asfaltatura blurata, imperfezioni piallate, pelle di seta, pappagorgia tirata su, borse svanite), con una coppia di italianissimi bimbetti d’origini orientali (Leonardo lui, Chantal lei: non solo italianissimi quindi, la madre dev’essere pure una drogata di soap opere televisive – Chantal non ha altra provenienza se non le soap sudamericane del pomeriggio su Rete Quattro – è il pane del nostro premier! è la sua base elettorale!), e però nonostante l’espressione di pacifica amorevolezza di Berlusconi i due bimbetti fanno delle facce terrorizzate (la bambina invoca aiuto fuori campo, lui ha le labbra che gli tremano) si vede chiaramente che stanno pensando “forse era meglio Schifani”.

p.s. settimanaccia schifosa l’ultima, scusate. mi faccio perdonare nei prossimi giorni, che vi beccate le recensioni dei librazzi di Patrizia De Blanck e di Morgan – lo so lo so: che bello, grazie Betty! prego, vi lovvo di bbene :-)

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