Con la partecipazione in giuria al festival di Cannes si consacra definitivamente il riciclo di Asia Argento quella vecchia, la cannibale zozzona trasgrescio Mo’ te magno, nella sua versione ecologica nuova di zecca, la Asia Argento pacifica, tranquillina, modestamente affabile, “appagata”, che ha scoperto “la felicità nelle piccole cose di tutti giorni” - e a questo, alla perdita della nostra amatissima (già mi manca!) ex-AsiaArgento, Gran Mogol della bburinità io-sono-originale, ho pensato fosse doveroso dedicarle un breve commosso messaggio di addio (con finale speranzosetto: sigh sob, chissà!)
Il virgolettato nel paragrafo qua sopra è tratto dall’intervista di Asia Argento su Vanity Fair: la cosa più bella - in questo suo patetico e imbarazzante “ah ah! stupidi! non vi siete accorti che la vecchia Asia era solo un personaggio di finzione, ah ah, sono scaltra!” - è che la poveraccia tenta d’immedesimarsi nel ruolo del “finalmente posso essere me stessa” - cioè appunto la donnina ben piantata, felice, custode dei piccoli piaceri - nello stesso modo in cui tentava d’immedesimarsi nel ruolo della ribelle provochescion (la se stessa scaduta due anni fa): esibendo alla nausea cliché stupidini che nel suo artritico cervellino adolescente rappresentano la realtà di un mondo e dell’altro - mondo Borghese e mondo Yeah - le facili perversioni e le smorfiette scazzate e i tatuaggi ecc. fino a due anni fa, adesso invece è la volta del mutuo e del principe sul cavallo bianco e del polpettone la sera per i figlioletti: la storia del mutuo, in particolare, deve darle proprio una bella soddisfazione, la ostenta a raffica, orgogliosissima, come fossero unghiette dei piedi pittate di nero coi teschietti, “per venticinque anni avremo questa spada di Damocle sulla testa”, “devo continuare a lavorare, come le ho detto, c’è il mutuo” - quella vecchia, come mi manca!
di Betty Moore, 21 maggio 2009
Categoria: allucinazioni, alta moda, io sono originale, regine del pendant, very important malvestite
Oh rieccomi, scusate, volevo parlarvi di queste fotografie che sono in mostra a Milano (qua), “la più grande produzione che Vanity Fair abbia mai messo in piedi”, perché siccome esibire la centomillesima copertina con gli occhietti vispi vispi di un cartoncino belluccizzato non deve essergli sembrato pomposo a sufficienza (e insomma, vorrei vedere!, si stanno pur festeggiando i cinque anni della posta di Enrico Mentana), hanno pensato d’escogitare qualcosa di più grandiosamente celebrativo, “realizzare una produzione che rappresenti la nostra storia”, vale a dire qualche dozzina di scatti in cui “il nuovo cinema italiano” (ma no non impressionatevi, è volutamente fuorviante, si tratta di un cripto-giochino d’abilità che funziona così, ci sono due o tre attori veri e bisogna riuscire a distinguerli, travestiti, mescolati là in mezzo a un mucchio dei peggio minchioni - il gioco prevederebbe l’utilizzo di una batteria da automobile e cavi pinzettati da pinzettare ai testicoli e/o ai capezzoli del giocatore: se sbagli di brutto, per esempio indicando Beppe Fiorello o Daniele Liotti o Cristiana Capotondi, FFFFZZZZZ ti si frigge), dicevo, in cui il “nuovo cinema italiano” rende un virtuoso omaggio d’autore al “grande cinema italiano” (quei film cioè che nessuno c’ha più voglia di guardare, di cui nessuno sa niente, intorno ai quali ci si tramanda un entusiastico cicaleccio di luoghi comuni e scenette da cartolina) - e sì, lo so, non è ben chiaro neanche a me cosa di preciso ci sia da vantare nel rapporto tra Vanity Fair e il cinema italiano: “il cinema è il nostro pane” delira solennemente il direttore responsabile Luca Dini, boh, chissà, riferendosi forse a certi imperdibili articoloni di critica psicanalitica tipo Guarda che ti passa, in cui si esegetizzano alcuni titoli fondamentali alla ricerca di una originalissima lezioncina auto-terapeutica (Basic Instinct, “se avete paura di diventare troppo vendicativi nei confronti del partner”; Il gladiatore, “se avete nostalgia dei veri maschi”) -
e quindi c’abbiamo questo popò di tristi minchioni fotografati all’interno di mediocri ricostruzioni costumistico-scenografiche d’epoca [1], e il compito dei minchioni sarebbe in teoria di reinterpretare (“non imitare” precisa Luca Dini) certi ruoli celeberrimi, ma il risultato nella pratica non è l’una né l’altra cosa, magari lo fosse (pure a imitare, oh, mica facile), somiglia piuttosto a quella attività artistica senza nome - in effetti troppo spesso sottovalutata - che si svolge nelle foto-ottiche dei grossi centri commerciali di periferia, in cui per immortalare il primo appuntamento con la bburinetta della sezione H si decide di far copiaincollare i reciproci grugni ghignanti sui modellini decapitati già pronti nello scenario che più ti piace, il Far West? l’antica Roma? i pirati? la dolce vita? non c’è neanche bisogno di scomodare un fotografo vero, fa tutto il computer (puoi anche stampartelo sopra un cuscino! o su una tazza per fare colazione!), e magari alla bburinetta le riesce persino di sospirare meno ridicolmente di “guarda l’uccellino! guarda l’uccellino!” Laura Chiatti (in basso, la foto).
I minchioni suddetti, fotografati da Douglas Kirkland (che non c’è dubbio palesa inquietanti segni di rimbambimento, oppure forse soffre di quintupla cataratta, chi lo sa: “questo è il lavoro più straordinario che io abbia mai fatto!”), si dividono in tre categorie principali: 1) quelli che si sono scatenati in una esagerata immedesimazione iper-melodrammatica che farebbe arrossire d’imbarazzo la pornostar più esperta in fatto di simulazione orgasmica, categoria di gran lunga dominata da Giovanna Mezzogiorno, che fa ciò che le riesce meglio, mandare in frantumi gli specchi dei telescopi in orbita intorno alla terra (”ha fatto venire i brividi a tutta la troupe” confessa il condirettore Cristina Lucchini [2]), ma non si possono non citare il cipiglio soffertissimo da diarrea fulminante di Nicolas Vaporidis [3], l’abbinamento collo inclinato / occhietto languido all’orizzonte / labbrone socchiuse del faccione stupefatto di Claudia Gerini (che starebbe interpretando, secondo gli ordini del Kataratta, “lo sguardo del futuro radioso”) e poi soprattutto la prova squisitamente masochista di Stefano Accorsi, che ci dà sul serio qualche bella soddisfazione (”si è calato nel suo ruolo così tanto da scorticarsi la schiena a frustate” [4]);
2) quelli che proprio non sono capaci di fare altro se non ostentare la placida piattezza del pesciolino da acquario (con quell’occhietto là, di quando galleggiano morti sulla superficie), tra i quali ricorderei il solito Ken piacione con la mascella guizzante e il sorriso paraculo Raoul Bova, Maria Grazia Cucinotta con le giunture marmorizzate che rispolvera alla grande il motto “una scopa su per il culo”, e poi Ambra Angiolini aka Il Nulla Ma Con Ironia, in reggicalze sulla scaletta a spolverare le persiane (e il Kataratta si commuove, che tenerezza, perché “gli fa tornare in mente il suo primo amore adolescente” [5]); e infine 3) quelli che si sono sbagliati e credono d’essere altrove, a fare altro, Francesca Neri che fa la pubblicità dell’Axe Africa (un dramma olfattivo-passionale, “non mi lasciare, ascella profumata, non mi lasciare!”), Cristiana Capotondi che mima il manichino di un negozio d’abbigliamento (e le riesce particolarmente bene, dato che ci si è laureata - facendo il manichino intanto che il tutor della Cepu le scriveva la tesi [6]), e poi Monica Bellucci che in effetti non saprei, potrebbe pensare d’essere ovunque, vacci a capire qualcosa della testa di quella, è sempre uguale ovunque e in qualsiasi circostanza, boh, magari pensava di passeggiare smorfiosa tra le rocce di un canyon marziano.
[1] su Vanity Fair la raccontano così, come una divertente indagine di creativi e giornalisti: “Abbiamo appeso le gigantografie dei set che vogliamo riprodurre. Le analizziamo per tutta la mattina, vestito per vestito, accessorio per accessorio. Inizia la ricerca. Giovanni [il costumista] andrà a frugare nelle sartorie che hanno cucito i vestiti di scena originali”; nessun accenno - troppo prosaico sennò, bleah - alla disperata sponsorizzazione fashionara di ogni mimino pezzettino d’abbigliamento (persino all’informe gonna-plaidino sulle gambe della Littizzetto/Masina sono riusciti ad affibiargli uno sponsor: la gonna-pleiddino D&G, ah!)
[2] un’altra rabbrividente protagonista sparadecibel è stata Anita Caprioli (foto), che “sporca di sangue finto, ha urlato fino a sgolarsi”, ma nel suo caso direi che non importa, l’attonita stolidità urlatrice ci calza a pennello coi film di Dario Argento
[3] se la cosa vi disturba, pensate, in fondo c’è andata di lusso: avrebbe dovuto aggiungercisi Silvio Muccino (ce lo fanno capire subdolamente, un po’ piccati, “un attore e regista doveva essere sul set assieme a Vaporidis per Rocco e i suoi fratelli: ha cancellato la sera prima per fare una pubblicità”)
[4] sentite che magnifico aneddoto felliniano che s’è inventata tale Alessandra Donato (chi è, boh - ha scritto un mega resoconto del backstage, terrificante), una presenza dai contorni fantasmatici che le si rivela dal nulla per approvare il lavoro di Vanity Fair: “Durante una pausa, mi si avvicina un vecchio signore. Guarda la scenografia di 8 e 1/2. Mi dice «Le piace?». «Certo», rispondo. «Vede», continua, «io sul set di Fellini c’ero. Ed era proprio così»”.
[5] il Kataratta non è l’unico sul set ad essersi commosso, anche i cavalli si commuovevano (o meglio, forse dovrei dire “arrapavano” - e anche per quanto riguarda il Kataratta, del resto, quella storia del primo amore adolescenziale era solo un modo elegante per dire che gli è venuta voglia di farsi un giro di Viagra con la Angiolini): “Il cavallo nero di Claudio Santamaria continuava a baciare Daniele Liotti” e “Luisa Ranieri è stata strabiliante. Il cavallo sullo sfondo non si reggeva in piedi: colpa del caldo o del fascino?”
[6] “su Il conformista ha addirittura scritto una tesi quando studiava Scienze della comunicazione“, che dire? Scienze della comunicazione, cos’altro aggiungere, Scienze della comunicazione, Cristiana Capotondi
Per il loro quinto compleanno quelli di Vanity Fair hanno messo in copertina Monica Bellucci e non potrebbero andarne più orgogliosi, lo ribadiscono entusiasti più e più volte nell’ultimo numerone celebrativo (”da collezione”! e davvero ti viene voglia di tenerlo da parte, ci sono certi pezzettoni memorabili sul genere di “Ottima annata per il contadino Biagio” e “Cesare Cremonini: sono sicuro che anche Bob Dylan avesse in mente la figa più di quanto sembri“, eccezionali [*]): Monica è la madrina, Monica è quella che ha battezzato la rivista, Monica s’è fatta più copertine di tutte, con Monica c’è un “legame speciale” (lei ormai c’ha il pilota automatico e parte subito schermendosi con le moinette sospirose, il solito cratere vulcanico di stucchevole artificiosità mentecatta: “Oddio! Dicono che la vita sia divisa in cicli di cinque anni, chissà che cosa mi aspetta adesso…”); e pensavo per l’appunto quanto sia onesto da parte di Vanity Fair, in fondo - orripilante ma onesto - rendere così palese la qualità e la direzione del proprio lavoro (lo zero, e il nulla) strombazzando una tale soddisfatta affinità con un personaggio che lo rende subito evidentissimo (lo zero, e il nulla); perché insomma lo sapete, io ho tentato di spiegarvelo tante volte com’è che si può collocare Monica Bellucci tra noi esseri umani e il dilemma “mamma ma nello spazio c’è l’aria? e se non c’è l’aria cosa c’è?”, chissà se m’è riuscito, oggi ci riprovo con questo piccolo video qua sotto in stile Art Attack (arrugginite le forbici, eh? un po’ sottile la matita? aguzzate la vista!), vediamo un po’ che ve ne sembra.
[*] be’ sì, poi ci sono le fotografie di Douglas Kirkland, come dimenticarle! ma a quelle vorrei dedicare un post tutto per loro (ah se ve lo state chiedendo: sì sì, lui, il nostro Biagio, che dice “sono della teoria che se hai un pezzo di terra non morirai mai di fame” - poveraccio, sono sicura che lo intenda letteralmente: penserà che mangiare terra è nutriente per via dei vermetti)
Allora ricominciamo con una cosa forse un po’ datata (va be’, c’ha due settimane) ma chi se ne frega, riguarda le più alte sfere del very important malvestitume e due paroline dobbiamo spendercele per forza: a me m’è capitato di darci un’occhiata in spiaggia tra i palmizi assolati di Porto Marghera e quasi m’andava di traverso la piña colada, ne sono rimasta subito entusiasta, non vedevo l’ora di scriverci su qualcosina. Pensate solo al titolone geniale e appropriatissimo che c’hanno appiccicato quei minchioni di Vanity Fair, che si rifà manco troppo subliminalmente alle tipiche formule che si usano quando vuoi simpaticamente far sapere al mondo come t’è andata durante l’ultima gita al gabinetto: Due pezzi di noi.
E’ stata una progressione fantastica, prima il bimbuccio cambogiano col crestone punk che s’intonava perfettamente ai tatuaggioni con le tigri e le scrittone misteriose che svelano in un alfabeto estinto la ricetta della pietra filosofale allo zabaione, poi a causa del cambio d’arredamento e i divani nuovi di pelle nera lucida ecco l’Africana in tinta che ce la metti sopra in un angolo vicino ai braccioli e fa un figurone che con un cuscino qualsiasi te lo scordi, poi dopo siccome gli prende la fregola che vogliono usare al più presto un nome esotico super-evocativo che hanno trovato nella rubrica di Confidenze Nomi alternativi a Micia e Minù per il tuo gattino (fino al quel momento accidenti avevano usato soltanto nomazzi bburinissimi - Maddox e Zahara - che sembrano pescati da un film con Van Damme diretto da Carlo Verdone) e siccome i marmocchi è più facile e veloce comprarseli là in Asia (dove la cosa funziona come con le consumazioni nei bar di un villaggio vacanze, li si scambia con le collanine) eccoti un altro piccolo orfanello dai quei posti là (ex Pham Quang Sang - che tradotto è “Gianfranco D’Angelo” - oggi Pax Thien, “Pace Paradiso”: come il figlio di Maurizia) e poi ancora infine - ché ormai è diventata una gran noia e pure parecchio cheap adottarli all’estero, una roba così consumata e strapallosa che c’è gente che va in giro a rubare neonati come si fa coi pacchettini di tictac alla cassa del supermercato (”ops mi scusi, ero sovrappensiero e me lo sono ritrovata in borsa”) - allora meglio e più chic procrearli naturalmente, fuori uno (Shiloh [*]), e poi insomma così facciamo prima ecco gli ultimi arrivati: due in un colpo solo shakerati ben bene in provetta col gene del labbrone materno in pole position in modo che così spuntano fuori già col broncetto turgidamente sexy.
Nelle foto minimalissime su sfondo bianco a contorcersi e scherzare amabilmente sulle lenzuola bianche sono tutti acchittati di bianco perché la scena deve apparire eterea e morbida pulita e rassicurante, perché sono strafamosi e ricchi sfondati (e tu che leggi lo sai, che si trovano nel villone francese d’epoca chicchissimo che costa diecimila orfani non sieropositivi al minuto, ma quasi non si direbbe, oh, c’hanno le pareti nude e crude come a casa mia! - a parte certo le lampade e i pomelli delle porte che s’intravedono ogni tanto, brillanti d’oro massiccio) saranno pure dei supervim galattici ma in fondo la verità è che sono persone semplici con un cuore semplice che amano le cose semplici, per questo si sono truccati da struccati e lei in vestaglietta merlettata Arte Povera s’è persino disegnata un umanissimo brufoletto sulla guancia (toh), lui c’ha la canottierona da vero uomo ruspante col petto abbronzato depilato al laser e l’ascella pettinata col gel e la riga da una parte, mentre i marmocchi già grandicelli se ne stanno civettuoli in questo stato qua - a parte Zahara che ciuccia ipnotizzata un leccalecca e non presenta rilevanti segni di bburinità precoce, strano - rispettivamente: Maddox col ciuffo moicano color puffo e la magliettina ganzetta Yamaha (altro che pupazzettini tenerini 012 Benetton - non dimenticate che stiamo parlando di quello che per l’ottavo compleanno gli hanno organizzato una guerra coi carri armati nel giardino dietro casa); Pace Paradiso esaltatissimo che scalcia col faccino convinto da bulletto e il caschettino mesciato sul davanti, i pantaloni militareschi (che pendantizzano col coltello giocattolo appeso al braccio) la cravattina boho sul petto ignudo e i trasferelli sul bicipite perché i tatuaggi è giusto aspettare almeno che so la prima pubertà, la prima pipetta di crack, il primo bukkake, il primo scappottamento omicidio-colposo col suv-carro-armato; Shiloh con la magliettina che non si capisce se è sponsorizzata o no (George) ma soprattutto lo smalto sulle unghie delle dita artisticamente spennellato a cazzo di cane, bicolore e mezzo sbiadito, un vero tocco di trendy miniaturizzazione bimbominkia.
Ci si aspetterebbe una intervista all’altezza del servizio fotografico e infatti, per l’appunto, tutta un’infiorettatura di ovvietà Piccole Donne con l’emozione del parto e i ringraziamenti al dottore (che ha un nome francese! un dottore francese in Francia in una clinica francese cogli infermieri francesi e la brasserie al primo piano e il barbone francese fuori nel parcheggio francese che suona la fisarmonica francese! è così, come dire, aristogattoso!) le bambine ovviamente che giocano a fare le mamme di riserva, il bagnetto i pannolini le poppate i nomi della madre morta e del nonno di lui e uno dei gemelli che è nato prima dell’altro (“quanti nanosecondi prima?” chiede interessatissima la giornalista robot di Vanity Fair) e bla bla bla, lui di gran classe che giustifica la famiglia numerosissima ricorrendo a quello stesso formulario da gabinetto e dice “ho sempre pensato che se devi farlo devi farlo grosso” e poi compiaciuto non si sa perché la butta sul demenziale “Knox è una miniatura di me, quando è nato aveva la faccia di Putin” (no dico, Putin? di tutti i rubicondi pelatoni del mondo, proprio Putin, con quegli occhietti porcini da malvagio? a ’sto punto non era meglio Dr. Evil?) e invece la femmina più filosoficamente “ha lo spirito di sua madre”, cosa che del resto abbiamo sempre sospettato: afferra caga fai pipì scuoti mangia (poco) fai rumore con le labbra ridi insensatamente guarda il mondo con espressione vacua e disperata (bonus: copula).
Chiude il tutto un allucinante articolone (”tempo di lettura cinque minuti”: più altri due tre per toglierti dalla testa l’ansia rimbombante “mio dio perché sto leggendo questa cosa?”, che rischia d’aggravarsi se si passa poi per sbaglio sulla pagina di Enrico Mentana - dove ci spiega con la consueta gioconda semplicioneria rintronata che gli italiani di Berlusconi sanno tutto tutto tutto e però gnegnegné lo votano lo stesso, ciapa lì! - oppure peggio se si passa sull’intervista di Valeria Mazza, intitolata Se ripenso al mio culo) un articolone dicevo di Chiara Gamberale (forse la conoscete: è il prototipo immortale della scrittrice di instant-remainders, ha un ruolo letterario di spicco, produrre robaccia mediocrissima che serve ad agghindare gli scaffali più alti della libreria in corridoio, che tanto nessuno riesce a leggere il nome dell’autore - perché ehi ho capito i libri posticci ma il polistirolo costa più della carta) articolone dove si accumulano una serie di scombussolanti deliri a partire da raffinate e profondissime riflessioni antropologiche tipo “penso che ogni epoca ha bisogno dei suoi riti e dei suoi miti, dei suoi idoli e dei suoi misteri”, quindi il paragone Jolie-Pitt / Iside-Osiride, per cui “alle maledizioni del Sole si sostituiscono i pettegolezzi dei tabloid, tanto la colpa è sempre e comunque di Seth, il dio dell’Invidia” e poi via al filosofeggiamento del Tavernello scaduto, “il loro messaggio, la loro promessa: dimostrare che nascere non significa necessariamente essere, ma in qualunque esistenza (qualunque) c’è spazio per il diventare, il più è dato dall’accadere” (questa Gamberale è fantastica, no? che concentrato di entusiaste insensatezze tutte in un colpo!) e ancora i gemellini Jolie-Pitt avrebbero il compito di dimostrarci che “si può essere soli, adolescenti tormentati, uomini e donne insoddisfatti, in crisi d’identità, ma se si stabilisce una volta per tutte che famiglia ormai non vuol dire niente, se non il fatto incredibile che famiglia può essere ovunque famiglia si faccia, allora c’è posto per tutti. Per non sentirsi a posto, magari. Ma c’è posto” (cioè praticamente come riscrivere con enfasi melodrammatica, senza dire un bel niente di vagamente intelligibile, la trama di Lilo & Stitch) - è una gran rivista Vanity Fair.
[*] ok per scrupolo sono andata a wikipediarmela e ho scoperto che no non è così, ho sbagliato - però ormai l’ho scritto e non mi va di cambiarlo, dai, teniamocelo così - Pace Paradiso l’hanno preso dopo Shiloh; quindi, uhm, questo vuol dire che il nome esoticissimo di Confidenze gli sarà pure piaciuto, va be’, ma sprecarci un figlio biologico tutto intero deve essergli sembrato un po’ eccessivo.
di Betty Moore, 26 agosto 2008
Categoria: infanzia perduta, malvageddon, very important malvestite
Mi sembra giusto: il papi li usa in campagna elettorale per stuzzicare i nostri conturbanti desideri infantil-principazzurreschi (dove l’aristocratico cavaliere coll’armatura e il caschetto biondo, al passo coi tempi, s’è trasformato in un palestrato imprenditorotto brianzolo col cravattone e mezzo chilo di gel), dobbiamo ringraziare questi utili giornaletti che tempestivi ci consentono di farci un’idea precisa su quanto son belli bravi fighi e intelligenti Piersilvio e Marina, così possiamo sospirare più sospirosamente sognando ad occhi aperti che un giorno chissà forse in una prossima vita, nascere figli di una bodyguard di un autista di una domestica o di un giardiniere, oh sì! e PierLui bellissimo col petto nudo oliato che riflette la calda luce del tramonto joggingando distrattamente davanti la stalla, vedendoti frustata dal capomaggiordomo perché non hai spolverato a dovere il plasma in cripta, accorrerà in tuo soccorso ordinando “ehi tu fermo! perché frusti questa incantevole creatura? come ti chiami, incantevole creatura?” - oppure certo, sì, la timida e impacciata segretaria-appendino cocopro ignorata da tutti e che però a un certo punto il boss scoprirà sotto gli occhialoni i brufoli i baffi le vene varicose lo strabismo la pancetta l’alito pesante…un cuore grande grande che palpita d’amore! Ah, che sogno.



Spero non abbiate mancato le interviste di Piersilvio su Vanity Fair, di Marina su Anna: non che ci sia alcun buon motivo per mettersi a leggerle, anzi, sono quasi per intero il solito concentrato di noiose innocue banalità studiate rivedute e corrette dalle cavie peruviane laureate in lettere che gli fanno da ghostwriter, a loro e non solo, pure al giornalista intervistante (che nella migliore delle ipotesi è un pupazzo gonfiabile con la parrucca, tipo Maria Latella). A parte le foto, che meritano sì, qualcosina divertente nel testo delle interviste qua e là si trova, nel loro comune noioso ridicolissimo tentativo di montare un’immagine che risponda ai requisiti di grandelavoratore - grandeumiltà - grandepassione - non-è-stato-facile (ce-lo-meritiamo-dove-siamo):
per esempio è da spanciarsi quando in apertura c’è descritto il salotto di Marina, “il coffee table non allinea soltanto i prevedibili cataloghi d’arte, ci sono invece un po’ di romanzi sparsi e in cima alla pila uno di Alice Munro”, che simpatica messinscena (s’è pure preparata - cioè, la cavia peruviana le ha preparato - il commentino da antologia scolastica: “storie quasi sempre tristissime, vite di donne complicate che finiscono male” uh ma che intrigante, una donna così di successo che legge di donne complicate e infelici!), ricorda un po’ il woody allen disperato che per far colpo sulla tipa sistema riviste dischi e medagliette in giro per casa; povera Marina, si fa fotografare in pose miaaaaaoooo stile book bburino da matrimonio, guardatela, è così orrendamente attaccata a quel banale prototipo paterno di ostentata bellezza malvestita da volgare scosciatona televisiva, lei ci prova coi suoi vestitozzi attillati le pere strizzate di fuori il suo strano faccione trapezoidale rigorosamente trequarti (e mica si deve notare, oh, che ce l’ha più largo del giro vita), una ranocchia mascelluta con le labbra appaperate e gli occhioni tiratissimi da catalogo estremo di chirurgia estetica, accidenti, dev’essere dura essere la figlia cessa di uno così, che se non fossi sua figlia ti prenderebbe per il culo - e che se non fossi sua figlia, forse forse a esagerare, in mediaset potevi appena farci la concorrente del grande fratello che tutti dicono “ma sì dai, il travestito è quella”



Piersilvio invece, che così a occhio lo si direbbe spiccicato al cento per cento il tipico modello del maschio lesso da palinsesto mediaset in salsa alta managerialità yuppie (praticamente il commercialista vice-pappone di Lele Mora), vale a dire il gay camuffato che si veste firmatissimo col capello plasticoso il mascellone selvaggio la lampadatura perenne il fisico scolpito e la fake-fidanzata dal cervello leguminoso - Piersilvio è sopratutto questo sì, l’ebete bonazzo in bianco e nero da reclame del dopobarba che fa rimorchiare, ma scopriamo che no non soltanto, nasconde alcune sue superfascinose stramberie che non t’aspetti, per esempio quando corre nel megaparco del villone arcoriano c’ha il riflesso autistico-giovannialleviano di salutare “per nome i miei alberi preferiti”, e guardate qua sopra che foto (grazie Pam), straordinarie!, dopo il culturista nano sudaticcio con l’addominale storto scombinato adesso Piersilvio vuole presentarsi allo stesso tempo come biker sfrontato a metà tra renegade e un baffuto frequentatore del blue oyster bar, il tronista calciatore col bicipite gonfio e poi be’ questa ultima eccezionale personalità new entry, lo spacciatore tossico senzatetto minaccioso con l’occhietto vitreo che sta aspettando gli acquirenti in un angolo appartato del parchetto pubblico (che appunto in realtà è il praticello dietro la depandance adibita a sauna per Princi, il cane di Marina), e con questa mi sa che almeno in quanto a sexy intriganza e problematicità e Merito gli dà dieci a zero - lui che viene dalla strada, dallo spaccio, dal retro della sauna di Princi! - alla sorella-ranocchio e ai suoi stupidi libretti da coffee table.
di Betty Moore, 27 marzo 2008
Categoria: chiacchiericci vari, very important malvestite