Il pussy magnet Silvio Berlusconi attira sempre le mejo pischelle: Noemi Letizia e il trailer del pulp movie salernitano col giapponese killer balbuziente

Le disponibilissime bburinazze che ronzano intorno al pussy magnet Silvio Berlusconi possono vantare certe splendenti carrierone nello show business che fanno impallidire i trascorsi insanguinati della signora casalinga illuminata Miriam Bartolini aka Raffaella aka Veronica Lario; per esempio questa orrenda ragazzina che sembra una barbie sessantenne rifatta con mezzo centimetro di stucco sul faccione un tantinello rintronato, Noemi Letizia, che si mette sulle ginocchia del papi Silvio Berlusconi a cantare le canzoncine napoletane di Mariano Apicella, ecco, lei, il suo più importante traguardo showbizzaro è un cortometraggio che si chiama Scacco Matto,

È stato presentato a Venezia a dicembre scorso. Io interpreto il ruolo della fidanzata di un politico. È tutta una storia di mafia, di intrighi, di caccia ad un diamante

dovete assolutamente dare un’occhiata al trailer: ci recitano il tronista che è diventato pornostar, quelli che fanno i trenini a buona domenica e gli scarti degli scarti dei peggiori fiction-incubi – guardatevelo qua sotto, è più comico dei trailer che fanno a mai dire goal con Maccio Capatonda e Girolamo Tiffany:

il mio pezzo preferito è la scena col rewind del giapponese isterico balbuziente che si getta sulla pistola. Bellissimo! [*]

(Ma la giovanissima Noemi Letizia non si limita mica ai filmoni indipendenti, fa anche la valletta di Francesca Rettondini su TeleA nel programma Stelle emergenti, una produzione in grande stile che può vantare la partecipazione di personaggi come

Pippo Pelo, Olga Ballon cantante e attrice, il gruppo che ha rivoluzionato le classifiche musicali i Novecento, Shara Maestri attrice del film Notte prima degli esami” e di numerose fiction, Rocky Pietrantonio attore del film “Parentesi Tonde” e direttamente da”Amici” la cantante Rita

che cazzo)

[*] diretta da un ventiduenne salernitano che lavora un sacco, precocissimo, si chiama Carlo Fumo, autore del fondamentale Vita, Amore e Destino (trailer“ho diritto di sapere se mia figlia se la fa con il figlio del maggiordomo!”) e dell’imminente The world’s director (sponsorizzato dal comune di Salerno), un “doc-film” che “cambierà il nostro modo di vivere mostradovi il vero mondo in cui viviamo” (dice proprio così, “mostradovi” senza la N, c’è un errore nel trailer)

Il matrimonio di Marina Berlusconi e Maurizio Vanadia

cioè i bambini sonnambuli, la ranocchia ustionata, la testa di Silvio vista di profilo, la foto del neonato dal chirurgo estetico, la benedizione papale portatile, Cicci e le bomboniere di plexiglas, l’università brianzola, la merenda con Silvia Toffanin e Ilary Blasi – e poi la sorpresona fantastica che non v’aspettate, non posso scrivervela qua nel sottotitolo sennò ve la rovino

Io Chi non me l’ero mai comprato e devo dire che non m’aspettavo granché, le solite cretinerie lessate televisivo-vipparole (senza contare l’eccezionalità sboronetta del mega-servizio matrimoniale – padronale), ma poi invece dentro c’ho trovato una cosa talmente inaspettata e meravigliosa, be’, quasi quasi mi fa venire voglia di liquidare subito con un “‘sti cazzi” Marina Berlusconi e compagnia per buttarmi direttamente su quell’altra meraviglia là, però no, ok, c’avete ragione, mi trattengo, vediamo prima di spendere due parole a proposito della rana mascelluta anoressica che si sposa col cripto-gay, magari vi interessa.

Allora, dunque, potete vederli nella selezione di immagini qua sopra (e sotto), sono i pezzi forti del matrimonio di Marina Berlusconi: i bimbetti dall’aria sveglia (quello boccoluto, in particolare, ha preso un tragico mix dell’intensità sonnambolica degli occhietti a mezz’asta materni e paterni) fotografati in posa arrogantella con le gambe larghe da piccoli boss coi testicoli troppo grossi; il nipotino piccolissimo (figlio di Barbara) che c’ha i tratti del faccino uguali spiccicati a quelli pneumatici della nonna Veronica Lario (guardate là che zigomi rotondetti! e le labbrotte piene e sporgenti! guardate Veronica come digrigna studiandoselo con invidia – al chirurgo la prossima volta gli porta la foto del bamboccio); il vestito Dolce e Gabbana della ranocchia mascelluta, dotato di manicotti garzoidali da ricovero grandi ustionati e balconcino di sacchetti grinzosi per simulare un’ombra di prugnette secche per incontinenti (leggi: tette);

la testa di Silvio Berlusconi vista di profilo – io non l’avevo mai vista così, voi? – che mi fa venire il dubbio si tratti non d’un classico trapianto (oltre all’evidente spennarellata marrone, dico) ma proprio d’una coltivazione biologica di muffa e/o di una qualche strana mucilla e/o alga geneticamente modificata (sul pattino, al mare, mi ci rimaneva sempre una roba così sui pedali, molle e viscidina, di quel colore); Marina e il marito che cantano “Soledad, la canzone con la quale si sono innamorati” come due piccioncini bburinetti durante un’esterna defilippiana; le raffinatissime “bomboniere di plexiglas con orchidea”; gli invitati famosoni che è tutta gente potentissima e super-influente in modo inversamente proporzionale al proprio corredo intellettivo e culturale (sessantenni rifattone che si fanno chiamare “Cicci”, per dire); la testa di Paolo Berlusconi, che invece i capelli li acconcia come i giocatori neri di basket fighetti, quelli che si fanno le file di treccine appiccicate sulla testa, lui invece ogni filetto è un singolo capello, opportunamente unto; “la benedizione del Papa agli sposi, portata da Gianni Letta” (cioè ma in che senso, che è, un oggetto, com’è che si fa a portarsela dietro?); la pubblicità alla “Università del Pensiero liberale di Lesmo, voluta da Silvio Berlusconi e arredata da artigiani della Brianza“, verso la quale (sapete cos’è, no?) sono andati “tutti in visita, dopo pranzo” (e sai che due scatole, ad ammirare l’arredamento brianzolo, che bellezza!); e l’epilogo, una luna di miele travolgente:

Maurizio e Marina sono partiti per Londra, per una luna di miele di tre giorni, che hanno iniziato cercando un ristorante italiano per gustare dei tagliolini

(qui secondo me c’è un errore di stampa: volevano scrivere “tovagliolini”) e poi (dopo una nottata di sesso selvaggio)

il lunedì, tè delle cinque very british con due amiche d’eccezione: Silvia Toffanin e Ilary Blasi

Proprio niente male, lo so, ma aspettate di vedere quell’altra cosa meravigliosa che vi dicevo. Scorro poche pagine appena e cosa non mi trovo davanti – allacciate le cinture – “NATALE CHEZ CAVALLI”, ben sei paginazze tutte dedicate agli addobbi natalizi in casa di Roberto Cavalli. Ci credereste? Non mi vengono le parole per descrivervelo, dateci un’occhiata – questo è il salotto (“il living” lo chiamano loro):

vi manca il fiato, eh?, m’è successo lo stesso: tutto un diluvio di pellicciume e maculato sui divani trapuntati con le nappine e sulle poltrone ghepardate, l’albero al contrario che pende dal soffitto coi cornetti dorati che sembrano dildo giganteschi, tre misteriose pallettone rosse, l’orrendo orsacchiottone di velluto, il crocifisso ligneo e le anticaglie da esposizione (nella stanza accanto, se ci sbirciate, s’intravvede una lunga e minacciosa zanna d’elefante); e poi la tavolata del cenone, e la cameretta della figliuola, i due caminetti e l’albero di famiglia, tutti riuniti assieme,

un incredibile confusione di candelabri, chincaglierie metalliche d’ogni genere, una misteriosa pallettona rossa (ancora!), gabbiette coi pappagalli esotici, candele e cornucopie, gli orsi rapper coi catenoni al collo, la moquette alta venti centimetri da cui spuntano delle isolate radure zebrate, il caminetto monumentale incorniciato tematizzato bburin-fantasy cogli unicorni e le palle di cristallo (l’altro caminetto, quello più piccolo, tempestato di cornetti-dildo rosso fuoco); e poi sopratutto lui, il magico Roberto Cavalli in piedi sulla scaletta che svetta più in alto di tutti, tenendo saldo tra le braccia il suo primo e inseparabile compagno di vita, il suo migliore amico e braccio destro – chi altri? – his humble creative assistant, Cubo Leopardato.

Può mica reggere il paragone, Marina Berlusconi. Forse forse, piuttosto, il servizio sulla casa londinese di Elisabetta Gregoraci e Flavio Briatore, ecco, fosse stato un tantino più nutrito, forse – perché una foto soltanto dei cuscini da divano con le loro faccione stampate sopra, be’, non è poi molto – questi due sì che avrebbero potuto reggere il paragone. Come dite? Qualche altra succosa cretineria vipparola: ne volete ancora? Uhm, un altro paio e poi basta: la rubrica della posta (“del cuore”) di Carlo Rossella, con la foto di lui che legge accigliato la biografia di Churchill e c’ha il tavolino in primo piano zeppo di libri io-la-so-lunga (ovviamente intonsi, alcuni mi sa pure incellofanati) e scrive “Confessa tutto a Lucy davanti a Tommaso. Che scena alla Almodóvar! Vorrei esserci, ma starò a Sharm el-Sheikh“; la notiziona del secolo, Dolce e Gabbano che firmano la maglia rosa del prossimo Giro d’Italia, ma proprio letteralmente, ci piazzano il marchio sul colletto e via, fatta (prendono dei soldi per questa cosa, vero?); e infine Ainett Stephens che difende Berlusconi per la storia di Obama abbronzato, che inutili paturnie!, era solo una battutina innocente e non c’è da prendersela, anzi, a lei gli amici la chiamano “negra favolosa”, non è un “simpatico nomignolo”?, e poi in fondo, ehi ma che c’entra, (dice all’intervistatore) “se le dicessi bianco non credo che lei si offenderebbe”.

Il mondo di Playboy Italia: Francesco Alberoni è Mel Gibson coi poteri telepatici, le donne vanno in brodo di giuggiole se gli lecchi il retro del ginocchio, Silvio Berlusconi è il politico più sexy della galassia, Veronica Lario la donna che tutte le donne vorrebbero essere, le veline bionde vogliono fare sesso lesbico l’una con l’altra e le mignotte dell’Est Europa so’ le mejo

Il primo numero del Playboy italiano ve lo siete comprato? No? Avete fatto bene: è una delle rivistacce più stupidelle, fiappe, anonime, scopiazzate e inconsistenti che mi siano capitate a tiro, è una pallosa e scialba tritura di materiale andato a male fatto con gli scarti annacquati di tre distinti generi rivistacciari: un po’ del machismo ebete e gradasso di stampo Men’sHealthiano – articoletti e rubrichette strizzatina-d’occhio che celebrano simpaticamente bisogni fantasie e piaceri che soltanto il Vero Uomo può capire (cioè in gran sintesi, tutta una roba in direzione: Celhoduro, Celopossoaverepiùduro, Celoavròpiùduro) – a cui va aggiunta una superficiale (ma proprio minima minima) sverniciatina di fascinoso giovanilismo Paperetta-Yè-Yè rollingstoniano (no ma forse è eccessivo, direi più Scalo76-Paolamaugeriano) – i raccontini demenziali del Vero Uomo Eccentrico Ma Se Stesso Andrea G. Pinketts [1], i Courier New inquietanti e poliziotteschi del servizio cupissimo su Roberto Saviano, l’intervista a Jovanotti che filosofeggia sulla lanuggine del suo ombelico, il fondo di Boosta dei Subsonica che stappa una triste moraletta dalle vicende tromberecce delle groupie mignottone [2] – e poi ovviamente un innesto neanche troppo massiccio (anzi, direi parecchio minoritario) di Tette e Culi nella loro forma più inoffensiva e anti-erotica, quella della bamboletta perfettiny col faccino inespressivo finto-ingenuo (“fai la triglia! immagina di essere una triglia! brava, splendida! brava! così! sei una triglia!“) sottoposta ad un trattamento radicale di bluraggio e colpi luce plastificanti al Photoshop [3];

per cui, tirando le somme, direi che il Playboy italiano vorrebbe imporsi sul mercato come la novella rivistaccia intesa a riempire confortevolmente il vuoto cerebrale del cinquantenne tonto con la panzetta alcolica e il cazzo moscio che non ha alcun interesse particolare e che non conosce nulla in particolare, a cui non va di conoscere e d’interessarsi a nulla in particolare, gli va soltanto di precipitare ronfante sul divano alle otto e mezza di sera fantasticando di masturbarsi come ai bei tempi davanti agli scosciettamenti frigidi della velina bionda minorenne [4] – una fetta di mercato abbastanza inflazionata dunque, ahiloro, poveri loro (peccato, accidenti!, che Wired Italia cominci a pubblicare tra due mesi: sarebbe stato bello godersi un testa a testa ferocissimo per il titolo di squallore fallimentare più veloce).

Dico, insomma, la prima cosa che si legge su Playboy (cioè proprio nel senso che è la prima pagina scritta dopo l’abbondante introduzione pubblicitaria) è l’articoletto Maschio e Femmina di Francesco Alberoni [5]: ci pensate? una rivista sottotitolata “il piacere di essere uomo” e la prima cosa che ci si legge è il pensierino sghembo di una rugosissima tartaruga centenaria senza guscio (non vale mica, la foto ritoccata a mezza fronte che non si capisce nulla, sembra un trentenne), praticamente un viscidone gobbo e sbroccato – lo conoscete, no? Alberoni, sì – una tartaruga calva coi basettoni anni settanta che si crede Mel Gibson dotato di poteri telepatici e si mette lì tronfiosetto a farti la pomposa lezioncina su cosa vogliono le donne – addirittura, c’è da non crederci, ‘sta roba è segnalata come “Manifesto” (la domanda sarebbe: perché le donne non cagano i maschi?)

Perché non arrivate più da loro su un cavallo bianco. Perché non sapete più baciare loro la mano, perché avete dimenticato le parole incantate che le fanno arrossire di piacere, le frasi che scaldano il loro cuore, le carezze che fanno fiorire i loro corpi come fiori profumati. Dite che sono tutte cose fuori moda? Ne siete sicuri? Avete avuto la possibilità di chiederlo voi stessi ad una donna la notte quando, tornata da una festa si toglie gli orecchini e si strucca? Vi avrebbe confessato che anche questa volta sperava di incontrare l’uomo forte e gentile, ardente e generoso venuto a cercare lei, solo lei. Vi avrebbe detto che non ne conosce il volto (potrebbe essere perfino il vostro), ma sa che quando arriverà lo riconoscerà dallo sguardo, dal sorriso, da come l’abbraccia e la bacia. E sarà pronta ad andare via con lui.

Potete immaginare un incipit peggiore? Io no. E dopo non migliora mica. Anzi che stupida, quasi mi dimenticavo, un incipit peggiore c’è: perché a dire il vero prima di Francesco Alberoni un’altra cosetta scritta (seppure minuscolerrima) ce la trovate, a firma di Hugh Hefner (sì va be’, si fa per dire, gliel’avrà compilata in quattro e quattr’otto il suo staff di segretari tuttofare – cervelli harvardiani innestati nei corpi di procacissime troione supertettute), tre paragrafetti smilzi e svogliati che ripercorrono in breve la storia di Playboy e alla fine, nelle ultime righe, un’imbarazzante leccatina al Vero Uomo Italiano,

un magazine così distintamente Playboy, ma al contempo così profondamente italiano nello spirito; spirito che è simbolo di stile e buon vivere in tutto il mondo

e per avvalorare la cosa, tiè – tanto quelli che leggono il Playboy italiano sono talmente fessi e ignoranti, chi vuoi che se ne accorga?

L’anno scorso, qui negli Stati Uniti è uscito un film intitolato Tutti vogliono essere italiani

(è così spudorata che boh, quasi quasi mi viene il dubbio si tratti di una consapevole presa per il culo: il film in questione, basta farsi una guglata – zero spaccato di punteggio su Rotten Tomatoes – è una deleteria e scemissima polpettonata romantica dei peggio luogacci comuni italioti [6] ) E a seguire queste popò di caccoline insanguinate, vediamo, di cosa volevo parlarvi, ah sì: c’è un insieme di rubriche e articoletti che delinea perfettamente il tipo d’uomo a cui si rivolge la rivistaccia, a partire dalla rubrica “Uomini, Occhio al dettaglio!” che dispensa consigli per fare impazzire la donna (“perché il dettaglio conta, eccome…”),

una delle zone erogene più sottovalutate è il retro del ginocchio [...] ricordatevi di stuzzicare la zona con le dita o con la lingua [...] la maggior parte delle donne ama il fatto che un uomo sposti loro i capelli dal collo in modo da lasciare un’ampia porzione di pelle libera per essere accarezzata, baciata, leccata…

c’è l’articolo categorizzato in “Ricerca” che parla di non meglio specificati test per cui pare che le donne sono tutte tendenzialmente lesbiche e gli piace d’ammucchiarsi assieme (“non resta che portare avanti voi stessi gli esperimenti, mostrando questa copia di Playboy a colleghe e amiche e misurandone poi il livello di eccitazione…”); c’è tale Antonella Landi che scrive una piccola biografia di Casanova e sospirando lamentosa ci fa sapere che le si attenua “la spigolosa verve femminista”, pensando all’arma segreta di Casanova, la totale mancanza di imbarazzo, il provolonaggio maniacale a tutta birra, perché “francamente con le donne oggi è una qualità piuttosto rara”; l’articolone pubblicitario sul nuovo modello Ferrari che va a duemila chilometri all’ora e l’articolino pubblicitario su queste magliette stropicciate chiamate T-shark che rappresentano un nuovo apice dell’idiozia malvestita [7], “per gli amanti del look aggressivo le magliette griffate dai morsi di squalo”, cioè secondo loro (la marca si chiama Oplà) non dovremmo pensare che fanno la pesca magica dai cestoni della Caritas, no, dovremmo credere che

sono tutte prodotte singolarmente in mare aperto nell’Oceano Atlantico, ogni capo viene fatto galleggiare a filo d’acqua, arrotolato intorno a un tubo galleggiante sul quale vengono applicate delle esche. Il tutto a prova di animalisti: l’operazione infatti è compiuta in completa sicurezza per gli animali rifocillati nel loro ambiente naturale.

C’è la sfilata di “ragazze da urlo dalla vecchia Europa” (dell’est) che posano sexy nella Playboy Mansion di Los Angeles, da cui si deduce che

non abbiamo problemi a capire perché, quando qualcuno che conosciamo va a fare un viaggio di piacere a Budapest, Kiev o a Bucarest, oppure torna da una convention d’affari a Varsavia o Bratislava, quando rimette piede in Italia non fa altro che parlare dell’avvenenza delle signore locali in cui si è imbattuto.

I consigli di lettura scombiccheratissimi che mettono insieme Bruno Vespa (e qui con un colpo solo ci crolla tutto quel minimo impiantino stilistico paolamaugeriano, che tristezza) Bukowski e Miss S., Fucking Girl (ennesima raccolta arrapantella di fatterelli scabrosi sotto pseudonimo della ragazzina porca); e poi dulcis in fundo il Sondaggione condotto sul campione di “180 donne manager, imprenditrici e opinion maker” che dice “è proprio vero, il fascino non ha età” ed elegge in pompa magna l’Uomo Mediocre per antonomasia Silvio Berlusconi alla carica di “sexy-leader”: col 58% delle preferenze è “il politico più Playboy per le intervistate anche se deve dividere ex aequo il gradino più alto del podio con Barack Obama” – che gran donne di palato sopraffino hanno sondaggiato, pensate, tra i “grandi politici del passato più dotati di sex appeal”, tolto l’ovvio JFK, spiccano al primo posto Napoleone (proprio c’hanno una passione per gli gnometti col testone) e al terzo posto l’altro Uomo Mediocre per antonomasia Benito Mussolini; e tra i look più sexy, dopo (ma per un pelo!) “Barack Obama in tenuta da basket”, ci sarebbe sempre lui, “Silvio Berlusconi con maglione dolcevita e giacca” (cioè il tremendo Doppiopetto Calvoni Casual); e come se non bastasse, “se fosse una first lady a quale si ispirerebbe?”, chi volete che abbia vinto? Veronica Lario.

E quindi, in conclusione, ritiriamo di nuovo le somme, ritratteggiamo questo primitivo ominide intorno al quale il Playboy italiano costruisce un mondo mentecatto su misura: di mezza età, brutto consumato e indesiderabile, ignorante e fascistoide, con qualche vaghissima velleità yeah-giovanilistica, culturalmente spiaccicato su modelli mediasettari, si compra le magliettine minchione che crede all’avanguardia del fashionismo e possiede una macchinetta utilitaria coupé finto-sportiva, impegnato quel tanto che basta per trovare figo l’anello al pollice di Saviano, stancamente attratto dalle amiche quindicenni di sua figlia (le gemelline! ogni tanto fantastica di vederle avvinghiate in un sessantanove saffico! [8]), sa che le femmine in realtà sono tutte sciocchine frivolette che desiderano essere succubi del potere maschile e anche se lui non c’ha mai avuto le palle, be’, gli piace tanto fantasticare di farsi un viaggetto lampo in Romania o in quei posti là (“sì cara, è un convegno”) per andare a farsi qualche stangona top model a prezzi scontatissimi, facendola godere da matti con i suoi trucchetti segretissimi del ginocchio e del collo scoperto – puttana! in culo te lo metto! in culo!

[1] “Attraversare la città per fiondarsi in un locale fumoso ti faceva sentire un argonauta, un astronauta, un eternauta. Praticamente tutto ciò che finisce in auta”, povero Pinketts (ehi, ma è da Zelig, no? simpaticissimo), gli hanno pure tagliato la storiella a metà, con una frase in sospeso che finisce dentro una foto impaginata male
[2] carina la sezione dei consigli musicali a cura di tale Guido Biondi, che recensisce il disco de Il Genio, che sarebbe pieno secondo lui di ricercatissime citazioni colte (“l’intero album è un contenuto di piccole tracce tratte da letteratura, musica colta e cinema”), addirittura il videoclip ispirato a Godard (mamma mia! Dams!) e una canzone, Non è possibile, in cui “il duo manifesta l’incredulità che l’uomo sia andato sulla luna ispirandosi ad un introvabile libro di Bill Kaysing” (così introvabile che si trova in tutte le librerie Remainders del regno, anfatti – libro spazzatura, del resto)
[3] la coniglietta del mese si chiama Sarah Nile (quella del paginone centrale là sopra, con Alberoni che le pòppa dalle chiappe), classica arraffona senza scrupoli pronta a tutto (“determinatissima”; “filosofia di vita: per riuscire a farcela bisogna provarci” – uuuh, allusiva!) che è arrivata in finale a Veline ma poi ha perso, poveretta, e adesso fa la simil-Britney photoshoppata e phonatissima
[4] o della Letterina, anche: vedi le orrende foto di Caterina Murino scattate da Bryan Adams
[5] la seconda cosa che ci trovate scritta è un coso insensato firmato da tale Massimo Cirri che predica wojtylianamente sul non aver paura (credo che il significato recondito sia: “c’hai come l’impressione d’aver buttato nel cesso tre euro? tranquillo, va tutto bene, hai visto i capezzoli della biondina? sai che sono più grandi di un piattino medio da caffè?”)
[6] gli ha lanciato la volata verso l’abisso un altro deleterio e scemissimo show italo-mmerigano, quel That’s Amore! di cui abbiamo sparlato lungamente sul forum
[7] a proposito di pubblicità malvestite, c’è da segnalare che la stessa azienda delle T-Shark produce anche gli occhiali da sole come quelli per il cinema a tre dimensioni – un brividino gelato lungo la schiena
[8] il politico più sexy der monno approva

Si scrive “Prima della Scala” ma è solo un modo gentile per chiamare il raduno annuale di Cafonal: poi vanno tutti assieme dallo Zozzone a mangiarsi la pizza cipolle aragosta e patatine fritte

La prima della Scala, si sa, è una sfilata di mostruosi cartonati purulenti (per lo più mostruosi cartonati purulenti professionisti: cioè gentaccia che non fa altro – è un mestiere come tanti, no? – se non vendere spensieratamente la propria mostruosità cartonata purulenta – v. Valeria Marini o Marta Marzotto o Sabrina Negri ex Calderoli e mille altri) che si mettono in ghingheri ultra-malvestiti per assolvere degnamente al compito cui sono chiamati, partecipare cioè alla grancassa pubblicitaria della baracconata d’apertura della Scala assecondando il noto e sempre efficacissimo meccanismo del (già da me ribattezzato) Che-cazzo-c’entra, per cui farà sicuramente un gran bell’effettone nei servizi di coda dei tiggì e nelle barrette laterali dei quotidiani online ammirare questo orrendo gruppone di riconoscibili piccolissimi personaggetti fossili da Maurizio Costanzo Show, nessuno dei quali avrebbe altrimenti la benché minima ragione di trovarsi in quel posto là, sprizzanti ottusa soddisfazione first class tra i politichetti in smoking con le pelate lucidate a cera, le colonne di marmo e gli enormi lampadari sbrilluccicosi.

Quest’anno però c’era qualcosa di diverso, c’è la Grossa Crisi che incombe e la gente fuori che protesta coi cartelli “Ora basta”, e allora per fortuna – come ci racconta la reincarnazione umana dello spirito (scicchissimo e acutissimo!) di Mandrillo Primo ex cagnetto di Paradizia De Blanck, cioè a dire Lina Sotis – per fortuna che quest’anno alla prima della Scala “l’imperativo” è stato uno soltanto, “la Sobrietà” (che nel vocabolario di Lina Sotis significa “ostentare orgogliosi d’aver lasciato convenientemente nel comodino di casa il diamantone purissimo gigantesco estratto dai bambini schiavi ipnotizzati nelle miniere del Tempio Maledetto – che tu sia dannato, Indiana Jones!”) – e pensate, i miracoli della Sobrietà!, il titolo di “‘icona del sobrio scaligero 08″ se lo aggiudica il cartonato purulento Veronica Lario:

un lungo, monacale abito nero e una voluminosa collana di cristalli di rocca: illuminante ma catalogabile tra i sottopreziosi.

E di chi sarebbe il merito?

dietro questo abbigliamento una storia a due: Veronica e Cavalli. Lo stilista, dell’eccesso, aveva studiato infatti tutti i dettagli con la protagonista che l’avrebbe indossato. L’effetto Veronica doveva essere: “La crisi c’è e io mi adeguo”. Una nuova Veronica dunque che fa girare il Pil, con un sorriso tenero e uno sguardo mesto.

No ma non è possibile, Cavalli e la Sobrietà!, c’è qualcosa che non mi torna: e infatti a guardarsele, le foto di Veronica Lario alla prima della Scala, si scopre che non torna proprio un piffero, Veronica Lario se ne stava al solito tiratissima lucida e colante (un disastro la crocchia sul retro: c’ha la testa bitumata come quella del marito) sfoggiando il solito conato di volgarissima bburinità malvestita, il pelliccione informe Barbabarba (il Barbapapà quello nero cogli spunzoni) il vestitazzo osceno con le trasparenze pizzate da sottoveste e i gioielloni dorati a tortellino (e che orecchini Sobri! sembrano delle bombe alla crema), e mi pareva, tutto nella norma quindi, Cavalli non si smentisce, fiuuu.

E la padrona di casa, pure lei, la Letizia Moratti (di cui abbiamo già parlato, e male – ve lo ricordate?), tiene fede al suo leggendario cattivo gusto (alla faccia della “serata minimal” [*]) presentandosi dentro un sacco di velluto con le robine luccicanti sulle pere (mio dio: quella scollatura ha il saporino amaro dell’incesto, è come beccare per sbaglio la nonna ignuda – scoprendo magari che è una transgender – un’esperienza imbarazzante e anche parecchio disgustosa), un’opera di restauro estremo (guardate l’onda dei capelli: non è una lacca terrestre! è retroingegneria aliena!) che deve aver richiesto il lavoro d’una equipe espertissima di artificieri protetti da tute antiradiazioni – ma lei è contentissima così, povera disgraziata, si vede dal sorrisone che c’ha stampato permanentemente sulla faccia, non si è mai sentita così sexy! (cercate di capirla: dev’essere la stessa sensazione che prova la tipa grinzosissima della camera 237 di Shining quando si fa baciare da Jack Nicholson).

Più Sobri Dolce & Gabbana (in smoking tutti e due, Stefano Gabbana sleccazzato con la riga da una parte e gli occhiali pro-cultura: vorrebbe essere immagino una specie di Ken unto anni Cinquanta, e invece, toh, sembra Pasquale l’omino scemo della pubblicità di Sky), Katia Noventa (che s’è imballata – ora, be’, direi che è il momento di spedirla) e anche Sabrina Negri Lady Calderoli (che gioca solo sul fattore tettina finta e occhio fuori dalle orbite); poco Sobrio invece Fedele Confalonieri, che come accompagnatrice (u-uh, chissà che grasso cachèt!) ha ingaggiato Anthony Hopkins (che per compiacere Fedele recita la parte torvissima e psicopatica di Hannibal Lecter) – ah, cosa? è la moglie di Confalonieri? Confalonieri ha sposato Antony Hopkins?

[*] la meglio di tutte, una che l’ha saputa interpretare davvero come si deve, “la serata minimal”, è stata Marta Marzotto, che ha avuto il coraggio e la coscienza e il tatto (così, brava!, non rischia di innervosirne nessuno tra gli spettatori spiantatati di Sipario del Tg4) di riciclare il vestito della serata: “me lo ha regalato mio figlio Matteo quindici anni fa, ci si arrangia come si può” – cosa aspettiamo? organizziamo una sciàriti (come direbbe lui, il figliolo poliglotta) per la povera Marta

Veronica Lario e l’arredamento creativo (l’arpa dorata, la collezione di zebre di ceramica e una copia del Foglio artisticamente spiegazzata sul divano maculato di ghepardo)

l'effetto serra provoca lo scioglimento di Veronica LarioTutte le complicate elucubrazioni e le spiritose storielle “lo lascia non lo lascia che bastardo eh be’ la dignità di una donna l’orgoglio lascialo! oddioddio guardate si tengono la manina! ci sarà di mezzo l’eredità?” sulle quali parecchie sciampo-giornaliste amano esercitarsi di tanto in tanto a proposito di Veronica Lario [1] – facendone nel peggiore dei casi un simbolo di coraggiosa e indomita affermazione femminista – risentono tutte di un fondamentale equivoco grosso così, alimentato negli anni da una sottile campagna di promozione pubblicitaria (messa in atto col contributo delle stesse agguerrite sciampiste e di un manipolo di compiacenti minchioni – ultimo in ordine di tempo quel paramecio comatoso di Walter Veltroni) per cui si parte ogni volta dallo stesso sgangherato assunto di fantasia: che Veronica Lario sia una donna ricca di stile molto intelligente molto colta e molto garbata molto raffinata (che in pratica cioè sarebbe molto meglio del marito – che come si sa è rozzo, sguaiato, volgare e un po’ tonto).

Per capire Veronica Lario quella vera, spogliata di questa sua sopravvalutante reputazione fatta di saliva, non c’è niente di meglio che immaginarsela nei panni della biondona ignorantissima di Criminali da strapazzo, che accidenti le stanno su a pennello (certo con le dovute differenze – per dirne una: che a suo marito, suo di Veronica, il colpaccio gli è riuscito prima ancora di sposarsela), e la storia è questa: che a un certo punto Veronica Lario deve essersi scocciata di starsene in panciolle a galleggiare nel piscinone sotterraneo con le pareti tappezzate di televisioni, deve essersi scocciata di trascorrere infiniti pomeriggi spostando zebre di ceramica e pierrot ingioiellati e arpe di cristallo da un salotto all’altro e dev’essersi pure scocciata di giocare con i domestici nella camera delle torture e di telefonare a vuoto “no signora guardi è a colazione con Dell’Utri e la signorina Tetta Matta del Drive In”, tanto più che il marito s’era messo a invitare prestigiosi uomini di cultura per una visitina del suo splendido giardino più mausoleo, non le andava a genio di passare per la frivola ex-attricetta fallita e sfaccendata che fa da soprammobile riproduttivo del boss, e poi che strazio ai party con la meglio dirigenza der bigonzo averci da vantare appena quella misera particina nel film più brutto del mondo e tutti allora che si mettono a pregarla “e dai facci il braccio mozzato che sanguina! e dai facci il braccio mozzato che sanguina!” e lei che corre in cucina a prendere il ketchup e ci si insozza il vestito da sera, ah be’ che cavolo, che umiliazione! era necessario prendere al più presto qualche drastico provvedimento;

e così, come capita alla biondona ignorantissima (“trasformare una zozzona come me in un articolo di classe?”), Veronica Lario decide di farsi cucire addosso una controfigura pubblica un pochino meno inutilmente inutile che fosse il più possibile vicino a quel genere ideale di virtuoso angelo del focolare dedito ad attività e piaceri profondamente intellettuali letterari e artistici (ovvero: la casalinga stramiliardaria con le mani in mano senza neanche un rubinetto da lustrare [2] che interpreta l’iconcina della sofisticata nobildonna di bianco merlettata che legge assorta alla luce del caminetto al plasma): detto fatto! fedele all’insegnamento del marito, Veronica Lario sa bene che non c’è nulla di più facile, basta saperla raccontare nel modo giusto – e poi ok tocca trovare qualche gonzo che faccia girare la voce: ma quello è un gioco da ragazzi, c’è la fila fuori – e così piano piano il bruco-bburino si trasforma in una bburino-farfalla: da promettente artista a riposo, Veronica Lario proclama il teatro la sua grande passione (oh, come la Marini! del resto c’hanno entrambe un carrierone teatrale che se la battono), da piccolina è stata temprata sui classici del pensiero occidentale (amava Proust sopra ogni altra cosa: “ogni volta che assaggio una cotoletta, nel momento che le briciole di impanatura mi toccano il palato, ah!, avviene in me qualcosa di straordinario”), prende a firmare qua e là ridicoli articolini dove si cita gente di cui lei non sa niente ma gli studentelli imprigionati a pane e acqua giù in cantina le hanno assicurato che sono tutti tipi famosissimi (“scusate ma chi, Mary Popper la tata volante?” “ehm no signora Lario, il filosofo”),

l’elevata educazione dei figlioletti sempre al primo posto (li spedisce in esilio nelle scuole coi nomi strani che lei nemmeno riesce a pronunciare così diventano intelligentoni e gli fa leggere i ritagli di giornale con le notizie più importanti per stimolare il dibattito – “ops che stupida scusate è più forte di me, l’ho ritagliato di nuovo a forma di omini che si danno la mano”), esibisce banali pensierini moderatamente in opposizione con quelli del marito (che è molto più fine ed elegante e poi in fondo che sarà mai, si tratta di robine prudentemente progressiste così inoffensive – e tutti stupiti le dicono “oh ma che donna dalla brillante indipendenza!”), si compra un giornalaccio vanitosetto finto-anticonformista di quart’ordine (non c’avrà a disposizione un fascinoso mentore alla Hugh Grant, ok, ma anche Giuliano Ferrara c’ha un sacco di cose interessanti da insegnare – per esempio come si fa a spararsi millemila ore di allucinanti sproloqui televisivi e beccare un consenso zero virgola zero periodico, che non è mica facile) e poi ovviamente quando per un attimo è sembrato fossimo lì lì sul punto che alle conferenze stampa del consiglio dei ministri il marito avrebbe cominciato a chiedere un parere al suo pisello “e tu Pierwilly che ne pensi?”, allora hanno colto l’occasione per sfoggiare lo scambio di fake letterine e con queste inaugurare un genere nuovissimo di telenovela via quotidiano che siamo tutti felicissimi di sorbirci e commentare molto seriamente (e che goduria, mucchi di anzianotte rinco-femministe andate in solluchero con un niente, tutte emozionate che scuotono i pugnetti artritici e gridano vendetta) – così facciamo finta che Veronica Lario non sia soltanto una cascante e sfatta versione in via di scioglimento del solito stereotipato donnino Mediaset, la salma dell’ex-ex-ex-pupa del capo che si imbelletta da pagliaccio si frisetta il capellone si gonfia e stiracchia dappertutto e sputa fuori le tettazze mosce come una giovane cafonissima wannabe-soubrettina qualsiasi col faccione da pugile suonato, facciamo finta che non sia più soltanto quella stessa triste ragazzotta bburinona senza speranze che Berlusconi vide per la prima volta tanti anni fa mezza nuda e pensò “dopo se c’ho tempo questa me la faccio, tu che ne pensi Pierwilly?”.

[1] che forse non lo sapete (io non lo sapevo), è un omaggio in gran stile alto-brianzolo alla biondona d’altri tempi Veronica Lake
[2] perché sì la consorte casalinga del sovrano, che non c’ha un tubo da fare, può permettersi di realizzare appieno lo spaventoso luogo comune dell’eterea femminilità predisposta alla cura dello spirito e del mondo immateriale delle emozioni e del sentimento (e quindi certo adatta alla delicata empatica gestazione del marmocchiume schifoso – ehi sono queste qui le cosette per cui le femminelle son fatte; tutto il resto, le concrete materialissime pratiche di tutti i giorni, quelle sono riservate ai più terreni e rudi omaccioni)

Post successivi »