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L’esistenza di Lapo Elkann è tutta quanta un grosso triste manuale How NOT to, il capitolo che vediamo oggi è Come NON si fa il viral marketing

Che nome dareste voi a una cosa così, a un pirla cogli occhiali grossi colorati da pirla e coi vestiti alta-moda eccentrichetti da pirla che se ne va in giro per l’Europa sponsorizzato da una fabbrica di automobili per pubblicizzare un catorcio da parvenu vorrei-ma-non-posso immortalando con la sua inseparabile reflex ergo sum (pirla) un mucchio di altri pirla stranieri vestiti da pirla,

e intanto che immortala i suoi simili pirla stranieri contorcendosi per strada col culo pallido e le mutandone di fuori, annota e registra il tutto sui diari di bordo che sono un Twitter e un canale Youtube che totalizzano rispettivamente tredici e diciannove iscritti con una media per video di trecento visualizzazioni in due mesi - com’è che la chiamereste una cosa così, uhm, non so, una stronzata?, un’idea del cazzo?, una figura di merda?,

il think tank dei pirla creAttivi capitanati da Lapo Elkann che formano la squadra di Independent Ideas, loro che ne sono i responsabili, che questa cosa l’hanno “creata”, loro la chiamano Viral Marketing, o meglio,
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di Betty Moore, 18 gennaio 2010

Categoria: alta moda, io sono originale

324 Commenti

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Lapo Elkann pensa ahead, non behind

Continuiamo sgomenti a seguire le tracce mocassinate di Lapo Elkann nella sua rapidissima scalata su su fino ai vertici della Creattività commercial-pubblicitaria mondiale: le cose si fanno sempre più divertenti, adesso che Lapo non c’ha soltanto l’aziendina esclusivissima che produce abbigliamento e accessoriume in kryptonite (tutta roba “targettizzata”, direbbe lui, sui quadri medio-piccoli FIAT che nel contratto c’hanno la clausola “acquistare una cagata di Lapo al mese e indossarla senza dare a vedere sentimenti di disgusto e/o sconvolgente imbarazzo”), adesso c’ha il giocattolo nuovo, l’agenzia di pubblicità che produce idee “d’avanguardia” con la quale vuole

mettere l’Italia al posto che merita di occupare, pensando ahead e non behind

è questa cosa che lui chiama Creative Factory, che sarebbe cioè un gruppetto di stupefatti cacaziretti amici suoi che lo circondano adoranti pendendo dai suoi Ehhhhhhrrrrrr e gli fanno sì sì con la testa e gli dicono “Lapo sei i faraglioni del paesaggio globale” e “Lapo sei sempre un passo ahead” (c’è pure l’amichetto socio fondatore, tale Alberto Fusignani, poveraccio, che è un tristissimo roadie wannabe-lapo che farebbe di tutto per somigliargli un tantino, guardatelo, fa quasi tenerezza) e il lavoro del Lapo’s Dream Team consiste nel riempire le ore vuote del sabato pomeriggio nel trendissmo loft galleria d’arte prendendosi pensierosamente a capocciate l’uno con l’altro (la loro migliore interpretazione di “brainstorming”) per suscitare uno zampillo di imprevedibili lampi di genio, ideone creattive mai viste prima al mondo, cose d’altissimo livello tipo

lanceremo la I Vodka, la prima italiana

(l’ideona, appunto, consiste nella “I” davanti a Vodka) - ideone da vendere al miglior offerente, secondo il motto (cito da qui)

low budget, big ideas

che è davvero un bel motto creattivo, e che cosa vorrebbe dire nella pratica lo si capisce bene, per esempio, dalla campagna che ha debuttato la settimana scorsa per Virgin Radio, cioè a dire low budget sarebbe: “facciamo una pubblicità con me stesso mezzo nudo che faccio le facce rock“; e big ideas sarebbe: “facciamo che mi arrotolo nella canotta zozza che uso come pigiama da un paio d’anni (nel video qua sotto, eccola là!) quella da camionista gay con la Union Jack italianizzata, anzi no, meglio!, facciamoci un lenzuolo intero tutto così!, e io mezzo nudo che mi ci arrotolo dentro e faccio le facce rock, la madonna che ideona!, batti cinque Fusignani! (CLANGGG!: capocciatona commemorativa di brainstorming riuscito [*]) - è per questo che l’hanno assunto, perché Lapo è (parole di Alberto Hazan)

un personaggio estremamente interessante capace di calamitare l’attenzione di un pubblico molto ampio ed eterogeneo, dai giovanissimi ai meno giovani, di ogni estrazione sociale. Un personaggio unico, trasversale alle mode e agli ambienti, che ben incarna lo spirito rock di Virgin Radio

dove lo spirito rock va inteso esattamente come il non plus ultra della rivoluzionaria libertà creattiva roccherolle, cioè - cito dall’intervista su Max

“Hai mai scritto col pennarello indelebile su un prezioso mobile antico?”
“Più volte.”

Sarebbe bello, forse, che un giorno prima o poi Lapo Elkann capisse che certi lavori se li guadagna non tanto perché è così travolgentemente originale e ahead e creattivo, ma perché il suo ruolo è quello di un qualsiasi volgare figurante televisivo di bassissimo livello, di quelli che fanno i soldi comparendo sui dépliant delle discotecacce di periferia: ciò che pagano i committenti di Lapo Elkann è il suo nome e la sua faccia e niente altro, è il marchio Lapo Elkann che funziona di per sé, senza aggiunte di alcun tipo, in virtù della sua effimera, ridicolissima fama di personaggetto megalomane volgarotto e rintronato preso per il culo da mezzo mondo (e con quel pedigree là che si ritrova, per giunta, che rende il tutto più comico), un’inconsapevole scimmietta ballerina che fa spettacolo di se stessa, sempre e ovunque, e ultimamente delira da guru del marketing e dell’innovazione - che cazzata s’è messo stavolta? che cazzata ha detto? che cazzata ha fatto? Peccato però, oh, quante risate in meno, se un giorno lo capisse sul serio, di essere così behind.

[*] che è appunto il tuono che si sente quando s’apre la pagina di Virgin Radio

Malvageddon #24
La genìa delle tshirt spaghetti mmerigani vintage

Sappiamo già che i produttori di magliettacce mono-cretinata [1] sono la muffa pelosa viscida e schifosetta che si riproduce allegramente nel luridume analfabeta delle più squallide periferie dell’universo malvestito: ne spuntano ovunque senza sosta, campano qualche mese caccheggiando ridicole pubblicità televisivo-rotocalchiche [2], magliettizzano un paio di vipparoli scarsi ma di quelli scarsi veramente e poi alla fine spariscono così, flop! nel nulla - salvo poi ripresentarsi verginelli con un nuovo nome e un nuovo marchio poco tempo dopo, felici di reinvestire sugli stessi vipparoli scarsi e sulle stesse ridicole pubblicità.

Capita spesso che nascano delle vere e proprie famiglie di marchi malva-tiscertari che approfittano tutti insieme di un’unica miserrimma micro-ideuzza, un spunticino qualsiasi da cui deriva uno sconfinato esercito di cloni. E’ successo con Monella Vagabonda & Figlie (mono-cretinata: l’animaletto e/o l’oggettino antropomorfo tenerello col nome sbiruleggiante [3]), sta succedendo coi marchi ipermalvestiti che proliferano ultimamente, ispirati tutti quanti al medesimo scombussolato modello dell’italo-mmerigano da filmetto spaghetti vintage con implicazioni più o meno marcate che riguardano lo spaccio la mafia la discoteca la violenza il vandalismo le scemate poliziottesche la spacconeria gratuita - esaminiamone qualcuno nel dettaglio.

joe rivetto, il re del trendy spaghetti mmerigani vintageIl primo della serie, l’innocente adamo ed eva, l’ideale progenitore di tutto il triste ambaradan del genere spaghetti mmerigani vintage, credo sia stato Frankie Morello: non c’entra granché con le altre marcacce usa-e-getta perché Frankie Morello si occupa più o meno di abbigliamento “vero” (passatemi il termine), fa collezioni complete e non solo magliettine da copisteria col logo-simboletto (non ce l’ha neanche, un logo-simboletto) da incollare ogni dieci centimetri quadrati di polivinilcloruro cinese; ma d’altra parte il suo nome da ristorantino little italy, così come del resto la fiction-storiella del marchio, creato da due italiani wannabe cosmopolitan-newyorkesi (frankie è un cane italiano immigrato in america: il padre clandestino è stato rispedito in italia, lui è solo in terra straniera che aspetta la partenza dalla sicilia della promessa sposa cagnetta, carmela), son state di sicuro le scariche elettriche che zappando ripetutamente il malva-brodo primordiale hanno dato vita alle originarie molecole di idiozia spaghetti mmerigani vintage.

Nasce così Joe Rivetto, che è ad oggi la marca leader delle suggestioni “anni settanta centrifugati in un video trendy di Mtv” (ne abbiamo già parlato, ricordate? malva 248): la scrittona cicciosetta dai credits di austin powers e il logo di marrabbio imparruccato afro basettoni e occhiali a goccia che ha lanciato la moda del faccione stencilizzato da graffitaro cittadino; nasce così anche Fred Mello, che c’ha il logo ricalcato sugli stereotipi grafici da college mmerigano, la data in bella vista 1982 (wow, retrò!) che richiama the very glorious yuppies age e la scrittona “established in new york city” la cui provincialotta pretenziosità è sputtanata e ha un effetto comicissimo in homepage, quando leggi poco sotto “padana superiore, cernusco sul naviglio”.

frankie garage, enrico montesano che imita hulk hoganE poi quel capolavoro malvestito che è Frankie Garage: il nome che rivela chiaramente il suo debito frankiemorelliano, il logo chiaramente scopiazzato da Joe Rivetto (ma Joe è molto più raffinato come tipo, frankie è piuttosto un trucido matto alla hulk hogan - o meglio, enrico montesano che imita hulk hogan: nasone grosso, basette mammut, baffoni vichinghi, occhialozzi da discotecaro ipertamarro), gli slogan macchine alcool pupe che sono tanto simpatici e irriverenti. Per dire del suo enorme successo (strano però, mi segnalano che a Roma è pieno di autobus brandizzati Frankie Garage) sul sito c’è una sezione che si chiama “Frankie’s Friends”: compri una cosa di Frankie Garage, ti fai la foto e gliela mandi (si sono messi d’impegno a scattare foto che sembrassero vere, di gente vera, non è che ci sono riusciti tanto bene); c’è una sezione direi identica nel sito di Joe Rivetto, solo che qui le foto sembrano quasi vere, incredibile (sarà che non è necessario fotografarsi con qualcosa di JR indosso, basta un pezzo di carta).

frankie garage, enrico montesano che imita hulk hoganE poi da non crederci c’è persino di meglio, Joe Marmellata (”moda per… quei bravi ragazzi”), un miracolo malvestito a tutti gli effetti: la scopiazzatura di Joe Rivetto è palese, il faccione stampato sulle magliette è a colori e non stencilizzato, ma il capello afro e gli occhialoni a goccia non mentono. E’ evidente dunque che dal punto di vista strettamente vestiario Joe Marmellata è un semplice banale caso di clonaggio [4]; è invece nella fiction-storiella del personaggio - progettata da un vero genio del crimine che ha operato una fusione nucleare di elementi malvestiti per riscuotere consenso dalle più varie frange della popolazione di coattolandia - è là che troviamo alcune malva-prelibatezze davvero superstraordinarie. Joe Marmellata è una specie di mezzo gangster scagnozzo del boss (per i coattoni bulli mafia style), ma è pure un nero che gioca a basket e fa musica rap (per i coattoni hippoppari), s’acchitta come John Travolta in saturday night fever (per i coattoni disco vintage) e si ossigena i capelli (per i coattoni io-sono-originale), il grosso della sua carriera malavitosa si svolge tra i 13 e i 17 anni (l’utenza è pur sempre quella, pischelli idiotini undersedici): nel sito, “la vita di Joe”, potete leggervi la sua biografia (abbassate le casse ché lo speaker finto siculo è un impulso assassino). joe marmellata se te lo spruzzi fa Le cose più divertenti sono: 1) Joe che si chiama così, Marmellata, perché lui “consuma chili di marmellata”, un mmeriganismo ingenuotto da quartiere popolare anni cinquanta “marmellata, latte, mostarda” (del resto la cameretta di Joe, come si vede nel filmatino, è uguale a quella di Nando, piena di gagliardetti I love NY); 2) Joe che a un certo punto della storia, dopo che c’hanno raccontato di sparatorie e avventure pericolosissime di tutti i tipi, si scopre di punto in bianco che è un megaobeso (e subito, come lo scopri, ti dicono che è riuscito a dimagrire cinquanta chili - quale categoria di coattoni volessero sedurre con questo particolare non l’ho capito, gli ex ciccioni fanatici di pesi e steroidi forse, boh); 3) la pubblicità del profumo di Joe Marmellata qui a sinistra, in-su-pe-ra-bi-le, che si chiama “Bronx” dove “Bronx” però è anche un’onomatopea, “Bronx” è il rumore che fa il deodorante quando te lo spruzzi.

Infine, sempre a proposito di malva-marche che tentano di cavalcare la medesima tendenza vintage anni settanta un po’ bulla e stronzettina io-sono-originale anticonformista (in questo senso sì c’è una parentela, seppure no non c’entra niente con la famiglia dei faccioni spaghetti-mmeriganici) vorrei sottoporvi la neonata malvestitissima Arancia Meccanica (sito - non vi dico le decine di segnalazioni). arancia meccanica ma c'è sempre il drugo astemio che ci riporta a casa sani e salviLo sfoggio di ultraviolenza è ovviamente molto annacquato per non scatenare le ire delle associazioni moigesche (le magliette c’hanno su dei disegni osceni, Alex e i drughi che diventano inoffensive superchicche manga con gli occhioni luccicosi grossi così): si parla di “ragazzate”, “Alex e i suoi compagni teppistelli” e ci tengono a sottolineare che “Arancia Meccanica non vuole dare un cattivo esempio di vita; ma in fondo ognuno di noi è stato almeno una volta ragazzaccio di strada”, e nell’animazione flash iniziale, per favore, gustatevi che spettacolosa giravolta di ipocrita paraculite da pubblicità progresso: i cinque drughi [5] entrano nel bar (ai manichini hanno messo le mutande, che ridere) e ordinano “Latte +” il primo “Latte +” il secondo “Latte +” il terzo “Latte +” il quarto e poi l’ultimo “A me solo latte senza +… stasera tocca a me riportarvi a casa sani e salvi”. Stupendo! E che dire della pischelletta che, in un forum, si intromette nella discussione kubrickiana ed esclama con gran candore e tanto di faccine perplesse auto-martellantesi “ma arancia meccanica nn era una marca d vestiti o qualcosa del genere??????”

[1] mono-cretinata perché basta una singola minuscola cretinata e ci si costruisce su un’itera azienducola malvestita: la ranocchia zoppa? perfetta! stampate la ranocchia zoppa sopra un milione di magliette tutte uguali! uhm cos’altro… la foca miope? ottima! stampate due milioni di magliette con la foca miope! la chiameremo Oftalmofokyna!
[2] nei programmacci di maria defilippi e nelle riviste sandromayeriane vanno alla grandissima: dove trovino i soldi e cosa ci guadagnino, boh, resta un mistero
[3] il tutto disegnato da un bambino di sei anni con le mani legate dietro la schiena che tiene i pennarelli con la bocca, durante un terremoto
[4] eppure, chissà come, la Dollar Line (che è il nome sobrio sobrio dell’azienda proprietaria di JM) c’ha tanti soldi da sponsorizzare addirittura una squadra di calcio
[5] certo ne hanno aggiunto uno, ragazza, per sedurre malvestiti maschi e femmine - che intelligentoni

Spice Girls reunion - Chiara Iezzi cosplay

Vorrei richiamare la vostra attenzione su questi due recentissimi eventi malvestiti, di non poco conto (di pochissimo conto in realtà), la cui notizia mi ha profondamente scossa.

 

1) La reunion delle Spice Girls, icone di quell’utopico malvestitismo demenziale e cartoonesco fatto di zatteroni, assurde acconciature, codine treccine piercing e completini leopardati. Non è bello vederle così, per una come me che a carnevale con le amichette si vestita da spice girl e sapeva a memoria per intero i primi due album. Dove son finiti i folli e sconclusionati precetti di quel manifesto dell’assurdo altrimenti noto con il nome di girl power? Ecco dove son finiti: quattro bolse cassiere dell’ufficio postale che si muovono davanti alle telecamere non più con la spontanea e spudorata allegria che era, di fatto, il marchio delle Spice Girls, ma invece quasi con timidezza, incartate, imbarazzate, legnose e preoccupate. E ci credo: Emma Bunton, la ex bambinetta carina e birichina, è la cassiera anziana pacioccona e bruttina (accidenti, c’ha un cubo al posto della testa!); Geri Hallywell è la cassiera vispa teresa - grassottella e anzianotta pure lei - riciclatasi in salsa fricchettona new age; Mel C, la maschiaccia che se ne frega punk-rock c’ho er tatuaggio, è la cassiera che da grande è diventata Bene, fatalona e chiccosetta; Mel B è la cassiera che frega i soldi di nascosto dalla cassa, quella più imbarazzata di tutte, preoccupata com’è poverina per il figlioletto appena nato e per il padre che non lo riconosce. L’unica che in un certo senso non è cambiata, be’, c’era da scommetterci, non è possibile scalfire contanta marmorea idiozia: Victoria Beckham, a parte per il capello, le protesi tettiche e un fiume in piena con le rapide e le cascate di botox, è sempre lei, sempre la stessa, sguardo stolidissimo fisso nel vuoto, inespressività totale e quella sua posa con le gambe larghe e arcuate che sembra la parodia di una modella, sì, Posh è sempre la stessa.

 

2) Signore e signori, Chiara Iezzi lancia il suo primissimo singolo da solista, in inglese, dal titolo più che significativo: Nothing at all. Ah, e chi diavolo sarebbe questa Chiara Iezzi, dite? Razza di ignoranti, è Chiara, la biondina del malefico duo Paola e Chiara. Che, detta così, non sembra poi all’altezza della notizia precedente. Ma invece sì, eccome, perché la Chiaretta ha prodotto uno dei casi più lampanti e fenomenali di emulazione fallita nella storia del pop-malvestitismo nostrano; c’ha avuto questa ideona mega originale di imitare nientemenoche la regina internazionale del malvestitismo musicale, Madonna. E’ così palese e malriuscita, la cosa, addirittura mi mette un po’ di tristezza. Sentite che voce: gli abilissimi manipolatori dei sound editor (gli stessi ingegneri nucleari che facevano cantare Ambra, immagino) l’hanno resa praticamente identica a quella di Madonna; e la melodia, non potrebbe essere un b-side di madonna, una qualche mediocre caghetta di riempimento per uno dei suoi ultimi dischi? E guardate come l’hanno pettinata, inquadrata, posizionata e truccata (per i vestiti, ovviamente, si saranno rivolti ad h&m). Sono così bravi che in qualche frame preso qua e là, a non saperlo, davvero passerebbe per Madonna. E vi prego di notare dov’è che si aggira senza meta il taxi della Chiara: e dove sennò, ma a Londra, certo.

Primo maggio malvestito

Oh ma finalmente eccoci qua, concerto del primo maggio, che già l’anno scorso ci ha riservato tante belle sorprese. Si comincia purtroppo con un crampo di mestizia: er Piotta ha suonato prima della diretta televisiva - stupidi organizzatori - ce lo siamo persi (proprio lui, ai tempi d’oro, maestro di demenza malvestita).

claudia gerini presenta l'apocalisse fricchettona del primo maggioPresenta Claudia Gerini, vestita come una tredicenne in uscita il sabato pomeriggio: i jeans a pinocchietto strettissimi, i tacchi vertiginosi sulle scarpe argentate brillanti (in pendant con i grossi orecchini, delle fettine di ananas che si intersecano all’infinito), il giubbino corto nero di pelle e la maglietta con la bocca slinguazzante rolling stones lustrinata e scolorita (che è evidentemente l’elemento di antagonismo rock neoproletario in tema con l’evento). La cintura pitonata a forma di serpente, ripeto: a forma di serpente. Copresenta Paolo Rossi, la cui sinistrosità è al solito rappresentata da questi completini in salsa barbone mi sono appena sbronzato dietro le quinte, cravatta lasca sul colletto aperto di un paio di bottoni, barba incolta, cappellaccio vintage (ottimo il cappellaccio).

Niente da dire sui Nomadi, che sono i classici ragionieri anzianotti che per vestirsi fighi saccheggiano il reparto sportivo dell’Upim, e niente da dire neppure sugli Africa Unite, la cui unica ragione d’essere, la rivisitazione alla blade runner del classico parruccone rasta, ha ormai da un bel pezzo stancato. A morte subito i Casino Royale, che non si possono ascoltare per oltre una dozzina di secondi se non si vuole perdere la ragione, col percussionista in canottiera da operaio (azzeccando insieme tematizzazione con la festa dei lavoratori e una perfetta esposizione del tatuaggiume vario) che finge di suonare l’umidificatore da termosifone (ganzo, trooooppo do it your instruments) e il cantantucolo scoppola munito che imita uno strano accento ammerigano alla Mondo Marcio. Nota di merito invece per la Gerini (adesso che non c’ha più il giubbottino e si può vedere, chiaramente, s’è tirata fuori mezzo chilo di catenone dalla maglietta): ha salutato gli avvizziti rastomani con un entusiasta “Grazie madre africa”!

il cantante dei velvet nato ar tufelloSorvoliamo sulla Rino Gaetano Band, che sembra il dopolavoro dell’associazione italiana commessi da commercio equo e solidale. Nessuna pietà per i Velvet, che si sono mtvì-grungizzati e c’hanno i capelli lunghi e la barbetta incolta, il chiodo, la maglietta artisticamente penzoloni dalla cintura borchiata, i jeans stretti e le Converse Alla Star: malvestitismo grunge ancora un pochino da oliare, se è vero che il cantante si sistema i capelli col ditino, con l’attentissima cautela di una Milli Carlucci qualsiasi.

Sul tipo col reggisassofono improponibile (lo stesso!) ho già detto l’anno scorso. Sui Bandabardò c’è solo che da stendere un velo pietoso, con tutto quello stuolo di inutili percussionisti che trasmettono alla mente del giovane fricchettone l’imperativo morale del tambureggiare male e insensatamente qualsiasi oggetto gli capiti a tiro: un flagello.

Pugnetto alzato per i Modena City Ramblers, impegnati e arrabbiatissimi, che hanno la bandiera rossa sul microfono, il chitarrista che vorrebbe essere Brian May e uno stile tutto sommato alla Paolo Rossi (orecchino barba capello grigio spettinato, vinazza dietro le quinte - la vinazza, cercate di capirlo, è un po’ come i denti macchiati di tabacco, molto working class). Appunti per la macchina del tempo: eliminare chi ha scritto Bella Ciao.

Non si smentiscono gli Avion Travel, soporiferi in total black (col cappellino vintage pure loro, un must) ma c’era da aspettarselo. Ora cerco di riprendermi e vedo se reggo anche la seconda parte. Ma forse no.

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