Tra i tanti ricorrenti ruttini vintagisti ottanta-novanta che m’è capitato di incrociare negli ultimi tempi, be’, questa ancora mi mancava, la codona di cavallo laterale (1 - versione eighties-tricologica del pappagallo piratesco da spalla; o anche: io e il mio gemello siamese nano ipertricotico siamo congiunti per la testa): l’ultima volta che ne ho vista una dal vivo dev’essere stato quando spuntava dalla testolina di Mirketta la compagnuccia di banco rintronata che ciucciava i pennelletti di coccoina (e poi si puliva la bocca con la codona laterale - appena aveva finito di darsi una bella caricata ruotandola velocissima a manovella). Non saprei dirlo con certezza ma speriamo di sì, che si tratti di un caso isolato (in alternativa, ditemi, com’è che si faceva venti anni fa? al cinema dico: ci si comprava tutti un paio di posti ciascuno?); comunque, su questa malva qua (che è senza dubbio una dotta conoscitrice del repertorio mmerigano vintage di stampo Cercasi Susan disperatamente), la codona di cavallo laterale che le piove sulla spalla è quanto mai in sintonia con tutto il resto dell’ambaradan malvestito (fanno eccezione le chiavi della Smart - 2 - incatenate al passante, d’ispirazione direi troppo recente): c’ha gli occhialoni wayfarer io-sono-originale con montatura bicolore (3 - la parte superiore è di perla luminescente), gli orecchini-totano dorati in padella (4), il giacchettino di pelle quasi-chiodo Fonzarelli (5), lo zainetto finto-militaresco usurato ad arte (6), la camicetta viola poisizzata come quella che usava nel tempo libero il proprietario gay (dai, si capiva) del Peach Pit (7), gli stivali a spillo col doppio strato di frangette vellutate della lampada kitsch da comodino (8) e i pantaloni skinny strettissimi (9 - nelle tasche non le sarebbe entrato un micro-spilletto: quei bozzetti dietro quindi è ovvio, c’aveva i brufoletti sulle chiappe).
Difficile restarsene al riparo dal virus del malvestitismo fotografico, quando cioè ti compri la macchinetta da un sacco di pixel e vai in giro portandotela sempre appresso, scopri tutte quelle cosine sulle lenti gli obiettivi la messa a fuoco eccetera e stai sempre all’erta, sia mai che ti capiti qualche soggetto interessante da catturare in bianco e nero con sfondo sgranato in prospettiva - che ne so, tutte quelle cose originali tipo la crepa di un muro, un palazzo alto alto visto dal basso, la matassa di sporcizia sotto al divano, il gatto che si fa il bidet, il primo piano ravvicinatissimo della faccia rugosa di un barbone che sta facendo lo spelling di “vaffanculo” - ora poi che con internet puoi pubblicare le foto sui siti apposta e far finta che ci sono tutti i tuoi amici internettiani che se le vedono (tu, in cambio, fingi di guardare le loro) dal virus del malvestitismo fotografico davvero non si scappa.
Di solito colpisce intorno ai trent’anni, che uno c’ha soldi a sufficienza per comprarsi la macchinetta bòna, fa un lavoro di cacca che gli lascia poco tempo, l’idea del romanzo ormai (troppa fatica) l’hai abbandonata da un po’ e allora quale miglior modo per sfogare quell’impeto malvestito di artisticità io-sono-originale, non c’è più manco l’ingombro della camera oscura (finalmente! se qualche anno fa eri ganzo solo se t’eri montato la camera oscura al gabinetto, oggi no problem, puoi scoattartela anche con le digitali), e in fondo ad andarci in giro vuoi mettere, altro che romanzo (che fai, ti porti sotto braccio mille pagine di dattiloscritto? che sei, un commercialista?), mulinare rotelle, spingere bottoncini, regolare questo e quello, sdraiarsi a terra per trovare la giusta angolazione della luce sulla crepa, dico, sdraiarsi a terra! Che sogno: tutti i malvestiti io-sono-originale di stampo creativo-internettian-scemini dovrebbero averci una macchinetta fotografica.
Il malvestito numero ventiquattro è cotto, nel bel mezzo del suo periodo malva-fotografico, nella fase più irritante di tutte, quella dell’entusiasmo acuto (”scusa, puoi provare a tenere la sigaretta più così, pendula, sì sì, fai la nuvola di fumo, perfetto! espressivissima!”), se la porta dappertutto e da che c’ha la macchinetta (1) gli sembra di guardare al mondo in modo diverso, nuovo, non ci aveva mai fatto caso prima a quante crepe ci sono sui muri, pure sui marciapiedi - la città metropolitana è una giungla decadente (che è pure il nome del suo flickr) - sotto il divano poi, non c’aveva mai passato l’aspirapolvere!
Per immedesimarcisi meglio ha deciso di vestirsi in tema, e guardatelo accidenti se non incarna alla grande quel malvestitismo io-sono-originale un po’ chic-eccentricità da jazz club per pensionati: la scoppoletta (2 - vedi anche il capitolo Cappello ergo sum), l’insolito un-due viola giallo di giacca (3 - un reperto vintagiosamente infeltrito, strettina e corta sulle maniche, bohoissima) e camicia (4 - il collettone largo seventies disteso sul bavero della giacca, i polsini slacciati), i pantaloni jeans moscetti non troppo sbragaloni (5 - oh, è pur sempre jazz-chicchitudine), wayfarer d’ordinanza, un paio di sorpassatissime New Balance (6 - ma chissene, l’importante è il corto circuito io-sono-originale giacca similelegante versus scarpa da ginnastica) e la borsetta louis vuitton (7) che in effetti non c’entra molto, troppo agiata alto-borghese, ma lo perdoniamo sì che lo perdoniamo.