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Un Sanremo Emo dice Luzzatto Fegiz: i telespettatori kazaki approvano felici (stanno pensando al Coniglietto Ruggero)

L’altro giorno a Porta a Porta c’erano Toto Cutugno e Pupo e Nino D’Angelo e Irene Grandi e Antonella Clerici e Arisa e Morgan e Luzzatto Fegiz che facevano il trenino tutti assieme cantando L’italiano e si spompinavano a vicenda sul tema “Sanremo la più grande macchina di spettacolo al mondo” (cit. Bruno Vespa), Sanremo eventone internazionale seguitissimo nei paesi dell’est, così seguitissimo che ci sono certi paesi dell’est che organizzano un proprio festival nazionale di Sanremo - precisamente nel senso che gli affibbiano il titolo nonsense “Festival di Sanremo di - nome del minuscolo villaggetto rurale kazako perseguitato dai vampiri”

e immagino che sia vero, che effettivamente sì, alla sorella-amante prostituta e alla vacca da camera e al monco con la protesi dildo che abitano nel fango di un villaggetto kazako questi sgorbi italiani che fanno il Festival di Sanremo possano davvero sembrargli tutti quanti dei mirabili elevatissimi artistoni pieni di stile: Arisa che ogni album - ogni festival - si fa sfregiare da una diversa costumista miniclub di un villaggio vacanze (v. sotto) è sicuramente considerata una camaleontessa fashion, la Madonna delle charts kazake; e Pupo invece, che si esibisce col nero spilungone in-che-cazzo-di-lingua-canta e poi col maggiordomo ereditiero che è stonato pure quando parla, Pupo suscita sicuramente l’interesse e la curiosità dei telespettatori kazaki che si interrogano e discutono serissimi: con chi si esibirà Pupo l’anno prossimo?, chi potrebbe mai proseguire una tale terrificante escalation, forse soltanto qualcosa tipo l’immagine animata in CG di Roger Rabbit - ma tanto la Disney a Pupo i diritti non glieli dà, semmai forse la CGI del tarocco Coniglietto Ruggero - e i kazaki in visibilio!

che bello, non è soltanto spazzatura per i denti dei nostri compatrioti mutanti subumani, è confortante sapere che ci sono dei posti fuori di qui, neanche troppo lontani, dove la decadenza e l’orrore della nostra televisione (e della musica plop che si fa in televisione) sbrilluccicano di sofisticata esoticità e sono ammirati e addirittura imitati, basta rivolgersi ai posti giusti dove la decadenza e l’orrore sono mille volte ancora più gravi e più tristi e non c’è niente di meno abominevole da vedere e da ascoltare, ed ecco che sull’altare votivo del Dyo Toto Cutugno piccolo boss della canzone bielorussa si sacrificano vergini e si lasciano in dono chitarre d’oro zecchino,
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La musica plop

Voglio introdurre una nuova categoria musicologica, ve la presento, l’ho chiamata musica plop - plop come il rumore che fa un pezzo di cacca quando finisce nell’acquetta del cesso - la musica plop è quella forma di musica pop usa-e-getta a bassissimo costo (economico artistico e intellettuale) che nasce, è pubblicizzata ed è venduta in/da/attraverso la televisione - è quella forma di musica pop che viene cagata fuori dai cosiddetti talent show.

La musica plop ha subìto una curiosa evoluzione. Dieci anni fa, i primi ingenui talent show musicali (Popstars, Operazione Trionfo) erano orientati verso produzioni ultra-commerciali supinamente distese su modelli di becerume subumano da classifica Festivalbar; la connotazione plop era palese e non si tentava minimamente di camuffarla con strategiche pisciatine di pseudo-artisticità: merda era e merda rimaneva, quattro sgallettate esibizioniste - una dozzina di stupidotti sfaccendati vagamente intonati - e un singolo per adolescentelle teledipendenti, tutto qua, gli ascolti che andavano maluccio e il singolo e le compilation che vendevano una miseria, bleah; finché un giorno poi è arrivata Maria De Filippi ed è arrivato X-Factor e hanno azzeccato la formula Re Mida - questa merda te la trasformo in oro:
“oh ma che dici, ci proviamo a far finta che il talento ce l’hanno per davvero?”
“cioè come, il talento in che senso scusa?”
“il talento! come lo vuoi chiamare, il talento! non stare a rompere i coglioni, il talento! cioè che sono artisti nati, che c’hanno il talento!”
“cioè vuoi dire una cosa tipo che non sono dei mediocri inetti ottusi e analfabeti, che sono bravi a fare qualcosa? cioè tipo cosa?”
“ma come cosa imbecille!, la musica!”
“cioè vuoi dire dei mediocri inetti ottusi analfabeti che fanno la parte di quelli che sono dei bravi musicisti?”
“esatto!”
“naaa impossibile, non funzionerebbe mai, non esiste un cretino che possa bersi una cosa così
e infatti.

La musica plop ci è offerta come un raro prezioso esempio di buona musica e di competenza e di prontosoccorso (”l’ultima spiaggia!” - triste vecchio allucinato) e persino di carità (se non ci fossimo noi che vi talentiamo, ah!, dove sareste oggi voi poveri meritevolissimi artisti sconosciuti, ma no no non ringraziateci, facciamo solo il nostro sporco lavoro - lacrimuccia - TVTTB); a questa stupida esaltazione della musica plop contribuisce un nutrito apparato di sfigatoni dementi di estrazione musical/radiofonica/discografica che fanno da autorevoli scimmiette critiche (in gergo: opinionisti) e discutono con una certa composta serietà dell’odore e della consistenza dei pezzettini di cacca come fossero chissà cos’altro, sai che ti dico, io quasi quasi un boccone lo assaggerei - il che diventa ancora più irritante se considerate che gli sfigatoni dementi sanno benissimo cos’è che stanno maneggiando, un rifiuto puzzolente, ma se ne rimangono lì a discuterne seri seri perché semplicemente è uno spettacolo, cosa volete, si prestano al gioco, è il loro lavoro e lo spettacolo funziona così; il che va benissimo, ok, a tener presente però che si tratta di uno spettacolo il cui unico scopo è intortare migliaia e migliaia di ragazzini e di mentecatti disgraziati perché mandino il messaggino televoto e si comprino il singolo scadente su iTunes, va benissimo, è uno spettacolo sì, ma è lo spettacolo di un venditore ciarlatano che piazza delle pentole fallate a dei poveri imbecilli - “è una pentola eccezionale! è una pentola di talento!”

Toglieteci il “promuoviamo la buona musica”, toglieteci il presidente della Sony che moraleggia paterno sulle responsabilità del Talento Vero e toglieteci il mona anarchico con la t-shirt di Schumann, non c’è differenza nella musica plop, Amici e X-Factor (come anche i predecessori Popstar e Operazione Trionfo) sono fatti della medesima identica sostanza - plop! - cambia l’equilibrio anagrafico-culturale degli intortati di riferimento, da una parte i ragazzini adolescenti che sbrodolano sulle schifezzette neomelodiche romanticone [1], dall’altra i ragazzini più cresciuti che amano riconoscersi nelle banali sempliciotterie altisonanti “la conosco quella canzone di Tenco!” e sentirsi così facilmente vezzeggiati, Anche io ho buon gusto Anche io sono colto Anche io ci capisco di musica; cambiano i dizionari di luoghi comuni da cui estrarre le melodie e gli arrangiamenti e le scenografie e i travestimenti e le personalità che vanno copiaincollate e assemblate variamente in quattro e quattr’otto secondo lo specifico aroma artificiale che si vuole dare a un certo tipo di musica plop (merda neomelodica, merda soul, merda r&b, merda roccherolle, ecc.).

La musica plop originale - gli inediti del vincitore realitaro e dei concorrenti più quotati - è prodotta secondo la logica voracissima Arraffa più che puoi nel minor intervallo di tempo possibile, perché è semplice: fare della buona musica significa impiegarci tempo e lavoro e denaro, ma lo show televisivo prevede una capitalizzazione necessariamente brevissima e a scadenza (i pochi mesi che passano tra una stagione televisiva e l’altra, in picchiata) per cui non soltanto è irrilevante, ma è addirittura controproducente sprecare del tempo - e sprecare anche solo uno straccio di idea dignitosa! - su qualcosa che è subito deperibile e che si sa già, non importa che sia fatto di cacca, venderà ugualmente (prendete ad esempio il coso abominevole dell’ultimo vincitore di X-Factor: disco d’oro)(chi mai può esserselo comprato?, ecco: gente che si è risvegliata all’improvviso fuori dal mediastore col coso tra le mani e in un impeto di orrore l’ha lanciato via gridando “mio Dyo! quale diabolico sortilegio!”), e vuoi mettere che comodità poter spremere per benino un economicissimo dilettante straccione disposto a tutto e potersene poi sbarazzare su due piedi non appena sia disponibile qualche nuovo economicissimo dilettante non spremuto [2], senza perderci una lira e anzi - è il bello della musica plop, che è affidabile al cento per cento e si rinnova continuamente e vende così, a colpo sicuro.

Non a caso ci sono parecchi esperti compositori specializzati in musica plop, dei veri e propri musicisti plop di mestiere che sono capaci di confezionare alla velocità della luce un mucchio di collage fatti di piccoli cliché musicali sulla falsa riga di quei tre quattro stili-generi prefabbricati a cui tutti i cantanti plop sottomettono docilmente la propria vuotezza. C’è ad esempio un tale Diego Calvetti che è un asso, sa comporre musica plop pescando dalle discariche di molti generi differenti, ha scritto per dire L’amore si odia, la canzone del duo Noemi Fiorella Mannoia (genere intimista-cantautoriale - made in Sony, riproposta a X-Factor per due serate consecutive: Morgan ne era entusiasta, che testi!, che musica!, “una canzone difficile”), ha scritto la neomelodica melensissima Stupida di Alessandra Amoroso, che è andata molto bene, e Briciole, sempre di Noemi (genere Anastacia from Spinaceto), e tante altre ploppate ancora (pensate!, è il responsabile delle memorabili hit di Francesco Facchinetti Non cado più - genere jovanottesco - e Vivere normale - genere Spoohto) - e non a caso il disco composto (in buona parte) da Diego Calvetti che è finito a Noemi di X-factor, in realtà, era stato inizialmente destinato ad Alessandra Amoroso di Amici (v. qui), nessuna sorpresa, anzi, è la dimostrazione di quanto l’insulsissima musica plop sia tutta liberamente intercambiale, nelle canzoni e nei personaggi: prendete un caso limite, tragicissimo, il caso delle Lollipop, fossero state in squadra con Morgan a X-Factor non c’era neanche bisogno di fargli cambiare nome, “Lollipop in senso ironico contro il sistema dell’industria pop zuccherosa e fasulla”, e si sarebbero beccate un singolo che riciclava una vecchia poesia di Morgan che a sua volta riciclava versi di Verlaine e di Battiato, “queste Lollipop fanno una musica non facile ma fa piacere sentire ogni tanto della musica diversa da quella mainstream” avrebbe sentenziato qualche scimmia opinionista.

E infine - finisco - una proprietà miracolosa della musica plop, la plop trasmutazione. Bastano pochi semplici ritocchi e una bella musica pop può diventare una brutta musica plop. Succede di continuo, alla faccia del “va be’ sono reality ma almeno si sente buona musica”: l’interpretazione di un cantante plop, supportata da un arrangiamento plop, riesce a ploppizzare magicamente qualsiasi cosa. Non è più bella musica, è musica plop. Sentite qua sopra I want to break free ploppizzata dalla scarsissima vocetta monocorde di Chiara Ranieri di X-Factor (guidata dal coach Morgan), le note della melodia vocale sono stiracchiate e appiattite, banalizzate, inespressivamente scandite, introduce delle variazioni inutili e inappropriate - scompare quella caratteristica impronta di sfogo ritmato-isterichetto che è la cosa più divertente - tutto l’arrangiamento impoverisce il pezzo, lo instupidisce, e le due sezioni della canzone sono arrangiate in modo identico (quel mona incorreggibile del Morgan!), il che annichilisce l’interessante contrapposizione più secca e spigolosa la prima sezione / più piena e sinuosa la seconda; non è la canzone dei Queen (non sono le canzoni di De Andrè degli Who dei Beatles eccetera: non è più bella musica), è una robaccia decisamente plop che a metterci mano ancora un po’ - magari col contributo di un Diego Calvetti - il prossimo anno arriva seconda a San Remo.

[1] ma anche ad Amici si danno da fare, non soltanto Giggi e Giorgia e Pausini, quest’anno c’hanno pure il tenore in pigiama, altro che pisciatina
[2] e poi va be’ ci sono i casi eccezionali dello scarrafone che piace a mamma-gonza e della belloccia che è andata al talent show apposta - la casa discografica che ha saggiamente pensato di sostituire al proprio investimento gli sms dei telespettatori mentecatti

di Betty Moore, 25 novembre 2009

Categoria: malvageddon

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Daniele Bossari nella piramide bosniaca, lo sperma di Maurizia Paradiso, il cervello semifreddo di Adriano Celentano

Cioè: “Daniele Bossari in esclusiva dalla Bosnia ci svela i segreti sconvolgenti dei tunnel sotterranei nella piramide più grande e più antica del mondo” e poi “il mio sperma congelato in un laboratorio di Londra è già stato prenotato ma se ne vuole un po’ Gabriele del Grande Fratello ce n’è in quantità facciamo un figlio assieme che diventa come Leonardo da Vinci” e poi “c’è una sola trasmissione televisiva specializzata in musica diversa dal resto della spazzatura RAI che aiuta i meritevoli giovani musicisti e fa uno spettacolo straordinario condotto dalla forza spumeggiante di Francesco Facchinetti” - voglio dire, avete letto bene?, capita raramente che nel giro di pochi giorni s’accumulino tre gioiellini così di demenza sopraffina, inconsueta e sorprendente pur nell’abituale altissima concentrazione di demenza che c’è da tutte le parti,

e vengono fuori da programmacci aridi e moribondi che insomma, è difficile immaginare di trovarci qualche picco di demenza che possa ancora stupire, ma invece, ecco, nella stessa settimana capita che Mistero di Enrico Ruggeri riesca a surclassare la faccenda del coniglio abortito mezzo terrestre e mezzo alieno con una spedizione fanta-archeologica protagonisti Daniele Bossari - proprio lui, Daniele Bossari, il fermacarte - un paio di spelacchiate collinette bosniache e uno spelacchiato ciarlatano bosniaco ultra-nazionalista (”lo vedi?, quello là è cemento preistorico, i primi a inventare il cemento sono stati i bosniaci, non lo sapevi?, è bosniaco pure il copyright dell’alfabeto runico e quello delle piramidi e quello dei sassoni megalitici, cosa vuoi, Atlantide era qui in Bosnia, dopo te la faccio vedere”) e noi altri che fremiamo entusiasti sulla scia del culone di Daniele Bossari che s’addentra nei tunnel scavati a cucchiaiate dal ciarlatano ultra-nazionalista (”i primi tunnel sotterranei del mondo, bosniaci”) e che batticuore il presentimento di un’imminente meritatissima tumulazione istantanea, “ora crolla! me lo sento ora crolla! passami i popcorn! ora crolla ora crolla!”;
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di Betty Moore, 16 novembre 2009

Categoria: allucinazioni

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X-Factor, Grande Fratello, Amici di Maria De Filippi: ve li spiego con un video di tre minuti e non dovrete mai più saperne alcunché

Maria De Filippi con le tette di Cristina del Grande FratelloCi sono questi tre programmacci televisivi che sono destinati a incrociarsi ogni settimana, lo sapete, sono i reality cosiddetti “talent” che dovrebbero elevare qualche modesto sconosciuto agli onori d’un successone di qualche genere: c’è il programma condotto dalla scimmia con le bretelle (l’unica scimmia cioè che mentre le altre zompettavano intorno al monolite, incrementando la loro intelligenza, se ne stava nella caverna a leccarsi l’uccello), dove si prende un cantantucolo scarso da piano bar e gli si insegna a imitare (male) qualcun altro, già famoso, e gli si cuce addosso una canzonetta scema ingegnerizzata appositamente per far concorrenza alla suoneria del gattino emofiliaco castrato; c’è il programma che vinci se “sei te stesso”, cioè una persona molto originale e diversa e sorprendente, ogni anno ci sono persone più originali e diverse, esagerate e sorprendenti, e non manca molto che ci ritroveremo con un unico super-concorrente super-provocatorio che riunisca in sé le caratteristiche di - elenco - frocio, sessualmente operato (prima gay, adesso, lesbico, poi ancora bisessuale), cieco e sordomuto, ex rom clandestino, pupillo di Lele Mora, pilota Alitalia e attore di film porno, valletta con una sesta di reggiseno, secondo a Miss Padania, allevato in gioventù da un branco di lupi nella giungla e come se non bastasse ex maggiordomo e leccafiga di Marina Doria di Savoia; e c’è il programma dove un mucchio di sfigatelli scappati dalla scuola Radio Elettra si scannano l’uno contro l’altro indossando orrendi pigiamoni e fingendo di interessarsi ai giudizi artistici d’un gruppo di bollitoni anziani, beandosi dei favori sessuali delle quindicenni bburinette e poi, alla fine di tutto, tornandosene mesti a farsi bocciare per la quarta volta di seguito alla scuola Radio Elettra assieme al figlio di Bossi (il prossimo anno nel cast del programma anche lui, come cantautore lumbard).

Vi ho preparato questo piccolo video esplicativo, che riassume le qualità dei tre programmacci in questione - conduzione, gara, sbocchi professionali:

Se volete saperlo, io penso questo: penso che se guardi uno qualsiasi di questi tre programmacci e vieni colto da una reazione simile a quella del giornalista “sartriano” del Corriere - Paolo Di Stefano si chiama: l’avete letto quel suo articolo? leggetevelo, è una delle più comiche e sconclusionate marchette che abbia mai letto,

Nella prima mezz’ora, forte della tua incorruttibile lucidità critica, ti chiedi dove sei finito e trattieni a fatica la voglia di dartela a gambe. Poi, abbandonata la tua fiera rigidità sartriana, ti rilassi, abbassi il sopracciglio ed esibisci per un’oretta un approccio più sciolto e autoironico, tra il desiderio di capire e la condiscendenza populistica. E alla fine ti accorgi che di mezz’ora in mezz’ora ogni difesa si è a poco a poco sgretolata e le tue macerie ideologiche si sono lasciate inghiottire nel circo, non sei più un intruso ma ne fai già parte e con un ruolo che ti calza a pennello

se cioè vieni colto dalla reazione per cui ti immedesimi e t’appassioni sinceramente alla cosa, dài i voti ai partecipanti e tifi per i tuoi preferiti, discuti seriamente di chi c’ha più talento, delle classifiche e dei giudizi, dei professori (o della giuria, o del televoto) e dei battibecchi, e magari spedisci pure (bestemmia delle bestemmie!) uno o più sms per votare, be’, se vieni colto da una reazione del genere allora il tuo posto, nella scala evolutiva là sopra, te lo dico io qual è: non ti si vede perché il disegno è tutto nero, ma sei il brufolo purulento sulla gamba dell’habilis, quello gobbo; perché sì, l’unica reazione veramente sapiens sapiens davanti a uno spettacolo del genere è [*]: pochi secondi di disgusto e odio fulminei neutralizzati subitissimo da una melassa appiccicosa e stordente di noia assoluta (con qualche rarissimo picco encefalogrammatico durante certi siparietti di involontaria demenzialità: ti si socchiude brevissimamente una palpebra e bofonchi un ilare “AH!”).

[*] la reazione del giornalista sartriano - mi stavo dimenticando - s’avvicina a un altro stereotipato genere di reazione, ugualmente deprecabile, meno ingenuotto e più posticciamente intellettualizzante, quello di chi credendosi molto esperto di come va il mondo (e la televisione - “che male può fare la televisione?”), disincantato e compiaciutamente frivoletto, adora formulare con tono allegro ironico-dariabignardesco piccoli pensierini che devono suonargli parecchio arditi e anticonformisti del tipo “Maria De Filippi è un genio!”, il che significherebbe, esteso, “io sono intelligente ed è ovvio che di norma una trasmissione così mi farebbe cagare sangue, e però allo stesso tempo sono così intelligente che riconosco quanto è stata brava la De Filippi a indovinare un modo così ben funzionante per inchiappettare tutti quei bburinoni subacculturati che le sbavano dietro” - perché questo fanno i programmi così, la televisione così, puoi divertirti e sentirti ganzo quanto ti pare a elogiare le geniali strategie acchiappa-subumani di Maria De Filippi, ma i programmi così sono progettati per questo - mica per altro, e bisognerebbe magari ricordarselo, qualche volta - sono progettati per inculare i subumani

Quello che viene dopo X-Factor, che è molto peggio di X-Factor (e ci credo, che noia: senza il buffone, senza le galline, senza il pirla)

il figlio naturale di Franco Battiato e Austin PowersOh ecco, adesso che ci siamo liberati - e da un bel pezzo - di tutto il suo rincitrullente contorno di estenuanti battibecchi prima-l’uovo-o-la-gallina, delle comiche bretelline della scimmietta pirla e delle trivialità della vegliarda sboccata e poi sì soprattutto di quell’eco entusiasta di ridicoli esserini sommamente gratificati dal citazionismo discount del figlio naturale di Battiato e Austin Powers (gli occhiali si semplificano nel processo di fusione), ecco, direi che adesso possiamo considerare X-Factor per quello che è stato e nient’altro: l’ennesima squallidoneria realitara glassata di retorichetta filantropico-caritatevole (noi - cerchiamo - i - talenti - veri) che sputacchia fuori un manipolo di mediocri sfigatoni imbrillantinati di fascinosissima allure televisiva da consumare nel più breve tempo possibile (prima che certo, ehi! prima che se ne partorisca una nuova generazione) tra paccottiglia instant cd e serate e discoteche e sagre e concertini - il solito, no? la medesima deriva delle porcheriole defilippiane cogli uomini primitivi che si fanno qualche mese di mugugni tronistici e poi di corsa in giro a monetizzare il muscolone e il sorrisino ebete e il ciuffetto ingelatinato: è quello che capita del resto ai reduci del “talent show” coveristico-musicale numero uno [1], di cui X-Factor tenta di presentare una versione più matura e musicalmente competente (per la qual cosa, facile: basta buttarci a casaccio qua e là Yes, Who, Pachelbel e varie altre banalità altisonanti) allo scopo d’attrarre un pubblico non esclusivamente composto da branchi di impazzite minorenni cioèizzate.
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